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Napoli-Piedimonte Matese. Morto l'ingegner Pietrangelo Gregorio, 'inventore' della TV locale

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Figli di Portici famosi:

di Stanislao Scognamiglio

Si sente spesso parlare di personaggi di Portici per nascita o d’elezione dei quali si sta perdendo la memoria … Ritengo perciò doveroso ravvivarne memoria fornendo un breve profilo biografico tratto dal mio inedito Diario; avvenimenti, cose, fenomeni, uomini, vicende.  Portici e Vesuvio dalle origini a oggi, con il conforto di Autori di ogni tempo.

Carlo Mirabito è nato a Portici, nella giornata di domenica 4 settembre 1824, da Gaetano Mirabito.

Seguendo le orme paterne, si è avviato alla carriera militare.

Completati gli studi presso la Reale Accademia Militare, è stato inquadrato nel Reale Esercito delle Due Sicilie.

Il 29 dicembre 1851, nominato capitano di seconda classe del Reggimento Regina, ha avuto assegnato il «… coman.(do) interino della Batt.(eria) N. 13».

Nel 1860, capitano di prima classe, è stato «… decorato con la croce di grazia di S. Giorgio».

Dopo l’Unità d’Italia, aderendo al nuovo Stato unitario, è passato nell’Esercito italiano, mantenendo il grado.

Il 24 gennaio 1861, promosso maggiore, è stato investito dalla carica di vice direttore della «… Direzione Territoriale D’Artiglieria» di Torino.

Il 13 gennaio 1866, per il suo stato di servizio, luogotenente colonnello, è stato gratificato con l’attribuzione della croce di cavaliere dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro.

Ha, poi, ricevuto la nomina a cavaliere dell’Ordine della Corona d’Italia.

Promosso tenente colonnello, è stato «… destinato al 52 fanteria, con anzianità a decorrere dal 29 ottobre 1873».

Con «… determinazione ministeriale approvata da S. M. in udienza del 16  ottobre  1875», con il grado di tenente colonnello, è stato «…  ammesso al primo aumento sessennale di stipendio».

Con regio decreto del successivo 26 dicembre «… tenente colonnello nel’arma di fanteria, comandante della fortezza di Legnago», con l’incarico di comandante, è stato «… trasferito nel corpo invalidi e veterani».

Nastrini delle onorificenze attribuitegli

   Cavaliere di grazia dell’Ordine Costantiniano di San Giorgio

   Cavaliere dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro

  Cavaliere dell’Ordine della Corona d’Italia.

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Il Teatro, 1861 la brutale verità

NAPOLIAl Teatro Augusteo da venerdì 5 a domenica 7 ottobre andrà in scena lo spettacolo 1861 la brutale verità.

La pièce 1861 la brutale verità attraverso l’alternanza tra parti recitate e cantate ripercorre la storia del periodo pre e post unitario, dalle condizioni economiche del Regno delle Due Sicilie alla spedizione dei Mille, dal brigantaggio alla repressione attuata dal Regno d’Italia appena nato.

La rappresentazione è tratta dal libro La brutale verità di Michele Carilli, che ne cura la regia insieme a Lorenzo Praticò.

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Il cast è composto dagli attori Lorenzo Praticò e Gabriele Profazio, dai musicistiMario Lo Cascio e Alessandro Calcaramo, e dalla cantante e attrice Marinella Rodà.

Le musiche sono dei Mattanza.

Lo spettacolo ha la forma del teatro canzone, con una scena essenziale, occupata da pochi elementi e da strumenti musicali, tutti presenti dall’inizio alla fine, così come i quattro interpreti e musicisti.

Sullo sfondo si stagliano tre bandiere: quella del Regno delle Due Sicilie, quella italiana e quella dello Stato sabaudo. Le luci, volutamente tenui, creano un’atmosfera soffusa e si concentrano di volta in volta sugli interpreti, sottolineando i vari momenti con graduali passaggi cromatici.

