«Non può esserci giustizia/ dove c’è abuso. E non può esserci rieducazione dove c’è sopruso» Mario Draghi

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 Diritti di Mario Draghi

Prefetto di Caserta, Capo del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, Provveditore Regionale, Garante Nazionale dei Diritti dei Detenuti, Dott.ssa Palmieri, Ma soprattutto la comunità delle carceri,

Oggi non siamo qui a celebrare trionfi o successi, ma piuttosto ad affrontare le conseguenze delle nostre sconfitte.

Venire qui oggi significa guardare da vicino, di persona per iniziare a capire.

Quello che abbiamo visto negli scorsi giorni ha scosso nel profondo le coscienze degli italiani. E, come ho appreso poco fa, ha scosso nel profondo la coscienza degli agenti della polizia penitenziaria che lavorano con fedeltà in questo carcere.

Sono immagini di oltre un anno fa.

Le indagini in corso ovviamente stabiliranno le responsabilità individuali.

Ma la responsabilità collettiva è di un sistema che va riformato.

Il Governo non ha intenzione di dimenticare.

Non può esserci giustizia dove c’è abuso.

E non può esserci rieducazione dove c’è sopruso.

La Costituzione Italiana sancisce all’Articolo 27 i principi che devono guidare lo strumento della detenzione: “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”.

La ministra Cartabia parlerà su questo principio fondamentale e presenterà delle proposte che sosterrò con convinzione, anche a nome di tutto il Governo.

A questi principi deve accompagnarsi la tutela dei diritti universali:

Il diritto all’integrità psicofisica, all’istruzione, al lavoro e alla salute, solo per citarne alcuni.

Questi diritti vanno sempre protetti, in particolare in un contesto che vede limitazioni alla libertà.

L’Italia è stata condannata due volte dalla Corte europea dei diritti dell’uomo per il sovraffollamento carcerario.

Ci sono migliaia di detenuti in più rispetto ai posti letto disponibili.

Sono numeri in miglioramento, ma sono comunque inaccettabili.

Ostacolano il percorso verso il ravvedimento, ostacolano il reinserimento nella vita sociale, obiettivi più volte indicati dalla Corte Costituzionale.

In un contesto così difficile, lavorano ogni giorno, con spirito di sacrificio e dedizione assoluta, tanti servitori dello Stato, in primis la polizia penitenziaria, che in grande maggioranza rispetta i detenuti, rispetta la propria divisa, rispettano le istituzioni.

Vorrei anche dire che gli educatori assicurano le finalità riabilitative della pena.

I mediatori culturali assistono i carcerati di origine straniera.

I volontari permettono molte delle attività di reinserimento.

A voi, ai vostri colleghi in tutta Italia, e al corpo della polizia penitenziaria nel suo complesso, va il più sentito ringraziamento del Governo e il mio personale.

La detenzione deve essere recupero, riabilitazione.

Gli istituti penitenziari devono essere comunità.

E dobbiamo tutelare, in particolare, i diritti dei più giovani e delle detenute madri.

Le carceri devono essere l’inizio di un nuovo percorso di vita.

L’Italia, questo Governo, comunità di Santa Maria di Capua Vetere, vogliono accompagnarvi.

Grazie. Mario Draghi

 

Riforme di Marta Cartabia

Saluto la direttrice Elisabetta Palmieri, il comandante Egidio Giramma e tutto il personale che presta servizio in questo istituto.

Saluto tutti i detenuti e un pensiero particolare per tutti coloro che in questo luogo hanno subito atti di ingiustificabili violenze e umiliazioni.

Ringrazio il Presidente del Consiglio che ha condiviso con me il desiderio di visitare il carcere di Santa Maria Capua Vetere, dopo la pubblicazione delle immagini dei gravissimi fatti accaduti fra queste mura poco più di un anno fa.

