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Se le organizzazioni internazionali vanno all’angolo

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Il 26 giugno del 1945, durante la cerimonia di fondazione dell’ONU (Organizzazione delle Nazioni Unite) il Presidente statunitense Truman dichiarava: «La carta delle Nazioni Unite che state firmando è una struttura solida sulla quale possiamo costruire un mondo migliore. La storia vi onorerà per questo». A distanza di quasi ottant’anni, quel “sogno” inseguito da tre grandi della storia – Roosevelt, Churchill e Truman –mostra tutta la sua fragilità. Al termine della seconda guerra mondiale, i 51 stati fondatori – oggi aderiscono alle Nazioni Unite 193 Stati del mondo su un totale di 206 – si impegnarono a gestire collettivamente le grandi sfide mondiali. Di fronte ai tanti conflitti irrisolti, le Nazioni Unite appaiono, oggi, inadeguate a perseguire quella nobile missione. Non solo riguardo ai due più vistosi conflitti in atto – quello russo-ucraino e oggi quello in medio oriente – ma anche per tutte le altre guerre -Somalia,Sudan, Afghanistan, Iraq, Siria e altre ancora –che si combattono in ogni parte del mondo. Si deve, allora, prendere atto del fallimento dell’Onu? Il presidente della Repubblica parlando lo scorso 26 ottobre ai giovani funzionari di un programma congiunto tra Italia e Nazioni Unite, ha detto che l’Onu non va criticato, ma rafforzato, anche perché“si dimentica che la capacità dell’Onu dipende dalla disponibilità degli Stati membri”. Ed è proprio questa disponibilità che, nel tempo, è mancata. È bastato,infatti,il veto di uno solo dei cinque membri permanenti del Consiglio di sicurezza (Cina, Francia, Russia, Regno Unito e Stati Uniti) per bloccare qualsiasi risoluzione “sostanziale”. Lo si è visto in occasione dell’invasione dell’Ucraina quando, per il veto di uno dei “Cinque”, l’ONU non ha potuto mai negoziare la fine delle ostilità. Lo si sta riscontrando ora nel medio oriente, dove per le divergenze fra i “Grandi” si trovano difficoltà per ottenere il “cessate il fuoco” e per liberare gli ostaggi e soccorrere i feriti, molti dei quali bambini. E nemmeno le sentenze per crimini di guerra , riescono a dissuadere le parti in causa dal bombardare, indiscriminatamente, ospedali,abitazioni e civili. Anche il diritto internazionale,come si vede, è ridotto alla stregua di una tigre di carta!Dallo scorso 7 ottobre tutti gli occhi del mondo sono fissi sulla Striscia di Gaza, con la conseguenza che il dramma dell’Ucraina è come caduto nel dimenticatoio. Come avvenne per l’aggressione russa, anche ora per il medio oriente, tornano le domande sulle cause del conflitto,sulla possibile durata e soluzione e,principalmente, sulla individuazione dei colpevoli. La pubblica opinione, allora, spaccata fra i pro e contro Putin, è divisa oggi fra i pro-israeliani e i pro-palestinesi. Mentre riemerge,in varie parti del mondo, quell’odioso virus dell’antisemitismo che sembrava archiviato definitivamente. Se è vero che l’attuale conflitto è stato causato dall’attacco sferrato dai terroristi di Hamas a cittadini inermi, è anche vero che siamo in presenza di un conflitto fra arabi e israeliani, conosciuto come “questione palestinese”,che si trascina da oltre 70 anni. Neppure gli accordi di Oslo del 1993, che registrarono,sostanzialmente, il reciproco riconoscimento fra Israele e l’Autorità Nazionale Palestinese, sono riusciti a porre fine al conflitto. Forse perché israeliani e palestinesi non sono stati assistiti adeguatamente dalle Organizzazioni Internazionali. In medio oriente, come peraltro, tra Russia e Ucraina, l’obiettivo della pace non può essere affidato solo alle parti belligeranti. Oriana Fallaci nel suo libro“Le radici dell’odio”, a proposito del conflitto israeliano-palestinese, si esprimeva così: “da una parte ci sono gli arabi e dall’altra gli ebrei, sia gli uni che i secondi combattono per non finire. Se vincono gli arabi sono finiti gli ebrei; se vincono gli ebrei, sono finiti gli arabi. Dunque chi ha ragione, chi ha torto, chi scegli?».Qui non si vuole cancellare la storia e neppure sminuire le responsabilità che si porta dietro Israele per le sue politiche intransigenti e belligeranti. Ma mentre nelle piazze si manifesta, scegliendo di stare “o di qua o di là”,c’è chi ha scelto di stare dalla parte delle vittime, di tutte le vittime.

(Fonte: AgenSIR – News archiviata in #TeleradioNews ♥ il tuo sito web © Diritti riservati all’autore)

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