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Caiazzo. Promozione di libro 'spacciata' dal Comune per commemorazione eccidio? Furente il consigliere 'recordman'

Grave denuncia del consigliere comunale Amedeo Insero che, sebbene di minoranza, è stato il più votato in assoluto ...

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Squille. Cerimonia toccante per commemorare i soldati americani caduti il 14 ottobre 1943 nella 'Battaglia del Volturno'

Nel settantacinquesimo anniversario, su iniziativa dell'associazione nazionale "Combattenti e Reducidi Guerra, domenica 14 ottobre 2018 con una cerimonia ...

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Caiazzo. Monte Carmignano: 'Tra memoria e oblio', nuovo libro sull'eccidio di Nicola Sorbo

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Caiazzo. Rifiuti: da novembre servizio domiciliare 'eco mobile' per anziani e disabili

Altro appuntamento, sabato 29 settembre Puliamo il Mondo in piazza Portavetere Anziani e disabili non lasciati soli. L'amministrazione comunale di ...

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Figli di Portici famosi: il magistrato Salvatore Pagliano

di Stanislao Scognamiglio

Si sente spesso parlare di personaggi di Portici per nascita o d’elezione dei quali si sta perdendo la memoria … Ritengo perciò doveroso ravvivarne memoria fornendo un breve profilo biografico tratto dal mio inedito Diario; avvenimenti, cose, fenomeni, uomini, vicende.  Portici e Vesuvio dalle origini a oggi, con il conforto di Autori di ogni tempo.

Salvatore Pagliano è nato a Napoli, il 13 maggio 1852, da Giuseppe Pagliano e Emilia Melchionna.

Completato gli studi inferiori e superiori, si è iscritto alla facoltà di Giurisprudenza della Regia Università di Napoli.

Dopo la laurea in legge, conseguita all’età di 20 anni, superato il concorso, è entrato nella magistratura.

Nella sua lunga carriera giudiziaria, iniziata nel 1872 e percorsa brillantemente, ha ricoperto le più alte cariche:

  • sostituto procuratore presso il Tribunale di Brescia, 15 aprile 1883, poi presso quello di Napoli, 25 giugno 1885;
  • procuratore del re a Larino (Campobasso), 30 luglio 1891;
  • presidente del Tribunale a Potenza, 19 febbraio 1893, Salerno, 1° dicembre 1895, Santa Maria Capua Vetere (Caserta), 3 febbraio 1898;
  • consigliere di Corte d’appello, sezione di Potenza, 31 marzo 1895, poi di Napoli, 19 gennaio 1899;
  • presidente della Corte d’appello di Napoli, 20 ottobre 1905;
  • sostituto procuratore generale presso la Corte di cassazione a Roma, 11 giugno 1903;
  • procuratore generale della Corte d’appello di Catania, 22 dicembre 1907, poi di quella di Palermo, 4 settembre 1908, di Napoli, 18 maggio 1911;
  • procuratore generale della Corte di cassazione di Palermo, 3 dicembre 1916, poi di quella di Napoli 25 aprile 1920;
  • primo presidente della Corte di cassazione di Napoli, 12 febbraio – 7 maggio 1922.

Inoltre, ha rivestito la funzione di:

  • presidente della Commissione provinciale delle imposte di Napoli;
  • primicerio dell’Arciconfraternita dei pellegrini di Napoli.

Giovane avvocato, ha sposato la signorina Emilia Tarallo. Dal matrimonio sono nati cinque figli: Silvia, Giuseppe, Mario, Maria, Giulia.

Il 13 maggio 1922, raggiunto i limiti d’età, posto in quiescenza, ha dovuto «… quindi lasciare la Magistratura con rammarico».

Nel corso della vita ha stretto amicizia con i maggiori luminari del Foro  e della Politica come: «… Crispi, Pessina, Nitti, De Nicola, ecc».

