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Figli di Portici Famosi: l’economista Alessandro Brizi

di Stanislao Scognamiglio

Si sente spesso parlare di personaggi di Portici per nascita o d’elezione dei quali si sta perdendo la memoria … Ritengo perciò doveroso ravvivarne memoria fornendo un breve profilo biografico tratto dal mio inedito Diario; avvenimenti, cose, fenomeni, uomini, vicende.  Portici e Vesuvio dalle origini a oggi, con il conforto di Autori di ogni tempo.

Alessandro Brizi è nato a Poggio Nativo, in provincia di Rieti, il 7 settembre 1878, da Eugenio Brizi e da Anna Maria Antonini.

Conseguita la laurea in scienze agrarie alla Regia Università di Pisa, nel 1898, ha deciso di prodigarsi sempre nell’interesse dell’agricoltura.

Pertanto,  entrato nella pubblica amministrazione, funzionario del Ministero dell’agricoltura, ha ricoperto il ruolo di direttore della cattedra ambulante di agricoltura di Cremona.

Poco più che trentenne, nel 1908, è stato nominato direttore generale dello stesso Dicastero.

Coniugato con Anna Fasoli, dal matrimonio ha avuto due figli: Maria (2 febbraio 1905) ed Eugenio (7 giugno 1908).

Per le sue specifiche competenze nel campo economico, è stato:

  • Segretario generale dell’Istituto internazionale di agricoltura;
  • Membro del Consiglio Nazionale delle Ricerche;
  • Membro dell’Accademia dei Georgofili di Firenze

Nella seduta dell’8 febbraio 1828, dal Consiglio dell’Istituto Superiore Agrario di Portici, che ne ha riconosciuto la chiara fama, ha ottenuto l’incarico di docente di Economia, estimo rurale e contabilità agraria.

Quindi, a decorrere dal 1° giugno 1928, è stato professore ordinario di Economia e politica agraria all’Istituto Superiore Agrario di Portici.

In qualità di docente «… rinnovò la disciplina affidatagli seguendo dl’insegnamento di Arrigo Serpieri, anche attraverso l’osservatorio, indirizzò verso l’esame della realtà agricola meridionale gruppi di giovani e sviluppò analisi sulle condizioni delle campagne e del Mezzogiorno che ebbero lusinghieri apprezzamenti per le metodologie utilizzate e per il loro elevato livello tecnico ed economico».

Nel 1935, con l’accorpamento dell’Istituto Superiore Agrario, divenuto nel frattempo Facoltà di Agraria, alla Regia Università di Napoli, ha mantenuto la cattedra.

Per la XXX Legislatura del Regno d’Italia, la prima della Camera dei fasci e delle Corporazioni, su proposta diretta del duce del Fascismo, Benito Mussolini (Dovia di Predappio, 29 luglio 1883 – Giulino di Mezzegra, 28 aprile 1945), nominato consigliere nazionale con decreto dell’11 marzo 1939, è stato componente della corporazione dei prodotti tessili.

Dal 6 febbraio 1943, per essere tra le «persone che da tre anni pagano tremila lire d’imposizione diretta in ragione dei loro beni o della loro industria ha ricevuto la nomina a senatore del Regno d’Italia.

A palazzo Madama, dal 1° maggio al 26 luglio 1943, ha lavorato come membro della Commissione dell’agricoltura.

Deferito all’Alta Corte di Giustizia per le Sanzioni contro il Fascismo, con ordinanza del 5 marzo 1946 e successiva sentenza di cassazione dell’8 luglio 1848, essendo tra i «… senatori nominati nel 1943; senatori nominati perchè ex deputati o ex consiglieri nazionali eletti dopo il 1929», è stato dichiarato decaduto dalla carica senatoriale.

Dal 26 luglio1943 all’11 febbraio 1944, chiamato a far parte del primo gabinetto Badoglio, ha svolto mansioni di Governo, come Ministro dell’agricoltura e foreste.

Per il suo esemplare stato di servizio, assolto in una lunga vita operosa, «… grande apostolo per la diffusione del progresso agrario nella sua qualità di direttore di una cattedra ambulante di agricoltura», è stato insignito delle onorificenze di:

  • Gran cordone dell’Ordine della Corona d’Italia
  • Grande ufficiale dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro
  • Grande ufficiale dell’Ordine coloniale della stella d’Italia

È stato autore di numerose monografie su problemi agrarî nonchè di opere di carattere generale; tre queste ricordiamo l’Introduzione allo studio del capitale fondiario, pubblicata nel 1950.

L’economista Alessandro Brizi muore a Roma 14 gennaio 1955.

Insegne delle decorazioni conferitegli:

 Gran cordone dell’Ordine della Corona d’Italia

 Grande ufficiale dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro

 Grande ufficiale dell’Ordine coloniale della stella d’Italia

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Muhammad Ali, il più grande

NAPOLI – Al Teatro Nuovo mercoledì 24 ottobre alle 21 (repliche fino a domenica 28) andrà in scena lo spettacolo di Pino Carbone e Francesco Di Leva Muhammad Ali, sulla vita del grande pugile

Dopo il debutto nella scorsa edizione del Napoli Teatro Festival, Francesco Di Leva torna a vestire i panni di Cassius Marcellus Clay Jr. Ideata con Pino Carbone, che ne cura la regia, la piéce è presentato da Ente Teatro Cronaca Vesuvioteatro, con la drammaturgia di Linda Dalisi. L’allestimento,  nasce dalla passione per il pugile statunitense da parte dell’attore partenopeo, cui, spesso, si è ispirato per l’interpretazione dei suoi personaggi teatrali.

