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Il Parco Archeologico aperto a tutti

ERCOLANO (NA) Al Parco Archeologico lunedì 3 dicembre si celebrerà la Giornata Internazionale delle Persone con Disabilità, evento promosso dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali.  Un appuntamento  istituito nel 1981, in occasione dell’Anno Internazionale delle Persone Disabili, con lo scopo di promuovere una più diffusa e approfondita conoscenza sui temi della disabilità, sostenere la piena inclusione delle persone diversamente abili in ogni ambito della vita e allontanare forme di discriminazioni e violenze.

Per l’occasione il Parco Archeologico di Ercolano accoglierà coloro che si esprimono nella lingua dei sordi con visite gratuite in LIS.

In collaborazione con Coopculture e Cooperativa sociale Giancarlo Siani, il 3 dicembre alle ore 11 e alle ore 14partiranno due visite con traduzione in LIS per due gruppi di 30 partecipanti ognuno. 

Per prenotazioni: segreteria@cooperativasiani.com, o attraverso un messaggio privato alla pagina Facebook del Parco Archeologico di Ercolano o al numero 347.9430130.

Il Sito Archeologico di Herculaneum intende inoltre promuovere con forza l’integrazione e l’apertura del sito in favore delle persone sorde e, a tal fine, è in corso di perfezionamento un  protocollo di intesa con l’Ente Nazionale per la protezione e l’assistenza dei Sordi (E.N.S.) con lo scopo di migliorare l’accesso e la fruizione del patrimonio archeologico offerto dal Parco, e di mettere il Parco stesso nelle condizioni di accogliere e relazionarsi in modo adeguato.

«Un tema che mi è particolarmente caro quello dell’accessibilità ha dichiarato il direttore Sirano  – perché si tratta di un’occasione di inclusione e di arricchimento tanto per i visitatori quanto per noi del Parco. Sono da sempre fautore di visite multisensoriali che possano coinvolgere ognuno nella fruizione delle bellezze del Parco secondo le diverse sensibilità. Ritengo questa occasione solo una tappa del processo di partecipazione sempre più ampia di pubblici, tra i quali coloro che hanno esigenze speciali saranno al centro di iniziative nel corso del 2019».

È inoltre attiva da questo fine settimana la nuova illuminazione all’esterno dell’ingresso del Parco Archeologico di Ercolano. Grazie all’elegante gioco di luci che sfrutta l’architettura dell’esedra dello storico accesso di corso Resina, è stato valorizzato il varco che segna il confine tra la città antica e quella moderna. A realizzare la nuova illuminazione è stata la società Engie che dal maggio scorso ha avviato una partnership con il Comune di Ercolano per la gestione e riqualificazione degli impianti di illuminazione pubblica.

Ha spiegato il direttore Francesco Sirano: «La nuova illuminazione dell’ingresso storico al parco da Corso Resina concretizza ancora una volta la collaborazione interistituzionale, pubblico-privato che questa Direzione promuove sin dal suo insediamento. Il luogo è carico di valori simbolici: per lungo tempo punto di discrimine tra le due città che non si parlavano, oggi sempre più un passaggio per tutti tra due tempi, due realtà, due luoghi popolati da cittadini e visitatori consapevoli di entrambi i luoghi. Le luci artistiche installate nell’esedra d’ingresso agli scavi smaterializzano le strutture murarie: ed è proprio così che vogliamo vedere il Parco senza barriere e integrato nella città, che cresce con la città e insieme ad essa scopre i tanti valori culturali che permeano questi luoghi da 300 anni, facendo della vita all’ombra di un terribile Vulcano un capolavoro di arte e di civiltà che non può essere spento né ignorato nonostante le difficoltà contingenti e strutturali che attanagliano la quotidianità».

Ha sottolineato Ciro Buonajuto, sindaco di Ercolano: «Guardare al futuro senza mai dimenticare il nostro passato: è questa la filosofia che ci ha spinto ad avviare una partnerhip con Engie mirata all’ammodernamento dell’impianto di pubblica illuminazione e, contestualmente, a una risparmio energetico che, oltre a un valore economico, ha un enorme significato. Il lavoro compiuto all’ingresso storico degli Scavi archeologici segna una tappa importante per la valorizzazione del nostro inestimabile patrimonio storico e culturale»

Così Fabrizio Di Battista, direttore Area Adriatica Sud di Engie Italia: «Siamo onorati di essere partner del Comune di Ercolano, località riconosciuta oltre i confini italiani per la sua eredità storica ed archeologica, patrimonio dell’Unesco. Quale architetti del territorio, collaboriamo attivamente con oltre 350 comuni italiani per progetti di efficienza energetica, nell’ambito dei quali gestiamo oltre 400.000 punti luce. Per il Comune di Ercolano stiamo riqualificando l’ingresso del sito archeologico degli Scavi con tecnologia a led di ultima generazione, ad alta efficenza, e installando pali fotovoltaici e intelligenti. Tali interventi consentiranno una riduzione dei consumi energetici di oltre il 65% , pari a un taglio delle emissioni di CO2 di circa 850 ton all’anno. Il nostro obiettivo è conciliare interessi individuali e collettivi, affiancando i comuni nella realizzazione di progetti virtuosi, a beneficio dell’ambiente, di una migliore qualità di vita delle persone, di un progresso più armonioso».

 

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(Tonia Ferraro – http://www.lospeakerscorner.eu – News archiviata in #TeleradioNews ♥ il tuo sito web © Diritti riservati all’autore)

Il Racconto, Firefox – Volpe di Fuoco

di Lucio Sandon

Eruzione del Vesuvio dall’otto al dieci dicembre 1861.