In virtù dei larghi meriti, acquisiti durante l’attività di «… magistrato integerrimo, giurista di valore, oratore elegante» è stato insignito di tutti i vari gradi dell’Ordine della Corona d’Italia e dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro.

Si è fregiato, quindi dei titoli onorifici:

  • dell’Ordine della Corona d’Italia:
  • Cavaliere – 31 maggio 1894;
  • Ufficiale – 9 novembre 1906;
  • Commendatore – 4 giugno 1908;
  • Grande ufficiale – 27 aprile 1913;
  • Gran cordone – 7 dicembre 1916;
  • dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro:
  • Cavaliere – 20 giugno 1895;
  • Ufficiale – 9 giugno 1907;
  • Commendatore – 2 marzo 1911;
  • Grande ufficiale – 6 giugno 1915;
  • Gran cordone – 12 gennaio 1922.

Il 20 maggio 1926, per le sue benemerenze, con regio decreto, gli è stato  concesso, motu proprio «… da S. M. il Re il titolo di Conte, trasmissibile in linea di primogenitura».

Per aver svolto funzioni presso i Magistrati di appello per almeno cinque anni, il 24 novembre 1913, è stato nominato senatore del Regno d’Italia.

Occupando uno scanno a palazzo Madama, ha svolto «… una notevole attività come relatore di importanti disegni di legge e come componente di varie Commissioni»:

  • per le petizioni (26 giugno 1922 – 10 dicembre 1923) (1° aprile 1927 – 21 gennaio 1929) (2 maggio 1929 – 12 marzo 1930);
  • per la verifica dei titoli dei nuovi senatori (30 maggio 1924-21 maggio 1925. Dimissionario) (2 maggio 1929 – 19 gennaio 1934);
  • per l’esame dei disegni di legge “per la delega dei pieni poteri al Governo per la riforma dei codici” (6 giugno 1925);
  • d’istruzione dell’Alta Corte di giustizia (15 dicembre 1925 – 21 gennaio 1929);
  • per l’esame del disegno di legge “Nuovo codice penale militare” (14 giugno 1926);
  • di contabilità interna (10 dicembre 1926 – 21 gennaio 1929;
  • per le petizioni (12 marzo 1930 – 19 gennaio 1934);
  • d’accusa dell’Alta Corte di giustizia (1° maggio 1934 – 28 maggio 1937).

Nell’aprile del 1929, componente del gruppo liberale democratico, è stato tra i promotori della fondazione dell’Unione Nazionale dei Senatori non iscritti al Partito Nazionale Fascista.

Il magistrato Salvatore Pagliano muore a Napoli, il 28 maggio 1937.

Strettamente legato alla città di Portici, l’Amministrazione civica porticese l’ha onorato intitolando al suo nome la via che fiancheggia la sua tenuta e la villa dove egli ha abitato.

Nastrini delle onorificenze conferitegli:

Ordine della Corona d’Italia:

 Cavaliere;

 Ufficiale;

 Commendatore;

 Grande ufficiale;

 Gran cordone;

Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro:

 Cavaliere;

 Ufficiale;

 Commendatore;

 Grande ufficiale;

 Gran cordone.

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Piatti tipici: Da Caiazzo ancora a Piana di Monte Verna il concorso promosso dalla Pro Loco ‘Marcuccio’

Venerdì 19 ottobre, presso l’agriturismo Fontana Bosco, il secondo appuntamento

Figli di Portici famosi: il pittore Goffredo Godi

di Stanislao Scognamiglio

Si sente spesso parlare di personaggi di Portici per nascita o d’elezione dei quali si sta perdendo la memoria … Ritengo perciò doveroso ravvivarne memoria fornendo un breve profilo biografico tratto dal mio inedito Diario; avvenimenti, cose, fenomeni, uomini, vicende.  Portici e Vesuvio dalle origini a oggi, con il conforto di Autori di ogni tempo.

Goffredo Godi é nato a Omignano, in provincia di Salerno, il 25 agosto 1920.