Mai più violenza nelle carceri europee, ha commentato il Commissario europeo Didier Reynders. Mai più violenza! Lo abbiamo detto con forza e lo ripetiamo anche qui: quegli atti sfregiano la dignità della persona umana, che la Costituzione pone come vera pietra angolare della nostra convivenza civile. Il carcere è un luogo di dolore, di sofferenza. Il carcere è un luogo di pena, appunto. Ma non sia mai un luogo di violenza e umiliazione. La pena non sia mai “contraria al senso di umanità”: sono le parole dell’art. 27 della Costituzione, che ci auguravamo di poter dare per acquisite per sempre e che invece oggi e ogni giorno dobbiamo continuamente riconquistare. Presidente, la Sua presenza qui è più eloquente di mille parole. E dice che ciò che accade nelle carceri riguarda tutti. I problemi delle carceri sono problemi di tutto il Governo, di tutto il Paese, non solo di un settore dell’amministrazione della giustizia, né tanto meno di un solo istituto penitenziario. La Sua presenza dice che di quei problemi vogliamo farci carico. Non siamo qui per fare un’ispezione. Non è questo lo scopo del nostro essere qui. Naturalmente occorre far luce fino in fondo su quanto è accaduto fra queste mura il 6 aprile del 2020: ma questo compito spetta all’autorità giudiziaria e alle indagini amministrative disposte dal Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, perché nulla resti in ombra ed emergano tutte le responsabilità. Siamo qui perché i gravissimi fatti accaduti richiedono una presa in carico collettiva dei problemi dei nostri istituti penitenziari, affinché non si ripetano atti di violenza né contro i detenuti, né contro gli agenti della polizia penitenziaria o il personale. Non basta condannare l’accaduto, occorre rimuoverne le cause più profonde e creare condizioni ambientali per cui tutto ciò non si ripeta e la pena sia sempre più in linea con la finalità che la Costituzione le attribuisce. Siamo qui per dire che i vostri problemi sono i nostri problemi. Siamo qui, perché quando si parla di carcere, “bisogna aver visto”, come ci ricordano le celebri parole di Piero Calamandrei che sapeva bene cosa significasse la vita del carcere. Occorre aver visto. Personalmente ho visitato e visto più volte. Ma volevo tornare a visitare, dopo questo durissimo anno di pandemia che ha esasperato la vita nelle carceri italiani. Volevo tornare con Lei Presidente, che di fronte all’accaduto ha mostrato subito non solo sdegno e sensibilità, ma, secondo un tratto che La contraddistingue, determinata volontà di fare, di affrontare i problemi nella loro concretezza. E allora ripartiamo dai fatti concreti e da una fotografia autentica della realtà penitenziaria. La prima considerazione è che la pandemia – che al momento dei fatti stava investendo tutto il Paese – ha fatto da detonatore di questioni irrisolte da lungo tempo. E, in questo istituto, la pandemia ha provocato anche la morte di un agente della polizia penitenziaria, l’assistente capo coordinatore Salvatore Spagnuolo. Il primo e più grave tra tutti i problemi è il sovraffollamento. Sovraffollamento significa spazio dove è difficile anche muoversi, dove d’estate, come abbiamo sperimentato anche oggi, si fa fatica persino a respirare. Una condizione che si traduce in difficoltà nel proporre attività che consentano alla pena di favorire, nel modo più adeguato, percorsi di recupero dei detenuti. Anche a Santa Maria Capua Vetere, le presenze superano di un centinaio il numero massimo: su una capienza di 809 posti, 905 sono i detenuti presenti. Oggi a questo problema occorre far fronte con una strategia che operi su più livelli: strutture materiali, interventi normativi, personale, formazione. Anzitutto le strutture materiali. Per quanto riguarda l’edilizia, nell’ambito dei fondi complementari al PNRR, è stata prevista la realizzazione di 8 nuovi padiglioni. Tra gli istituti sui quali dovranno insistere le nuove costruzioni, c’è anche Santa Maria Capua Vetere, insieme a Rovigo; Vigevano, Viterbo, Civitavecchia, Perugia, Ferrara e Reggio Calabria. Qui, l’intervento di ampliamento è previsto in un’area verde non attrezzata e fino ad ora non utilizzata. È un ampliamento che riguarda tanto i posti disponibili – le camere – quanto gli spazi trattamentali: questo è un aspetto su cui abbiamo corretto precedenti progetti. Nuove carceri, nuovi spazi, non può significare solo posti letto. La costruzione del nuovo padiglione va di pari passo con gli urgenti interventi di manutenzione di questa struttura. Sussistono tuttora, nonostante interventi già in atto, criticità relative all’impianto idrico e all’impianto termico. Vivere in un ambiente degradato di sicuro non aiuta l’impegnativo percorso di risocializzazione e rende ancor più gravoso il lavoro di chi ogni mattina supera questo cancello per svolgere il suo lavoro. Per il triennio 2021-2023, abbiamo già previsto circa 381 milioni per le ristrutturazioni e l’ampliamento degli spazi. Si tratta di fondi ordinari, a cui contiamo di aggiungerne altri che risultano iscritti nello stato di previsione del Ministero delle infrastrutture. Ma l’altro piano fondamentale – come dicevo – è quello normativo. Il pacchetto di emendamenti in materia penale, approvato dal Consiglio dei Ministri la settimana scorsa, prevede anche un uso più razionale delle sanzioni alternative alle pene detentive brevi. Occorre correggere una visione del diritto penale incentrato solo sul carcere, per riservare la detenzione ai fatti più gravi. La Costituzione parla di “pene” al plurale. La pena non è solo carcere. Senza rinunciare alla giusta punizione degli illeciti, occorre procedere sulla linea, che già sta generando molte positive esperienze, anche in termini di prevenzione della recidiva e di risocializzazione, attraverso forme di punizione diverse dal carcere – come, ad esempio, i lavori di pubblica utilità. In questo, un ruolo fondamentale è svolto dai giudici di sorveglianza. Ritengo che sia anche giunta l’ora di intervenire sull’ordinamento penitenziario e sull’organizzazione del carcere. La presenza oggi qui, mia e del presidente del Consiglio, sancisce un impegno a lavorare in questa direzione. Nel frattempo, però, la vita di tutti i giorni all’interno dei 190 istituti penitenziari reclama da parte nostra risposte immediate e indifferibili. Occorre rimediare alla grave diminuzione del personale che si è verificato nel corso degli anni, provvedendo immediatamente a nuove assunzioni e, possibilmente, incrementare l’organico della polizia penitenziaria, senza dimenticare gli educatori, i dirigenti e tutto il personale, anche dell’esecuzione penale esterna. Le scoperture di personale sono significative per tutte le categorie. I concorsi in atto e quelli già programmati non saranno sufficienti nemmeno a coprire il turn over. Presidente, le chiedo a nome di tutta l’amministrazione penitenziaria un’attenzione a questo problema, che ha raggiunto soglie di elevata gravità: la carenza di personale sovraccarica di ulteriori responsabilità quello in servizio e lo sottopone a condizioni di stress, se non a situazioni di rischio. Servono anche finanziamenti per la videosorveglianza capillare e per le attrezzatture specifiche degli agenti. Servono però – ed è quel che considero l’aspetto ancora più qualificante – più fondi per la formazione permanente. Dobbiamo investire molto di più nella formazione, per tutto il personale e, in particolare, per quello della Polizia penitenziaria. Essa svolge un compito complesso e delicatissimo, anche se la sua attività non è del tutto conosciuta. Oltre all’esercizio della tradizionale funzione della vigilanza e della custodia, la Polizia penitenziaria raccoglie anche il compito di accompagnare il detenuto nel percorso rieducativo, come vuole la nostra costituzione. Vigilare e accompagnare. Vigilando redimere, dice il vecchio motto del corpo. Occorre fermezza e sensibilità umana e, soprattutto, altissima professionalità per svolgere un compito tanto affascinante quanto difficile. Il lavoro in carcere non può essere lasciato all’improvvisazione o alle doti personali. Lo ripeto, occorre la formazione. Tanti altri, Presidente, sono i problemi del carcere: il tempo della pandemia ha posto l’accento sul tema della salute e, soprattutto, lo abbiamo visto insieme, della salute mentale.