La popolazione di ventimila anime tutta poté fuggire con alquante masserizie accalcate sulle strade che, screpolate, impedivano i carri, anche la via ferrata si fermò.

Fu grandissima sventura con grandi disagi e perdite di roba, ma non pericolò uomo, onde questo e lo arrestamento della lava ascrissero a miracolo dell’Immacolata. Il giorno 11 tutta l’eruzione era spenta, il pietoso caso ebbe eco nell’animo di re Francesco che, quantunque esule e povero, incontanente mille ducati, posso dire tolti alla sua mensa, fè tenere al cardinale di Napoli, con questa lettera del 15 del mese «Come pastore della diocesi ov’è Torre del Greco, mando a Vostra Eminenza mille ducati da parte mia e della regina per aiuto a quei danneggiati infelici. Non è lagrima dei miei sudditi che non mi cada sul cuore, né penso alla mia povertà se non quando, come adesso, m’impedisce di fare il bene che ho sempre anelato di fare. Una nuova calamità aggiunge crude sventure alle tante che gravano sui popoli miei, gli abitanti d’una città vicina alla mia reggia erano raminghi in aspro inverno, attorno ai loro focolari distrutti. Vostra Eminenza sa quello che l’iniquità e il tradimento fecero della mia corona. Sovrano proscritto non posso accorrere tra i miei sudditi per sollevarne le pene. La mano del re delle due Sicilie è impedita, l’esule non ha ricchezze ché, lasciando la terra degli avi ne portava soltanto lo imperituro amore per la patria perduta. Mi siano pur grandissime le mie sventure e fievoli le mie facoltà, re sono e debbo l’ultima stilla di sangue e l’ultima mia moneta ai popoli miei. Non dimeno l’obolo del povero ch’oggi loro mando, valerà forse assai agli occhi loro che tutto quanto in più prosperosi tempi, che certo torneranno, potrò fare a lenimento delle loro infelicità».

Anche la rivoluzione fe’ pompa di largizioni: il medico ex luogotente Farini, che tante migliaia del reame s’avea beccate, dié magnanimamente dieci franchi. Ma il redentore Garibaldi, sentito anch’esso quel “grido di dolore” da Caprera, non avvilì sè e i danneggiati col dare danari ma, presa la penna, mandò una brava lettera promettente «… unire la sua voce a quella dei generosi che l’alzeranno per quell’infelice popolazione». E, argomento patetico, aggiunse: «Roma e Venezia sorelle schiave hanno l’amore dei liberi che giurano strapparle agli eserciti sterminatori. Torre del Greco non è infelice quanto Roma e Venezia perché la lava e i tremuoti non possono ammiserire la razza umana». Significava aversi a spendere per Roma e per Venezia, non per Torre… Ai torresi bastava il sollievo d’udire da quella bocca che nudi, al freddo, fuor dagli aviti tetti caduti, erano meno infelici dei Veneziani e dei Romani nei loro palagi.

La statua di Garibaldi a piedi è sistemata al centro della piazza principale della cittadina, e come un vigile a dirigere il traffico, con la sua spadona indica la direzione sbagliata cioè verso la Calabria, mentre il volto preoccupato è rivolto verso la montagna incombente, quasi ad implorarla di non far danni e non obbligarlo a un altro gesto magnanimo.

Dietro l’eroe dei due mondi da molti anni c’è un ambulatorio veterinario, dove sono al lavoro alcune persone.

Alessandra, la bionda giunonica dagli occhi verdi era alle prese con flaconi di soluzioni iniettabili e altri medicinali per cercare di salvare il cucciolo di alano arlecchino portato in mattinata dal suo fidanzato, tenente dei carabinieri, il quale aveva avuto la brillante idea di acquistarlo con un impulso di cuore tenero presso un noto negozio di animali della vicina metropoli.

L’ufficiale aveva notato il cucciolo in vetrina triste e raffreddato, e aveva pensato di sottrarlo alla sua sorte confinando ciecamente nelle abilità taumaturgiche dell’innamorata. Con un rapido test Alessandra aveva avuto invece la conferma dei suoi sospetti: la bestiola aveva una malattia che difficilmente perdona.

Marisa, l’altra assistente era in giardino, come spesso accadeva, a fumare avidamente una delle sue MS. I suoi occhi grigi erano persi a osservare il volo dei gabbiani mentre portava a passeggio uno dei cani ricoverati in ambulatorio, e i suoi lunghi capelli neri erano accarezzati dal vento, mentre il fumo stava già lavorando nei suoi polmoni.

Il dottor Gardenia era chiuso nel suo studio, intento a compilare fatture e catalogare certificati di antirabbiche e microchip con risultati che sarebbero parsi subito spaventosamente allarmanti per chiunque avesse un minimo di infarinatura di aritmetica e senso dell’ordine, ma che per lui erano perfettamente normali.

Il suo commercialista era già invecchiato prematuramente.

Era una bella mattinata d’estate e le ragazze del reparto toelettatura erano impegnate nelle loro faccende. Tutto procedeva per il meglio, tranne che per il povero fiscalista.

Un forte colpo alla porta interna che comunica con il reparto bagni e tosature ruppe l’operoso silenzio dell’ambiente. Anna, una delle ragazze si era affacciata con aria preoccupata alla stanza del dottor Gardenia e con uno sguardo supplicante degli occhioni scuri sussurrò:

«Scusi dottore, le dispiace venire un momento di là?»

