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Speciale Oscar con “La zona d’interesse” e “Anatomia di una caduta”. In sala “Argylle. La super spia”

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Più che “outsider”, possiamo definirli le vere sorprese dei 96mi Academy Awards. Due film di matrice europea e per di più con la stessa attrice, l’eccellente Sandra Hüller. Sono “La zona d’interesse” di Jonathan Glazer e “Anatomia di una caduta” di Justine Triet. Il primo, Grand Prix speciale della giuria a Cannes76 e candidato a cinque Premi Oscar tra cui miglior film, regia e film internazionale (il “rivale” più insidioso per Matteo Garrone), è una discesa nelle pieghe del male, il racconto della Shoah, con una prospettiva spiazzante: l’esperienza del campo di concentramento di Auschwitz attraverso lo sguardo ravvicinato sul direttore del lager e la sua famiglia. Un’opera dura, cinica, agghiacciante, che rivela però la regia acuta e sofisticata di Glazer. Il secondo titolo è “Anatomia di una caduta”, il vero fuoriclasse della stagione: incoronato con la Palma d’oro a Cannes76, ha fatto incetta di premi ovunque e ora 5 candidature agli Oscar, tra cui miglior film, regia della Triet e protagonista Sandra Hüller. È l’analisi minuziosa, quasi un’autopsia, di un rapporto di coppia imploso, deragliato rovinosamente. Infine, al cinema dal 1° febbraio “Argylle. La super spia” di Matthew Vaughn: brillante e vorticosa spy-comedy che funziona soprattutto per il cast, in testa Sam Rockwell e Bryce Dallas Howard. Il punto Cnvf-Sir.

“La zona d’interesse” (Cinema, 22.02)

Nutrito e sempre più diversificato è il racconto cinematografico della Shoah, il cinema che si fa custode della memoria. Se fino agli anni ’90 il registro ricorrente è stato prevalentemente drammatico, raggiungendo uno dei suoi punti più significativi con “Schindler’s List” (1993) di Steven Spielberg, al crocevia del nuovo millennio si sono aggiunte ulteriori prospettive, aprendo anche all’umorismo gentile di respiro educativo. Tra i titoli più evocativi “La vita è bella” (1997) di Roberto Benigni e “Train de vie” (1998) di Radu Mihăileanu. Di recente, poi, è da ricordare “Jojo Rabbit” (2020) di Taika Waititi, che si è spinto, nel tracciato della commedia drammatica, sino ai confini dell’umorismo satirico. E poi è arrivato Jonathan Glazer, che ci offre uno sguardo “altro” sul dramma della Shoah con il suo folgorante “La zona d’interesse” (“The Zone of Interest”), da un romanzo di Martin Amis del 2014.
Glazer affronta uno dei simboli dell’orrore, il campo di concentramento di Auschwitz, non accedendovi mai. Decide di amplificare quanto sta accadendo lì osservando scrupolosamente il quotidiano della famiglia Höß, ovvero Rudolf, Hedwig e i loro cinque figli. Non una famiglia comune, ma quella del comandante del lager.

La storia. Polonia, Auschwitz. Incede senza sosta l’escalation di atrocità nel lager, ma al di qua del muro vige una strana calma. Lì è situata la villetta con giardino e piscina della famiglia Höß. Rudolf è impegnato in continui incontri con i vertici delle SS, pronto a fare pressioni verso la “soluzione finale”; a casa però si mostra come un padre vigile e premuroso. Con lui la moglie Hedwig, che non nasconde la propria soddisfazione per la rapida ascesa sociale della famiglia, soprattutto l’aver realizzato la casa dei sogni. Sullo sfondo, non si arrestano le urla strazianti dei deportati nel campo, insieme ai latrati dei cani e alle grida secche dei nazisti. Ma la famiglia Höß non sente niente, concentrata unicamente su se stessa, sulla sua “piccola” porzione di felicità…

(Zone Of Interest. Credit: Courtesy of A24 )

Jonathan Glazer firma un film duro e sorprendente. Colpisce lo spettatore con un racconto cinico e tagliente: mostra la miseria umana di una famiglia, in apparenza perbene, che però si rivela essere totalmente amorale e avaloriale. Nell’aspetto gli Höß sembrano il ritratto della genuinità, man mano che il copione prende vita si scopre però che la pacifica villetta con i suoi abitanti rappresenta la cabina di comando dell’orrore. Confinano con il lager, ma deliberatamente non si curano di quanto sta accadendo lì. Anzi, Rudolf lo sa benissimo, dato che spinge affinché si proceda senza sosta con camere a gas e forni crematori. Tanto è spietato nel dare ordini ai suoi sottoposti, quanto si sdoppia – in maniera patologica, inquietante – nel gioco di padre amorevole in casa.
Con “La zona d’interesse” Glazer svela con lucidità non solo la “banalità del male”, ma anche il suo cinismo sconfortante e tossico. Mostra il punto più basso, anzi più fosco, dove l’uomo si è saputo spingere, accecato da arroganza, egoismo e follia. Un film acuto, magnifico per regia, stile narrativo come pure per gli attori, gli ottimi Sandra Hüller e Christian Friedel. “La zona d’interesse” è un film da vedere, rivedere, condividere come proposta educativa per la custodia della memoria. Complesso, problematico, per dibattiti.