Caro Presidente, bisognava vedere e oggi abbiamo visto insieme. Insieme, ora spetta a noi trasformare la reazione ai gravissimi fatti qui accaduti in un’autentica occasione per far voltare pagina al mondo del carcere.

Marta Cartabia

 

 

Mattanza

coordinamento editoriale e testi di Carlo Bonini

la Repubblica

Il 6 aprile del 2020, nel chiuso della casa circondariale “Francesco Uccella” di Santa Maria Capua Vetere, si consuma quella che un’inchiesta giudiziaria, quattordici mesi dopo, definirà «una ignobile mattanza». Almeno trecento agenti della polizia penitenziaria, molti dei quali affluiti da altre carceri della Regione, si accaniscono su decine di detenuti inermi, colpevoli, nelle ventiquattro ore precedenti, di aver inscenato una rumorosa protesta (non l’unica in quei giorni nelle carceri italiane, dove saranno tredici i detenuti a perdere la vita e 200 i feriti) chiedendo misure di prevenzione contro l’epidemia di Covid che ha raggiunto l’istituto. È una spedizione punitiva. Una rappresaglia che deve mettere in chiaro chi comanda tra le mura di quel penitenziario. Una bastonatura di massa che serva da lezione. E che risponde al criterio raggelante del colpirne uno per educarne cento. Come in un calco del canovaccio già battezzato, esattamente vent’anni prima, nei giorni del G8 di Genova, e, di lì in avanti, riproposto in ogni storia di abusi commessi da appartenenti ad apparati di sicurezza dello Stato, il copione prevede che di quella macelleria, che contempla la sospensione temporanea di ogni garanzia costituzionale, vengano costruiti a tavolino i posticci presupposti formali che ne giustifichino a priori, e a posteriori, non solo le ragioni ma, soprattutto, le conseguenze sui corpi delle vittime (i detenuti). Violate nella loro dignità e integrità fisica. In un caso, private della vita.

Una catena di falsi, costruiti dalla polizia penitenziaria e asseverati come veri dalla sua catena di comando amministrativa locale, deve accreditare una narrazione da consegnare alla distrazione, superficialità e cinismo dell’autorità politica (l’allora ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede) e amministrativa (l’allora direttore del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, Francesco Basentini), perché, a sua volta, accrediti – come farà – di fronte al Parlamento e dunque al Paese, che quel 6 aprile del 2020 nel “Francesco Uccella” null’altro è accaduto se non (come si legge nella risposta scritta del governo presentata il 5 novembre 2020 a un’interrogazione) una «perquisizione straordinaria all’interno del reparto Nilo per una doverosa azione di ripristino della legalità». Una catena di falsi bloccata soltanto grazie a chi ha continuato a fare il suo dovere: il garante Samuele Ciambriello, il giudice di sorveglianza Marco Puglia, la procuratrice Maria Antonietta Troncone, il procuratore aggiunto Alessandro Milita, le sostitute Daniela Pannone e Alessandra Pinto, i carabinieri di Salerno. Se oggi sappiamo, lo dobbiamo a loro. Quella ricostruzione è – come ormai sappiamo e come documenteranno le immagini riprese dalle telecamere a circuito chiuso del carcere (di cui qui potete vedere degli estratti) e le testimonianze delle vittime – un oltraggio alla verità e alla Costituzione repubblicana, una calunnia nei confronti di innocenti. È la prova che, a distanza di vent’anni da Genova, la bestia che alberga nella pancia e ne lla cultura di una parte degli apparati dello Stato attende solo il momento propizio per potersi svegliare. Che oltre le mura delle nostre carceri accada che si possa cessare di essere considerati esseri umani per diventare «vitelli». Sì, «vitelli da abbattere», come annotano le chat degli agenti coinvolti nel pestaggio. Per questo abbiamo deciso di riavvolgere il nastro di questa storia. Per farvene sentire direttamente le voci. Eccoli, dunque, i «vitelli». Ecco il mattatoio in cui sono stati massacrati e che, in quel 2020, il governo del Paese non seppe o non volle vedere.

 

ATTO I

La protesta

5 aprile 2020, domenica delle Palme. Ore 19.35 Servizio del Tg regionale Rai della Campania

«È stato trasferito all’ospedale Cotugno, Paolo Ruggirello ex deputato dell’Assemblea regionale siciliana. L’uomo, originario di Trapani, era detenuto nel carcere di Santa Maria Capua Vetere per associazione mafiosa. Si tratta del primo caso accertato di Covid-19 all’interno di un istituto penitenziario della Campania».

