Italia. Elezioni, candidature e ‘Rosatellum’: si ripete la storia dello ‘Asino di Buridano’?

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Intra due cibi, distanti e moventi – d’un modo, prima si morria di fame – che liber uom l’un si recasse ai denti”. Con queste parole Dante Alighieri descrive, nella Divina Commedia, il paradosso dell’asino di Buridano.

Quest’ultimo, pur avendo a disposizione due balle di fieno, non sa decidere da quale delle due cominciare a mangiare e così finisce col morir di fame.

L’allegoria, antica e molto conosciuta, ha come morale di fondo il rischio che nella vita comporta l’indeterminazione e la titubanza nelle scelte da compiere.

Un caso di specie che ben si attaglia al particolare momento politico italiano, alla convulsa fase di presentazione delle liste per le prossime elezioni politiche di fine settembre. In verità, anche in passato, l’operazione non è mai stata facile ed “incruenta”, lasciando sul campo uno stuolo di aspiranti candidati delusi.

Tuttavia in questo particolare frangente la cosa assume connotazioni ancora più aspre e polemiche essendosi ridotto di un terzo il numero dei seggi da assegnare.

La cosa si fa ancor più complicata per il particolare e dannoso sistema elettorale scelto nella XVII legislatura allorquando, con un repentino cambiamento di posizione, quasi tutti i partiti, convinti sostenitori del maggioritario, vollero adeguarsi ad un criterio misto, metà maggioritario (collegi uninominali), metà proporzionale (collegi plurinominali).

E’ quindi ovvio che chi si candida nell’uninominale avrà il gravoso compito di doversi misurare con il territorio che costituisce il collegio elettorale, oggi reso ancor più vasto dal taglio delle poltrone, oltre che con gli altri candidati in campo.

Basta anche un punto percentuale in più oppure in meno per decretare la vittoria o la sconfitta dell’aspirante onorevole di turno.

Una condizione rischiosa e faticosa per tutti i concorrenti non essendoci, nella nuova e più vasta geografia territoriale, che poche certezze di poter vivere di rendita col consenso raccolto dal partito nel quale ci si è presentati.

Ben altra e più comoda la condizione per coloro i quali si candidano nei collegi plurinominali ove, si presume, saranno eletti, come per legge, coloro che siano stati collocati nel cappello di lista.

È di palmare evidenza che quanti occupano i primi posti saranno quasi certi di essere eletti sulla base dei voti raccolti dal partito e dei seggi a questi assegnati con il proporzionale.

Da questo fritto misto di legge elettorale, scaturisce un’ulteriore battaglia interna ai partiti su chi debba occupare le posizioni di vertice nelle liste, lasciando ai candidati nei collegi uninominali il compito di doversi misurare, fino all’ultimo voto, per assicurarsi l’ambito posto in Parlamento.

Insomma i classici nodi vengono al pettine allorquando si traduce in atto pratico l’applicazione di una norma elettorale insulsa, il cosiddetto Rosatellum, ambigua e con un diverso grado di difficoltà per i concorrenti.

A questo si aggiunga il nodo della riduzione dei seggi, voluta e sollecitata da quel Movimento Cinque Stelle che la propinò agli italiani come un rimedio ai privilegi della cosiddetta “casta”.

Un’enorme idiozia sotto molto punti di vista, eufonica per la massa dei qualunquisti, degli eversori del sistema parlamentare (preferito all’utopia pedestre di un regime assembleare permanente), degli odiatori di professione che, tramite web, riuscirono a diffondere quella opinione.

In un regime democratico parlamentare la riduzione dei seggi altri non è che la riduzione della rappresentanza del popolo sovrano nelle Aule ove si decidono le sorti della Nazione.

Refrattari a votare i referendum di riforma costituzionale, attraverso i quali si sarebbe soppresso il Senato e con esso la doppia e farraginosa approvazione delle leggi, costoro vollero creare un irrisorio risparmio con il taglio delle poltrone.

Un risparmio calcolato in qualche decina di milioni, innanzi ad una spesa pubblica di gran lunga più alta, nella quale la quarta voce di spesa è rappresentata dagli interessi che lo Stato paga sul finanziamento dell’enorme  debito pubblico accumulato in mezzo secolo di gestione governativa.

Peraltro la bocciatura del referendum, proposto dal governo Renzi, ha impedito di cancellare il Cnel e gli stipendi di oltre cento componenti del medesimo che hanno identiche retribuzioni (e prerogative) dei parlamentari!

Tutto questo nel mentre da anni giace inapplicato il piano dei tagli di Carlo Cottarelli (ora candidato dal Pd) di un centinaio di aziende  statali deficitarie e decotte.

Insomma molti asini  di Buridano, che non vollero scegliere un sistema elettorale omogeneo, né seppero approvare, laddove necessario, i tagli alla spesa improduttiva, rischiano di rimanere a piedi.

Chi è cagion del proprio male pianga se stesso…

 (di Vincenzo D’Anna, già parlamentare – Fonte: Cronache Agenzia Giornalistica – News archiviata in #TeleradioNews ♥ il tuo sito web © Diritti riservati all’autore)

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