«Cosa è successo?»

«Niente di grave, stavamo tagliando le unghie a un cane, ma una di esse era nera e non ho visto bene il punto in cui dovevo fermarmi. Adesso dall’unghia esce sangue, e la cagnolina piange di dolore!»

Lui corse subito nell’altra stanza, e gli si parò innanzi uno spettacolo terribile: le disgraziate ragazze avevano già provato a bloccare l’emorragia con il cotone bruciato, poi erano passate ad applicare garze, cerotti e quant’altro suggeriva loro la fantasia.

A causa però del copioso flusso di sangue che rendeva viscide tutte le applicazioni adesive, avevano ottenuto semplicemente il risultato di spargere materiale insanguinato e sangue vivo tutto in giro. Intanto il cane, una bastardina con lontane ascendenze di volpino di Pomerania, molto docile ma agitatissima a causa del dolore e per l’odore del sangue, esternava tutto il suo disappunto abbaiando a squarciagola… Un macello….

«È tutto sotto controllo, portatela di là che ci penso io! Voi tenetela ferma, che le do un colpetto con il termocauterio. Un attimo solo… Ma cos’è questa puzza?»

 

BANG! POUMM!…

Le ragazze avevano provato a bloccare il sangue anche con tamponi di alcool, che secondo il genio di turno era un ottimo antiemorragico. Al contatto con l’elettrodo rovente, l’alcool era esploso in una palla di fuoco. Avvolta nelle fiamme come una novella pulzella d’Orlèans, la povera bestia fece un salto a mò di canguro impazzito, atterrando alle spalle del veterinario proprio nel momento in cui un cliente maleducato spalancava la porta dello studio dopo aver dato un forte colpo all’uscio per vedere se poteva entrare. Contemporaneamente un altro cliente stava uscendo dalla porta esterna.

Con la capacità tipica degli animali di valutare in un attimo la possibilità di fuga, la malcapitata volpina non ci pensò due volte, e si infilò le due porte aperte. Come un fulmine il cane si lanciò a capofitto verso la libertà, via dai folli incendiari… Con pochi balzi si trovò sul marciapiede, dove si voltò per un attimo lungo una vita a guardare la torma esagitata dei suoi crudeli inseguitori: veterinari, infermiere, clienti, passanti e sfaccendati. Un gruppo di umani urlanti e con le mani adunche protese verso di lei, e lei decise allora di sfidare la morte buttandosi ad attraversare la strada di slancio piuttosto che lasciarsi ghermire da quella pericolosa torma di esaltati.

In quel momento sulla strada passava un ciclomotore con due ragazzi a bordo, i quali sbandando per frenare onde evitare di investire il volpino, caddero rovinosamente su una macchia di grasso con rumore di ferraglia, scintille, bestemmie e un florilegio di esclamazioni e urla da parte degli astanti.

Mentre il botolo illeso guadagnava il marciapiede opposto, e si dava alla fuga verso il centro cittadino, passando sotto il minaccioso spadone dell’eroe dei due mondi, i due ragazzi si alzavano faticosamente, e dopo aver controllato escoriazioni e danni ai vestiti e al motorino, si rivolsero in modo decisamente inurbano verso il personale della clinica, chiedendo notizie del cane kamikaze.

«Di chi è chillu bbastardo

L’espressione angelica del personale, risultò unanime e sincera.

«Mai visto prima!»

«Ma che è sto casino? Stavate correndogli appresso!»

«Si cercava di salvarlo dalla strada… Lo avranno abbandonato.»

«Si acchiappo chillu strunzo d’o padrone,’o rompo ‘a faccia

Nel frattempo il dottor Gardenia si stava affannando in direzione del centro cittadino,  all’inseguimento della fuggitiva, la quale però spinta dal terrore correva ad una velocità supersonica facendo lo slalom tra auto, bancarelle, vigli urbani e passanti, e così, come spesso accadeva, la situazione venne presa in pugno dalla bella Marisa.

Inforcato lo scooter del suo principale, la ragazza si mise alla rincorsa della bestiola, seguendone le tracce tra la folla, che fendeva a colpi di clacson, e tale era l’impressione che faceva con la tunica blu ed i capelli corvini al vento, curva sul manubrio del ciclomotore come ad esortarlo a correre più svelto, che miracolosamente la moltitudine si fendeva come il Mar Rosso davanti a Mosè, permettendole così di raggiungere e superare il cane, ormai trafelato.

Non è da tutti i giorni vedere una bella ragazza con una casacca sanitaria in pieno centro cittadino, bloccare un motorino di traverso un marciapiede e cercare di afferrare un cane terrorizzato che le ringhia contro.

Si potrebbe pensare a uno squinternato scienziato che bracca un bracco da vivisezionare.

Con la sola forza della disperazione e aiutandosi con le bestemmie più oscene sussurrate dolcemente, Marisa riuscì infine a bloccare la cagnetta, e stringendola sotto al braccio sinistro, la riportò in ambulatorio guidando con una sola mano. Il tutto guardandosi ansiosamente intorno, nel caso ci fossero ancora in giro gli infami motociclisti traumatizzati.

Raggiunta la clinica, la volpina venne sottoposta a un rapido controllo. Sarà stato l’effetto del cauterio o della corsa sull’asfalto rovente che aveva contribuito a rimarginare la ferita, l’emorragia si era perfettamente fermata, così con un nuovo bagno rinfrescante, una bella spazzolata, una bella atomizzata di profumo, la bestiola tornò in forma smagliante come se nulla fosse successo.