5 aprile 2020. Ore 19.40 Casa circondariale “Francesco Uccella” di Santa Maria Capua Vetere. Allora è vero. L’ha detto la televisione. C’è un malato di Covid nel carcere. La voce circolava dalla mattina, ma adesso lo conferma il telegiornale regionale della Rai. Al reparto “Tamigi”, dove si trovava Ruggirello prima del trasferimento in ospedale, e anche al “Volturno”, sono agitati e preoccupati. Lo sa anche il magistrato di sorveglianza, Marco Puglia. Alle 7.23 del mattino è stato svegliato da un messaggio su Whatsapp del comandante della polizia penitenziaria interna, Gaetano Manganelli. «Temo possibili tensioni tra i detenuti per l’allerta Covid», lo ha avvertito. Un altro messaggio nel pomeriggio, alle 15.37. Un aggiornamento. «Malcontento anche al Volturno…». Nel corso della giornata, la paura si prende anche il terzo degli otto padiglioni in cui è diviso il carcere, quello più affollato (370 detenuti sistemati in 8 sezioni, di cui due riservate a chi ha problemi mentali e ai tossicodipendenti sotto trattamento farmacologico) e che prende il nome dal fiume più lungo del pianeta Terra. Il “Nilo”. La casa circondariale si trova in mezzo alla campagna, al sesto chilometro della statale che collega Santa Maria Capua Vetere e l’area industriale di Teverola. Da lì a Casal di Principe, la “capitale” dal clan dei Casalesi, si impiega un quarto d’ora in macchina. È aperta dal 1996 e ospita un migliaio di detenuti. A vigilare sulla struttura il ministero della Giustizia ha destinato 485 poliziotti della Penitenziaria, 42 amministrativi, 8 educatori (3 in meno di quelli previsti). Otto i reparti: Tamigi, Volturno, Tevere, Senna (alta sicurezza femminile), Semilibertà, Accoglienza, Danubio e Nilo.

«Alle ore 21.45 circa raggiungevo il reparto Nilo, laddove il Coman-dante portava avanti da ore un’estenuante trattativa con i detenuti, che tenevano in ostaggio l’intero reparto, con il personale ormai in ser-vizio dal turno di mattina. Dal sistema di videosorveglianza, avevo mo-do di osservare i detenuti, che liberi all’interno delle sezioni avevano barricato i cancelli (e armati con oggetti vari minacciavano chiunque si avvicinasse). La situazione piuttosto che risolversi, sembrava invece precipitare, con i detenuti che minacciavano finanche di utilizzare olio bollente nei confronti del personale, laddove lo stesso avesse deciso di entrare nel reparto. La situazione che si è presentata agli occhi dello scrivente, sembrava paradossale, con detenuti intenti solo a creare di-sordine piuttosto che rivendicazioni. In questo scenario alcuni di essi già noti perché provenienti da altri istituti campani, soffiavano sul fuo-co della polemica istigando tutti gli altri alla protesta. In questo scena-rio non lesinavano minacce nei confronti del personale, che offendeva-no, minacciavano ed invitavano ad allontanarsi, brandendo oggetti di diverso genere». Dalla relazione di Pasquale Colucci, del 6 aprile 2020

L’agitazione non si avverte solo dietro le sbarre. A Napoli il tarantino Antonio Fullone è nervoso. Conosce bene certe dinamiche, sa che basta un fiammifero per incendiare la polveriera del risentimento. Soprattutto se quel risentimento è costretto dentro una cella. Ha guidato per tre anni, dal 2014 al 2017, una struttura non semplice: il carcere di Poggioreale. Poi è stato promosso, ora è il Provveditore regionale dell’amministrazione penitenziaria in Campania. Fullone ha già avvertito, a Roma, Francesco Basentini, il suo diretto superiore, Capo del Dipartimento amministrazione penitenziaria. «Santa Maria», gli ha scritto alle 15.12. «Ho mandato il Gruppo di pronto intervento. In realtà siamo ancora in attesa di esito degli accertamenti». Basentini gli ha risposto dopo quindici minuti. «Antonio, fammi sapere quali sono le novità». Le novità sono contenute nel messaggio delle 17. «Due terzi dei test eseguiti su detenuti e personale tutti negativi. Manca l’ultimo piano detentivo. Abbiamo ancora 4 sezioni barricate. Per il momento aspettiamo esiti finale. Ho spostato già 100 uomini su Santa Maria per sostegno. Qualche fibrillazione anche a Secondigliano».

Quei cento agenti non sono cento. Sono – vedremo – di più. Settantacinque devono arrivare da Secondigliano, quindici da Avellino, dieci sono di Santa Maria Capua Vetere. Lo chiamano “Gruppo di supporto”. Lo ha ideato e voluto proprio Fullone, dopo le prime proteste nella prigione di Salerno e a Poggioreale causate dall’emergenza Covid.

5 aprile 2020. Ore 19.50 Casa circondariale “Francesco Uccella”, reparto Nilo Il Nilo sta esondando. I detenuti non intendono rientrare nelle celle per le 20, come previsto dal regolamento. Rimangono nel corridoio, si lamentano, protestano. Il servizio del Tg regionale li ha scaraventati nell’inquietudine. Vogliono mascherine chirurgiche. Chiedono di parlare con il magistrato di sorveglianza. Quasi tutto il reparto è coinvolto: alla sollevazione aderiscono la 3ª e la 4ª sezione del secondo piano, la 5ª e la 6ª del terzo piano, la 7ª e l’8ª del quarto piano. Solo la 2ª sezione è rientrata. Una folla di una cinquantina di detenuti si è asserragliata ai cancelli di ingresso delle sezioni. È partita la “battitura”. Pestano sulle sbarre per fare rumore, e qualcuno sta trascinando brande metalliche in corridoio. I più riottosi sono quelli della 3ª, che hanno sbarrato l’ingresso con una parte di quei ventiquattro lettini presi dalle celle, legandoli con le lenzuola al cancello. Hanno costruito una barricata, che impedisce alla Penitenziaria di entrare. Anche la 5ª è in subbuglio. Ventidue reclusi sono in corridoio, si portano al cancello. Antonio Flosco, un tipo basso, calvo, tarchiato e con una folta barba appare essere il leader della protesta, o per lo meno, si comporta come tale. Gli agenti lo riconoscono. Parlano con lui. Qualcuno ha messo un panno verde sulla telecamera che inquadra il corridoio. Per qualche ora rimarrà cieca.