Fin dalla più tenera età, alla prima giovinezza e fino all’età della maturità, ha «… vissuto gran parte della sua vita  nell’orizzonte vesuviano: a Portici, a Ercolano e a Napoli».

Ancora ragazzino, ha incontrato «… personaggi chiave dell’arte italiana ad iniziare da Luigi Crisconio che [… ] osservava con attenzione al lavoro e quel modo di impastare i colori, modulare le pennellate e riporre infine tutto in una cassetta».

Nel 1935, vista la sua spiccata inclinazione per la pittura,  è stato iscritto «… dalla famiglia alla Scuola d’Incisione su Corallo Maria Josè del Belgio, a Torre del Greco, dove ebbe per maestro Giuseppe Palomba uno degli allievi prediletti di Cammarano».

Nel marzo del 1940,  prima ancora di compiere vent’anni, è stato chiamato a prestare servizio militare nel Regio Esercito Italiano.

Nel successivo giugno, di stanza al 67° Reggimento di Fanteria della Divisione Legnano, all’entrata in guerra del Regno d’Italia, inviato sul fronte occidentale, prende parte  al  secondo conflitto mondiale. Dopo combattuto contro la Francia, al Monginevro, è stato trasferito al fronte greco-albanese. Ferito è stato ricoverato presso l’Ospedale Militare. Ristabilitosi, dichiarato idoneo, è destinato nuovamente al fronte occidentale.

Nel mese di settembre 1943, combattendo in Francia, è stato fatto prigioniero dai tedeschi a Grasse, il paese natale del pittore Jean-Honoré Fragonard (Grasse, 5 aprile 1732 – Parigi, 22 agosto 1806).

Rifiutatosi di combattere per la Germania, è stato rinchiuso nello Stalag XII-A (Lager 12 A), un campo di prigionia tedesco, situato nella campagna che separa la città di Limburg an der Lahn e il villaggio di Diez, distante 4 chilometri da centro di Limburgo.

Anche sotto le armi e, persino, nel campo di prigionia, non ha smesso mai di dipingere o di disegnare.

Dopo due anni di sofferta  prigionia, nell’autunno del 1945, è tornato a casa, a Ercolano.

Nel 1946, si è iscritto all’Accademia di Belle Arti di Napoli per frequentare il corso di pittura del «… maestro

Nel 1950, diplomatosi, si è dato all’arte. «… Nella sua pittura c’è un brevissimo, giovanile entusiasmo per gli esponenti del Secondo Futurismo, che gli derivò da un’esposizione viaggiante giunta nel ‘37 fino ad Ercolano.

E c’è una discreta sperimentazione astratta nella metà degli anni Settanta. Ma in realtà Godi, dall’adolescenza a oggi, non si è mai staccato da quella che nella varietà delle manifestazioni, resta la sua fonte di ispirazione: la natura.

Durante gli anni dell’accademia, assidua è stata «… la sua frequentazione di alcuni dei più distinti artisti presenti a Napoli: il suo maestro Notte (che era stato tra i primi futuristi a Firenze e a Milano) e poi Brancaccio, Ciardo, Giarrizzo, Corrado Russo, Spinosa, Lippi, Colucci, Tatafiore, Pisani, Di Ruggiero, Alfano, Eduardo Palumbo, Ruotolo, Mennella, Amoroso, Perez, Barisani, Cecola, Venditti, De Palma e De Vincenzo». Tra questi, ha intessuto uno stretto legame «… di amicizia soprattutto con un compagno: Armando De Stefano».

Nell’anno 1952, ha cominciato anche a insegnare discipline pittoriche nel Liceo Artistico di Napoli, assistente di Domenico Spinosa (Napoli, 1916 – ivi, 2007).

Dal 1969, ha fatto parte dell’Accademia Fiorentina delle Arti del Disegno.

Dal 1971, si è trasferito a Roma. Nella capitale, ha vissuto continuando la propria attività pittorica e d’insegnante  nel Liceo artistico romano.