«Ho lottato contro un coccodrillo, ho lottato con una balena, ho ammanettato i lampi, sbattuto in galera i tuoni. L’altra settimana ho ammazzato una roccia, ferito una pietra, spedito all’ospedale un mattone. Io mando in tilt la medicina».

Parole di Muhammad Ali, il più grande boxeur della storia. Un uomo che si fece cambiare il nome, «… perché Cassius Clay è un nome da schiavo», e, come Ali, conquistò il mondo, vincendo sul ring tutto quello che c’era da vincere.

Un ragazzo dalla pelle nera che si rifiutò di andare a combattere in Vietnam, e che per questo finì in prigione. Un attivista che, nel suo un inglese strano, imperfetto, magnifico, difese fino all’ultimo giorno della sua vita i diritti dei black.

Lo spettacolo prova a portare in scena le sue parole, mai dette a caso, veloci, pesanti, leggere, fondamentali, così come si “analizza” ogni aspetto della sua vita: il privato, il pubblico, la sicurezza, il carisma.

«Abbiamo immaginato – spiegano Francesco Di leva e Pino Carbone – di scomporre il suo corpo, pezzo per pezzo, con la stessa attenzione che richiede l’osservazione dell’avversario prima di un incontro. Con lo stesso interesse che merita il vincitore dopo un incontro, accostando a ogni pezzo del suo corpo un aspetto della sua personalità, a ogni pezzo del suo corpo una sfida».

Frammenti dell’autobiografia, cronache di giornale, discorsi pubblici, poesie, vanno a comporre il puzzle di un uomo che, sulle orme di Malcolm X, fino all’ultimo momento, anche quando ormai soffriva del morbo di Parkinson, ha saputo usare la sua popolarità per dire ‘basta’ al razzismo.

Chi non conosce la sua storia, le sue origini, resterà sopraffatto dalla potenza fisica, ma soprattutto umana, di questa figura mitica.

Allenamento, costanza e forza di volontà, queste le costanti della vita del pugile che – secondo Di Leva e Carbone – dovrebbero essere fonte d’ispirazione per tutti.

(Foto by Martin Di Maggio)

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ALIFE. IL SINDACO DI TOMMASO “NESSUNA CRISI, IL DISACCORDO HA RIGUARDATO SOLO LE MODALITA’ DI VOTO”


ALIFE. Il primo cittadino Maria Luisa Di Tommaso ha chiarito che la discordanza all’interno della maggioranza, all’interno della scorsa seduta di Consiglio Comunale, ha riguardato semplicemente le modalità di nomina dei commissari della Commissione paesaggistica, escludendo, quindi, qualsiasi forma di contrasto all’interno dell’Amministrazione Comunale e ribadendo inoltre che la prossima seduta del parlamentino cittadino sarà convocata solo dopo che saranno chiarite le modalità di nomina.

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PIEDIMONTE MATESE/ALIFE. SCUOLE CHIUSE PER ALLERTA METEO

Il Sindaco Luigi Di Lorenzo e la sua omologa di Alife hanno deciso di chiudere i cancelli delle scuole di ogni ordine e grado, per la giornata odierna. I provvedimenti sono stati disposti a seguito dell’allerta meteo di colore contrassegnata come “arancione”, diffusa dagli uffici della Protezione Civile della Regione Campania.

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Sempre più bello il Mercatino delle Produzioni Tipiche del Territorio

PORTICI (NA) – A un anno dalla ripresa del Mercatino delle Produzioni Tipiche del Territorio al viale Leonardo da Vinci – avvenuta proprio ad ottobre 2017 – il bilancio delle attività che si svolgono la terza domenica del mese è più che positivo.

Il Mercatino si conferma l’appuntamento dei cittadini con la genuinità dei prodotti e le attività porticesi e del territorio campano. E bisogna dire che questa “agorà” di Portici, spontanea e festosa, ogni volta diventa più ricca e più interessante.

Nato come Mercato biologico, si tiene ininterrottamente dal 2008. Con il passare del tempo si era però quasi trasformato in una fiera di paese dove si vendeva di tutto e di più. Molto vario, è vero, ma in quanto al biologico, alla territorialità dei prodotti e magari anche alle condizioni igieniche, si avviava a uscire fuori dall’intento originario.

L’Amministrazione comunale, guidata per la terza volta dal sindaco Vincenzo Cuomo, pensò perciò di rimodulare la partecipazione al mercatino, chiedendo che venissero rispettate alcune norme.

Innanzitutto, tra i banchi – disposti al centro del viale e non più ai lati in modo da lasciare libera la visuale delle vetrine dei negozi – vengono effettuati costanti controlli sulle attività commerciali degli espositori, in modo da scoraggiare i furbetti.

Possono partecipare al Mercatino solo produttori della Campania: l’intento è quello di tutelare lo spirito di questa iniziativa. Non sono più presenti, infatti, commercianti che rivendevano produzioni non proprie. Per questo motivo gli espositori devono far parte di associazioni di categoria che ne garantiscano la genuinità e la filiera. Alla domanda di partecipazione – che deve essere protocollata e consegnata all’Ufficio Ambiente del Comune – va allegata la necessaria documentazione.