«La richiesta di poter interloquire con i vertici della struttura carceraria è stata avanzata quel pomeriggio», metterà a verbale un mese dopo, davanti ai carabinieri, Massimo Flosco, quasi omonimo del leader della rivolta, «tuttavia, non avendo avuto risposta, in serata ci siamo determinati ad effettuare un mancato rientro nelle celle. Abbiamo posto delle brande davanti ai cancelli per spingere i vertici ad ascoltarci. Abbiamo chiesto al Comandante e alla commissaria l’assegnazione di mascherine protettive e la sottoposizione al tampone. Non hanno accolto la richiesta. La protesta è diventata più vigorosa quando ci siamo accorti che sulle scale interne del Nilo c’erano diversi agenti col manganello, cosa che ci ha fatto temere un intervento immediato in nostro danno. La penitenziaria ha fatto intervenire, perché mediassero con noi, alcuni detenuti di altre sezioni». La mediazione funziona. I ribelli si calmano. Barattano la rimozione delle brande con le mascherine e l’assicurazione del colloquio. La protesta però ha scaldato gli animi. Di tutti. «Ricordo un appuntato – dichiarerà Flosco – che rivolto a un detenuto ha sibilato: “Volete fare i guappi, ti faccio una faccia così se ti porto giù”».

5 aprile 2020. Ore 23.30 Casa circondariale “Francesco Uccella”, reparto Nilo Poco prima di mezzanotte, la protesta si placa. I detenuti delle sezioni in rivolta del Nilo accettano di rientrare nelle celle. Le brande vengono rimesse al loro posto. Alcuni carcerati si mettono a disposizione per ripulire i pavimenti con le scope. Gli agenti chiudono tutti nelle loro celle. Tranne uno. Tommaso Izzo. Ha la febbre, quindi è stato spostato dalla 3ª sezione nel reparto Accoglienza. Altri tre detenuti sono andati in infermeria a farsi misurare la temperatura. Tra questi c’è Alessandro Zampella, che è stato tra i fomentatori della breve sommossa. Intorno all’una di notte viene riportato in cella, ma durante il tragitto prova a riaccendere di nuovo la miccia. «Non ci hanno fatto salutare Izzo, facciamo di nuovo casino, rivoltiamo nuovamente la sezione!». Per un’ora, qualcuno rumoreggia. Ma è poca cosa. Alle 2 di notte cala il silenzio. È la quiete prima della tempesta.

Gaetano Manganelli, il comandante della Penitenziaria, segnala in un’informativa indirizzata alla Procura dodici nomi di asseriti sobillatori: Antonio e Massimo Flosco, Alessandro Zampella, Bruno D’Avino, Raffaele Enghben, Emanuele Irollo, Vincenzio Baia, Lamine Hakimi, Gennario Cocozza, Marco Ranieri, Alessandro Tasseri, Andriy Fessii. L’analisi dei filmati delle telecamere di sorveglianza, effettuata dai carabinieri nelle settimane successive, dimostrerà senza ombra di dubbio che durante la protesta del 5 aprile non c’era stato alcun danneggiamento, eccezion fatta per un tavolino della 5ª sezione. «Non era stata consumata alcuna aggressione da parte dei detenuti». L’azione dei detenuti, dunque, è stata tutto sommato pacifica. Dimostrativa, come volevano che fosse. Tesa a richiamare l’attenzione dei dirigenti del carcere per avere maggior tutela anti-Covid. «Rientrata protesta, alla fine, ma proprio prima che entrassimo», scrive, alle 23.33, il provveditore Fullone al capo del Dap. «Ancora un ottimo lavoro», risponde Basentini. Eppure, i fatti di quella giornata, così come li descrive Pasquale Colucci, Comandante del nucleo provinciale Traduzioni e Piantonamenti, nella relazione a Fullone, vengono distorti. Diventano un’altra cosa.

ATTO II

La rappresaglia

6 aprile 2020 Casa circondariale “Francesco Uccella”, reparto Nilo «Oggi “Operazione Pulizia” a Santa Maria. Ho spostato 150 unità per perquisizione straordinaria al reparto dei disordini”