Nell’arco della carriera artistica, ha allestito una ventina di mostre personali in numerose città e ha esposto in importanti rassegne nazionali, tra le quali la Quadriennale di Roma.

Le sue opere, sintesi di una «… pittura di robusto mestiere, che indaga la natura accogliendo refoli di poesia», sono state oggetto delle recensioni stese per giornali, riviste, cataloghi, libri, dalle maggiori firme di critici d’arte.

Autore di paesaggi, nature morte, ritratti, tra le sue realizzazioni, varie hanno per tema l’area rivierasca del Granatello di Portici.

Dal 25 agosto al 15 settembre del 2007, organizzata dalla Galleria Del Monte Arte Contemporanea di Forio d’Ischia, si è tenuta una sua mostra antologica.

All’età di 93 anni, il maestro Goffredo Godi, «… “l’ultimo paesaggista” per la sua ancora recente attività “en plen air”». si spegne nella sua abitazione a Roma, il 12 settembre 2013.

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ALVIGNANO. HABEMUS “FESTA DEI NONNI”

Meglio tardi che mai…
Ma si sa, il Sindaco  Marcucci è molto impegnato a pensare come sfiduciare il Presidente del Consiglio Comunale Armando De Marco, ormai diventato il capro espiatorio del fallimento politico dell’Amminsitrazione Comunale  e del regresso sociale del paese……

 
La festa dei nonni, che si sarebbe dovuta svolgere lo scorso 2 Ottobre in occasione della Giornata nazionale dedicata  ai nonni,   è stata sollecitata dal gruppo di minoranza di “Direzione Alvignano” nei giorni scorsi…
 
Appuntamento il prossimo 25 ottobre presso il Ristorante dei Fiori di Alvignano.
 
Ecco il programma e la locandina:

(Giuseppe Di Lorenzo – News archiviata in #TeleradioNews ♥ il tuo sito web© Diritti riservati all’autore)

Le giornate di Napoli – FTIS ai Quartieri Spagnoli

NAPOLI – Al Teatro La giostra in via Speranzella mercoledì 17 ottobre alle 18 parte la seconda stagione di attività, con l’evento Le giornate di Napoli – FTIS, tre giorni di teatro per tre scuole, selezionate in base all’impegno nella formazione teatrale come strumento d’inclusione e approfondimento multidisciplinare nel percorso didattico.

L’iniziativa, che si avvale Con il patrocinio della Città Metropolitana di Napoli, è una «…iniziativa contro il sistema della camorra».

Il progetto Festival del Teatro Sociale s’inserisce nell’ambito di Officina Speranzella, (formazione e post-formazione teatrale per allievi e attori a titolo gratuito per i giovani dei Quartieri Spagnoli), per favorire l’incontro e il confronto tra studenti, docenti, esperti, giornalisti, scrittori, sociologi, e gli esponenti delle Istituzioni.

Nei giorni 17, 18 e 19 ottobre, lo spazio nel cuore dei Quartieri Spagnoli di Napoli ospiterà, rispettivamente, il Liceo Classico Adolfo Pansini, il Liceo Scientifico Galileo Galilei e l’I.I.S. Giancarlo Siani, che presenteranno uno spettacolo frutto di laboratori, Pon e progetti di alternanza scuola-lavoro, ispirato a tematiche di carattere civile e sociale di particolare rilevanza ed attualità.

Padrino d’eccezione sarà il giornalista e scrittore Luca Attanasio, che darà il via all’evento con un incontro/reading coordinato dalla giornalista Ida Palisi, aperto al pubblico e agli studenti, cui parteciperanno il Presidente del Consiglio Comunale di Napoli, Alessandro Fucito, e il Presidente della II Municipalità di Napoli, Francesco Chirico.

