Un debutto napoletano, proiettato da un monitor all’interno di un’aula di giustizia del Tribunale partenopeo. Una prima volta da boss pentito, da gola profonda, possibile chiave di volta delle indagini in materia di affari e camorra. È questo il probabile sbocco giudiziario a distanza di un mese dall’inizio della collaborazione con la giustizia di Francesco “Sandokan” Schiavone, boss fondatore della mafia casalese. Il suo nome è stato infatti inserito nella lista testi del processo che si sta svolgendo a Napoli, dinanzi alla quinta sezione penale del Tribunale partenopeo (presidente Ciambellini), a carico di ex dirigenti Rfi e imprenditori che si occupavano di appalti per il rifacimento del manto ferroviario in Campania. Una mossa, quella della Procura, che risale a pochi giorni fa, che ufficializza e certifica anche da un punto di vista processuale il ruolo del boss pentito nel corso delle istruttorie condotte in questi anni sui rapporti tra clan, politica e imprese. Dunque, lunedì 22 aprile: in calendario c’è la nuova udienza del processo napoletano di Rfi, potrebbe essere la data dell’exploit dell’ex numero uno dei casalesi. Al momento si tratta di una possibilità. Non è detto che già in occasione della prossima udienza Schiavone verrà ascoltato, ma è anche logico pensare che il racconto dell’ex boss possa rappresentare un nuovo potenziale punto di forza nelle mani della Procura, da offrire al contraddittorio dinanzi al giudice, in processo nato alcuni anni fa. Una svolta che porta la firma del pm napoletano Graziella Arlomede, titolare delle indagini sugli appalti Rfi assieme al collega Antonello Ardituro (oggi in forza alla Dna guidata dal procuratore nazionale Gianni Melillo), che punta a chiarire una sorta di metafora che è stata tramandata nel corso degli ultimi trent’anni da una generazione all’altra: quella del «lievito madre», dei soldi sporchi messi negli anni Ottanta in soluzioni imprenditoriali che poi si sarebbero affermate sul territorio, facendo fruttare una rendita di origine criminale.

ROMANIA

Ma prima di entrare nel merito del possibile debutto di Schiavone pentito, conviene approfondire gli ultimi filoni investigativi condotti in questi mesi, che stanno disegnando traiettorie di rilievo internazionale, come per altro si conviene ad un clan radicato da trenta anni nel casertano e capace di dialogare con le mafie di mezza Europa. In sintesi, la Procura sta svolgendo verifiche sulla sortite in Romania anche recenti di Giuseppina Nappa, moglie dello stesso Schiavone. Sotto i riflettori finiscono alcuni viaggi verso Bucarest, ma anche gli scali in Turchia: viaggi che – anche in un recente passato – sono stati sempre autorizzati dal sistema centrale di protezione. Come è noto, Nappa è sotto protezione, in quanto madre del pentito Nicola Schiavone, e ogni suo spostamento viene rigorosamente monitorato. Ora tornano al centro dell’attenzione investigativa anche quegli spostamenti all’estero della donna, in alcuni casi accompagnata da stretti congiunti, che erano rimasti sullo sfondo delle indagini. Stando a quanto emerso finora, la donna si sarebbe recata in Romania per effettuare alcune terapie consentite nelle strutture termali di Bucarest e dintorni. Stesso discorso per altre mete dell’Est europeo, che ovviamente lasciano il discorso aperto in merito agli accertamenti di polizia giudiziaria. Inchiesta condotta a Napoli dai pm Simona Belluccio e Vincenzo Ranieri, che lavorano a stretto contatto con il procuratore aggiunto Michele Del Prete e con lo stesso procuratore Nicola Gratteri. Facile immaginare che sulla storia dei viaggi di Giuseppina Nappa la Procura abbia chiesto informazioni allo stesso Schiavone che, giusto ricordarlo, almeno fino a un mese fa è stato recluso in regime di carcere duro e potrebbe avere una conoscenza “filtrata” sugli spostamenti della moglie.

GLI APPALTI

Ma torniamo alla storia del processo in cui dovrebbe comparire il boss pentito. Nell’udienza del prossimo 22 aprile, l’imputato principale resta Nicola Schiavone (solo omonimo del figlio pentito di Sandokan), che in questo filone partenopeo è imputato per associazione per delinquere e una serie di reati fine. Secondo gli inquirenti napoletani, l’imprenditore Schiavone avrebbe costruito la propria carriera di manager grazie a investimenti resi possibili dai soldi del gruppo dei casalesi. Avrebbe fatto lievitare un tesoro criminale, poi ripulito in attività apparentemente pulite. Un discorso da sempre respinto da parte dello stesso Nicola Schiavone manager, come ribadito a margine dell’udienza dello scorso tre aprile a Santa Maria Capua Vetere. Difeso dai penalisti Caterina Greco e Umberto Del Basso De Caro, l’imprenditore ha avuto modo di spiegare: «Non rinnego l’amicizia antica con Francesco Schiavone e la notizia del suo pentimento non mi preoccupa. Siamo cresciuti assieme, le nostre case erano confinanti, i nostri genitori erano amici. Era nella coop creata da me all’inizio degli anni Novanta, Francesco faceva l’autotrasportatore, ci limitammo a un lavoro a Capri, poi la coop rimase senza sbocchi. Abbiamo preso strade diverse, io ho insegnato, sono stato all’Onu, poi ho fatto il manager: ora che si è pentito, lo invito a dire tutta la verità».

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