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Varese. Uccide il figlioletto a coltellate e ferisce l’ex moglie * Messina: pistolate dallo scooter: un morto e un ferito grave

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Delitti e suicidi: notizie di cronaca italiana, dal nord al sud, spietata quanto assurda.

Davide Paitoni, 40 anni, magazziniere in una azienda di ferramenta del Varesotto, si stava separando dalla moglie, Silvia Gaggini, 36 anni.

Lui era alcolista e cocainomane, era finito ai domiciliari in casa del padre per avere aggredito con un taglierino un collega lo scorso 26 novembre, dopo una banale discussione.

Lei, dopo quattro anni di matrimonio, stufa dei continui maltrattamenti, aveva deciso di lasciarlo.

Il giorno di Capodanno, però, il Paitoni aveva ottenuto il permesso di tenere con sé il figlio, Daniele, 7 anni, come previsto da un accordo tra il suo avvocato e quello della donna.

Dopo averci riflettuto a lungo, decise che era arrivato il momento.

Preso a sé il bambino, lo portò in camera da letto, forse dopo averlo narcotizzato, afferrò un coltello e gli recise la giugulare con un colpo netto.

Poi nascose il corpo in un armadio, lasciando accanto un biglietto: «Mi dispiace papà, perdonami. Sono stato io. È colpa di mia moglie e gliela farò pagare. E poi mi ammazzo».

Il padre di Paitoni, anziano, mezzo sordo, in quel momento si trovava nella stanza accanto, ma non si accorse di nulla: non è escluso che Davide l’avesse sedato per neutralizzarlo.

Il parricida, prima di uscire di casa, gli mandò un messaggio vocale: «Ho fatto del male al piccolo, non guardare nell’armadio». Poi salì sulla sua Golf grigia, percorse un paio di chilometri e si presentò a casa di Silvia. «Scendi, ti ho riportato Daniele». Quando se la trovò davanti, sfoderò un coltello, diverso da quello con cui aveva ucciso il figlio, e la colpì al viso, all’addome e alla schiena. La donna si barricò in casa.

Furono i genitori di lei a chiamare i carabinieri. Cominciò così la caccia all’uomo. I militari del comando provinciale di Varese misero in campo tutte le forze, elicotteri compresi. Subito andarono a casa sua, dove trovarono il vecchio in stato confusionale e, dentro l’armadio, il corpo del piccolo Daniele. Soltanto alle cinque e mezza del mattino, i carabinieri intercettarono il fuggitivo. Si trovava dalle parti di Viggiù, al confine con la Svizzera, non lontano dal cimitero in cui è sepolta la madre.

Vedendosi accerchiato, innestò la retromarcia, speronò una gazzella e imboccò una strada senza uscita che finisce in un bosco, a Colle Sant’Elia. Lo scovarono in un capanno di cacciatori e cominciarono una trattativa. Lui uscì urlando, puntandosi il coltello alla gola e minacciando di uccidersi. I militari gli furono subito addosso, lo disarmarono e lo arrestarono (sabato pomeriggio in un appartamento nella piccola frazione Cuffia a Morazzone, vicino a Gazzada, in provincia di Varese).

Ora è in carcere a Varese, nella sua auto sono stati trovati un coltello e della cocaina; la moglie è ricoverata, ma non in gravi condizioni.

Giovanni Portogallo, 31 anni, e un amico di lui, G.C., 35 anni, stavano passeggiando per strada quando furono affiancati da un motorino con due persone a bordo. All’improvviso, il passeggero, tirò fuori un’arma da fuoco e iniziò a sparare. Portogallo e l’amico finirono sotto una scarica di proiettili.

Forse già feriti, provarono a scappare, ma la fuga durò pochi secondi. La seconda scarica li colpì in pieno.

Portogallo cadde a terra morto; G.C. fu raggiunto da un proiettile che gli si conficcò nel collo, sfiorando la carotide. Fu ricoverato in ospedale in fin di vita, e sottoposto a un complicato intervento chirurgico (ieri pomeriggio, in via Eduardo Morabito, intorno alle 14.30, nel rione Camaro San Luigi, a Messina).

«Il rione Camaro San Luigi è noto alle forze dell’ordine ed è considerato uno dei principali luoghi dello spaccio di sostanze stupefacenti nella città dello Stretto» [Leggo].

FONTE: 

(Fonte: Cronache Agenzia Giornalistica – News archiviata in #TeleradioNews ♥ il tuo sito web © Diritti riservati all’autore)

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