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Festival di Sanremo. Fabris: “Noioso e moscio, segna la fine dell’impero di Amadeus”

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È arrivata la fine dell’Impero di Amadeus come deus ex machina del Festival di Sanremo? La domanda nasce scontata di fronte a una prima serata della 74ª edizione della kermesse canora, martedì 6 febbraio, la quinta nelle mani di Amadeus, che ha ottenuto uno share di tutto rispetto – il 65,01% -, ma ha offerto uno show senza mordente e senza colpi di scena. E le canzoni? Tutte molto ballabili, hanno quasi fatto pensare di stare guardando il Festivalbar invece che il Festival della canzone italiana. Ne parliamo con Adriano Fabris, professore di Filosofia morale e di Etica della Comunicazione all’Università di Pisa.

(Foto Siciliani-Gennari/SIR)

Professore, come le è sembrata la serata di ieri?

L’impressione quest’anno è che è un Festival noioso, moscio.

Quello che viene veicolato implicitamente o esplicitamente è proprio che questo è l’ultimo Festival della conduzione di Amadeus. Lo ha scritto Fiorello sul suo striscione: “Ama pensati libero… è l’ultimo”, battuta che ricordava la stola di Chiara Ferragni sulla quale un anno fa c’era scritto “Pensati libera”, frase che l’influencer aveva dedicato a tutte le donne. C’è un motivo, a mio avviso, per cui si sente questo esaurimento, un procedere stancamente nella sostanza: è il fatto che la formula di Amadeus di voler accontentare e interessare tutti, mettere di tutto di più – il gruppetto punk con la cresta e i Ricchi e poveri, Marco Mengoni e il rapper napoletano Geolier -, alla fine, è una scelta che genera un senso di sazietà e, in fondo, noia. Come in Occidente in cui abbiamo troppe opportunità e troppo da mangiare e alla fine, però, non siamo felici perché proprio l’abbondanza non ci consente di desiderare più, di andare oltre verso qualcosa di nuovo e di bello. Dunque, Sanremo è lo specchio della situazione in cui ci troviamo soprattutto nei nostri contesti occidentali: abbiamo tutto e ci annoiamo subito perché non dobbiamo combattere per avere niente. Amadeus è la “nostra grande mamma” che ci dà tutto, ma anche lui si è stufato di darci tutto e si vede!

(Foto: ANSA/SIR)

L’errore qual è?

Amadeus ha giocato in questi cinque anni sulla quantità, il voler dare tutto vuol dire dare tutto in quantità, tra l’altro questo è un Festival in cui di nuovo ci sono tre palcoscenici – l’Ariston, l’Aristonello, Piazza Colombo -, un quarto è la nave, c’è un’espansione del Festival stesso.

Il conduttore ha creduto di poter sostituire con la quantità la qualità. Perciò, in questo Festival viene trascurato, annegato, messo sotto traccia il bello: la bella canzone, la bella rappresentazione.

Anche la mamma di Giò Cutolo (ventiquattrenne musicista ucciso a Napoli per strada per una lite, ndr) è stata annegata in questa bulimia quantitativa.

Effettivamente anche quel momento, pur ricordando la tragica uccisione del ragazzo attraverso le parole toccanti e profonde della mamma, non ha funzionato in pieno: perché secondo lei?

Perché si è cercata l’emozione, si sono inquadrate le lacrime delle orchestrali, degli orchestrali e del pubblico, ma l’emozione è qualcosa di passeggero, finita una, se ne cerca subito un’altra, mentre lo stato d’animo ha il tempo di consolidarsi per richiamare a una ribellione civile, a un atteggiamento di vera condanna della violenza che si consolida nei nostri comportamenti, nei nostri modi di pensare. E quel momento ha dato l’idea di essere avulso dal resto perché in contrasto con i testi di alcune canzoni che abbiamo ascoltato in gara, con riferimenti alla morte e alla violenza, in qualche modo legittimata, che stridevano con quella violenza reale di cui è stato vittima Giò. Abbiamo sentito la pur bravissima Annalisa che canta: “Sto facendo un passo avanti e uno indietro / Di nuovo sotto un treno”. O ancora il gruppo punk “La Sad” che canta di suicidio con “Autodistruttivo” e c’è bisogno dei cartelli per far capire che il brano è contro il suicidio. Viene evocata una violenza che stride con il dramma vissuto dalla mamma di Giò, che ci ha raccontato la storia, purtroppo vera, di un ragazzo morto per un atto violento.