Taiko Do

Ancora, al mercatino trova spazio lo Sport: domenica 21 ottobre ci sono

state esibizioni di Tennis e di Taekwondo.

Infine una vera chicca, che ha riscosso un grande successo: l’esibizione dell’Accademia di Arti Orientali di Nocera Inferiore Kami No Kan Dojo con i Taiko Do, i tamburi giapponesi.

I bravissimi performers della formazione artistica Kyoshindo, primo gruppo di Taiko italiano, hanno regalato ai presenti non semplicemente un ritmo coinvolgente, ma un’antica Arte che è espressione dell’Uomo.

 

 

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L’Ambasciatore degli USA Eisenberg in visita al Parco Archeologico

ERCOLANO (NA) – L’Ambasciatore degli Stati Uniti Lewis M. Eisenberg assieme alla moglie Judith per le strade dell’antica città hanno potuto ammirare e apprezzare la bellezza e l’unicità del sito di Herculaneum così come unica risulta la collaborazione tra tutti gli enti coinvolti.

Gli onori di casa sono sono stati fatti dal Direttore Francesco Sirano che ha accolto l’Ambasciatore e la consorte e li ha condotti attraverso le vie del Parco Archeologico.

Il Direttore Sirano si è dichiarato onorato e felice di accompagnare la coppia alla scoperta del sito illustrando i monumenti e le case più significative. Il Direttore ha anche condiviso la visione strategica che il Parco sta seguendo sia nella conservazione programmata, sia nell’attività di valorizzazione dello straordinario patrimonio materiale e immateriale di Ercolano antica.

Eisenberg e Sirano

«È stato un piacere particolareha sottolineato Siranoricevere l’ambasciatore degli Stati Uniti anche perché Ercolano beneficia da oramai 17 anni del sostegno e del supporto del Packard Humanities Institute, sotto la guida illuminata del suo presidente Dr. David Packard, secondo un modello di collaborazione pubblico-privato ancora oggi unico in Italia che consente di condividere saperi, competenze pluridisciplinari e ricerche per realizzare buone pratiche da mettere a disposizione anche di altri siti».

Entusiasta l’Ambasciatore Eisenberg, che ha espresso il desiderio di tornare presto in visita nell’antica città e ha definito il Parco Archeologico di Ercolano un sito di straordinaria bellezza. Ha anche sottolineato l’efficacia della partnership pubblico-privata con il Packard Humanieties Institute nella conservazione del sito.

Di tempi cambiati parla la manager dell’Herculaneum Conservation Project, Jane Thompson: «Al Parco Archeologico di Ercolano oggi tra un eccellente team di colleghi funzionari e il direttore alla guida vi è ormai una trasversale capacità di comunicazione oltre che entusiasmo e orgoglio per i ruoli assegnati come prova che il partenariato transatlantico pluriennale può fare salti da gigante e diventare un precedente per il patrimonio culturale di tutto il mondo ma anche per l’investimento di privati nel Sud Italia».

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Figli di Portici famosi: l’istologo e fisiologo Giovanni Michelangelo Paladino

di Stanislao Scognamiglio

Si sente spesso parlare di personaggi di Portici per nascita o d’elezione dei quali si sta perdendo la memoria … Ritengo perciò doveroso ravvivarne memoria fornendo un breve profilo biografico tratto dal mio inedito Diario; avvenimenti, cose, fenomeni, uomini, vicende.  Portici e Vesuvio dalle origini a oggi, con il conforto di Autori di ogni tempo.

Giovanni Michelangelo Paladino è nato a Potenza, il 26 aprile 1842, da Saverio Paladino e da Gaetana Sileo.

in gioventù, ancora studente di medicina veterinaria alla Reale Università di Napoli, nell’agosto del 1860, aderito alla rivoluzione risorgimentale, ha partecipato all’insurrezione lucana.

Ripresi gli studi superati gli esami curriculari, il 12 febbraio 1861, ha conseguito la laurea in medicina e chirurgia veterinaria.

Vincitore di concorso, nel gennaio del 1862, è stato nominato di assistente di anatomia e fisiologia sperimentale presso la Scuola Superiore di Medicina Veterinaria di Napoli, che «… con il decreto del 24 settembre 1860 firmato da Giuseppe Garibaldi, passata dalla direzione del sacerdote don Francesco Furinzano a quella del professor Almerico Cristin».

«… Affiancando il professor Antonio De Martino, ha imboccato la carriera di docente universitario.

Dal 5 ottobre 1862, è stato professore incaricato, poi, dal 29 novembre 1866, straordinario e, infine, dal 10 febbraio 1869, ordinario dell’insegnamento di Zoologia, Anatomia e Fisiologia sperimentale presso la stessa Scuola.

Nell’anno 1867, sentendo il bisogno di perfezionare le sue conoscenze scientifiche, per seguire corsi presso i principali laboratori di Fisiologia ha  intrapreso «… un lungo viaggio che lo portò a visitare le scuole di medicina veterinaria di Modena, Bologna, Monaco e Lipsia e gli permise di avere rapporti scientifici con importanti anatomici e biologi quali Andrea Ghiselli, Giovanni Canestrini, Moritz Schiff, Wilh Probstmayr, Franz Wilhelm Schweigger-Seidel. In Germania frequentò i principali laboratori di fisiologia e avviò un serrato confronto con il gruppo di studio di fisiologia di Lipsia guidato da Carl Ludwig».

