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Rifugiati. Ungaro (Unhcr): “Rifugiati in aumento a causa delle guerre. In Italia non c’è emergenza”

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Sono 114 milioni nel mondo le persone che secondo una stima dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr) sono scappate dai propri Paesi per colpa di guerre, crisi umanitarie, condizioni di insicurezza inondazioni e siccità. Sul totale delle donne, uomini e bambini in fuga, solo 422mila raggiungono l’Italia. Il nostro Paese “sta facendo molti sforzi soprattutto nella prima recezione”, spiega al Sir il portavoce dell’Unhcr, Filippo Ungaro. “Certo, ci sono ampi margini di miglioramento, parlo soprattutto di una più efficace capacità di salvare vite umane nel Mediterraneo, sistema che deve avere una connotazione europea; della disponibilità dei posti per i minori non accompagnati e tante altre azioni per rendere efficace e dignitosa l’accoglienza”. Ma è sull’integrazione che “si gioca la sfida principale”, secondo il portavoce perché “se gestita e umana” può fare la differenza nell’accettazione delle persone che ospitano.

Gli ultimi conflitti che sono scoppiati intorno all’Europa hanno mutato gli spostamenti delle persone dai loro Paesi di origine?
La guerra e l’incapacità della comunità internazionale di garantire pace e sicurezza hanno una diretta conseguenza sull’aumento del numero dei rifugiati e delle persone sfollate. Secondo un nostro calcolo si tratta di 114 milioni nel mondo, una cifra record cresciuta di 4 milioni da giugno ad oggi. L’aumento è la diretta conseguenza dei conflitti in Ucraina, Sudan, Repubblica democratica del Congo e Myanmar di cui spesso si parla pochissimo, e di altri eventi, quali la siccità e le inondazioni, le condizioni di insicurezza in Somalia, la crisi umanitaria prolungata in Afghanistan. I conflitti rubano il futuro e costringono le persone ad abbandonare le case. Del conflitto fra Israele e Palestina non sappiamo ancora se avrà una conseguenza sul numero totale. In generale i conflitti aumentano e aumenta anche la durata dei conflitti. Tanto è che le persone in fuga rimangono nei campi profughi anche per intere generazioni, come sta accadendo per i Rohingya scappati dal Myanmar e rifugiati in Bangladesh dove vivono da decenni nel campo di Cox’s Bazar. È molto importante sottolineare che su 114 milioni di persone in fuga nel mondo il 75% rimane nei Paesi a medio o basso reddito e che molti non superano i confini internazionali.

L’Italia che quota di rifugiati accoglie?
Sul totale, il numero delle persone che arrivano non può costituire un’emergenza. Al momento le persone costrette a fuggire e che vivono in Italia sono 422mila. Sicuramente dopo lo scoppio della guerra in Ucraina abbiamo avuto un’emergenza perché una massa di persone scappava. Ma ora non siamo più in quella fase. Anche se gli arrivi via mare e via terra rispetto allo scorso anno sono aumentati in alcuni mesi anche del 50% non siamo di fronte a un’emergenza. Quest’anno sono arrivati 151mila dal Mediterraneo, non tutti sono richiedenti asilo o hanno diritto alla protezione internazionale. La maggior parte proviene da Tunisia e Libia mentre via terra le persone provengono da Afghanistan, Bangladesh e Pakistan. In Afghanistan siamo di fronte a una situazione drammatica: quelli che riescono a scappare dopo viaggi molto lunghi e difficili delle volte non ricevono la protezione internazionale perché alcuni Paesi europei ritengono l’Afghanistan un paese sicuro dopo la fine ufficiale del conflitto. In Italia invece dipende dalla situazione del singolo individuo. In generale, l’Italia si sta impegnando molto e sta tenendo nella prima recezione. Ciò che va fortemente migliorato è l’integrazione delle persone che fuggono e che ricevono protezione internazionale.

Nel nostro Paese è difficile ricevere lo status di rifugiato?
L’Italia in linea generale ha un buon sistema. La domanda dello status è individuale così come l’analisi. Le commissioni sono diverse e possono funzionare anche molto bene ma i tempi possono differire da città a città. Una volta ottenuto il riconoscimento, la sfida resta l’integrazione e quindi una maggiore facilitazione dei processi di chi è in fuga. Sull’integrazione si gioca la sfida principale perché una integrazione gestita e umana fa la differenza nell’accettazione delle persone che ospitano. L’Unhcr sta lavorando molto insieme ai comuni, in particolare in sei municipalità (Torino, Milano, Roma, Bari, Napoli e Palermo) con cui abbiamo firmato la Carta dell’integrazione ovvero un memorandum che vuole facilitare i processi di integrazione dei richiedenti asilo, creando degli spazi comuni multifunzionali. In seguito, i sei comuni condivideranno le esperienze migliori per creare una cultura dell’integrazione più diffusa.

Anche i vicini europei sono alle prese con l’integrazione. Quale modello potrebbe essere un buon esempio?
Non esiste un modello unico né semplici ricette che possano essere tirate fuori dalla tasca e implementate dall’oggi al domani per risolvere tutti i problemi. L’integrazione è una sfida complessa ma se vogliamo vivere una in una società aperta, dove ognuno può dare il proprio contributo, questa sfida va accettata pienamente. Credo sia importante cercare di smettere con una narrativa del rifugiato che porta solo guai. Molte delle persone in fuga hanno dei talenti, delle capacità e delle competenze che possono fare un gran bene alle società integranti. Credo esistano almeno tre buoni motivi per integrare: uno etico e morale, perché sono persone che scappano da guerre e violenze, uno legale e poi uno di opportunità perché, come altri Paesi, l’Italia ha problemi demografici.

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