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Attualità

L’ex boss Augusto La Torre sul pentimento di Sandokan: di Ferdinando Terlizzi

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L’ex boss Augusto La Torre sul pentimento di Sandokan: <<Caro compare Ciccio, questo è il momento di raccontare la verità nuda e cruda!>>

di Ferdinando Terlizzi

La scelta di collaborare da parte di Francesco Schiavone alias Sandokan, per molti è stata una
notizia scioccante, quasi come se Sandokan fosse un semidio, e non un essere umano come tutti gli altri.

Certo, non poteva mancare il commento del massimo esperto di mafia, camorra, ndrangheta e sacra corona unita, ma anche del narcotraffico messicano, Colombiano e così via, ovvero Roberto Saviano, e poteva Saviano esimersi dal continuare ad offendere l’intelligenza e la preparazione di illustri magistrati dell’antimafia

No, lui è l’unico titolato a sparare cazzate a raffica contro tutti e contro tutto, è l’unico capace di smentire se stesso nel medesimo discorso e di interpretare e reinterpretare le leggi vigenti pretendendo che perfino i più fini giuristi siano degli emeriti incompetenti.

Secondo il massimo esperto delle mafie, che è stato condannato più volte per diffamazione per aver raccontato falsità nel best seller Gomorra e non solo, è necessario comprendere se il “pentimento” di Sandokan sia reale o sia un escamotage per evitare l’ergastolo ostativo, visto che per i capi l’ergastolo ostativo equivarrebbe ad una condanna a morte.

Tralasciando la sua, a mio modesto parere, megalomania che lo porta a parlare come se fosse lui e non i magistrati dell’antimafia, magistrati preparati che da circa 30 anni studiano, analizzano e combattono la camorra e le sue varie ramificazioni e connivenze con altri poteri occulti e meno occulti, a condurre le indagini e a scoprire i reati dei mafiosi: <<sappiamo, abbiamo scoperto, ci è
dato sapere, vedremo cosa ci racconterà, e così via…;>>.

Parla come se fosse lui a interrogare i
pentiti e perfino ad arrestarli, senza rendersi conto che ha raccontato più fesserie lui che molti
pseudo pentiti che lui ha eletto a oracoli.
Il massimo esperto ormai non sa più da che parte schierarsi. Altro che camaleontico, è uno dei pochi romanzieri e giornalisti che riesce a trasmigrare da un partito o movimento ad un altro con una sfacciataggine che è tipica del suo personaggio.

Ed è sempre il solo ad essere garantista con pochi eletti che rientrano, per così dire, nella sua
ideologia e a trasformarli in “vittime” perché avversi ad uno schieramento politico al Governo,
destra, centro o sinistra che sia, ma puntuale ad essere il più peronista dell’era moderna quando si tratta di emettere sentenze contro chiunque non gli stia simpatico, e questo a prescindere dalla reale colpevolezza del suo bersaglio.

Da anni vengo additato da Saviano come il boss, falso pentito, con una Banca olandese mai trovata che voleva attentare alla sua vita e a quella di due magistrati della DDA.

Una bufala <<inventata>> per mera pubblicità e per ottenere scorte e visibilità, che ancora oggi
chiede giustizia, ma che difficilmente la troverà visto che nelle tremila e passa pagine dell’indagine vi è di tutto e di più e che a molti fa comodo che nessuno legga!!!

La sua fama di veggente e di bocca della verità è così diffusa che ormai anche le sentenze di
assoluzione o le archiviazioni disposte e decise da giuristi esperti e competenti per lui sono frutto di chissà quale complotto o corruzione, per lui i giudici e le sentenze non si commentano e non si criticano solo quando rispecchiano le sue previsioni largamente anticipate dai suoi articoli deliranti o quando non riguardano i suoi amici o iscritti al partito o movimento in cui in quella settimana sta aderendo.

Secondo il massimo esperto delle mafie nostrane e internazionali, Sandokan potrebbe emulare il sottoscritto, il quale, secondo il miglior analista del ventunesimo secolo, ha collaborato in maniera fittizia al solo scopo di evitare l’ergastolo e far uscire, in una manciata di anni, tutti i propri ex sodali. Come avrebbero fatto Antonio Jovine e Nicola Schiavone, sempre secondo il massimo esperto vivente.