Interessato all’audiologia, nell’anno 1876, con la stesura del saggio intitolato Della trasmissione fisiologica della voce attraverso le ossa del cranio mercè il fonifero, e del valore di questo nella clinica otojatrica, ha dato l’annuncio della «… messa a punto di uno dei primi strumenti finalizzati alla risoluzione dei problemi comunicativi nelle sordità trasmissive, cui aveva dato il nome di ‘fonifero’».

Il 19 ottobre 1877, gli è stata affidata la direzione del relativo gabinetto di Zoologia, Anatomia e Fisiologia sperimentale della Scuola superiore di medicina e veterinaria di Napoli.
Dal 30 maggio 1881, professore incaricato, dal 16 ottobre 1882, straordinario e, dall’11 maggio 1884, ordinario della docenza di Fisiologia e Istologia generale.

15 ottobre 1884, è stato nominato direttore del Gabinetto di Istologia e fisiologia generale alla Regia Università di Napoli. Immediatamente dopo, è stato nominato direttore dell’Istituto di istologia e fisiologia generale della Regia Università di Napoli.

Ha mantenuto le due cattedre e le direzioni fino al 28 dicembre 1902, data del suo collocamento a riposo.

Il 21 febbraio del 1882, come attestazione del suo prestigio internazionale, la facoltà medica del Rush Medical College di Chicago, gli ha conferito «un diploma d’onore», una laurea honoris causa.

Divenuta carica elettiva, il 15 ottobre 1895, è stato eletto direttore della Scuola superiore di medicina veterinaria di Napoli.

Nel 1898, al termine del primo triennio, «… grazie all’impulso che aveva dato alla Scuola» Superiore di Medicina Veterinaria, è stato rieletto e confermato per un secondo mandato.

Sotto la sua direzione, tenuta fino al 4 febbraio 1900, la  Scuola dell’Ateneo partenopeo, non solo è stata ampiamente ammodernata e arricchita di nuove e moderne strutture, tra cui il salone di chirurgia, ma anche e,soprattutto, si «… riuscì a rialzarne le sorti, per modo che quella scuola raccolse ed accolse non solamente studiosi italiani, ma molti ancora, greci, bulgari e di altre nazioni balcaniche».

Parallelamente al doppio incarico di magistero, dal 1907 al 1909, eletto rettore della Regia Università di Napoli, ha diretto l’Ateneo napoletano «…  ispirandosi ai criteri della massima e si studiò a rendere più rigogliosa la vita di quell’ateneo, di uno cioè, di quei grandi istituti che sono la più alta espressione della civiltà di un popolo».

Nel 1902, collocato a riposo per aver raggiunto il limite dei 40 anni d’insegnamento nella Scuola, si è dedicato «… esclusivamente alla cattedra di istologia e fisiologia generale della facoltà di scienze dell’Università di Napoli».

Nel 1904, è stato nominato presidente della Società Nazionale delle Scienze Lettere ed Arti, con sede nel centro storico di Napoli.

Scienziato di istologia e fisiologia di chiara fama, giunto alla massima notorietà grazie ai suoi molti studi e ricerche nel campo della morfologia funzionale, «… specialmente notevoli quelle sul parenchima ovarico nei mammiferi»; «… sulle multiple sorgenti del sangue e sul sistema nervoso centrale»; sul «… fascio di conduzione cardiaca, successivamente più noto con il nome di fascio di His (o fascio di Paladino-His)», è stato socio di alcune accademie nazionali e straniere:

  • corrispondente della Società reale di Napoli, dal 13 luglio 1889;
  • ordinario della Società reale di Napoli, 10 giugno 1893,
  • Società Nazionale di Scienze, Lettere e Arti di Napoli, ricoprendone la presidenza dal 1904;
    Socio residente dell’Accademia Pontaniana di Napoli, dal 14 agosto 1892.

Riconoscendone il valore è stato insignito del titolo di Cavaliere, giugno 1971 e di Commendatore dell’Ordine della Corona d’Italia; di Cavaliere, 15 gennaio 1893 e ufficiale dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro,  19 gennaio 1905.

Per i suoi meriti, e «… anche per la sua profonda conoscenza delle leggi e degli ordinamenti scolastici nazionali e stranieri», per un quinquennio, dal 1° luglio 1905 al 28 febbraio 1910, ha fatto parte del Consiglio superiore della Pubblica Istruzione.

Per essere, da più di sette anni di nomina, membro ordinario della Regia Accademia delle Scienze della Reale Società di Napoli, nel corso della seduta del 24 giugno 1908, è stato nominato senatore del Regno d’Italia.

Oltre che docente, scienziato e dirigente, è stato anche un «… ottimo amministratore e benefico uomo, come dimostrò nella Congregazione di Carità e negli Ospedali riuniti, di cui fu presidente».

Coniugato con Elena Buoncristiano, dalla sposa ha avuto un figlio, Raffaele.

Con la famiglia, per vari anni ha abitato a Portici.