Un narratore accompagna gli spettatori in quel periodo storico, dando voce a intellettuali e personaggi politici sulla base di documentati riferimenti storici. Alle sue spalle quattro elementi scenici che l’attore indossa a scena aperta per dar vita agli incarnati: l’uniforme di Francesco II al momento drammatico dell’epilogo del suo regno, la toga indossata da un giurista per declamare alcuni passi della Legge Pica, il cappello piumato del bersagliere Carlo Margolfo che partecipò all’eccidio di Pontelandolfo e Casalduni e la logora camicia indossata dal deportato della fortezza di Fenestrelle.

Il racconto si intreccia con quello dell’interprete femminile, che esegue brani della tradizione popolare come Nebbia a la valle e Vitti na crozza, oltre a brani composti appositamente per la rappresentazione, come Angelina o Nui. La cantante rappresenta anche la condizione femminile all’epoca dell’unità d’Italia ed esalta la figura della brigantessa. Suo, infatti, il breve monologo nel quale impersona una popolana che simboleggia la devozione alla regina Sofia e alla Famiglia eale.

Lo spettacolo si snoda in un intenso unico atto di 80 minuti, coinvolgendo emotivamente il pubblico in una brutale verità che scuote le coscienze.

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Figli di Portici famosi: l’editore musicale Luciano Villevieille Bideri

di Stanislao Scognamiglio

Si sente spesso parlare di personaggi di Portici per nascita o d’elezione dei quali si sta perdendo la memoria … Ritengo perciò doveroso ravvivarne memoria fornendo un breve profilo biografico tratto dal mio inedito Diario; avvenimenti, cose, fenomeni, uomini, vicende.  Portici e Vesuvio dalle origini a oggi, con il conforto di Autori di ogni tempo.

Luciano Villevieille Bideri è nato a Napoli nel 1924.

Frequentatore abituale di Portici, ha trascorso vari periodi della sua vita tra le mura della villa al corso Giuseppe Garibaldi, fatta costruire dal trisavolo Ferdinando Bideri (Napoli, 27 novembre 1850 – Portici, 14 luglio 1930).

Qui, in gioventù, vivendo le esperienze imprenditoriali della famiglia, ha cominciato a interessarsi alla vita dell’azienda editoriale. Un’azienda, affermatasi non solo per  la pubblicazione di canzoni, ma anche per quella «… di volumi di storia dello spettacolo, come ad esempio “La storia del Teatro San Carlo”, di Salvatore Di Giacomo; nonché della “rinascita della canzone napoletana”, a cavallo tra i due secoli».

Proseguendo su questa linea, nel secondo dopoguerra, la Casa Editrice Bideri ha dato l’impulso «… alla nuova stagione della musica e del canto nati all’ombra del Vesuvio».

Dopo gli studi superiori, nel 1950, ha conseguito la laurea in medicina e chirurgia. Medico chirurgo, per qualche anno ha praticato la libera professione medica.

Abbandonata la carriera di chirurgo per dedicarsi a tempo pieno all’attività di editore e d’autore, dal 1960 al 1995, è stato alla guida del Casa Editrice Bideri, fondata nel 1806 dal suo trisavolo Ferdinando Bideri.

Dell’azienda familiare, quindi, ne è stato prima direttore generale, poi, dal 1989, presidente.

Assuntane la presidenza, si è dedicato completamente «… all’attività editoriale valorizzando nel mondo il repertorio della canzone napoletana amministrato dalla Bideri e dalle società collegate (Santojanni, Gennarelli, Abici, Ortipe, Mercurio ed altre), nel cui catalogo figurano classici come “’O sole mio”, “Torna a Surriento”, ecc.). Produttore di artisti come Sergio Bruni, Nino Taranto, Angela Luce, Mario Merola e parecchi altri».

Oltre alla canzone classica, ha seguito e curato con vivo interesse anche la sceneggiata,«…  quello spettacolo che stava tra il melodramma e il canto, torvo, patetico, d’amore, di tradimento, di malavita, di coltellate, di uomini di rispetto e donne appassionate, a suo modo inimitabile».

Negli anni ’60, è trasferito a Roma, dimorando nella bella casa in via Val Gardena, «…  con la moglie Giulia Montefusco e con i figli Silvia, Flavio e Valentino. A Napoli è rimasta la sede tradizionale della Casa Bideri; a Roma hanno sede le nuove aziende editoriali nate come polloni intorno al  vecchio ceppo napoletano».

