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Una delle campagne elettorali più lunghe e inconcludenti sta per giungere al termine. Sabato 8 e domenica 9 giugno ci recheremo alle urne per eleggere i 705 rappresentanti del Parlamento europeo, di cui 76 italiani. Grazie alla intuizione di Altiero Spinelli e Ernesto Rossi – “per un’Europa libera e unita”- elaborata nel 1941 mentre erano internati nell’isola di Ventotene e successivamente, per il coraggio di altri uomini, fra cui Monnet e Schuman, prese avvio un processo di sviluppo politico economico e sociale che avrebbe unito tra di loro nazioni che in precedenza si erano combattute. Di queste elezioni si è iniziato a parlare fin dal giorno successivo alle politiche del 25 settembre del 2022. I partiti di maggioranza, con l’intento di replicare e consolidare quel successo che portò la Meloni ad assumere la guida del Governo; le opposizioni, per riappropriarsi di quel peso politico allora perduto. Purtroppo, se ne è parlato soltanto. Si è discusso e litigato su tutto -premierato, autonomia differenziata, ponte sullo stretto, corruzione e altro ancora – senza dire una parola su quello che l’Unione europea ha rappresentato e dovrà rappresentare per il nostro Paese, per gli altri 26 Stati che oggi la compongono e per quelli – tra cui Turchia, Macedonia, Montenegro e Serbia – che sono in lista per entrarvi. Silenzio su tutto! Si è taciuto, non solo sulla circostanza di avere trascorso uno dei periodi più lunghi di pace, ma anche sui benefici ottenuti dall’appartenenza all’Unione. A iniziare, tanto per ricordare i più noti, dalle famose “direttive” istituite il 25 marzo del 1957, in occasione della firma dei Trattati di Roma, che si prefiggevano di raggiungere, gradualmente, in tutti gli Stati comportamenti uniformi su diverse materie. A continuare con la moneta unica, la libertà di movimento di persone e merci, le opportunità di lavoro fruite da tanti giovani e professionisti che hanno fatto fortuna nei vari Paesi europei. Per finire con le rilevanti risorse ottenute dal nostro Paese con il Piano nazionale di ripresa e resilienza(PNRR). Non solo la nostra classe politica ha taciuto su tali aspetti ma, quando ha parlato di Europa, l’ha fatto in maniera confusa, se non addirittura, dannosa e ingannevole. Basti pensare che gli stessi partiti di governo utilizzano slogan fra loro in contraddizione: “Più Italia meno Europa” recita quello della Lega di Salvini; “Al centro dell’Europa” risponde quello di Forza Italia. Nessuna riflessione sulla necessità di rafforzare l’Europa per evitare di rimanere stritolati in mezzo a quello che, in aggiunta ai due fronti di guerra, accade nel resto del mondo e a quello che potrà accadere con le prossime elezioni negli Stati Uniti. Con l’aggravante che, nella compilazione delle liste, anziché puntare su candidati competenti, si è guardato al richiamo del loro nome. Una campagna elettorale, insomma, all’insegna della personalizzazione. Ma l’inganno ancora più grave è stato quello di candidare, come nel passato,chi già ora dichiara di non andare a coprire quel seggio. E tutto questo in barba al tanto sbandierato cambiamento. C’è voluta l’iniziativa delle Istituzioni europee e la voce autorevole dei nostri Vescovi per rimettere sui giusti binari il discorso sulle elezioni. Per richiamare i 370 milioni di cittadini sull’importanza di votare per preservare la democrazia, il Parlamento europeo oltre a presentare documentari sulle conquiste fatte e sulle prospettive future, ha lanciato lo slogan “Usa il tuo voto, non lasciare che gli altri decidano per te”. E, come a completare il discorso, i Vescovi Matteo Zuppi, presidente della Cei e Mariano Crociata,che guida la Comece ( commissione delle conferenze episcopali europee) hanno sottolineato che“Non andare a votare non equivale a restare neutrali, ma ad assumersi una precisa responsabilità, quella di dare ad altri il potere di agire, se non addirittura contro, la nostra libertà. L’assenteismo ha l’effetto di accrescere la sfiducia, la diffidenza degli uni nei confronti degli altri, la perdita della possibilità di dare il proprio contributo alla vita sociale, e quindi la rinuncia ad avere capacità e titolo per rendere migliore lo stare insieme nella Ue”.

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