Luca Attanasio, giornalista e scrittore, collabora con Vatican Insider, Limes, Atlante (Treccani), Jesus, ed è esperto di fenomeni migratori, geopolitica, Paesi dell’area MENA e Africa Subsahariana.

È stato inviato dall’Iraq, l’Etiopia, la Tunisia, il Libano. Docente in Master in Peace-Building Management di II livello (Pontificia Università Teologica San Bonaventura).

Ha pubblicato Guerra e pace in Irlanda del Nord, (Edizioni Associate, Giugno 2001),  Irlanda del Nord, le parole per conoscere (Editori Riuniti, Aprile 2005),  Se questa è una donna (Robin Edizioni, 2014), Il Bagaglio. Migranti minori non accompagnati: il fenomeno in Italia, i numeri, le storie (Albeggi Edizioni, gennaio 2016), Libera Resistenza (Mincione Edizioni, marzo 2017), oltre ad alcuni racconti con Giulio Perrone Editore.

L’incontro I bambini Ulisse  focalizza il fenomeno dei migranti minori non accompagnati tra cronaca e letteratura, realtà e teatro, e sarà occasione di presentazione per la seconda edizione del libro Il Bagaglio. Storie e numeri del fenomeno dei migranti non accompagnati di Luca Attanasio (Albeggi Edizioni), con un contributo di Roberto Saviano.

A seguire, è prevista una pausa aperitivo.

Programma:

  • Mercoledì 17 ottobre alle 20.30 il primo spettacolo in programma Supplici/No luggage, progetto, drammaturgia e regia di Maria Angela Robustelli, per il Liceo Classico Adolfo Pansini.

Sinossi. 36°, 25’, 28’’ Nord; 14°,54’,34’’ a Est della Sicilia.

Sono le coordinate del punto del Mediterraneo, in cui tonni, pesci spada e totani convivono con delle altre anime, quelle delle Supplici. Bambini, ragazzi soli, che da sott’acqua ancora urlano le loro storie di fuggiaschi.

Secondo Save the Children, sono circa 12.300 i minori non accompagnati che arrivano ogni anno in Italia. La maggior parte di loro sono eritrei, somali, egiziani, gambiani, nigeriani, siriani.

Mamadou, Bamba, Mohamed Najem (il bambino-reporter che col suo cellulare documenta le stragi in Siria), Raghad, Nujeen Mustafa (prima rifugiata siriana sulla sedia a rotelle), Marielle e Tereza, la piccola Gouta, sono alcuni dei nostri protagonisti, le cui storie sono ispirate da fatti realmente accaduti e da video shock che hanno fatto il giro della rete.

La nostra storia ci conduce proprio su quelle coste di cui parla l’inchiesta del giornalista Giovanni Maria Bellu, sul naufragio fantasma avvenuto a Portopalo nel ’96, in cui trecento giovani di origine tamil morirono in una carretta del mare.

Il fatto passò completamente sotto silenzio benchè una ventina di superstiti, abbandonati dai trafficanti su una spiaggia nel Peloponneso l’avessero denunciato. Dopo un naufragio di quelle dimensioni, non fu dichiarato il ritrovamento di nessun corpo e invece i cadaveri furono ritrovati a decine nelle reti da pesca.

I pescatori decisero di lasciarli dov’erano perché sapevano che se ne avessero denunciato il ritrovamento, le autorità italiane avrebbero chiuso lo spazio di pesca e per loro sarebbe stata la rovina. Un gruppo di liceali all’ultimo anno, in seguito ad una giornata di partecipazione al MEP (simulazione del Parlamento Europeo), partono alla volta della Sicilia per una vacanza. Durante la loro prima notte in tenda sulla spiaggia, qualcosa di soprannaturale turberà i loro sogni. Qualcosa di nuovo rimarrà al risveglio, dentro di loro e in riva al mare.

  • Giovedì 18 alle 20.30 sarà la volta del Liceo Scientifico Galileo Galilei, che presenterà lo spettacolo Mari Niru liberamente ispirato al romanzo di Margaret Mazzantini, drammaturgia e regia di Daniela De Giorgio, con la collaborazione di Lab Teatro Galilei.