Contemporaneamente al lavoro, si è sempre posto in prima linea nella tutela della categoria.

Per questo, è stato impegnato attivamente:

  • negli anni’60, presidente dell’Ente per la Canzone Napoletana, è stato infaticabile animatore del Festival di Napoli;
  • dal 1960 al 1992, ha rappresentato gli editori nella Commissione Sezione Musica, in seno alla SIAE (Società Italiana degli Autori ed Editori) – «… un ente pubblico economico a base associativa, preposto alla protezione e all’esercizio dell’intermediazione del diritto d’autore in Italia, in forma di società di gestione collettiva senza scopo di lucro»;
  • dal novembre del 1996, assunta la presidenza della SIAE, svolgendo sempre «… un ruolo da prim’attore, facilitato dai modi partenopei di smitizzare e umanizzare le situazioni»», ha proposto un cambiamento dell’attuale statuto, affinchè venga contemplata la figura di un presidente onorario;
  • dagli inizi degli anni ’60, all’interno dell’UNEMI (Unione Editori di Musica Italiani) – «… società editoriali tra le più importanti e autorevoli, allo scopo di proteggere, promuovere e assistere tutti coloro che creano e pubblicano musica»;
  • nel 1962, eletto presidente, con fervore ha tenuto la guida della UNEMI nell’esercizio dei propositi istituzionali;
  • nell’anno 1996, nominato vicepresidente della Bideri Edizioni Musicali) BIEM – «… organismo internazionale che raggruppa le società che gestiscono i diritti di registrazione e riproduzione meccanica relativi alle musiche incise su Cd, nastri e dischi», ha tutelato gli interessi dei propri artisti.

All’attività editoriale, di rappresentante di categoria, ha abbinato «… un’intensa attività di autore di testi di opere teatrali, televisive, radiofoniche e musicali, oltre che articoli e saggi critici e scientifici».

Tra le opere letterarie di carattere storico, di critica e di folklore pubblicate, citiamo

  • il saggio Repertorio cronologico delle Sceneggiate di maggiore successo. In La Sceneggiata.
    Rappresentazione di un genere popolare. A cura di Pasquale Scialò. Guida. Napoli, 2002.
  • l’Antologia della canzone napoletana – Sergio Bruni, Roberto Murolo, Bideri. Napoli, 1991.

Nell’anno 2000, all’età di 76 anni, si è ritirato a vita privata, lasciando la guida del Gruppo Bideri Editoriale SpA alla figlia Silvia (Roma, 10 settembre 1960).

Novantaduenne, l’editore musicale Luciano Villevieille Bideri si spegne nella sua abitazione  Roma, il 27 marzo 2016, domenica di Pasqua.

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Il Racconto, San Gennaro Blues

di Lucio Sandon

Sì proprio ‘nu Babbà!

Sotto il Vulcano è un’esclamazione di amore, di ammirazione, di amicizia, di affetto. Il Babà è probabilmente il dolce napoletano più famoso in Italia e nel mondo… è un’invenzione polacca.

Re Stanislao, il cognome non lo scrivo perché sembra un errore di stampa, era un consumatore accanito di un dolce mitteleuropeo con un nome un po’ meno impronunciabile del suo, ma sempre difficile: il kugelhupf, che gli rimaneva però un po’ secco da masticare così lui, per riuscire a mandarlo giù e per dimenticare i suoi guai (gli era stato tolto il regno di Polonia ed era stato declassato a regnante della Lorena), si dava un tono centellinando un bruno liquore distillato dalla canna da zucchero, proveniente da oltremare. Sembra che in un momento di debolezza o più probabilmente di ubriachezza, abbia fatto cadere il bicchiere pieno di rum  nel vassoio del kughelcoso, inzuppandolo a dovere.

I servitori stavano per portarlo via, ma quando il vassoio gli passò sotto il naso, si rese conto che così era molto più profumato e buono da mangiare, e per conferma lo fece assaggiare anche alla nonna (la baba), che lo gradì molto, anche perché si poteva gustare perfino senza avere i denti.