(Foto: ANSA/SIR)

Al di là dei testi, lo stile musicale scelto prevalentemente dagli artisti quest’anno in gara è di brani ballabili e adatti alle radio… Sembrava più il Festivalbar che il festival di Sanremo…

Sì, anche le canzoni con testi più seri, come l’Onda alta di Dargen D’Amico, presentano uno scollamento tra la musica e il testo. Nessuna canzone è stata messa nella condizione di essere davvero bella, neanche determinate rappresentazioni colpiscono più, tutto è stato scollegato e le scenette che ci sono state tra una canzone e l’altra sono state di una banalità assoluta, in un’atmosfera di normalizzazione in cui non c’è stato nessun tentativo di trasgressione.

Quest’anno non si cerca lo scandalo per fare audience?

Degli scandali, anche stupidi e scontati, che si erano cercati negli anni scorsi, nel 2024 non c’è neppure il minimo accenno o se c’è sono assolutamente innocui. I La Sad che provano a fare i punk con le creste e le lingue fuori lo fanno in maniera così casareccia che anche una nonnina li accoglierebbe nel suo salotto. La scena forse più osé era quella di Marco Mengoni e di Amadeus con le manette, scena che nella maniera più maliziosa poteva alludere a dimensioni sadomaso: questa ha rappresentato il massimo della trasgressione di questa prima puntata.

(Foto: ANSA/SIR)

E i “preser-bacini” di Mengoni che richiamava allo scandalo dell’anno scorso di Rosa Chemical con il bacio a Fedez?

Sì, ironizzava su quello che è avvenuto l’anno scorso ed è un punto da sottolineare: è un Festival ripiegato su se stesso, che ricorda il suo passato, che ritorna e ironizza sul passato, come con il materasso per rammentare il tentativo di suicidio sventato da Pippo Baudo. Insomma,

è un Festival che richiama se stesso, anche questo mi sembra un po’ una conferma che non si hanno idee per andare avanti.

Mi aspettavo l’unica vera novità che non c’è stata: la mucca Ercolina sul palco dell’Ariston, che è arrivata in città ma non è andata al Festival. Sarebbe stata l’irruzione di una realtà all’interno di questa dimensione autoreferenziale, ormai un rito stucchevole, che ci è stato proposto nella prima serata.

(Foto: ANSA/SIR)

Il pubblico, comunque, ha premiato Amadeus: la prima puntata del Festival è stata seguita da una media di 10,6 milioni di telespettatori con il 65,1% di share.

Dobbiamo stare a vedere cosa succederà da stasera in poi. Si deve anche dire che non c’è una forte controprogrammazione nelle altre reti nei giorni del Festival.

L’unico vero elemento che salva è Fiorello, è l’unico che ci fa ridere.

Quando entra lui si ride, ride anche Amadeus, forse fa anche gag impreviste, ma per ora è stato poco presente. Anche Ibrahimovic, dopo il suo siparietto con Amadeus, in prima fila è stato sorpreso dalle telecamere mentre stava quasi dormendo e un’altra volta sbadigliava.

(Foto: ANSA/SIR)

Professore, le è piaciuta la coreografia

Molti dicono che è magnifica, certamente ci sono tante luci, ma a me non sembra molto centrata né felice, non mi è piaciuta neppure la soluzione delle due scale.

(Foto: ANSA/SIR)

E cosa possiamo dire delle canzoni?

Sono prodotti furbescamente confezionati. Sono costruiti determinati personaggi e la canzone viene ritagliata sul personaggio del cantante.

(Foto: ANSA/SIR)

La classifica dei primi cinque cantanti più votati dai giornalisti vede, nell’ordine, Loredana Bertè, Angelina Mango, Annalisa, Diodato e Mahmood. Pensa che sarà sconfessata nelle prossime votazioni?

Me lo auguro, non la condivido. Non mi convince quella di Loredana Bertè, che meriterebbe un premio per la carriera, non è epocale né all’altezza delle altre quella di Mahmood, che comunque è bravo. È bella la canzone di una delle possibili vincitrici annunciate Angelina Mango. Poi ci sono Annalisa, Alessandra Amoroso e altri che sanno cantare e hanno presentato brani in linea con la tradizione della canzone italiana. Chiedendo anche in giro dei pareri sul Festival tutti mi hanno detto quello che ci siamo detti fin qui:

è noioso, è la fine dell’”Impero romano”, la fine dell’Impero di Amadeus.

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