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La violenza accompagna le elezioni del 2 giugno: già 17 i candidati assassinati. L’appello della Chiesa al dialogo e alla pace

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Dal 2019 al 14 aprile 2024, in Messico sono state registrati 1.777 delitti, tra minacce, omicidi, attacchi armati, sparizioni e rapimenti contro persone che lavorano in politica, nei partiti, nei diversi livelli di Governo e nelle strutture istituzionali o amministrative da parte di gruppi della criminalità organizzata, avvenuti prima, durante e dopo i processi elettorali. Il 2023 è stato l’anno in cui è stato registrato il maggior numero di vittime di violenza politico-criminale, con 574 persone e strutture attaccate.

Insomma, a fare politica, in Messico, si rischia la pelle, letteralmente. A presentare questi dati è il rapporto “Entre balas. Entendiendo la violencia político-criminal en México” (“Tra gli spari. Per capire la violenza politico-criminale in Messico”), elaborato da tre soggetti: il centro studi México Evalua, Data Cívica, e la testata Animal Politico. Lo studio, presentato nei giorni scorsi, offre, in particolare, un aggiornato punto della situazione sugli omicidi e le minacce a candidati alle imminenti elezioni generali messicane, che si terranno il 2 giugno (si voterà non solo per le presidenziali, ma anche per il Parlamento, per i governatori di diversi Stati e per numerosi Comuni). “Finora nel 2024 abbiamo registrato 17 pre-candidati e candidati assassinati. Inoltre, quest’anno abbiamo registrato pre-candidati e candidati che hanno subito altri tipi di attacchi”, specifica il rapporto, con 4 casi di minacce, 4 di attacchi armati, 6 di aggressioni, 5 di sequestri. Gli Stati del Messico centrale si confermano come i più violenti. Il Guerrero guida la classifica degli Stati con il maggior numero di attacchi, con l’11,4%. Seguono Guanajuato, Veracruz e Oaxaca, che rappresentano il 38,2% di tutte le vittime registrate.

La violenza contro i candidati minaccia alla partecipazione. Una delle curatrici del rapporto, Sandra Ley, ricercatrice di México Evalua, spiega al Sir: “Nei confronti della politica, i gruppi della criminalità organizzata mettono in atto vari livelli di violenza. Il fenomeno è in crescita, come è dimostrato dagli oltre trenta candidati già attaccati. Nonostante siamo all’inizio della campagna elettorale, abbiamo già raggiunto la metà dei numeri delle precedenti campagne elettorali, e quelle cifre saranno alla fine quasi certamente superate”.

Tutto questo, riflette la sociologa, ha una conseguenza immediata: “La violenza inibisce la partecipazione, sia di coloro che sono disposti a candidarsi, sia dei votanti”. Insomma, a essere indebolito è il tessuto della democrazia, fin dalla base, tanto più che il rapporto documenta che in oltre tre quarti dei casi gli attacchi sono rivolti a personale politico e amministrativo a livello comunale, quello più vicino ai cittadini. “Ci preoccupa molto l’impronta che si crea all’interno della società in occasione ogni attacco”.

Come accennato, i livelli di violenza variano da Stato a Stato della federazione messicana, “ma tutte le zone del Paese sono coinvolte, nessuna è immune, e si stima che il 60% della popolazione del Paese sia, in qualche modo, coinvolta nella violenza”, aggiunge Ley, che spiega ulteriormente: “Dalla ricerca emerge che non ci sono partiti politici più o meno interessati alle violenze e alle minacce contro i politici, si tratta di un fenomeno assolutamente trasversale”. Difficile, invece, entrare nel dettaglio delle motivazioni delle violenze contro i politici, e in particolare i candidati, se si tratti di intimidazioni, di “regolamenti di conti”, o di crimini contro persone che non si piegano alla violenza e alle collusioni, numerose in Messico.

La Chiesa chiede a tutti i candidati “un impegno per la pace”. Il rapporto rivolge alla politica e alla società civile anche alcune raccomandazioni. Prime tra tutte, come afferma la ricercatrice, quella di “migliorare la rete che si oppone alla criminalità soprattutto a livello municipale” e di “rafforzare le istituzioni in modo complessivo, andando alla radice della violenza”.

Si innesta, qui, il grande sforzo che sta compiendo la Chiesa messicana, che ha avviato da alcuni mesi il Dialogo nazionale per la pace, promosso dall’Episcopato, dalla Conferenza di religiosi e religiose, dalla Compagnia di Gesù e dall’ufficio per i laici. Un’attenzione a tutto campo, che si sta rafforzando proprio in occasione della campagna elettorale. A spiegarlo, al Sir, il direttore esecutivo del Progetto nazionale per la pace, padre Jorge Atilano, gesuita. “Il contesto della violenza, in Messico, nonostante un lieve calo complessivo degli omicidi – afferma – continua a essere estremamente preoccupante. Le sparizioni sono in aumento, il controllo del territorio, dell’economia e della politica da parte dei gruppi criminali è asfissiante. Le collusioni, così come gli attacchi ai politici sono trasversali, e dipendono molto dai contesti locali. Di fronte a questo scenario, abbiamo promosso un’Agenda di pace da sottoporre ai candidati in vista delle elezioni del 2 giugno”.

L’agenda prevede, tra i punti più qualificanti, una reale protezione delle persone con incarichi politici, la stessa revisione del sistema elettorale, “soprattutto individua 14 possibili azioni locali, rivolte ai cittadini, ai giovani, alle scuole. L’idea è quella di passare dall’agenda nazionale a tante agende locali. Stiamo notando che la violenza provoca decomposizione sociale e al tempo stesso se ne alimenta”.

A tutti i candidati, dal piccolo Municipio alla presidenza della Repubblica, è stato chiesto di aderire a un dettagliato “impegno per la pace”. L’articolato documento sottoposto all’attenzione dei candidati è strutturato in sette azioni, e consiste in 117 iniziative volte a ridurre la violenza e l’insicurezza nel Paese. La priorità “è costruire e rafforzare il tessuto sociale”, così come il rafforzamento delle forze di polizia municipale.

Tra le misure proposte, da segnalare la richiesta di profonde riforme del sistema giudiziario e penitenziario, protezione adeguata gli adolescenti a rischio di reclutamento e di dipendenze, la promozione della sicurezza nei governi municipali, attenzione privilegiata alle persone scomparse, alla violenza contro le donne, ai migranti e alla promozione dell’autonomia dei popoli indigeni. Inizialmente, hanno aderito, sotto lo sguardo della presidenza della Conferenza episcopale messicana (Cem) i tre maggiori candidati alla presidenza del Messico, Xóchitl Gálvez (Fuerza y Corazón por México), Jorge Álvarez Máynez (Movimiento Ciudadano), Claudia Sheinbaum (Morena, Pvem e Pt). Ma l’impegno viene in questi giorni firmato anche da altri candidati governatori e sindaci, per esempio a Città del Messico, negli Stati di Morelos, Yucatán e Veracruz. “Sono contento, stiamo avendo molte risposte positive”, afferma il gesuita. Animando, così, alla speranza in uno scenario che appare ancora decisamente preoccupante.

 

*giornalista de “La vita del popolo”

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