Furono poi i pasticceri venuti al seguito di Maria Amalia, principessa di Polonia e sposa di Carlo III di Borbone, ad importare nel regno del sole la tradizione del babà al rum.

Don Gennaro era un babà, (anche se era siciliano, e avrebbe dovuto semmai essere una cassata) e il suo principale, l’ingegner Umberto, era ancora più babà di lui.

L’ingegnere era il più importante cliente del dottor Gardenia, essendo il felice proprietario di diciotto cani da pastore abruzzese, e don Gennaro era il suo uomo di fiducia, addetto al benessere del branco di candidi giganti, al loro mantenimento ed al trasporto per cure mediche presso il veterinario di fiducia, e all’uopo munito di un furgone riservato al trasporto dei cani dalla villa di Portici dell’ingegnere,  a Torre del Greco.

Portici è una piccola grande città.

Vive distesa tra il mare e il Vesuvio, e si appoggia languidamente con tutto il suo fianco meridionale al muro dei Boschi Reali, il superiore e l’inferiore della reggia Borbonica, che nel loro insieme costituiscono la maggior parte del territorio comunale.

La storia della cittadina ebbe inizio qualche secolo prima di Cristo, come stazione balneare di lusso per i più ricchi senatori romani: sembra che il nome derivi da “Villa Pontii”: la villa di Quinto Ponzio Aquila, uno dei congiurati che alle idi di marzo del 43 a.c. pugnalarono Giulio Cesare. Del senatore Aquila, durante i lavori per costruire il Real Sito, Carlo III ritrovò lo stemma, fatto poi proprio dal municipio: sotto il pericoloso e starnazzante rapace campeggiano ancora le iniziali del regicida.

Si narra che Sua Maestà don Carlos di Borbone, figlio di Filippo V re di Spagna e di Elisabetta Farnese, scoprì il sito di Portici durante un fortunale: sembra che sia rimasto talmente affascinato dalla caletta in cui dovette riparare con il suo vascello a causa di una tempesta mentre veleggiava nel golfo insieme alla sua signora, Maria Amalia di Sassonia, che decise di farsi costruire un villino per trascorrere qualche ora andando a caccia di quaglie sulle pendici del vulcano, e godere della fresca brezza marina.

Molto più probabilmente, conoscendo la storia ed  il carattere del buon Carlos, è estremamente più credibile che l’illuminato sovrano abbia tirato fuori il suo libretto degli assegni, e con poche e sapienti parole  abbia convinto a traslocare i proprietari dei terreni sul mare posti su di un’altura in posizione strategica sul golfo.

Marino Caracciolo principe di Santobono, e Tommaso d’Aquino principe di Caramanico, accettarono di buona grazia alcuni effetti posdatati, giusto per non far innervosire il re ed anche per evitare l’esproprio forzoso delle loro splendide dimore.

Il servizio informazioni del sovrano aveva infatti scoperto che tutta la villa del Caramanico era costruita secondo l’arcana simbologia dei Rosacroce, l’antica setta antesignana della Massoneria fondata dai discepoli di San Marco nel 46 d.C. e gli 007 al servizio del Borbone, avevano anche riferito al loro capo che i Caracciolo ed i Caramanico, insieme ad altri nobili locali, avevano in uggia ed antipatia il nuovo sovrano temendone giustamente  il carattere duro e le idee per quel tempo fin troppo progressiste.  Infine, i sacrilegi avevano addirittura stretto contatti con la massoneria inglese, direttamente legata alla corona britannica.

Probabilmente il fatto di voler costruire una reggia proprio a Portici, e sul posto dove esisteva la sede della società segreta più potente dell’epoca, fu presa dallo scaltro sovrano per far capire a chi doveva capire, che la sua politica non ammetteva intralci, ostruzioni o fraintendimenti da parte di chicchessia, e quindi l’approdo al Granatello non fu poi così fortuito come si poteva pensare.