Ricercatore acuto, è stato autore di numerosi saggi scientifici, tra i quali segnaliamo alcuni titoli e relativo anno di pubblicazione:

  • Intorno ad un dipygus bidorsualis del bue, 1862;
  • Nuove ricerche sui corpuscoli di Pacini della mano e del piede dell’uomo e del mesenterio del gatto, 1869;
  • Della terminazione dei nervi nelle cellule glandolari e dell’esistenza di gangli, non ancora descritti nella glandola e nel plesso sottomascellare dell’uomo e di alcuni animali, 1872;
  • Trattato di istologia speciale, 1872
  • Della trasmissione fisiologica della voce attraverso le ossa del cranio mercè il fonifero, e del valore di questo nella clinica otojatrica, 1876;
  • Studio sulla fisiologia dell’ovaja, 1879;
  • Istituzioni di fisiologia, 1885;
  • Ulteriori ricerche sulla distruzione e rinnovamento continuo del parenshima ovarico nei mammiferi, 1887;
  • Gl’infinitamente piccoli o i trionfi della dottrina cellulare, 1890;
  • Le cellule nervose sono elementi perenni dell’organismo? ed il potere germinativo dell’ependima è limitato al periodo embrionale?, 1913.

L’istologo e fisiologo Giovanni Michelangelo Paladino si spegne a Napoli, il 25 gennaio 1917.

Dopo la morte del concittadino d’elezione, l’Amministrazione civica porticese ha deliberato d’intitolare al suo nome la strada, detta ’a cupa d’ ’e mosca, dove per lunghi anni l’esimio scienziato ha abitato.

Insegne delle onorificenze ottenute:

 Cavaliere dell’Ordine della Corona d’Italia

 Commendatore dell’Ordine della Corona d’Italia

 Cavaliere dell’Ordine dei SS. Maurizio e Lazzaro

 Ufficiale dell’Ordine dei SS. Maurizio e Lazzaro

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Il racconto, In nome del padre

di Lucio Sandon

Era sita l’antica Ercolano in un promontorio esposto al mare, luogo dalle eruttazioni del Vesuvio coverto, nulla dimeno si può scorrere dalle antiche ruine e vaghi edifici che in parte si vedono quella essere stata luoco chiamato Sora, mezzo miglio in circa distante dall’hodierna Torre, con buona ragione ivi edificata dandoli il promontorio comodità di sicuro porto per l’armata navale, aggiuntovi la salubrità dell’aria, abbondanza di acque, fertilità di campi e la vicina terra, requisiti necessari per edificare città… Come similmente sta hoggi situata la presente Torre dopo la ruina dell’antica Ercolano. Da Calastro, dopo aver attraversato il moderno centro di Torre del Greco si giunge a valle della Strada Nazionale alla contrada Sora, ove una grande fabbrica chiamata volgarmente Santo Nicola distendentesi per lungo tratto verso messo giorno fin quasi vicino una torre di guardia chiamata Bassana e tutta da rupi coperta, con muri rivestiti di pitture dai vivaci colori, una piccola cappella a volta semisepolta, tutta lavorata di minutissime pietrucce e di gusci di frutti di mare d’ogni sorte e vagamente colorite le mura di finissimo azzurro da lui ritenuta un tempietto di Nettuno, tre capitelli di marmo di non mediocre grandezza bene intagliati, con foglie d’acanto chiaro inditio di sontuosa fabbrica o tempio, che furono trasportati ed esposti nell’atrio della parrocchiale di S. Croce.

Villa Sora è la zona di maggior interesse archeologico della città di Torre del Greco: il palazzo conosciuto con questo nome, è un ampio complesso monumentale e con ogni probabilità si tratta proprio della misteriosa Villa Julia Imperatoria di proprietà della famiglia Julio Claudia, risalente al primo secolo, che si estende su un’ampia superficie, con un’altezza originaria di tre piani. Annessi alla villa e ancora visibili sulla spiaggia, si trovano i resti della Terme Ginnasio, un complesso termale alimentato da un fiume di acqua calda proveniente dalle viscere del vulcano, il Rivum Sola, che digradava fino un piccolo porto privato ad uso della famiglia imperiale, ornato da innumerevoli fontane, il tutto ormai perduto, inghiottito per sempre dalle ripetute ondate della lava vesuviana e dalla cieca furia umana.

Scriveva Svetonio, che Caligola, quanto a spese di scialacquo, superò per ingegno tutti i prodighi del suo tempo. A causa dello spregio che il folle imperatore ebbe per qualunque cosa di valore, egli fece distruggere la meravigliosa villa della sua famiglia posta poco lungi da Ercolano, solo perché essa era stata regalata a sua madre Agrippina. Seneca, descrivendo gli effetti dell’ira imperiale perpetuò la notizia, e in tal modo i naviganti che costeggiavano i lidi alle estreme pendici del Vesuvio avevano conto della cagione di tanta rovina, ed allora quel sito di delizie divenne a quel tempo famoso per la sua deplorabile fine. Anche il Vulcano fece la sua parte, mettendoci il carico da dieci: durante l’eruzione del 79 d.c., ciò che restava dei due piani superiori della villa imperiale dopo l’abbattimento ordinato da Caligola, crollò sotto il peso dei lapilli e della cenere, mentre il primo piano è ancora sepolto sotto diversi metri di lava solidificata.