Dopo pochi minuti e in perfetto orario, tornò il padrone della volpina, che l’aveva lasciata per la toeletta.

«Mi sembra un po’ agitata.»

«Macché! In genere la prima volta che si fanno il bagnetto hanno un po’ paura di quel phon così grande …Vero carina? Come si chiama?»

La volpina sorrise al suo veterinario, con i canini malevolmente sguainati.

Mentre il proprietario di Kitty si pavoneggiava con al guinzaglio la sua profumata amichetta, che come ultimo saluto si abbassò elasticamente sulle zampe posteriori e lasciò un profumato omaggio in sala d’attesa, dal retro dello studio, dove erano sistemati i box per il ricovero, uscì Alessandra, l’unica che non aveva partecipato alla caccia al volpino.

Lei era rimasta vicino al cucciolo malato, e ora con le lacrime agli occhi e la testa bassa, singhiozzava per la rabbia.

«È finito, ho dovuto addormentarlo. Le convulsioni non gli davano tregua, soffriva troppo.»

Il suo principale la strinse in un abbraccio, ma essendo più basso di lei di parecchi centimetri il suo viso affondava non sulla spalla della ragazza ma più in basso, cosa che non gli dava stranamente alcun fastidio, specie quando Alessandra tossiva e singhiozzava.

Vedendo però il cadavere rattrappito di quello che era uno splendido cucciolo di alano arlecchino, la rabbia cominciò a prendere il dottor Gardenia allo stomaco, come una morsa che gli stringesse i visceri. Abbandonando la collaboratrice ai suoi tormenti, lui lasciò che la collera gli obnubilasse la mente come, e inforcò lo scooter abbandonato sul marciapiede, senza una parola con nessuno.

Mentre guidava verso la zona collinare della metropoli, la sua mente andava ai tanti episodi visti, raccontati e sussurrati da colleghi e amici riguardo il negozio di animali che vendeva perlopiù cuccioli malati o con tare fisiche, e il suo sdegno aumentava di minuto in minuto, finché giunto davanti al lurido esercizio, lasciò cadere a terra per l’ennesima volta a terra il ciclomotore, e si affacciò nel locale, accolto da un fetore che toglieva il fiato. Il venditore di cani malati, noto commerciante che si era arricchito con quel commercio infame, lo accolse con un sorriso untuoso.

«Caro dottor Gardenia, quale onore!» E si avvicinò tendendo la mano molle e sudaticcia, che il veterinario si guardò bene dallo stringere, misurandogli invece uno schiaffone sul volto.

Il commerciante preso alla sprovvista incassò il colpo, che gli fece compiere una mezza giravolta, e si andò a fermare contro lo scaffale dello scatolame, provocandone la rovinosa caduta.

«Questo è per il cucciolo che è morto oggi. Se vuoi il resto per quelli del mese scorso, non hai che venire da me, sai bene dove trovarmi.»

Lasciando il malfattore tramortito, il dottor Gardenia uscì dal negozio e cominciò a prendere a calci anche l’incolpevole motorino, nel tentativo di metterlo in moto. Tornando verso casa però, cominciò a connettere in modo più lucido e a pensare a ciò che aveva fatto. I guai non sarebbero tardati a presentarsi: il commerciante era sicuramente amico di qualche pericoloso camorrista che avrebbe potuto eseguire una terribile vendetta, o nel caso più benevolo il malandrino avrebbe certamente sporto denuncia alla polizia per aggressione.

Il dottor Gardenia meditava sull’eventualità migliore: se essere bastonato o andare in galera, e in tal guisa mentre guidava, cominciò a venirgli un mal di testa micidiale.

«Ciao dòttore. Salve Filofteia.»

La domestica rumena dagli occhi verdi viveva in Italia da almeno quindici anni e da oltre dieci lavorava presso quella famiglia, ma il suo modo di parlare era rimasto invariato dal primo giorno.

Filofteia veniva dal borgo che sorge intorno al castello di Bran in Transilvania, il che insieme alla circostanza di avere una pelle bianca come il latte, e al fatto di non sembrare per nulla cambiata dal primo momento in cui aveva cominciato ad esercitare il suoi servizi, faceva rabbrividire leggermente il dottor Gardenia ogni volta che si trovava con lei da solo.

Dopo aver fermato il motociclo in giardino, l’uomo si diresse verso il mobile bar e si versò una generosa dose di Glenlivet per cercare di distendere un po’ i nervi, ma mentre si accingeva ad assaporare l’ambrato nettare, sentì una voce alle sue spalle: «Dòttore, signora moglie dice che dòttore non devi bere vino liquore birra pèrche fa male fa diventare chiatto puoff…» E fece un gesto eloquente con le mani intorno ai suoi fianchi snelli guardando con ironia la silouhette del suo datore di lavoro.

Filofteia, oltre ad avere delle strane idee circa la cucina, aveva sviluppato un morbosa devozione per la padrona di casa, seguendone alla lettera i comandamenti .

«Hem, Filofteia, ho un forte mal di testa! »

«Dòttore mal di testa, dòttore prendi una bustina di aulìn!»

«Una sola o due bustine? Grazie per la consulenza.»