Sinossi. Lo spettacolo, liberamente tratto dal romanzo di Margaret Mazzantini, ci racconta una storia che vorrebbe unire due rive: quella del Nord, cui appartiene Vito, giovane adolescente in crisi che anela a fuggir via da Trapani, e quella del Sud libico, da cui scappano il piccolo Farid e sua madre Jamila, dopo aver perso ogni cosa: affetti, casa, patria. In mezzo alle due rive, un mare.

Un Mediterraneo nero come la notte che ogni giorno sovrasta come un orco i profughi disperati che tentano una meta da raggiungere. Ad ogni costo. Anche della vita. Farid non aveva mai visto il mare prima di allora…

  • Venerdì 19 ottobre alle 20.30 a chiudere la tre giorni del festival sarà l’I.I.S. Giancarlo Siani che porterà in scena Peppino e gli altri (storie di chi soffre lotta vive), ispirato a Peppino Impastato e ad altre storie di violenza. La drammaturgia è firmata da Gianfranco Spirito, Laura Di Simone, e Rosanna Di Tella, la regia è di Gianfranco Spirito.

Sinossi. Un omaggio a tutti quegli eroi invisibili che lottano o provano a lottare quotidianamente contro chi agisce con violenza e arroganza e quindi si ritrovano a vivere, loro malgrado, una vita per nulla facile, paragonabile ad un lungo peregrinare nel deserto in continua ricerca di un oasi dove potersi riposare e godere del bello che la vita ti offre.

Anche nella nostra vita ci sono sicuramente momenti in cui ci sembra di vagare nel deserto, ma non dobbiamo mai perdere di vista l’orizzonte perché prima o poi, se non molliamo, scorgeremo la nostra oasi felice, perché come disse qualcuno, la vita non è facile ma è felice.

Da qui nasce Peppino e gli altri… ovvero Peppino Impastato giovane siciliano di provincia, che si oppone al potere del boss locale soprattutto grazie ad alcune sue trasmissione su Radio Aut, il quale oltre al danno di essere trucidato, subì la beffa di essere ammazzato lo stesso giorno di Aldo Moro, per cui “chi se ne frega del piccolo siciliano di provincia”….e gli altri: Filumena, Valentina, Giancarlo, Kolia, Catino, Pino. Storie di chi soffre, lotta, ma vive!

Per maggiori informazioni e prenotazioni: 3492187511, 3488100587email lagiostrateatro@gmail.com

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Giornata mondiale salute mentale 2018: focus sugli adolescenti

di Carlo Alfaro

In occasione della Giornata Mondiale 2018 della salute mentale, lo scorso 10 ottobre, l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha sottolineato che la vera emergenza sanitaria e sociale del futuro saranno le malattie mentali. La grande sfida sarà accettarle come possibilità esistenziale delle persone e puntare quindi non solo sulla cura ma sull’integrazione sociale.

La Giornata mondiale quest’anno è stata dedicata agli adolescenti, dato che la metà di tutte le malattie mentali esordiscono intorno ai 14 anni. 1 adolescente su 6 nella fascia di età 10-19 anni soffre di un qualche disturbo della sfera mentale, la maggior parte dei casi non viene rilevata né trattata, e infine la tendenza all’aumento di incidenza di queste patologie si osserva soprattutto tra i 10 e i 24 anni. Prevenzione e diagnosi precoce sono elementi chiave, perché prima si riesce a intervenire, prima si possono interrompere i meccanismi patologici che esitano nei sintomi da disfunzione e scompenso.

