Rubrica “La luce in sala”/ In sala “Bones and All” di Luca Guadagnino

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Nasce una nuova rubrica “La luce in sala” (in contrapposizione al titolo di una rivista denominata “Il buio in sala”, per alludere alla luce dello schermo che quercia il buio in cui sprofondano gli spettatori), da me diretta e a cura del bravissimo Marco Palladino, che da sempre si occupa del rapporto tra filosofia e cinema. Per il primo numero, la recensione di ”Bones and All” di Luca Guadagnino

“Il filo rosso che intreccia le trame di Bones and All, l’ultimo film di Luca Guadagnino, è quello che il filosofo Paul Ricœeur chiamava “percorso del riconoscimento”. Il cannibalismo, in quest’opera, diviene cifra estetica e morale atta a designare i meccanismi che muovono le relazioni interpersonali. Le esistenze di Maren (Taylor Russell) e Lee (Timothée Chalamet) sono esistenze marginali, figurazioni del diverso, incarnazioni della marginalità intrinseca all’esistenza stessa, la sua ritrosia costitutiva a trovare una dimora, uno sguardo, una carne che possa chiamarsi casa.
Guadagnino, pur ponendo in campo il dilemma della libertà e della responsabilità ad essa connessa in qualche sparuto passaggio, sembra indugiare poco (come fa invece Sui Ishida tratteggiando la psicologia di Kaneki, il protagonista di Tokyo Ghoul, il quale, scoprendo la necessità ineludibile del suo istinto cannibale, vorrebbe strenuamente sottrarvicisi) sulla liceità etica della violenza. Il dilemma è subito sciolto: non v’è la libertà di sottrarsi alla ferocia dell’istinto. La marginalità cui conduce è una necessità. Non si sceglie la propria “fame” di vita. Si è gettati in un sentire irriducibile che governa ogni pensiero ed ogni azione. Come diceva Pietro Piovani, con una formula filosofica capace di sintetizzare il sentimento fondamentale dell’esperienza soggettiva, l’uomo è “il volente non volutosi”. Guadagnino, dunque, accentuando il carattere di gettatezza dell’io, preferisce scivolare su altri paesaggi concettuali. Questa fame di vita, violenta e divorante, traduce sul piano visivo l’impossibilità di ferire e di ferirsi. L’anima è una ferita nascosta che unisce i genito e figli. Solo l’amore – come dice uno dei personaggi del film – forse può salvare annullando la volontà pervicace di ridurre l’alterità al medesimo. Ritorna il tema schopenhuaeriano, esemplificato dal dilemma del porcospino, sul rispetto della giusta distanza, condizione trascendentale di ogni comunicazione esistenziale. Ma questo “percorso del riconoscimento” – di sé e dell’altro – richiede ai protagonisti di sondare i nervi della propria “ferita originaria”. Ognuno, sembra dirici Guadagnino, è il frutto di un vuoto d’amore che, famelicamente, agogna di essere colmato. Qui la felice commistione tra horror e dramma che unisce questo lungometraggio al suo antecedente, Suspiria, tocca le sue vette formali e narrative. Il regista, infatti, decide di mostrare, in tutta la sua crudezza, solo le deflagrazioni della violenza cannibale. Le scene d’amore, invece, sono appena accennate, come se restassero recluse in un mistero indecifrabile. I baci di questi amanti ai margini della vita non sconfinano mai nella furia erotica, ma restano come sospesi a mezz’aria, avvinti da un timidezza inconsueta. Anche quando, nell’icastica scena finale, la differenza sembra soccombere all’identità, all’Eros che si capovolge drammaticamente nel Thanatos, il paradosso dell’amore, l’essere uno e due al contempo, resta intatto. Guadagnino rinuncia a mostrare l’impossibile, l’unità assoluta di io e altro nella morte. Lo sguardo si ritrae, scivola nella visione di un ricordo. I due amanti, nel silenzio violaceo dell’alba, si abbandonano in un tenero abbraccio. È il ritorno della “differenza”, dell’intimità in seno all’estraneità. Due esistenze poste ai margini scoprono, nello spazio che unisce e separa la loro carne, di essere finalmente “centro”, “dimora” per la propria e per l’altrui sete di vita.

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