Altre acquisizioni seguirono a breve: il convento dei frati minori di San Francesco, giusto per non far torto alla Santa Sede,  il palazzo del marchese Mascabruno, ed infine la villa del malefico tombarolo D’Elbeouf, che diventò “Approdo Borbonico” e venne usata come dependance sulla spiaggia dopo la cacciata del principe fedifrago.

La costruzione della reggia venne affidata ad uno stuolo di architetti e agronomi, guidati da Canevari, Fuga e Vanvitelli, i quali quando fecero notare al re dopo accurati sopralluoghi che la zona poteva essere pericolosa a causa delle eruzioni vulcaniche, ottennero come secca risposta: «A questo ci penseranno Iddio, Maria Immacolata e San Gennaro! »

La reggia è ancora lì.

La sede del Dipartimento di Agraria dell’Università Federico Secondo, è ancora splendida nella sua architettura particolarissima, voluta proprio dal re Borbone per sottolineare la vicinanza della famiglia reale al suo popolo: è infatti l’unica dimora reale al mondo costruita a cavallo di una pubblica strada e i viandanti e le carrozze che transitavano, come ancora oggi, sulla Regia Via delle Calabrie, passano proprio all’interno di palazzo reale.

La trafficata arteria, nel suo percorso verso Ercolano, viene ad essere inglobata nel cortile centrale della reggia, che la avvolge con due cavalcavia, i quali a loro volta  raccordano il lato affacciato verso il mare, con quello prospiciente la montagna.

Al di sotto di uno dei corridoi che passano in alto sulla pubblica strada, c’è un vero gioiello scampato all’abbandono cui era stata destinata la meravigliosa costruzione dopo la conquista da parte dei Savoia: la cappella reale, che in origine avrebbe dovuto essere un piccolo teatro di corte ed infatti ne ha la forma. Fu re Carlo ad accorgersi che nel progetto non era contemplata la chiesa, la quale prese per augusta decisione il posto del teatro di corte.

Il primo musicista ad inaugurare l’organo monumentale della chiesa fu un giovanissimo Wolfgang Amedeo Mozart, durante il suo soggiorno a Portici ospite dei Borbone, nell’estate del 1770: lo strumento è ancora affettuosamente conosciuto in città come “l’organo di Mozart”, con una velata punta di ironia.

Il piccolo genio della musica non ebbe però un grosso successo alle falde del Vesuvio, infatti in una lettera al padre ebbe a scrivere:  «Adesso la questione è solo: dove posso avere più speranza di emergere? forse in Italia, dove solo a Napoli ci sono sicuramente almeno trecento Maestri, o a Parigi, dove circa due o tre persone scrivono per il teatro e gli altri compositori si possono contare sulle punte delle dita?»

Il piccolo genio della musica fu però certamente uno dei più appassionati frequentatori del serraglio della reggia, costruito nei giardini del bosco superiore, dove, per il piacere del re e dei suoi nobili amici, si tenevano in cattività leoni, tigri, pantere, gazzelle, canguri, ed addirittura un elefante africano.

«Pronto, chi è al telefono?»

«Eh, no guardi, lei ha chiamato e deve presentarsi per primo!»

«Ahhh… la signorina Alessandra! Che simpatica! Signorì, ti ho riconosciuta, quello bello accento francese che tieni è troppo bello! … Signorì, mi fai parlare con il dottore, che gli devo dire una cosa da uomini?»

Alessandra sbatté il telefono sulla scrivania, sperando che almeno gli si rompesse un timpano, ma non aveva tenuto conto del fatto che Don Gennaro era un po’ duro d’orecchi: con occhi furibondi fece cenno al dottor Gardenia che era richiesta la sua consulenza.

Nonostante si presentasse sempre con un regalino per lei e Marisa, l’anziano autista aveva il potere di farla imbestialire con la sua greve galanteria a doppi sensi, ed il rifiuto costante di appellarla con il suo titolo accademico.

«Dottò, sei tu?»

Don Gennaro non conosceva l’uso del lei o del voi, era un po’ maschilista, troppo amante della buona tavola e del rosso locale, ma era una pasta d’uomo, anzi un babà.

«Dottò, qua teniamo un problema, Teo (il gigantesco e feroce capobranco) e Bianchina (10 mesi, l’ultima arrivata) si sono attaccati.»