Abbandonato il bicchiere, il dottor Gardenia salì sconsolato le scale per andarsi a gettare un po’ sul letto, dopo aver chiuso le imposte, per riposare un po’, e fortunatamente il sonno lo coprì con una tenera coperta blunotte appena mise la testa sul cuscino. Sognò di essere nell’officina di un fabbro e di avere il cranio stretto nella morsa di ferro, mentre un robusto artigiano in tuta blu si accingeva a trapanargli la testa con un grosso trapano a colonna. Si svegliò di soprassalto con gli occhi sbarrati a fissare il soffitto, ma il trapano non accennava a fermarsi, per cui si alzò cautamente dal letto ed andò ad aprire la portafinestra per vedere da dove venisse il frastuono.

Spalancata l’imposta gli si parò davanti agli occhi la vista di un militare in tuta da combattimento con tanto di elmetto, giubbotto antiproiettile e fucile mitragliatore, che gli fece imperiosamente cenno di rientrare in casa.

Cosa che lui fece all’istante, chiudendo nuovamente i battenti e rimettendosi a letto, convinto di essere ancora nel sogno, anche perché il trapano continuava a tentare di bucargli il cervello, impressione che venne però definitivamente accantonata quando un perentorio squillo del citofono risuonò nella casa.

«Dòttore, dòttore, correte, ci sono quelli. La Mìlizia!»

La mìlizia si manifestò in un plotone di carabinieri e poliziotti in assetto di guerra, che si accalcavano sull’uscio di casa affollando il giardino e premendo per entrare, ma bloccati da Filofteia decisa a vendere cara la pelle.

Il dottor Gardenia era confuso e frastornato, non sapeva che fare, ma alla fine la ragione prese il sopravvento.

«Filofteia: fai entrare i signori»

I signori entrarono.

I carabinieri nerovestiti e i poliziotti in tuta blu entrarono senza chiedere permesso, e cominciarono a salire le scale e scendere verso la cantina, mentre il padrone di casa li guardava sconsolato chiedendosi cosa mai potesse aver dichiarato il negoziante di animali per scatenare una reazione tanto eccessiva, così uscendo in giardino alzò gli occhi al cielo per chiedere perdono dei suoi peccati e vide l’elicottero che volava talmente basso da toccare quasi con i suoi pattini, il cancello di casa.

Ecco l’onirico trapano. Il dottor Gardenia scoppiò in pianto dirotto.

«Perché piangi?»

Un braccio potente gli strinse le spalle e gli diede un brusco scossone. Lui si girò, e vide un oplita che gli sorrideva attraverso la visiera, i baffi curatissimi sopra un lampo di denti candidi, ma non lo riconobbe. Impossibile, d’altra parte lo aveva sempre visto con il suo impeccabile vestito di grisaglia e cravatta regimental. Il commissario Cavallo, che lui chiamava affettuosamente Montalbano perché aveva sempre immaginato così il commissario uscito dalla penna di Camilleri, era palesemente in difficoltà nei panni dell’assaltatore, cosa che invece riusciva naturalissima al capitano Gazzelli, il fidanzato di Alessandra, che lo affiancava nel raid, essendo il comandante della locale compagnia.

I due erano entrati dalla porta carraia spalancata sulla strada, quando avevano riconosciuto il padrone di casa che si disperava in giardino: stupiti si erano avvicinati, e mentre il poliziotto lo abbracciava, il carabiniere lo apostrofò dubbioso.

«Scusi dottore, ma cosa ci fa qui?»

Il dottor Gardenia gli restituì uno sguardo dubbioso.

«Veramente me lo chiedevo anch’io di voi: questa è la mia casa. Però va bene, l’ho colpito, ma non l’ho mica ammazzato!»

«Dottore, lei è fuori di sé, non so di cosa parla!»

«Tonino il venditore di cani. Il cucciolo di alano è morto… Il cimurro. Alessandra ha dovuto addormentarlo.»

L’ufficiale fece un passo indietro, come colpito da uno schiaffo peggiore di quello che il veterinario aveva inflitto a Tonino. Gli mancò l’equilibrio per un attimo, fu sul punto di cadere.

«Morto, ma ma come?»

A quel punto le frasi sgorgarono come un fiume in piena: il cucciolo che non poteva sopravvivere, il dolore della collega, la corsa in moto e lo schiaffo dato al commerciante.

Al che il commissario Cavallo cominciò a sghignazzare sotto i baffi impomatati.

«Tu credevi che noi… Hahahaha… L’elicottero, il collega in terrazzo, ghhhh..urgghhh…»

Le risate contagiarono anche il carabiniere il quale, pur non tenendo in eccessiva simpatia il collega commissario perché sospettava che l’altro avesse un debole per la sua fidanzata, cominciò a ridere di gusto, dimenticando per un attimo il dolore per la morte del suo cucciolo.

«Stiamo facendo una retata per arrestare un noto latitante che è stato segnalato in una villa qui vicino, dovresti conoscerlo, è il nipote del Sultano, il famoso boss di questa zona! Si tratta di un’azione congiunta di tutte le forze dell’ordine, e come ben sai, quando si cerca un latitante, non c’è bisogno del mandato di un giudice per entrare nelle case sospette!»

«Intanto non conosco nessun sultano, e poi perché casa mia dovrebbe essere sospetta?»

«È in posizione strategica tra il mare ed il Vesuvio, e poi è vicina alla casa del boss!»

«Bene, qui non c’è nessun latitante tranne me, gradite un limoncello fatto in casa?»

Sempre se Filofteia ci permette di avvicinarci al mobile bar.