Vorrei ricordare a Saviano che dal 2003 al 2020 il sottoscritto, per lui falso pentito, ha ottenuto 38
art. 8 L. 45/01 (lui non sa cosa sia l’art. 8, ma gli esperti sì) e quindi lui sta offendendo almeno 50
giudici di tribunali, corti di Appello e di Assise di Appello di Napoli, Roma e Salerno che hanno
reiteratamente riconosciuto l’attendibilità del sottoscritto.

Si badi bene, 38 artt. 8 L. 45/01 non li ha ottenuti mai nessun altro collaboratore italiano. Ma vi è di
più. Nessun altro collaboratore italiano che fosse finito nel tritacarne mediatico e nel mirino di
qualche P.M. come è accaduto a me sarebbe riuscito a dimostrare di essere attendibile, e di essere ancora vivo!! ma Saviano queste cose non le può raccontare, lui deve raccontare quello che gli fa comodo, e non solo a lui, e trasformare falsi pentiti in oracoli e nascondere i reati commessi da moltissimi “oracoli” quando erano sotto programma di protezione.

Ecco, questo è il giornalismo caro a Saviano e ad altri pennivendoli etero diretti: <<Distruggerne uno per motivi extragiudiziali, e coprire i reati di centinaia di pseudo pentiti che però hanno fatto comodo!!>>.

Avendo letto le moltissime interviste di Saviano, la domanda che da profano mi viene spontanea è la seguente: <<Se Antonio Jovine, Nicola Schiavone e altri pentiti a trucco (perché in soldoni è questo quello che sostiene Saviano) hanno omesso di riferire molti misteri e soprattutto non hanno svelato i rapporti con il mondo politico e finanziario, come mai hanno ottenuto i benefici premiali previsti dalla L. 16 nonies?>>.

È quasi ovvio pensare che i PPMM dell’antimafia che hanno gestito le collaborazioni dei predetti
pentiti siano stati, nel migliore dei casi, distratti per non dire altro.

Non voglio dilungarmi nello spiegare a Saviano e ai lettori cosa preveda la L. 16 nonies, come non
voglio dilungarmi nel chiarire cosa abbia sancito la Corte Costituzionale con la sentenza n.
253/20191 che di fatto ha abrogato l’ergastolo ostativo per tutti, e non solo per gli affiliati, per
tutti!!! Ma Saviano deve sempre da un lato stravolgere l’operato dei giudici della Corte
Costituzionale, della cassazione e di ogni altro grado e da un altro portare avanti la sua personale opinione che è appunto una opinione e non la verità assoluta.

Io sono stato un membro attivo sia del clan Bardellino sia del clan dei casalesi, e quindi, a
differenza di molti “esperti”, Saviano incluso, molte cose le conosco direttamente e molti uomini e donne le ho incontrate in prima persona, e senza menzionare i miei studi universitari, posso affermare di conoscere benissimo quel mondo, anche se le mie conoscenze sono ferme al 2003.

Non voglio parlare delle moltissime <<anomalie>> e gli attacchi vili da parte di alcuni pennivendoli eterodiretti che da anni riguardano la mia persona e la mia collaborazione, di questo ne parlerò – documentando tutto, nel prossimo libro.

Le domande che mi sorgono sono le seguenti:
1) Schiavone Sandokan, dovrà collaborare dopo 26 anni di detenzione e decine e decine di processi ormai irrevocabili, durante i quali lui stesso ha dichiarato che i pentiti mentivano. Cosa farà adesso, dirà la verità sui pentiti che -secondo le sue dichiarazioni spontanee- hanno dichiarato il falso, in primis sul proprio sul proprio cugino Carmine Schiavone o resterà in silenzio?

Cioè, dirà chi era veramente il cugino e quante menzogne ha raccontato ai magistrati o si conformerà alle sue menzogne?

2) se Carmine Schiavone era considerato da alcuni PPMM il capo dei casalesi, come lui stesso si autodefiniva, perché non sono stati scoperti i soldi al quale Saviano tanto tiene?

E perché i politici nazionali e locali e gli intrecci non sono stati scoperti con le collaborazioni di Carmine Schiavone, Dario De Simone, Quadrano Giuseppe, Antonio Jovine?

Allora sono tutti falsi pentiti?