“Anatomia di una caduta” (Cinema)

La forza di un’idea e la potenza di una regia-scrittura. È il segreto del bellissimo film francese “Anatomia di una caduta” (“Anatomie d’une chute”) di Justine Triet, scritto a quattro mani con il compagno Arthur Harari, con protagonista un’intesa Sandra Hüller. Forte della vittoria della Palma d’oro a Cannes76, 6 Premi Efa, 2 Golden Globe e al momento 5 candidature agli Oscar, il film ha mostrato una straordinaria tenuta in sala, dallo scorso 26 ottobre.

La storia. Alpi francesi, in uno chalet immerso nella neve vivono la scrittrice di successo Sandra, suo marito Samuel, anche lui scrittore ma bloccato nella creatività, e il figlio preadolescente Daniel, ipovedente. La loro quotidianità precipita quando Daniel si getta dalla finestra e Sandra viene ritenuta responsabile della sua morte. Si apre un serrato e teso processo, che non risparmierà nulla anche al piccolo Daniel…

((c) LES FILMS PELLEAS – LES FILMS DE PIERRE)

“La mia intenzione – ha sottolineato la Triet – era quella di girare un film che raccontasse la caduta di una coppia. La discesa fisica ed emotiva di un corpo diventa il simbolo del declino della storia d’amore dei due protagonisti”. Più che il tema al centro del racconto di “Anatomia di una caduta”, a colpire, a renderlo sensazionale, è di certo il suo svolgimento in un sapiente accordo di regia e scrittura. Il film è tutto nella scrittura, così puntuale, accorta e serrata. La Triet ha firmato il film della carriera, quello che le ha garantito memorabilità e riconoscibilità internazionale. Acuta e tagliente è la sua disamina della relazione di coppia, condotta come una fredda dissezione di un cadavere in una sala d’autopsia: la fine di un amore, l’emergere di rivalità e conflitti sottaciuti, il rapporto con la scrittura che segue due direzioni differenti tra moglie e marito; e ancora la gelosia, la sessualità e la dimensione genitoriale. Una radiografia intima e al contempo un appassionante Courtroom Drama che la protagonista Sandra Hüller governa magistralmente. Per i temi declinati è spietato, ma per lo stile e la dinamica di racconto, gli sguardi di regia, “Anatomia di una caduta” è magnifico e geniale. Lascia il segno, tragicamente. Complesso, problematico, per dibattiti.

“Argylle. La super spia” (Cinema, 02.02)



Uno spy-thriller che abbandona presto il brivido a favore di un umorismo brillante. È “Argylle. La super spia” diretto da Matthew Vaughn (sua è la trilogia action “Kingsman”) che mette in pista un racconto giocato tra realtà e finzione, dimensioni destinate a collidere rumorosamente.

La storia. Stati Uniti oggi, Elly (Bryce Dallas Howard) è una scrittrice solitaria che sforna romanzi di spionaggio che si attestano subito come bestseller. Non ha legami a parte il gatto Alfie e i genitori, che però vivono lontano. All’improvviso si ritrova in un adrenalinico caso di spionaggio internazionale; a provare a salvarla (o incastrarla) è la spia Aidan (Sam Rockwell), dai modi grossolani e goffi…

(from left) Aidan (Sam Rockwell) and Elly Conway (Bryce Dallas Howard) in Argylle, directed by Matthew Vaughn.

Targato Universal Pictures e Apple Studios, “Argylle. La super spia” è una commedia ad alta tensione che gioca con le parodie di “James Bond”, “Mission: Impossible”, “Citadel” e di certo molto vicino al canovaccio “Kingsman”. La struttura narrativa è composita, ma anche un po’ caotica, lo svolgimento punta a fondere adrenalina con lampi di umorismo, anche se spesso si avvita in sequenze fracassone. Bene, e molto, gli interpreti soprattutto la coppia Sam Rockwell – irresistibile! – e Bryce Dallas Howard, che giocano in sintonia (attenzione ai numeri di danza, anche sulle note dei Beatles “Now and Then”). Per il resto è un simpatico giocattolone marcato d’azione, che si inceppa un po’ per eccessi e un uso esagerato della computer grafica. Peccato. Per gli appassionati, un titolo perfetto per l’evasione. Consigliabile, superficiale-semplice.

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