«Hanno litigato?»

«No dottò, niente litigato… hanno fatto l’amore, e adesso stanno attaccati, però se l’ingegnere se ne accorge, mi leva la pelle da dosso, lui me lo aveva detto di stare attento…»

«E tu ti sei dimenticato, vero, Don Gennaro? Adesso non ci puoi far niente, devi solo aspettare un quarto d’ora, si staccano da soli.»

«Eh già dottò, tu la fai facile, ma si sono attaccati proprio davanti al cancello della ditta… qui ci sta un camion che deve uscire e un furgone del corriere che deve consegnare, se torna adesso l’ingegnere, per me finisce a schifìo!»

«Cavoli tuoi, Don Gennaro… i cani non si possono staccare, potrebbero farsi del male: l’unica cosa che puoi fare è cercare di spostarli dall’ingresso! Prendi una bella bistecca e mettila sotto il naso di Teo, quello è una belva affamata, vedrai che per seguire la carne si dimentica anche della sua nuova fiamma!»

Il mattino seguente, il furgone bianco di Don Gennaro era già nel parcheggio dell’ambulatorio, quando il dottor Gardenia arrivò per aprire. Sceso con fatica, ansimando e smoccolando in siculo stretto, l’anziano factotum, capelli candidi, coppola nera e il mezzo toscano fisso all’angolo della bocca, fece scendere dal retro uno splendido cane con un lungo mantello bianco. L’espressione allegra e gli occhi attenti, ispiravano subito simpatia.

«Dottò, ecco la colpevole della rivoluzione di ieri, la devi sgugghiari

«Eh… Cosa?»

«La devi crastari

Don Gennaro era sicuramente un babà, ma non aveva le idee molto chiare circa l’anatomia canina.

«Vabbuò Don Gennaro, portala dentro, lo sai che me la devi lasciare per un paio di giorni, la vieni a prendere domani sera… Hem, Don Gennà, chiedi un po’ all’ingegnere… facciamo tutto un conto?»

Don Gennaro si bloccò con il guinzaglio di Bianchina stretto nella destra, mentre un’espressione di estrema meraviglia gli si dipingeva sul volto aperto e sorridente.

«Ué dottò, che mi stai a dì? Vedi che ti ho pagato tutto il lavoro vecchio, anche per il canile! Sono passato la settimana scorsa, ho lasciato la busta con i soldi alla signorina, e mi sono pure preso la fattura!»

Una rapida indagine fu utile a stabilire che quel giorno, non essendo presente nessuno dei veterinari, Don Gennaro aveva lasciata una busta gonfia di banconote ad una delle addette alla toelettatura, la quale guarda caso, il giorno dopo si era ammalata e non era più andata al lavoro, guardandosi bene dal consegnare il malloppo.

Dopo un paio di giorni, constatata la mancata guarigione dell’ammalata e le altrettanto mancate risposte alle telefonate, una delegazione composta da Alessandra e Marisa, si recò ad indagare sul mistero della busta scomparsa.

In molte zone del Sud, diversamente da quanto si potrebbe normalmente pensare, i quartieri più popolari sono quelli che si affacciano direttamente sul mare: mentre i Borbone e i loro principi e marchesi avevano le ville con vista Capri, ora i benestanti preferiscono abitare in collina, lasciando le nere spiagge di vulcanico lapillo al popolino.

Tra il punto più alto sul bordo del cratere, e quello  a livello del mare, nel comune di Torre del Greco l’escursione altimetrica supera di poco i mille metri, ma non potrebbe esistere una distanza più siderale tra le lussuose ville dei ricchi e i tuguri dei derelitti che si accavallano dietro al porto. Proprio lì quel pomeriggio d’inverno, si fermò slittando sui lastroni di basalto della pavimentazione stradale, il vecchio furgone azzurro, dal quale dopo qualche esitazione spuntarono Alessandra e Marisa con il viso coperto da sciarpe e cappelli, per proteggersi dalle sferzate del maestrale che rendeva il mare una massa di schiuma bianca e trasformava le strade del quartiere al disotto della ferrovia in un deserto di cartacce svolazzanti.