L’ispettore capo di Polizia penitenziaria ai suoi agenti

«Allora domani chiavi e piccone in mano». «Li abbattiamo come vitelli». «Allora non passa nessuno». «I ragazzi sanno cosa fare». «Se escono dalla celle tre cretini e vogliono fare qualcosa, ci sono i colleghi di rinforzo, saranno subito abbattuti». «Si deve chiudere il Reparto Nilo per sempre, ‘u tiempo d’è buone azioni è finito, W la polizia penitenziaria». Messaggi della chat di lavoro della Polizia penitenziaria di Santa Maria Capua Vetere «Alle 15.30 del 6 aprile, come tutti i giorni ci hanno chiuso nella cella. Alle 16.15 sono arrivati 6 agenti per una perquisizione. Due sono entrati nella nostra cella. A me e al mio compagno di cella, Giuseppe De Siato, c’è stato detto di metterci davanti alla cella con le mani appoggiate al muro. Ho capito che non ci avevano preso per caso. Ma cercavano me, noi. C’erano due agenti che etichettavano i detenuti: “Questo è il capo promotore”, facendo una sorta di analisi delle responsabilità per quanto accaduto il 5 aprile. Io sono in carcere per il reato di tentata rapina, poi derubricato in ricettazione. Fine pena 3 agosto». Detenuto Marco Ranieri, cella 7, quinta sezione, reparto Nilo «Pochi minuti dopo le 15 del 6 aprile, nel mentre mi trovavo nella mia cella, sono arrivati almeno 6 agenti penitenziari. Ci dissero che avrebbero dovuto procedere a una perquisizione. Ci hanno chiesto di metterci con la fronte rivolta verso il muro e con le mani alzate. Adrian Gimmy, mio compagno di cella, ha chiesto spiegazioni. L’ispettore di sorveglianza lo ha prima picchiato e poi trascinato con forza all’esterno della cella. Sono rimasto impressionato dalla violenza: gli hanno spinto più volte la testa contro il muro. Io mi sono attenuto alle indicazioni. E dopo qualche minuto sono stato portato nel corridoi. Diversi detenuti erano nudi. E li colpivano con i manganelli sulle gambe e sui glutei. Nel corridoio vi erano tanti agenti che avevano formato un corridoio umano, costringendo i detenuti ad attraversarlo, colpendolo con schiaffi, pugni e manganellate. Io dovevo passare di là e ognuno mi doveva dare una mazzata». Detenuto Christian De Luca, cella 1, sesta sezione, reparto Nilo «Come mi girai la prima scala che stavo scendendo, là iniziai a prendere i primi 4-5 cazzotti dietro la testa. Il mio istinto mi ha fatto buttare nella prima sezione, me ne sono fuggito. Poi lì mi hanno bloccato altre 20 guardie. Mi hanno dato calci nelle costole e cazzotti in testa. Io mi mantenevo vicino al cancello e dicevo: “Basta, basta”. Mentre ero aggrappato tutte le 7-8 guardie che stavano intorno a me mi davano tutti le palate. Io mi mettevo le mani in testa. Mi picchiavano con cazzotti e manganelli. I calci. Ora ho le costole rotte. Mi dicevano: “Pezzo di merda infame, scendi giù insieme a noi”. Ho pensato: questi mi vogliono uccidere. Erano distribuiti che stavamo tutti quanti a gruppi. Noi passavamo e loro tutti “bunghetebanghete”. E noi a urlare che non ce la facevamo più. Sulle gambe ho preso mazzate che voi non vi potete nemmeno immaginare. Sputato addosso, sangue che mi usciva dappertutto. Io sono morto un mese e mezzo fa. Oramai io lo dico sempre, anche alle guardie: “Voi a me mi potete fare quello che volete, io sono morto un mese e mezzo fa». Detenuto Alessandro Zappella, cella 1, terza sezione, reparto Nilo. Terzo piano «Appena uscito dal Nilo, ho imboccato i corridoi per andare al Tevere. A metà corridoio, è corso un agente. Ha tolto il collega e gli ha detto: “Questo è il capo della sezione. Lo prendo io”. Mi hanno picchiato ancora più pensate. Con le mani, i manganelli, calci, pugni, erano miliardi di guardie. Urlavano: “È il capo, lo dobbiamo ammazzare, daglielo in testa, più forte”. Era un film, non potete mai capire. Urlavano: “Uccidilo”. Chi veniva saltava, rideva, si divertiva».

Detenuto Bruno D’Avino, cella 5, terza sezione, reparto Nilo

«Lungo il corridoio, c’erano centinaia di agenti che urlavano: “Li dobbiamo ammazzare”. Ho notato un ragazzo di colore svenuto a terra che veniva, nonostante tutto ciò, picchiato in continuazione. Dopo circa 10 metri dalla rotonda, sul corridoio del Nilo, verso il corridoio lungo che porta agli altri reparti, l’agente con il giubbino in pelle che stava dietro di me ha iniziato a picchiarmi con il manganello dietro la testa. Mi ha colpito la schiena, il bacino, le costole. E mi diceva: “Non hai capito ancora niente. Lo Stato siamo noi, e tu e tutti i tuoi compagni dovete morire. Oggi devi morire”. Gli ho detto che era un infame. Un altro da dietro mi ha picchiato. Sono arrivati poco dopo altri 15-20 agenti che hanno cominciato a picchiarmi. Sono caduto a terra. I due che mi avevano accompagnato

hanno cominciato a colpirmi dopo avermi detto: “Che pensavi che ti avremmo aiutato”. Poi è arrivato un altro, piccolino. Mi ha preso con una sedia. A calci e sputi. Avevo la maglietta della Lacoste piena di sangue, come la canottiera”.

Detenuto Marco Ranieri, cella 7, quinta sezione, reparto Nilo

«La stessa scena l’ho trovata nell’atrio del terzo piano, quello che funge da collegamento tra le due sezioni. Significa che le violenze sono proseguite durante il percorso che dal Nilo conduce all’ufficio matricola. L’ispettore di sorveglianza mi ha fatto l’occhio… Da dietro, mi colpiva. Con i pugni. Io gridavo: “Dai basta, per piacere, basta. C’ho paura”. Poi è arrivato uno e mi ha dato una testata con il casco integrale, si è buttato a peso morto. Ho perso i sensi. Mi sono accasciato. E hanno continuato a colpirmi».

Detenuto Christian De Luca, cella 1, sesta sezione, reparto Nilo

«Per loro era un divertimento. Perché mentre se ne stavano andando chiesero: “Chi ci sta in questa cella di merda?”. “Tasseri” risposero. Gli sentii dire: “Andiamo a dargli il bacio della buonanotte”. Dopo alcuni secondi sono entrati in 10. Vennero da me, mi presero per barba e capelli e mi fecero per dieci volte contro la porta blindata. Rimasi lì a terra. Cercavano me perché, effettivamente, avevo discusso parecchie volte con gli agenti. E allora dovevano togliersi le soddisfazioni. Mentre ero a terra mi saltavano sull’orecchio. Sembrava che stessero gonfiando una ruota. Con entrambi i piedi. Lo hanno fatto per venti minuti».

Detenuto Alessandro Tasseri, cella 11, ottava sezione, reparto Nilo «Si divertivano quando ci picchiavano. Ho sentito un agente della matricola dire ad altri agenti e invitarli a venire a picchiarci e divertirsi con noi. Venivano portati fuori dalla cella uno per volta per essere picchiati».

«Uno di quelli che hanno picchiato più di tutti è stato un ragazzo algerino, Lamine Hakimi, quello che poi è morto (Hakimi Lamine, cella numero 7, sezione 6, ndr) Lamine veniva picchiato a schiaffoni. Cazzotti. Lui ha reagito, ha dato un pugno. E allora loro si sono accaniti ancora di più. A manganellate».