E se sono tutti falsi pentiti perché solo il sottoscritto non ha ancora mai usufruito dei
benefici premiali e loro sì?
2) Sandokan racconterà gli affari gestiti assieme ai propri cugini stretti aventi lo stesso cognome
Schiavone e al cognato Natale? Racconterà la gestione dei comuni di Casal di Principe, Cancello Arnone, Castel Volturno, Aversa, Lusciano, Parete, San Cipriano, Villa Literno, ecc…?

Intendo dire accuserà i suoi parenti stretti che sono imprenditori e politici, quelli che per decenni hanno gestito gli appalti locali, provinciali e parte dei regionali?

3) Sandokan, si scuserà pubblicamente per aver più volte offeso tutti i pentiti asserendo che si
rotolavano nel fango?

4) Sandokan, avrà il coraggio e l’onestà intellettuale di smentire le false accuse rese da molti pentiti e far emergere la verità?
5) Sandokan, confesserà il duplice omicidio di due uomini di colore uccisi per sbaglio di fronte
all’Hotel Scalzone?

6) Sandokan avrà il coraggio e l’onestà intellettuale di raccontare la verità su Don Diana, la verità che lui ben conosce? Smentirà il cugino Carmine che di Don Diana disse cose che è prudente non ripetere, o sarà vago?

7) Sandokan, rivelerà la verità sull’uccisione di Enzo De Falco? Intendo dire la verità e non la
giustificazione data in pasto agli altri affiliati?
Ecco, queste sono le domande che mi pongo e per le quali voglio aspettare gli sviluppi prima di
sparare cavolate o congetture prive di valore.
Perché dopo 26 anni decide di pentirsi?

Ovviamente il vero motivo lo conosce soltanto lui e forse i magistrati della DDA che stanno
verbalizzando le sue dichiarazioni.

Una cosa però credo di poterla dire. Se Sandokan conserverà la sua autonomia di pensiero e il suo carattere forte, molti processi dovranno essere rivisti e molte condanne di innocenti dovranno essere annullate.

Lui sa perfettamente chi sono i collaboratori che hanno mistificato i fatti e per quale
motivo, come sa per quale motivo alcuni politici sono usciti indenni da molte accuse riscontrate
mentre altri con pochi indizi sono stati costretti a dimettersi e ad attendere decenni prima di essere assolti.
Quello che penso io? Anche se ha pochissimo valore, ma ha pari dignità di quelle di altri, penso che Sandokan stia rischiando di finire in un tritacarne che alla sua età difficilmente potrà far fronte.

Se opterà per raccontare la verità direttamente in sua conoscenza finirà per essere bollato come falso pentito o depistatore. Dunque, pur sperando vivamente che lui possa scegliere la via più difficile, ovvero quella di raccontare solo fatti realmente accaduti, senza omettere niente e senza salvare i veri colpevoli smentendo i falsi pentiti, temo che alla fine sceglierà per appecorarsi come la stragrande maggioranza dei pentiti che pur di uscire dal carcere si sono conformati a falsità e ad altre accuse senza esserne a conoscenza.

Personalmente, conoscendo <<compare Ciccio>> dal 1983-84, e avendone apprezzato sempre il carisma e la serietà, anche se ho sempre stimato molto di più Enzo De Falco, auspico per lui e per coloro che lo hanno stimato che possa chiudere la sua storia da uomo, e quindi che abbia il coraggio e l’onestà intellettuale di dire solo la verità che è in sua conoscenza diretta senza spaventarsi di
nulla e senza conformarsi all’altrui volontà. Se potessi guardarlo negli occhi gli direi:

<<Caro compare Ciccio, questo è il momento di raccontare la verità nuda e cruda!>>.

Purtroppo, però, temo che molti misteri e molti personaggi corrotti e collusi con le istituzioni
resteranno ignoti e che anche Sandokan potrà riferire solo quello che gli sarà concesso di fare,
diversamente finirà per essere definito un depistatore o peggio un falso pentito. Perché la
collaborazione con la giustizia, lo ripeto ormai da anni, segue logiche politiche e quello che accade
durante i 180 giorni della stesura del verbale illustrativo e successivamente nei reparti adibiti alla gestione dei collaboratori, è qualcosa di vergognoso per uno Stato di diritto come l’Italia.
Buona fortuna compare Ciccio, adesso ci vogliono gli attributi, perché a sparare sono capaci tutti, ma restare intellettualmente onesti e sfidare il potere, è cosa da pochi.