L’abitazione era a pianoterra, sulla strada: il cosiddetto “basso”, il più elementare ed economico tipo di abitazione dopo le grotte del neolitico. Il campanello era rotto, ma anche in caso contrario nessuna delle due donne, che non avevano paura di visitare una tigre, avrebbero avvicinato il dito a quel pulsante che una volta era stato rosso, ma ora era nero di grasso e sporcizia, e contornato da fili di rame scoperti.

Alla terza scarica di pugni sul portoncino malandato, mentre dopo essersi guardate in faccia senza parlare, stavano per girarsi verso il Renault 4 con il logo della testa di cane, la porta si aprì per qualche centimetro, lasciando vedere la testa di una vecchia signora che un tempo doveva essere una bella donna, e di quel ricordo conservava solo un minimo di orgoglio.

«Nun ci sta nisciuno, signurì… nun ce serve niente

«Scusi signora, non vendiamo niente, siamo della clinica veterinaria, volevamo chiedere come sta Crist…»

«Siete venute per i soldi vero? Vi ha mandate il titolare, perché lui non ha il coraggio di scendere nei bassifondi?»

La ragazza che si era materializzata dietro alla nonna, era il fantasma della toelettatrice dagli occhi neri e dai corti capelli rossi che ora sì, si vedeva chiaramente era la nipote dell’anziana bellezza che aveva aperto la porta.

«Quei soldi non li ho rubati, mi servivano urgentemente e non ho potuto far altro che prenderli, ho pensato che me li avevano mandati San Gennaro e Maria Immacolata, ho intenzione di restituirli fino all’ultima lira, però non subito… guardate qui!»

All’interno dell’unica stanza della casa, riscaldati da una stufetta elettrica c’era una culla, dalla quale spuntavano le teste ricce di due neonati di un bellissimo color caffellatte.

«Madonna mia, l’Immacolata Concezione! – sbottò Marisa, meritandosi una potente gomitata nelle costole da parte di Alessandra – E questi chi sono?»

«Ai nomi non ci abbiamo ancora pensato, per il momento stiamo cercando di trovar loro da mangiare – rispose Cristina  la giovane ladra – sono i figli di quella disgraziata di mia sorella più piccola: si è messa con un poco di buono, africano o arabo non ho nemmeno capito, è venuta la settimana scorsa con i gemelli, li ha lasciati qui ed è sparita portandosi via anche una collanina d’oro di mamma»

«I soldi mi servivano per comprare il latte e le altre cose per loro, però tra poco finiranno anche quelli e non so più cosa fare.»

«Potresti affidarti all’anima caritatevole di Sant’Umberto», mormorò Alessandra, e prendendo Marisa sotto braccio si avviò verso l’uscita, lasciando cadere sul comodino alcune banconote ben ripiegate su sé stesse.

Invece di tornare all’ambulatorio, il furgoncino azzurro si diresse scoppiettando e beccheggiando, lungo la strada litoranea che da Torre del Greco conduce verso Portici, alla lussuosa villa dell’ingegnere.

Il giorno dopo, di buon’ora, don Gennaro era già in attesa nel parcheggio della clinica, con il primo toscano della giornata penzoloni dalle labbra.

«Dottò, mi devi scusare, sai la vecchiaia mi fa perdere un po’ la memoria, questi te li manda il principale».

Tirò fuori una grossa busta di carta legata con un elastico, e con il suo solito sorriso ammiccante la consegnò nelle mani di un allibito dottor Gardenia.

«La fattura però già l’avevo presa… salutami la signorina Cristina e dille che la vado presto a trovare!»

Le visite di San Gennaro al povero basso dietro la spiaggia del porto, proseguirono negli anni con l’intercessione di Sant’Umberto, mentre Cristina tornò dopo qualche mese al lavoro che le piaceva così tanto, senza aver mai più bisogno di rubare.

I due piccoli color caffellatte ormai non più derelitti, vennero battezzati come Gennaro e Maria Immacolata, in braccio a due emozionatissime giovani veterinarie, ed ora girano tranquilli per le strade del paese, lo sguardo fiero, ed i loro libri universitari sotto braccio.

