«I clienti vogliono che io rimanga, e io finché posso rimarrò» Maria Barberio, edicolante torinese

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«I clienti vogliono

che io rimanga,

e io finché posso rimarrò»

Maria Barberio,

edicolante torinese

Edicole

di Maurizio Crosetti

Robinson

I giornali arrivano presto, insieme al freddo frizzante delle cinque del mattino. Domenico apre la sua casa di carta, scarica gli scatoloni pieni di quotidiani da fascicolare con gli inserti e tutto, porge le rese, saluta gli spedizionieri e si cala il berretto di lana bene in testa. Il bar del mercato di piazza Madama Cristina è ancora chiuso, ma le luci bianche rimangono accese come a Natale anche adesso che è primavera. Tra poco ci faremo un caffè. Prima, però, Domenico Cane, 73 anni portati alla grande, giornalaio qui a Torino, deve sistemare l’edicola che è un po’ come arredarla ogni giorno. «L’ho comprata un paio d’anni fa, chi me l’ha venduta chiedeva 15 mila euro trattabili, tutto compreso, e infatti abbiamo trattato. Dieci anni prima l’aveva comprata per 90 mila euro». Giornali e giocattoli, pupazzetti e macchinine, palline di gomma, figurine normali e maxi, Cucciolotti e centravanti, Carnival e Bing, “Me contro te” e il vinile di Lucio Battisti, la penna igienizzante e gli occhiali per vedere da vicino a 10 euro e 99.

La Nuova Edicola Paradiso è un mondo complesso, residuale e mutante. Esiste, resiste. «Perché ne valga la pena dobbiamo arrangiarci, ma certo saprete quanti chioschi sono scomparsi o stanno morendo. Ora facciamo anche il ritiro pacchi a un euro, naturalmente portiamo i quotidiani e le riviste a domicilio, insomma tutto quello che serve per mettersi in tasca meno di 2000 euro al mese per dodici ore di lavoro al giorno. Se non ci fosse il mio amico Carmelo a darmi una mano, avrei già mollato anch’io. Pago 670 euro di affitto, qui dentro ci sono 10 mila euro di materiale e il distributore ha voluto subito la cauzione. Prima guidavo i pullman, poi con la pensione ho investito quello che avevo nell’edicola, anche per dare un lavoro a mio figlio che però ha preferito un impiego più tradizionale. Comunque, devo dire che mi diverto, le persone mi piacciono, il mercato è un posto vivo». Sono le otto. Sui banchi intorno all’edicola hanno ormai scaricato tutta la frutta e la verdura, il rumore dei camion frigoriferi è il basso continuo dell’orchestra umana. Bello ma strano. Come i giornali. Come tuffarsi dentro un passato che vibra e pulsa, però non c’è quasi più.Dalla zona di San Salvario a via Po, cuore della città. L’edicola di Maria Barberio si trova al numero 49, davanti alla farmacia, ed è una bizzarra scatoletta di ferro che vibra quando passa il tram. Gli scaffali entrano ed escono dall’incastro, scivolando nelle loro oliate corsie. Ogni mattina è una danza di vetrinette a scomparsa e non rimane libero neppure un centimetro quando Antonio, il papà pensionato di Maria, viene ad aiutarla a “slucchettare”: la messa in moto di una macchina fenomenale. «Ho 47 anni e sono qui dal 2008 – racconta Maria – però questa edicola la ricordo da sempre, fa parte del paesaggio. Per me è casa e ufficio, qui mi faccio il tè con i biscotti, pranzo e mi trucco, dentro ho portato tutto quello che mi occorre, cominciando dal pc che uso anche per i certificati anagrafici, uno dei servizi supplementari che ci siamo inventati per campare. Ormai è quasi un lavoro a cottimo».Di quali servizi si tratti, è scritto sulla locandina poggiata a terra. Titolo: “Non solo giornali”. Leggiamo dall’elenco: «Biglietti Gtt, ricariche telefoniche, pagamento bollette, ricariche gasatori, certificati anagrafici, bibite fresche, gadget». Con una postilla: «Gratis sorrisi, cortesia e consulenza». Anche Maria sorride tanto: «In pandemia ci siamo inventati lo Smile Pass, e la gente lo voleva davvero. Edicola vuol dire persone. Abbiamo il signor Traverso che lavora a Hong Kong e mi chiede di tenergli gli arretrati di Tex, poi passa una volta all’anno e se li porta via. Oppure il tizio che abita a Mirafiori e mi dice che là non ci sono quasi più edicole, e gli scoccia comprare il giornale all’Esselunga. Così si fa un giro in centro e scambiamo quattro chiacchiere».