Augusto La Torre (*)

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L’opera di Augusto La Torre è un viaggio avvincente e inaspettato
di chi, dall’odissea delle carceri e dal buio della camorra, rinasce magistralmente
dalle proprie ceneri con l’arma della cultura e ci accompagna
in un exursus profondo ed esaustivo della nascita ed evoluzione della criminalità
organizzata, un viaggio narrato da chi l’ha vissuta sulla propria
pelle ma con la ferma volontà di chiudere con il proprio passato bevendo
al calice della sapienza. Il lettore scoprirà la “buona notizia”, a partire
dal male commesso dall’autore. Non si tratta di persone di serie B, ma di
un uomo che pur essendosi macchiato di crimini più o meno gravi, ha
vissuto sofferenze e difficoltà ed adesso chiede alla società e al lettore
ascolto e comprensione per potersi rialzare e reinserire nelle normali relazioni
sociali.
Dalla civiltà etrusca, per le stradine sassose dell’antica Italia sempre
più romanizzata e insanguinata, in un evolversi brutale fatto di piccole
realtà locali di devianza sociale e di violenza embrionale, fino alla
più romantica età borbonica dove regna quel brigantaggio dal sapore di
cappa e spada in una Napoli dei gendarmi a cavallo tra piazze e mercati,
tra musica e voci quale sfondo di fuorilegge che han fatto la storia di leggende
e proverbi nel tesoro immortale del folklore popolare, si giunge
poi alla figura avvincente e antica del guappo, qual sceriffo di quartiere
nonché capo temuto e indiscusso, che popola tuttora la canzone e il teatro
partenopeo, un camorrista elegante e un eroe sfrontato, un giustiziere
classico e un rubacuori conteso dalle donne più belle che delinea
meglio le gerarchie criminali gettando le basi a quella che poi sarà la malavita
organizzata di Raffaele Cutolo, il professore del celebre caffè di De
Andrè, che ha fatto della camorra un’istituzione con regole ben precise,
ruoli definiti e gerarchia solida, un camorrista e un intellettuale che ancora
oggi divide l’opinione pubblica e incuriosisce cantautori, sceneggiatori
e criminologi di tutto il mondo, un uomo e una mente alla quale
bastava uno sguardo e una stretta di mano perché di parola ne aveva una
sola.
Infine il viaggio si conclude con Cosa Nostra, quell’Onorata Società
nata con la coppola e la lupara ma che ha saputo evolversi con menti
sopraffine volte al male, fino ad uscire dai confini nazionali e toccare le
coste americane, e la camorra casertana, i temuti casalesi sui quali si scri-
vono fiumi d’inchiostro tra inchieste e sceneggiature, romanzi e musica
drill, i capi che hanno fatto del riciclaggio e della Terra dei Fuochi un triste
marchio di fabbrica, l’autore si sofferma in particolar modo sulle figure
di Mario Iovine e Antonio Bardellino, due boss della cosiddetta
camorra “mafizzata”, quella realtà criminale costruita sul gioco di squadra,
sulle alleanze giuste, sugli affiliati più spietati, una struttura piramidale
e orizzontale che si è fatta spazio tra meritocrazia sanguinaria e
strategie belliche, tra ambizione violenta e dominio del territorio, tra
processi storici ed omicidi efferati, riciclaggio e industrializzazione, due
boss e due menti, due mondi e due storie intrecciate, due capi alla pari a
cui tutto e tutti facevano riferimento ed ogni azione di natura criminosa
o economica era eseguita senza fiatare, due uomini al comando tra ammirazione
degli affiliati e timore dei clan avversari, due boss che hanno
fatto della cosiddetta famiglia la propria roccaforte territoriale sulla
quale costruire le proprie vittorie tinteggiate di sanguigno. Una camorra
casalese che ha ucciso don Giuseppe Diana, una camorra che spesso in
quelle zone non è stata l’Antistato, ma era dentro lo Stato e le Istituzioni.
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(Fonte: Cronache Agenzia Giornalistica – News archiviata in #TeleradioNews ♥ il tuo sito web © Diritti riservati all’autore)

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