Detenuto Luigi D’Alessio, reparto Nilo

«Buttarono Lamine per terra e gli davano calci, cazzotti e manganellate. Colpivano anche me. Quando era finito il corridoio, siamo passati dal fosso. Ma non era finita. Ci dicevano: “Ancora deve finire qua, adesso vi mandiamo in culo al mondo, vi dobbiamo uccidere, vi dobbiamo schiattare».

Detenuto Emanuele Irollo, cella 8, ottava sezione, reparto Nilo «Lamine è stato picchiato da un agente che gli ha schiacciato la testa contro il pavimento, facendogli uscire sangue da occhi, naso e bocca. E poi lo colpiva alle costole e alle gambe. L’agente si chiama Maurizio Soma».

Detenuto Beladin Mahdi

«Finito il corridoio mentre camminavamo a testa bassa vedevo tutte le chiazze di sangue. Sempre più grosse. Mi dicevo: “Ma dove ci stanno portando, al macello? Dove stiamo andando? Qui stiamo morendo”. All’ingresso del Danubio un agente mi ha sbattuto con la testa al muro dicendomi che si voleva togliere la soddisfazione di picchiare il mastro del Lazio. Ho cercato di reagire e ho preso subito una manganellata sui denti. Dai colpi ricevuto sono svenuto».

Detenuto Marco Ranieri, cella 7, quinta sezione, reparto Nilo «Ero pieno di sangue. Non sentivo più nulla. Volevo un medico. È venuto uno e mi ha detto: “Non mi interessa niente. Ucciditi, altrimenti chiamiamo di nuovo la squadretta».

Detenuto Alessandro Tasseri, cella 11, ottava sezione, reparto Nilo «Dopo aver passato il corridoio mi hanno portato nella matricola. Ero pieno di sangue. Ho chiesto una bottiglietta d’acqua. Me l’hanno lanciata colpendomi forte al viso.

Li ho insultati. E sono entrati in 4: mi hanno pestato e poi portato in isolamento nella stanza 16. Mi hanno condotto in una saletta riservata alla prima accoglienza dei detenuti. Sono stato denudato, costretto a fare una flessione. Poi sono stato portato nella sala matricola. Qui è entrato un ispettore e mi ha detto: “Sei l’Antistato, sei un uomo di merda, avrai problemi in qualsiasi altro posto sarei trasferito. Ringraziate la madonna che siete ancora in piedi».

Detenuto Emanuele Irollo, cella 8, ottava sezione, reparto Nilo

«Io sono stato portato nell’ufficio matricola. Dove è arrivo il dottore Iannotta. Gli ho detto che tutte le ferite che avevo sul corpo erano state causate da una caduta dalle scale. Avevo paura. Non sono stato sottoposto ad alcuna visita. Poi mi hanno picchiato di nuovo. Mi hanno preso la barba, io avevo la barba lunga. Me l’hanno strappata con le mani».

«Sono portato in una stanza anche io: è venuto il dottore, tutto splendido. L’ispettore prima che arrivasse mi aveva detto: “Una parola e stasera siete morti”. Il dottore mi fa: “Tu che problemi hai?”, senza visitarmi. Da lontano. Cioè, vedeva che avevo tutto il sangue che mi colava dalla ferita. Ero tutto sfondato. Gli occhiali rotti in mano. Mi ha visitato da dieci metri, era buio. Non lo avevo mai visto questo dottore. Mi ha detto: “A posto. È vivo”».

«Lamine è stato messo nella cella 17 della sezione Danubio. Ho visto che era tutto sanguinante e che tre, quattro agenti lo hanno trascinato con forza, prendendolo per la maglia, per il corridoio per metterlo nella cella. Durante il percorso lo picchiavano con un bastone. Mi sono avvicinato alla cella e ho visto questo ragazzo, che dopo ho saputo essere Lamine, che veniva picchiato da un brigadiere, che si fa chiamare maresciallo, aiutato da un detenuto che si chiama Raffaele. A un certo punto è intervenuto l’ispettore Parisi il quale, avendo assistito alla scena, ha preso il brigadiere e lo ha cacciato fuori dalla cella. A quel punto sono entrato anche io. Aveva un occhio nero, un bozzo sulla testa e vari lividi sul corpo. Era tutto sanguinante».

Mohammed Chiri, detenuto e lavorante: aveva il compito di provvedere all’allestimento delle brande che dovevano accogliere i 15 detenuti ribelli «Oggi si sono divertiti al Nilo… Hanno dato anche per te».

Sms dell’agente Angelo Nacca a un collega, quel giorno malato

L’isolamento dei “ribelli”

Dalla relazione di Pasquale Colucci, inviata al provveditore regionale l’8 aprile 2020

«Signor Provveditore, come da Lei disposto il gruppo di Pronto Intervento è stato inviato presso la Casa circondariale di Santa Maria Capua Vetere verso le ore 15.00, per eseguire quanto dalla signoria vostra disposto. La perquisizione iniziava dalle sezioni 3 e 5, in quanto nelle stesse erano stati individuati i detenuti più violenti, che nella giornata precedente avevano altresì minacciato verbalmente il Comandante di reparto. I detenuti si sono barricati nelle rispettive celle, bloccandone l’apertura con brande e suppellettili, minacciando il personale con pentolame pieno di liquido bollente e oggetti atti ad offendere (…) Durante le operazioni di perquisizione, nelle restanti sezioni i detenuti cominciavano a lanciare nei confronti del personale oggetti di natura diversa, tra cui bombolette di gas incendiate (…). Si dà atto che durante le operazioni, a seguito delle aggressioni subite, numerosi agenti hanno dovuto far ricorso alle cure dei sanitari con prognosi di diversi giorni. Alcuni detenuti individuati come promotori ed istigatori sono stati allocati, in via precauzionale, in altre sezioni al fine di ristabilire l’ordine interno al reparto e deferite alle competenti autorità giudiziarie».