La cappella di San Nicola, si trovava nella stessa Contrada Sora dove, già nel 1641 si rinvenne il famoso bassorilievo marmoreo rappresentante Orfeo, Euridice, ed Ermete, oggi conservato al Museo Archeologico di Napoli, fatto scavare dal Vicerè Romiro di Guzman duca di Medina. Il gruppo bronzeo di Ercole con la cerva, rinvenuto nello stesso luogo, è invece ora conservato nel Museo Salinas di Palermo. La stessa area di Sora fu esplorata per cunicoli, negli anni Trenta del Settecento, dai cavatori borbonici. Nel 1749 si rinvennero grosse colonne di marmo cipollino e un prezioso pavimento policromo, in opus sectile, di cui oggi rimangono pochi frammenti ancora in sito.

Uno dei primi atti del neonato regno d’Italia fu quello di prolungare la ferrovia Napoli Portici fino a Salerno, facendo passare i binari sul bordo del mare. I bravi ingegneri dei Savoia per risparmiare sui costi dell’opera, quando dovettero costruire la massicciata, utilizzarono senza porsi eccessivi problemi, quanto rimaneva della casa al mare di Giulio Cesare.

Dopo qualche secolo il percorso non è cambiato, il treno per Salerno sfreccia ancor oggi lungo il bordo del mare, e i distratti passeggeri non si accorgono di passare sopra ad un pezzo della loro storia. Passano anche, forse senza immaginarlo, sopra ad un cumulo di cattive intenzioni.

Il vecchietto entrò nella sala d’aspetto della clinica veterinaria del dottor Gardenia guardandosi intorno disorientato e un po’ sospettoso, come se d’un tratto un feroce animale potesse avventarglisi contro.

Bassino e di corporatura esile, una folta criniera incolta sale e pepe, abiti e scarpe evidentemente ereditati da un parente più anziano e robusto, l’uomo si piazzò davanti ad un manifesto che vantava le miracolose virtù di un cibo per cani, fissandolo per diversi minuti.

Alessandra, dopo aver  accompagnato alla porta la signora Anna, che settimanalmente veniva a far controllare la sua giovane barboncina in perfetta salute, si trattenne sull’uscio della sala visite osservando l’uomo, in attesa di un movimento o di uno sguardo che facesse intuire le sue intenzioni, poi leggermente spazientita, dopo essersi schiarita la voce roca dalla lieve erre francese, fece un passo verso l’uomo, evidentemente affascinato dalle proprietà taumaturgiche delle crocchette, e disse a bassa voce: «Prego signore, posso fare qualcosa per aiutarla?»

Il contadino di scosse, come fosse stato soprapensiero e fissò la ragazza, illuminandosi in viso.

«La Madonna!»

Effettivamente, la dottoressa Alessandra aveva le fattezze ed i colori dell’iconografia classica delle chiese cattoliche: occhi azzurro verdi, biondi capelli lunghi, volto ovale di colorito chiaro. Solo il fisico non corrispondeva alla vergine Maria, lei era alta e atletica, anche se il camice azzurrino le dava un’aria ascetica. L’uomo per qualche istante non riuscì ad articolare parola, poi sforzandosi con evidenza e aiutandosi stringendo i pugni a proferir favella, riuscì a sillabare qualche parola.

«La cana».

La cana? Nel frattempo, si era affacciato in sala d’attesa il titolare, che aveva assistito divertito all’apparizione mariana e voleva togliere d’imbarazzo la collega.

«Mi sembra di capire che lei ha una cagna, magari non sta tanto bene…Vuole per caso che le facciamo un controllo?»

Un largo sorriso aprì il viso dell’estasiato gentiluomo che cominciò a scuotere il capoccione, approvando la sintesi del dottor Gardenia.

«Bene, può portare qui il suo cane?»

«Cana. No, non cammina più, non mangia, non beve, e parlando con dovuta decenza non va nemmeno di corpo.»

«Ah, e questo da quanti giorni?»

L’anziano compitò faticosamente sulle dita, perdendo il conto e ricominciando due volte da capo.

«Otto giorni!» Fu il responso finale.

«Ed è ancora viva, siamo sicuri?»

«Si si, mi guarda, come se volesse chiedere aiuto.»

«Mmm…E avete aspettato solo otto giorni, per aiutarla?»

Senza capire l’ironia, l’uomo scosse ancora la testa affermativamente.

«Si, quando uno ha un cane o lo tiene bene o è meglio che lo fa sparire!»

Disorientati dallo sfoggio di filosofia dell’uomo, i due veterinari non ebbero la prontezza di spirito di replicare. Si guardarono solo in faccia tra loro, e Alessandra chiese: «Forse è meglio che veniamo a visitarlo a casa, subito, credo che sia una cosa molto urgente, qual è l’indirizzo?»

«Giù a mare, dopo il cimitero. Villa Sora.»

La giovane professionista esercitava da poco in città ed il titolare non era nativo locale, per cui si guadarono di nuovo perplessi: «Lei ha una villa sul mare, complimenti, e l’indirizzo preciso?»

«Signorì, lo sanno tutti, scendete verso il cimitero e lì chiedete…Anzi, se volete venire con me, c’ho il trerrote qui fuori.»

La madonna chiese licenza di soprassedere alla visita domiciliare strattonando da dietro il camice del titolare e sgranando gli occhioni azzurri supplicanti, e fu salvata anche da Marisa, la quale intervenendo in suo soccorso, ricordò a tutti che c’era una chirurgia da svolgere in ambulatorio.