 

 

Lo scrittore Lucio Sandon è nato a Padova nel 1956. Trasferitosi a Napoli da bambino, si è laureato in Medicina Veterinaria alla Federico II, aprenso poi una sua clinica per piccoli animali alle falde del Vesuvio. Appassionato di botanica, dipinge,  produce olio d’oliva e vino, per uso famigliare. Il suo ultimo romanzo è La Macchina Anatomica, un thriller ambientato a Portici. Ha già pubblicato il romanzo Il Trentottesimo Elefante; due raccolte di racconti con protagonisti cani e gatti: Animal Garden e Vesuvio Felix, e una raccolta di racconti comici: Il Libro del Bestiario.

 

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Al via Artigiani in Villa Bruno

SAN GIORGIO A CREMANO (NA) – In Villa Bruno l’8 e il 9 dicembre si svolgerà l’evento Artigiani in Villa per iniziare a vivere la magia del Natale.

Dalle 10 alle 18 il Palazzo della Cultura sangiorgese sarà ancor più animato da stand che sporranno artigianato locale e eccellenze gastronomiche campane Il tutto accompagnato da visite guidate, eventi di musica, teatro, danza e perfino laboratori  e incontri che si susseguiranno no stop in una due giorni dedicata allo svago e alla cultura.

Artigiani in Villa è organizzato dalla Pro Loco, con la collaborazione di Susy Borrelli ed è patrocinata dalla Città di San Giorgio a Cremano. Il programma prevede: 

Sabato 8 dicembre  

  • ore 10: Apertura ed inaugurazione degli stand di artigianato locale e percorso narrante in Villa Bruno, attraverso le tappe della dimora settecentesca dove sarà possibile ammirare anche gli arredi originali della famiglia Bruno e i luoghi più caratteristici che hanno fatto la storia di questo luogo.
  • ore 10.30: Laboratorio di scrittura creativa e animazioni per bambini Aspettando il Natale, dedicato a piccoli a grandi, a cura della scrittrice Rita Perrotta ( è gradita prenotazione al numero 3291163824).
  • ore 11.30 Concerto di musica a cura degli alunni dell’accademia musicale Nu mare ‘e musica, diretti dal maestro Luigi Santoro.
  • ore 17: Esibizione di ballo a cura dell’accademia Manu Dance, diretta da Lina Siniscalchi e Manola Cangiano.
  • ore 18.30: nella Biblioteca Padre Alagi si terrà il convegno La Rinascita del Vesuvio, a cura dell’associazione Primaurora. Sarà un incontro con esperti e volontari che si sono occupati dell’emergenza incendi sul Vesuvio nel 2017, in cui saranno spiegate le misure necessarie per il rimoschimento dell’area intorno al Vulcano, di cui tutti possono essere partecipi.

Domenica 9 dicembre

  • ore 10: apertura degli stand di artigianato locale e percorso narrante in Villa Bruno, attraverso le tappe della dimora settecentesca dove sarà possibile ammirare anche gli arredi originali della famiglia Bruno e i luoghi più caratteristici che hanno fatto la storia di questo luogo.
  • ore 10.30: Laboratorio di scrittura creativa e animazioni per bambini Aspettando il Natale, dedicato a piccoli a grandi, a cura della scrittrice Rita Perrotta ( è gradita prenotazione al numero 3291163824).
  • ore 11: Performance dei ballerini di Manu Dance.
  • ore 18: Performance degli allievi della Scuola musicale Nu mare ‘e musica.

Così il sindaco Giorgio Zinno: «Diamo il via agli eventi che ci accompagnano verso le festività natalizie. Grazie alla Pro Loco, a Susy Borrelli e alle eccellenze del nostro territorio,  l’8 e il 9 dicembre Villa Bruno sarà  un luogo di festa per tutti. Il programma che abbiamo patrocinato va sempre nella direzione di promuovere i giovani talenti della musica e della danza che avranno l’occasione di esibirsi gratuitamente davanti a tanti cittadini e nello stesso tempo offriremo a tutti l’opportunità di apprezzare manufatti artigianali e le migliori eccellenze gastronomiche, trascorrendo un po’ di tempo tra gli stand nel cortile e nel parco della Villa. Inoltre sabato sera ospiteremo nella biblioteca un interessantissimo incontro per discutere del nostro Vesuvio con personalità ed esperti già impegnati durante la drammatica emergenza roghi e oggi partecipi delle attività di rimboschimento dell’area del vulcano».

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Il Racconto, La letterina

di Giovanni Renella

Come ogni anno, il flusso di lettere verso quella regione dell’Europa tendeva ad intensificarsi sin dai primi giorni del mese di dicembre.

Era tempo di bilanci e, prima di mettere le proprie richieste nero su bianco, forse era il caso di passarsi una mano sulla coscienza.

Ai più buoni la stesura di quel documento veniva fuori di getto; chi durante l’anno qualche piccola magagna l’aveva fatta era un po’ titubante nella scrittura; i più discoli, invece, avevano buttato giù una serie di richieste con il chiaro intento di provocare, per vedere, parafrasando una vecchia canzone di Jannacci, un po’ su tutti l’effetto che avrebbe fatto.

Fra i più impertinenti si erano distinti Gigino, Matteo e Peppino che, senza sapere né leggere né scrivere, avevano provato a fare la voce grossa sperando che qualcuno gli desse ascolto.

L’unico effetto sortito era stato quello di essere addirittura minacciati dell’invio, subito dopo Natale, di una calza piena zeppa di carbone, quale suggello della solenne bocciatura delle richieste avanzate, conferendo al carbone, oltre che un significato metaforico, anche una valenza storica: quel fossile era stato uno degli elementi da cui aveva avuto origine il tutto, nell’ormai lontano 1951, con la costituzione della Comunità europea del carbone e dell’acciaio.