6 aprile 2020

Casa circondariale “Francesco Uccella”, reparto Danubio

I detenuti che devono essere puniti perché hanno «opposto violenta resistenza» durante la perquisizione straordinaria sono 15. Dal padiglione Nilo vengono spostati nel Danubio, che ha la sezione isolamento. A essere trasferite sono le stesse persone già individuate come sobillatori della protesta del giorno prima, a cui si è aggiunto qualcun’altro inviso alla Penitenziaria. Tra di loro, l’algerino Hakimi Lamine, 28 anni. Che morirà di lì a pochi giorni. Per giustificare lo spostamento e i 15 giorni di esclusione dalle attività comuni, però, servono dei pezzi di carta che attestino la resistenza alla perquisizione. Resistenza che, come documentano i filmati delle telecamere di sorveglianza, non c’è stata. Neanche minima. Nessuno ha reagito. Quindi c’è bisogno di un dottore che certifichi il falso, ossia che le ferite al volto e sul corpo dei 15 “ribelli” siano diretta conseguenza della necessaria e imprescindibile opera di contenimento delle guardie carcerarie. Costrette – così vorrebbero far credere – a usare la forza per riportare l’ordine all’interno delle sezioni del Nilo. Quel dottore c’è. Si chiama Raffaele Stellato.

6 aprile 2020, sera Casa circondariale “Francesco Uccella”, infermeria Il dottor Stellato, la sera del 6 aprile, firma tredici referti fotocopia: “Si certifica che Gennaro Cocozza presenta trauma contusivo multiplo procuratosi durante il contenimento da parte del personale della Polizia Penitenziaria”; “Si certifica che Raffaele Enghben presenta trauma contusivo al tronco e arti inferiori, procuratosi durante il contenimento da parte della Polizia Penitenziaria”; “Si certifica che Alessandro Zampella presenta trauma contusivo multiplo al tronco ed arti inferiori procuratosi durante il contenimento da parte del personale di Polizia Penitenziaria”; “Si certifica che il detenuto De Luca Christian Ciro presenta trauma contusivo multiplo ed ecchimosi sottorbitaria dx procuratosi durante il contenimento da parte del personale di Polizia Penitenziaria”; “Si certifica che il detenuto Hakimi Lamine presenta trauma contusivo al dorso, collo ed arti inferiori procuratosi durante il contenimento da parte del personale di Polizia Penitenziaria”; “Si certifica che il detenuto Flosco Antonio presenta trauma contusivo multiplo al naso, volto e al tronco procuratosi durante il contenimento da parte del personale di Polizia Penitenziaria»..

“Procuratosi durante il contenimento da parte delle forze dell’ordine”. Ecco la formula. Senza neanche visitare i pazienti, il dottor Stellato è in grado non solo di fare l’anamnesi, ma anche di indicare – senza il minimo dubbio e senza l’assenso dei detenuti – la causa di quei nasi e di quelle teste spaccate.

4 maggio 2020 Cella di isolamento, reparto Danubio Hakimi è malato. Soffre di schizofrenia, ha bisogno di medicine specifiche per tenere sotto controllo il suo disturbo. Nella cella di isolamento nel Reparto Danubio, da quasi un mese, non riceve cure mediche. È finito lì, come gli altri, grazie anche ai referti del dottor Stellato. Non c’erano i presupposti, ma è stato messo lo stesso in isolamento. «Sono stato menato dagli agenti, avevano i manganelli, mi hanno dato calci e pugni», ha racconta a un altro medico che, il 15 aprile, lo visita e lo fotografa. Nove giorni dopo la mattanza al Nilo, i segni delle violenze sono ancora visibili sulla sua pelle. Ha lividi sulla faccia, sulla schiena e sul torace. Stando al racconto di un testimone, ad Hakimi è stato riservato un trattamento speciale: pestato due volte, anche mentre lo portavano in isolamento. «Stava spezzato! Si vedevano segni neri come tubi, i tubi proprio», spiega il testimone. «Ho visto che era tutto sanguinante… vomitava sangue, andava sempre in bagno a vomitare sangue. Non me la dimentico più quella testa». Dopo il 6 aprile, lo sentono urlare dalla cella. “Appuntato, le mie medicine! Chiamate un infermiere, infermiere!”.

«Sono stato portato nella cella di isolamento 17. Ho visto Lamine che stava su un letto, quasi morto. Aveva un livido sulla parte destra del viso, e un rigonfiamento dietro la nuca. Lamine ha dormito quasi ininterrottamente per 4 giorni, tempo in cui non ha parlato e non ha preso le medicine di cui aveva bisogno per i suoi attacchi. Per circa 4 giorni siamo rimasti rinchiusi senza avere l’ora di passeggio e con il blindato chiuso. Solo dopo che ci ha fatto visita il dottor Puglia, siamo stati assistiti».

Alessandro Zampella, detenuto

Lamine è morto il 4 maggio. In isolamento. Neanche piantonato, come vorrebbe la prassi in casi così delicati per evitare atti di autolesionismo. Secondo la procura di Santa Maria Capua Vetere, il suo decesso è stato causato dallo stato di abbandono e dall’essere rimasto privo di sorveglianza medica. Il giudice però ha rigettato quest’impostazione. Nella sua ultima notte, Hakimi è riuscito a parlare con un detenuto affacciandosi dalla cella. Per cinque volte gli ha ripetuto una sola frase: «Salutami mia madre».

 



(Fonte: Cronache Agenzia Giornalistica – News archiviata in #TeleradioNews ♥ il tuo sito web © Diritti riservati all’autore)

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