Come spesso accadeva, specialmente dopo un brutto episodio di aggressione che era successo un po’ di tempo prima, il titolare si incaricò personalmente di uscire per la visita domiciliare, cosa che in questo caso non gli dispiacque molto, perché il caldo sole di quella mattina di maggio invogliava alla passeggiata e poi la curiosità di vedere la villa dell’anziano contadino lo solleticava.

Dopo qualche parolina magica e qualche calcio bene assestato, riuscì a mettere in moto il vecchio ciclomotore, e in breve raggiunse il cimitero, che per il benessere dei cittadini vivi ed anche di quelli deceduti, si trova in riva al mare, con una vista mozzafiato sull’Isola di Capri.

In fondo alla stretta stradina lastricata di basalto che conduce al camposanto, seguendo le indicazioni del cliente, passò sotto un piccolo arco di pietra protetto da un cancello aperto, e si trovò, dopo aver superato campi e serre coltivati a fiori ed ortaggi, nel mezzo di una zona di macchia mediterranea sopravvissuta alla colata di cemento che negli anni ha ricoperto quella di lava del Vesuvio.

La strada vera e propria si trasformò in un viottolo di campagna che finiva bruscamente innanzi ad una staccionata in legno, chiusa malamente da un lucchetto arrugginito e sormontata da un cartello che ammoniva: “Divieto di ingresso agli scavi archeologici.”

Disorientato, il giovane professionista si guardò intorno vedendo in giro solo ginestre, mirto e una casa crollata e abbandonata. Dopo un po’ però udì un fischio che proveniva da dietro al cancello, seguito a breve dalla sagoma del contadino, che si avvicinava facendosi largo tra le frasche.

«Dottò, accomodatevi.»

E aprì il lucchetto, che con ogni probabilità non era quello di proprietà dalla sovraintendenza ai beni culturali, poi fece strada attraverso le rovine, fino ad una baracca malamente costruita a ridosso del muro esterno della villa di proprietà della Gens Julia, la quale suo malgrado offriva alla traballante costruzione anche la parete posteriore. All’interno della costruzione resistevano ancora alcune figure finemente affrescate da uno sconosciuto artista dell’epoca imperiale.

La veduta su Capri era strepitosa, ma lo sguardo del veterinario era attratto da un grosso cane bianco.

Il pastore abruzzese giaceva in mezzo a un prato che digradava verso il mare, riverso su un fianco, le quattro zampe rigide e la testa fortemente rivolta all’indietro, e si lamentava sommessamente. Il dottor Gardenia si avvicinò, e nonostante non fosse particolarmente delicato, il suo stomaco ebbe un moto di ribellione: l’odore di putrefazione impregnava l’aria, a causa di migliaia di grasse larve di mosche che fuoriuscivano dalle aperture naturali e da ascessi che si erano formati nelle zone vicine. Le schifose larve si contorcevano, disturbate dai movimenti dell’animale morente.

Il professionista, scioccato, guardò l’uomo con uno sguardo vacuo, indeciso se colpirlo subito con la borsa che teneva in mano o svenirgli tra le braccia, poi fece un paio di respiri profondi respirando con la bocca, dopo essersi turato il naso con un fazzoletto.

Si girò e fece per andarsene, ma fu rincorso dal padrone del cane con voce implorante: «Dottò dottò! Vi prego,fate qualcosa, salvatemi la mia Bianchina!»

Il veterinario continuò a camminare, poi arrivato a distanza di sicurezza sbottò: «Fino a tre giorni fa forse si sarebbe forse potuto salvarla. Una infezione dell’utero si cura con una facile operazione, ma a questo punto l’unica cosa da fare sarebbe quella di abbreviarle le sofferenze, sempre se trovassi il coraggio di avvicinarmi.»

Colpito come da uno schiaffo in faccia, che peraltro il dottor Gardenia gli avrebbe dato volentieri, l’uomo rimase basito per qualche istante, poi disse a bassa voce: «Darle la morte?  Non posso decidere da solo. Per questa cosa devo chiedere a mio padre.»

E si avviò senz’altro in direzione delle rovine.

Il veterinario dapprima lo guardò allontanarsi, contento di aver resistito alla tentazione di picchiarlo, ma poi sopraffatto dalla sua indole lo seguì, curioso di vedere il padre del vecchio, che a occhio e croce avrebbe dovuto essere ultracentenario. E poi il dottor Gardenia era attratto dalle rovine che sparivano verso la massicciata della ferrovia, la quale in maniera più che evidente, ne seppelliva ancora la maggior parte.

Il contadino si diresse zoppicando verso un cumulo di pietre, un luogo dove erano rimasti in piedi tre mozziconi di muro, che erano stati ricoperti da delle assi e richiusi da una rudimentale tenda. L’uomo scostò la tela e penetrò all’interno della piccola stanza ricavata negli scavi archeologici abbandonati. Qualche minuto dopo, dato che non si vedevano movimenti di sorta e vagamente preoccupato dalla piega che aveva preso la situazione, il giovane professionista si avvicinò alle rovine, e senza far rumore scostò un lembo della tela cerata: lo spettacolo che gli si presentò lo fece sobbalzare.

L’interno del cumulo di macerie era letteralmente tappezzato da santini, disegni e fotografie dell’immagine di Gesù che mostra il sacro cuore. Ogni immagine era accompagnata da un lumicino o una candela accesa, che illuminavano il tempietto con la loro luce tremolante, facendo trasparire al di sotto i finissimi affreschi con i quali in origine erano decorate le pareti ora diroccate. Un profumo di incenso permeava l’aria del santuario, e il veterinario per un attimo riuscì ad immaginare il corteo di vestali che offrivano doni e sacrifici a divinità dimenticate.