 

 

 

 

Lo scrittore Lucio Sandon è nato a Padova nel 1956. Trasferitosi a Napoli da bambino, si è laureato in Medicina Veterinaria alla Federico II. Appassionato di botanica, dipinge, produce olio d’oliva e vino, per uso famigliare.

 

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Vesuvio: natura, calore e …

ERCOLANO (NA) – L’associazione Vesuvio Natura da Esplorare propone per domenica 7 ottobre un’escursione nella Riserva Forestale Tirone Alto-Vesuvio alla ricerca della famosissima strega Amelia…

Un itinerario che si snoda nel cuore verde del Parco Nazionale del Vesuvio, attraverso le lave del 1847, 1886, 1867 e piccoli lembi delle bocche vulcaniche del 1794 le cui lave distrussero parte della città di Torre del Greco.
Si partirà dal tracciato basso del sentiero, inoltrandosi poi nei boschi del Colle Umberto. Il paesaggio invecchierà nella bruna lecceta mentre si verrà trasportati nel 1858 e poi un balzo in avanti per toccare le lave del 1944… Un viaggio nella storia geologica del Vesuvio per vedere come la natura abbia fatto da protagonista della sua evoluzione.

L’immersione nel verde è totale e suggestiva  e lungo il percorso si incontreranno molte specie vegetali ed animali, nonché tracce della ricca geologia vesuviana prima di raggiungere un luogo davvero ricco di suggestione: la casa della strega Amelia!

La famosa Amelia, fattucchiera vesuviana conosciuta come la rivale storica di Zio Paperone della Walt Disney, trova infatti le sue origini proprio sul Vesuvio.

Lungo il sentiero della Riserva Tirone che collega la Strada Provinciale Vesuvio con la Strada Matrone di Trecase poste a quota 500 m si ritrovano i suoi mitici luoghi, e la sua dimora, una delle casematte dell’ultimo conflitto mondiale.

Amelia e il Vesuvio: la fattucchiera sembra nata dal magma ribollente del vulcano più famoso del mondo. La sua storia cominciò con la terribile eruzione del 1858: fu tanto la lava fuoriuscita dal cratere che si formò il Fosso Grande.

La leggenda narra che dopo questa eruzione, quietatosi il gigante di fuoco, gli abitanti del luogo iniziarono a sentire un grido di sofferenza. L’urlo che lacerava il silenzio delle notti non li faceva più dormire, e allora chiamarono una fattucchiera che con una formula arcaica e oscura fece cessare il terribile lamento pronunciando parole arcaiche e oscure.

Molte erano le streghe che “operavano” nella zona fino a non molto tempo fa, ma la loro era sempre magia bianca, benefica. Tra le tante ricordiamo le famose ‘a Ciaciona ‘e Resina e ‘OnnaTeresa ‘a Torre ‘o Grieco

Informazioni tecniche: 
Contributo: 15 euro; 8 euro ragazzi dai 8 ai 18 anni – sconsigliato ai bambini più piccoli per il chilometraggio. I bambini sotto i 7 anni non pagano.


Tipologia: media Km: circa circa 6 a/r; dislivello: circa 80 m; durata: 9.30-13.30

L’appuntamento è alle 9.20 al Ristorante Konà in via Matrone di Ercolano.

Guida di riferimento: Tetta 3312337979
Minimo partecipanti: 7 persone

Prenotazioni obbligatorie entro sabato 6 ottobre alle 18 solo scrivendo a: prenotazioni@vesuvionatura.it indicando un nominativo, il nome dell’evento e il numero di partecipanti ed almeno un recapito.
I prenotati saranno contattati via mail e riceveranno le ultime informazioni.
Se il meteo fosse avverso o per qualsiasi altra problematica i prenotati saranno contattati a chiusura prenotazioni (sabato 18-18.30), altrimenti l’escursione è da ritenersi confermata.

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(Tonia Ferraro – http://www.lospeakerscorner.eu – News archiviata in #TeleradioNews ♥ il tuo sito web © Diritti riservati all’autore)

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