C’è movimento, e frasi dette con quell’intonazione che si usa con gli amici. «A Natale, i clienti mi portano qualche pensierino e a volte trovo il caffè pagato al bar, il famoso “sospeso”. Mi sono inventata la stessa cosa per il giornale, un giornale sospeso: c’è chi ne paga uno in più per chi, magari, non lo comprerebbe. La mia edicola è in vendita da un anno: proposte, zero. Sono l’unica proprietaria di un’attività che non può stabilire il prezzo delle cose che vende, questo è un problema, e se volessi cambiare la destinazione d’uso, poniamo per vendere fiori anziché riviste, non potrei mica. E se per caso chiudo, devo smaltire il chiosco a spese mie come se fosse un frigorifero o un divano. Le pare giusto? Detto questo, c’è chi sta peggio». È mezzogiorno, passa papà con il pranzo. «Oggi piatto freddo: tacchino, mozzarella e pomodorini, ma ieri la mamma mi ha preparato la parmigiana. Come farei, senza di loro? E speriamo che il Comune non sposti mai la fermata del pullman, perché mi garantisce passaggio. I clienti vogliono che io rimanga, e io finché posso rimarrò».

Invece l’edicola di Livia ed Ettore è di quelle ottagonali, color verde scuro, storiche: alcune sono raffigurate in qualche dipinto dell’Ottocento. Siamo in via Carlo Alberto dove Livia Kiss, 61 anni, romena, vende giornali dal 2012 con il suo compagno che ha lavorato per una vita all’Einaudi. «Oggi ho 72 anni e la carta mi piace ancora tanto» racconta Ettore. Ma nelle parole c’è come un riverbero di solitudine, qualcosa di scoraggiato. «La crisi, la crisi… d’accordo. Però io credo che le cose comincerebbero a migliorare se cambiasse il sistema della distribuzione», fa lui. «Siamo pieni di cose che non si vendono, e magari non c’è quello che la gente chiede. Ci portano quintali di libri inutili che coprono e soffocano i libri belli. E poi i giocattoli: tanti sono baracchette che rimandiamo indietro. Apriamo alle sei e mezza del mattino e chiudiamo alle sette e mezzo di sera, orario continuato, anzi eterno». L’edicola come luogo di servizi, non soltanto un negozio di strada. «Per un po’ abbiamo venduto i biglietti del tram» racconta Livia, < anche se il margine di guadagno era ridottissimo. Però speravamo che questo spingesse le persone a comprare anche altro, che so, un giornale, una rivista, invece niente. Alla fine abbiamo lasciato perdere».

Eppure l’edicola “389E” è una delle più attive in città, all’incrocio delle strade che da via Roma conducono al Po. I palazzi barocchi raccontano un’epoca che non esiste. Bella ma perduta. Anche i calessi lo erano, e i telefoni neri in bachelite, e i grammofoni a tromba. «A me sembra che ci siano troppi vuoti nella filiera editoriale» dice Ettore. «Fino a poco tempo fa, se in magazzino chiedevi un arretrato ti arrivava il giorno dopo, adesso neanche rispondono alle mail. E il numero di copie dei giornali che ci danno viene stabilito in base al venduto, ed è un calcolo abbastanza teorico: altrimenti non rimarremmo senza quotidiani già alle due del pomeriggio, come a volte capita».

Eppure, oltre alle improrogabili necessità digitali e alle mille domande senza risposta, notiamo incrollabili certezze, oggetti leggendari e pressoché fuori dal tempo, ancora richiestissimi: le figurine dei calciatori, la Settimana Enigmistica. Cioè l’immortale “giuoco” del pallone, e i rebus e le sciarade contro la solitudine. Anche le romantiche edicole, in fondo, sono un enigma destinato ai solutori più che abili. Il futuro? Uniamo i puntini, qualcosa apparirà.

Maurizio Crosetti

FONTE:

Oggi

(Fonte: Cronache Agenzia Giornalistica – News archiviata in #TeleradioNews ♥ il tuo sito web © Diritti riservati all’autore)

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