Ma i nostri tre, che di storia sapevano poco e di tutto il resto forse anche meno, quella letterina piena di buoni propositi proprio non volevano rinunciare a farla giungere a destinazione.

Nei mesi precedenti si erano solennemente impegnati per la distribuzione di doni e prebende in favore di chi gli aveva accordato la propria fiducia; e ora, come tutte le cambiali prossime alla scadenza, anche quelle dovevano essere onorate.

Per cui, in nome della lotta alla povertà, della sicurezza e del primato degli italiani, in quella loro lettera avevano scritto di tutto e di più,  dimenticando che le regole possono essere cambiate, e talvolta è doveroso farlo, ma prima ancora devono essere rispettate.

A Gigino, Matteo e Peppino, questo piccolo particolare, però, non glielo avevano spiegato; come nessuno gli aveva detto che il bilancio doveva essere formulato tenendo conto di determinati parametri.

Bilancio? Parametri? Ma che cosa si stavano inventando a Bruxelles? E perché tutto questo putiferio?

Loro avevano solo scritto la letterina a Babbo Natale!

(Foto by Val Vesa_Unsplash)

 

Nato a Napoli nel ‘63, agli inizi degli anni ’90 Giovanni Renella ha lavorato come giornalista per i servizi radiofonici esteri della RAI. Ha pubblicato una prima raccolta di short stories, intitolata  Don Terzino e altri racconti (Graus ed. 2017), con cui ha vinto il premio internazionale di letteratura Enrico Bonino (2017), ha ricevuto una menzione speciale al premio Scriviamo insieme (2017) ed è stato fra i finalisti del premio Giovane Holden (2017). Nel 2017 con il racconto Bellezza d’antan ha vinto il premio A… Bi… Ci… Zeta e nel 2018 è stato fra i finalisti della prima edizione del Premio Letterario Cavea con il racconto Sovrapposizioni. Altri suoi racconti sono stati inseriti nelle antologie Sette son le note (Alcheringa ed. 2018) e Ti racconto una favola (Kimerik ed. 2018).

 

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Figli di Portici famosi: il pittore Eduardo Dalbono

di Stanislao Scognamiglio

Si sente spesso parlare di personaggi di Portici per nascita o d’elezione dei quali si sta perdendo la memoria … Ritengo perciò doveroso ravvivarne memoria fornendo un breve profilo biografico tratto dal mio inedito Diario; avvenimenti, cose, fenomeni, uomini, vicende.  Portici e Vesuvio dalle origini a oggi, con il conforto di Autori di ogni tempo.

Eduardo Dalbono è nato a Napoli, il 10 dicembre 1841, da Carlo Tito Dalbono e da Virginia Carelli.

Discendente di una famiglia di artisti, storici e letterati, difatti, nipote del paesista Consalvo Carelli e del letterato e storico dell’arte Cesare Dalbono, nonchè figlio del critico d’arte Carlo Tito Dalbono, dai familiari è stato precocemente stimolato «… a studiare letteratura di età romantica, ad amare musica e ad approfondire temi di storia dell’antichità e del folclore napoletano».

Durante un suo soggiorno a Roma, nel 1850, ha iniziato a studiare a Roma, dove ha preso «… lezioni di disegno dall’incisore Angelo Marchetti». Ha, poi, continuato gli studi a Napoli, con il «… pittore napoletano B. d’Elia, e più tardi da N. Palizzi, dai quali prese lezione presso i rispettivi studi privati».

Nel 1859, ha esordito nel mondo della pittura, presentando due suoi quadri alla Mostra di belle arti, altrimenti nota come Biennale Borbonica: il S. Luigi re di Francia soffermatosi sotto di una quercia rende giustizia ad una famiglia che riverente a lui ricorre, «… un “paesaggio di composizione”, premiato nel 1861 con una medaglia di argento di II classe» e lo Studio di un mulino.

Dalle due opere trapela l’indizio che gli «… interessi del giovanissimo artista erano altresì orientati verso quella particolare accezione del paesaggismo espressa dalla “scuola di Posillipo”, ed in particolare da G. Gigante».

Intorno alla metà degli anni Sessanta, ha perfezionato la sua formazione artistica aderendo alla Scuola di Resina.

Affascinato dallo studio dal vero, dalla pittura di macchia, ha aderito al gruppo della Repubblica di Portici.

Tra le più note testimonianze di questo periodo è certamente il dipinto Sulla terrazza, conservato a Roma nella Galleria di arte moderna. Nella tela,  raffigurante «… la famiglia del pittore su una terrazza affacciata sul centro antico nei pressi della chiesa di San Pietro a Maiella», il paesaggio urbano – rappresentato dai tetti di Napoli – è lo sfondo di una gradevole scena borghese ottocentesca.

Immediatamente dopo, ha prodotto altre «… composizioni ispirate da celebri panorami napoletani»: Una tarantella a Posillipo e Da Frisio a Santa Lucia, quest’ultima acquistata «… da Vittorio Emanuele II ed oggi nel museo di San Martino», Le streghe di Benevento e La piazza del Gesù Nuovo.

Artista figurativo, in breve tempo, è diventato esponente di rilievo del movimento verista pittorico napoletano.

Nell’anno 1866, ha partecipato al concorso per la pittura storica con la tela Scomunica di re Manfredi. Questa tela, successivamente, è stata esposta alla Società promotrice di belle arti di Napoli nel 1868, quindi all’Esposizione nazionale di belle arti di Parma nel 1870, dove è stata premiata con la medaglia d’oro.