Al centro della cappella, il vecchio contadino pregava rivolto al cielo con le mani tese, e canticchiava una nenia sottovoce.

Il dottor Gardenia richiuse la tenda e si allontanò rapidamente facendosi il segno della croce, non perché fosse particolarmente devoto al Cuore di Gesù, ma per chiedergli di salvarlo da quello squilibrato cliente. Costui lo raggiunse dopo pochi secondi, affannato per la corsa sulle corte gambette.

«Allora, cosa ne pensa papà?»

«Mio padre dice che non si può far morire un essere umano, però il cane se soffre si può far addormentare. Non è peccato.»

La triste incombenza fu presto risolta con sollievo di tutti: Bianchina, padrone di Bianchina, padre del padrone di Bianchina, e veterinario. Quest’ultimo, con il respiro mozzato dalla tragica puzza e con lo sguardo pieno della bellezza del posto, fuggì subito dopo a bordo del suo motorino, respirando a pieni polmoni l’aria di mare.

Il sole e il vento di maggio, facevano lacrimare gli occhi al dottor Gardenia, intanto che il contadino eseguiva uno scavo profondo sulla riva del mare, dove avrebbe sepolto la sua Bianchina, probabilmente in compagnia di qualche anfora di età imperiale.

 

Lo scrittore Lucio Sandon è nato a Padova nel 1956. Trasferitosi a Napoli da bambino, si è laureato in Medicina Veterinaria alla Federico II, aprenso poi una sua clinica per piccoli animali alle falde del Vesuvio. Appassionato di botanica, dipinge,  produce olio d’oliva e vino, per uso famigliare. Il suo ultimo romanzo è La Macchina Anatomica, un thriller ambientato a Portici. Ha già pubblicato il romanzo Il Trentottesimo Elefante; due raccolte di racconti con protagonisti cani e gatti: Animal Garden e Vesuvio Felix, e una raccolta di racconti comici: Il Libro del Bestiario.

 

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Belle Ripiene , il teatro che fa dimagrire

NAPOLI – Al Teatro Augusteo venerdì 26 ottobre si terrà il debutto dello spettacolo Belle Ripiene – Una gustosa commedia dimagrante con protagoniste Rossella BresciaTosca D’AquinoRoberta Lanfranchi Samuela Sardo.

La commedia Belle Ripiene – Una gustosa commedia dimagrante di Giulia Ricciardi, scritta con Massimo Romeo Piparo, che ne firma anche la regia, rimarà in scena fino a domenica 4 novembre 2018.

Belle Ripiene è una piéce tutta al femminile, un esilarante spaccato di vita dove protagonisti del racconto sono il cibo e gli uomini: le donne amano mangiare, ma poi si costringono a infernali diete dimagranti, ci sarà un elemento in comune tra il loro rapporto col cibo e quello con gli uomini?

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Lo spettacolo è una gustosa, accattivante commedia “dimagrante” ambientata in una vera cucina, tra pentole e fornelli. Nei panni di Ada troviamo Tosca D’Aquino, Dada è Samuela Sardo. Ida invece è interpretata da Rossella Brescia e, infine, Leda da Roberta Lanfranchi.

Le quattro protagoniste di Belle Ripiene cucineranno delle vere pietanze, ognuna con la propria estrazione geografica dal Salento a Napoli, da Roma all’Alta Padana, e “accenderanno” un confronto sul loro rapporto coi rispettivi uomini e le rispettive più o meno realizzate esistenze.

Al termine di questo racconto … dimagrante toccherà al pubblico condividere con le attrici i piatti cucinati, ma non certo i loro uomini, che rimarranno relegati tristemente nella lista dei “cibi proibiti” dal dietologo dell’amore.

Con la consulenza enogastronomica dello Chef Fabio Toso e il patrocinio della Federazione Italiana Cuochi e Lube Cucine, lo spettacolo sarà anche un’occasione per gustare a sorpresa assaggi appetitosi e insoliti: appositamente per la commedia è stato creato lo Scrigno Belle Ripiene, un piatto a base di cime di rapa, guanciale croccante, pomodoro piennolo confit e fonduta di stracchino.

Belle Ripiene è prodotta da Il Sistina. Le scene sono di Teresa Caruso, i costumi di Cecilia Betona, le luci di Daniele Ceprani e il suono di Domenico Amatucci.

Giorni e orari spettacoli:

  • venerdì 26 ottobre ore 21;
  • sabato 27 ottobre ore 21;
  • domenica 28 ottobre ore 18;
  • martedì 30 ottobre ore 21;
  • mercoledì 31 ottobre ore 18;
  • giovedì 1 novembre ore 21;
  • venerdì 2 novembre ore 21; sabato 3 novembre ore 21;
  • domenica 4 novembre ore 18.

Costo dei biglietti: Platea  35 euro; Galleria 25 euro.

Informazioni sono disponibili sul sito del Teatro Augusteo o telefonando al botteghino: 081414243 – 405660, dal lunedì al sabato tra le ore 10:30 e le ore 19:30. La domenica dalle ore 10.30 alle ore 13.30

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