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Attualità

“Tutankhamon”, in una mostra a Napoli, storia, vita e tesori del faraone egizio più conosciuto al mondo

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La città di Napoli presso Castel dell’Ovo, dal 23 ottobre ha accolto la mostra “Tutankhamon, viaggio verso l’eternità”, e tuttora è possibile recarsi presso il sito per visitarla ed immergersi grazie ad un percorso specifico, in un viaggio straordinario tra storia, archeologia e tecnologia per mostrare la vita e i grandi tesori di quello che fu uno dei più grandi faraoni egiziani. Inoltre, grazie alla realtà virtuale, si potrà rivivere lo straordinario ritrovamento della sua tomba. La mostra comprende 60 reperti autentici provenienti dalla collezione egizia del Museo Archeologico di Firenze e circa 100 repliche ufficiali (Ministero delle Antichità Egiziano) degli oggetti più importanti del tesoro di Tutankhamon che fanno da cornice a questa incredibile mostra che sta affrontando un tour mondiale.
Ma quali sono le cose che rendono Napoli simile all’Egitto?
Non tutti sanno che la città di Neapolis strinse contatti con le più antiche civiltà della storia, perfino con quella egizia. Napoletani ed Egizi hanno in effetti, ad un occhio più attento, tantissimo in comune. Molte sono infatti le cose che la città della Magna Grecia prende in prestito da quella sorta sulle sponde del Nilo.
Basti pensare alle innumerevoli attestazioni nel corso del II secolo a.C. del culto di Iside a Neapolis, che fanno supporre con ampia ragionevolezza l’esistenza di un tempio dedicato alla dea all’interno delle mura urbiche.
È provato che il culto delle divinità egizie sia penetrato a Neapolis assai precocemente, così come a Pozzuoli e Pompei, Santa Maria Capua Vetere e Benevento già alla fine del II secolo a.C.
Lo stretto rapporto che intercorre tra le città costiere campane e il più importante Scalo commerciale Marittimo, l’isola di Delo, in cui sono state ritrovate epigrafi di campani (puteolani e neopolitani) praticanti culti egizi sul finire del II secolo a.C., (ad esempio l’epigrafe di un neopolitanos, Apollonios di Dioscourides, che dedicò ad Anubis una stella marmorea) testimonianza come l’isola di Delo sia stato un importante viatico di trasmissione culturale oltre che commerciale.
La presenza stanziale in città di una florida colonia di alessandrini è ulteriormente attestata da fonti letterarie ed epigrafiche che la collocano nella regio Nilensis, l’attuale vico degli Alessandrini (piazzetta Nilo), la cui toponomastica è rimasta invariata anche in epoca medievale. Nei suoi pressi fu trovato il basamento del primo secolo d.C. con iscrizione dedicatoria a Iside da parte di un personaggio di rango senatorio, tale Marco Opsio Navio, che conferma l’esistenza di un Iseo risultante dal sincretismo tra Apollo, che all’epoca era divinità Patria cittadina, ed Horus-Arpocrate.
Inoltre i cittadini napoletani sono ancora fortemente legati alla statua del dio Nilo, anche nota come “Corpo di Napoli” , collocata nella omonima piazzetta. Lo storico umanista Bartolomeo Capasso la descrive acefala già dal XV sec. e per tale motivo erroneamente associata alla sirena Partenope, per la presenza di lattanti sul ventre. Solo in seguito si è compreso che si trattava del dio Nilo, grazie all’identificazione degli elementi tipici della sua iconografia: la cornucopia, simbolo della piena del fiume, portatrice di abbondanza, la sfinge ed il coccodrillo, tipici del paesaggio nicotico, e i latitanti, simbolo degli affluenti del fiume.
La statua poi fu integrata con la testa di un uomo barbato, come si ipotizza fosse rappresentato il dio fluviale.
Al culto isiaco cittadino deve ricollegarsi la statua di Iside del Museo Archeologico Nazionale di Napoli, la cui funzione culturale è indubbia. Inoltre il ritrovamento di altri immagini di Iside ( ad esempio Iside-Fortuna, custodita al MANN o la Iside-Pelagia da Posillipo) testimoniano la presenza capillare del culto isiaco a Neapolis, sia dentro che fuori le mura della città. Molte sono anche le attestazioni di materiale Egizio di tipo isiaco di generica provenienza e ritrovamenti sporadici o fuori contesto di materiale decorativo di tipo egizio, in particolare nella zona inquadrata tra via della Selleria, a sud-est della regio Nilensis, che potrebbero essere correlati ad un tempio dedicato ad Antinoo.
Ed ancora alla dea Iside è dedicata la sezione egizia del Museo del Sannio, presso il Museo Arcos di Benevento, che racchiude i reperti provenienti dal tempio beneventano della dea, costruito dall’imperatore Domiziano tra l’88 ed il 98 d.C. con materiali provenienti direttamente dall’Egitto. La qualità e la quantità di questi reperti testimoniano che questo tempio fu uno dei più importanti luoghi di culto nel Mezzogiorno, dedicati alla dea.
Tra i siti archeologici più interessanti, Inoltre, si annovera il Macellum di Pozzuoli, più noto come Tempio di Serapide, un ampio mercato adiacente il porto della cittadina flegrea. Nel 1750, durante la campagna di scavo borbonica, fu trovata una statua del dio egizio Serapis e per questo fu impropriamente ritenuto un luogo di culto dedicato a questa divinità, protettrice del mondo sotterraneo e custode di ogni sorta di fecondità, particolarmente quella della terra. Solo durante gli scavi di inizio Novecento si scoprì la reale destinazione del sito: una vasta area rettangolare, che si sviluppava su due livelli, attorno alla quale si concentravano numerose attività di scambio. Il ritrovamento della statua del dio Serapis, il cui culto fu introdotto ad Alessandria d’Egitto dal re Tolomeo I Lagide, è ulteriore attestazione della profonda commissione di culti e culture in terra campana.
Tracce di questa Antica commistione tra culti autoctoni e orientali sono testimoniati, inoltre, dalla presenza di amuleti sacri di attribuzione egizia o egittizzanti, introdotti in Campania dall’VIII secolo a.C. in poi come oggetto apotropaico prima e scaramantico poi: si tratta di scarabei, pendagli semilunati, le statuette di Arpocrate o la mano “impudica”, che in Egitto erano infilati tra le bende durante le fasi delle mummificazione e in Campania, deposti insieme al corredo personale nelle tombe prearcaiche e arcaiche di bambini e madri, durante il rito della tumulazione.

(Fonte: DeaNews – News archiviata in #TeleradioNews ♥ il tuo sito web © Diritti riservati all’autore)

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