Nel 1871, riscuotendo un buon successo, ha presentato alla Società promotrice di belle arti di Napoli la Leggenda della Sirena (o Mito di Partenope), oggi esposta al Museo nazionale di San Martino a Napoli. Il dipinto, è stato  «… tradotto in incisione ad opera dell’incisore Francesco di Bartolo, per farne omaggio ai soci della Promotrice». Nel 1872, l’opera è stata esposta a Milano, in occasione della II Esposizione di belle arti e, nel 1873, a Vienna, alla Esposizione universale, dove è stata premiata con medaglia di bronzo.

Dal luglio all’ottobre del 1874, più volte, ha frequentato Villa Arata di Portici, dove viveva e lavorava il pittore José Maria Bernardo Mariano Fortuny y Marsal (Reus, in Spagna, 11 giugno 1838 – Roma, 21 novembre 1874).

Dagli incontri con l’artista catalano, che «… si era stretto d’amicizia con i pittori della “scuola di Resina”, soggiornando presso la reggia di Portici e dividendone le esperienze pittoriche», è rimasto particolarmente influenzato. Seguendolo nei suoi spostamenti nel territorio porticese,  ha ammirato «… il maestro mentre dipinge con i suoi acquerelli. Tanto ne è influenzato, che sceglie l’adozione dell’acquarello, tecnica particolarmente amata dopo l’incontro con il pittore spagnolo».

Durante una visita al maestro spagnolo, presentatogli da Giuseppe De Nittis,  ha conosciuto il mercante d’arte parigino Adolphe Goupil.

Tra il 1878 e il 1882, soggiornando a Parigi, con il sostegno del mercante francese parigino, ha eseguito quindici dipinti, tra i quali numerosi acquerelli.

Di questo fortunato periodo sono i dipinti: Il voto alla Madonna del Carmine. Di quest’opera il «… Goupil fece trarre una incisione da Varin», la Canzone del mare, Gitanti, Passeggiata a mare, «… tutte basate sull’arricchimento della formula decorativa e commercia le con elementi del folclore napoletano».

Nel 1897, ottenuta la cattedra di pittura , è divenuto  professore di pittura al Real Istituto di belle arti di Napoli.

Museologo, nel 1905,  è stato nominato curatore della Pinacoteca del Museo nazionale di Napoli, l’attuale Quadreria del Museo nazionale di Capodimonte.

Nel 1906, è stato nominato presidente della commissione per il riordinamento della quadreria di palazzo Famese a Piacenza.

Al cavalletto e alla cattedra, ha abbinato anche l’attività di critico d’arte militante, curando la stesura di testi per una serie di conferenze e di articoli. Questi lavori, a cura di Benedetto Croce (Pescasseroli, 25 febbraio 1866 – Napoli, 20 novembre 1952), sono stati raccolti nel volume La scuola napoletana di pittura nel secolo XIX, pubblicato a Bari  nel 1915.

Autore di paesaggi, eseguiti all’aria aperta, di fantasiose scene di genere, ha eseguito: decorazioni «… in ville e palazzi napoletani e tempere su muro per il teatro municipale di Salerno»;

  • pale d’altare «… per la chiesa di Santa Maria di Piegrotta, a Napoli e per una chiesa di Gragnano;
  • disegni per L’Illustrazione italiana e per la rivista parigina Le Grand monde.

Sue opere, oltre che presso collezionisti privati, sono conservate in diverse gallerie sia nazionali sia estere. Ne citiamo alcune:

  • Galleria dell’Accademia di Belle Arti di Napoli – Leggenda della Sirena;
  • Galleria nazionale d’arte moderna e contemporanea di Roma – Porto di Venezia (1890) e Sulla terrazza (1865-1867);
  • Galleria d’Arte Moderna di Verona – Strada di Napoli;
  • Galleria d’arte moderna Ricci Oddi di Piacenza – Vela latina;
  • Museo civico di Barletta – Autoritratto, Figura femminile nuda-;
  • Museo civico di Castel Nuovo di Napoli – Veduta di via San Sebastiano a Napoli (1861);
  • Galleria dell’Accademia di Napoli – Paesaggio con pastore, Leggenda della Sirena (1871), Torre del Greco (1896), Lavandaie alle Terme di Baia, Pioggia di cenere (1906) -;
  • Museo Giuseppe Caravita Principe di Sirignano di Napoli;
  • Museo nazionale di Capodimonte di Napoli, Adelina e Eleonora;
  • Museo nazionale di San Martino di Napoli;
  • Museo Poldi Pezzoli di Milano – Figura femminile (1860-1861) ;
  • Museo d’arte di San Paolo di San Paolo del Brasile – Pescatori a Posillipo al palazzo di Donna Anna.

Villa Dalbono a Portici

 

All’età di settantacinque anni, il pittore Eduardo Dalbono si spegne in Napoli, il 23 agosto 1915.

Roma, Brindisi e Portici hanno intitolato una strada al suo nome.

L’antica via Picenna nel tenimento di Portici, dove nel 1846 è stata edificata la villa Dalbono, nel 1915 ha mutato nome.

Il Comune di Portici, dopo la morte dell’illustre figlio adottivo, ha voluto «… onorarne la memoria dedicandogli questa via ove egli aveva abitato e tratto ispirazione per i suoi capolavori», tra cui Tramonto a Portici, Villa Dalbono a Portici, Veduta del Granatello.

 

Tramonto a Portici

Veduta del Granatello

 

 

 

 

 

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