Alcuni dati in Italia:

  • secondo la Società italiana di Psichiatria, il 10% dei giovani tra i 12 e i 25 anni si dichiara globalmente insoddisfatto della propria vita, delle relazioni amicali, familiari e della salute.
  • Secondo l’Istituto Nazionale di Pedagogia Familiare, ci sono 737 mila minori con una diagnosi di turba mentale, e 200 mila adolescenti che assumono psicofarmaci, di cui il 10% senza prescrizione.
  • Secondo la Società italiana di neuropsichiatria infantile, negli ultimi 10 anni il numero dei pazienti seguiti dai servizi di neuropsichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza è quasi raddoppiato, arrivando oggi a circa 3,6 milioni.

Tanti i determinanti in causa in questo aumento di casi tra i giovani: i cambiamenti della società e della famiglia, l’aumento della violenza, il disagio economico-sociale, la crisi globale, economica e di valori, i flussi migratori con le difficoltà di inclusione, il diffondersi di stili di vita poco salutari come la riduzione del sonno e la cattiva nutrizione, l’esposizione a sostanze d’abuso (alcol, fumo, cannabis), l’ipertecnologizzazione e l’abuso di internet. Tutti questi fattori influenzano il cervello dei ragazzi in un momento cruciale dal punto di vista neurobiologico, poiché le strutture neuronali dell’adolescente si modellano e assumono la struttura adulta, con le competenze cognitive, relazionali e affettive, che rimarranno stabili per il resto della vita.

Alcuni adolescenti sono maggiormente a rischio, come quelli che vivono in ambienti socialmente ed economicamente deprivati, con malattie croniche, disabilità, problemi familiari, o le minoranze etniche o sessuali.

Gli adolescenti con problemi mentali sono a loro volta esposti a esclusione sociale, discriminazione, stigma, comportamenti a rischio e violenze. Le problematiche delle malattie mentali in adolescenza comprendono difficoltà di diagnosi e inquadramento, che richiedono una formazione ad hoc del personale sanitario, uso corretto dei farmaci, identificazione dell’ambiente più idoneo di ricovero per la gestione delle emergenze, visto che molte neuropsichiatrie infantili accettano ragazzi solo fino a 14 anni.

Tra le malattie mentali, la più diffusa negli adolescenti è la depressione. Malattia emblematica dei nostri tempi, al punto da essere definita da più parti la nuova “malattia del secolo”, secondo l’OMS interessa 350 milioni di persone nel mondo e nel 2030 sarà la prima patologia cronica. In Italia, secondo l’Istat, la depressione colpisce 2,6 milioni di persone, ovvero una persona su 23, e ogni anno causa circa 1 milione di suicidi.

In età infantile ha un’incidenza nel mondo tra lo 0,4% e il 2,5%, che sale al 9% nei ragazzi tra i 15 e i 19 anni, nei quali il suicidio è la terza causa di morte. Spesso la depressione si manifesta nei giovani e giovanissimi con sintomi di natura psico-somatica (insonnia, disturbi dell’alimentazione, condotta iperattiva, tachicardia, dispnea, dolori addominali ricorrenti), per l’incapacità, data l’età, di elaborare un contenuto psichico, o viene anticipata da sintomi di malessere psichico come ansia, paura, sbalzi di umore, irritabilità, compromissione delle attività scolastiche e sociali, mentre si fanno strada anche in Italia nuove versioni del malessere come il fenomeno Hikikomori, nato in Giappone, caratterizzato dalla clausura volontaria del ragazzo nella propria stanza o casa per mesi o anni, avendo come unico collegamento col mondo la Rete.

Le nuove linee guida per i medici di base a cura dell’American Academy of Pediatrics, pubblicate su Pediatrics a inizio 2018, raccomandano attenzione nell’individuare la depressione negli adolescenti, che nei due terzi dei casi non viene diagnosticata precocemente: a partire dai 12 anni di età i ragazzi dovrebbero essere sottoposti a uno screening annuale per valutare la depressione, soprattutto quelli con fattori di rischio a sistematico monitoraggio. Una volta identificata la depressione, i medici dovrebbero informare le famiglie e i pazienti e sviluppare un piano di protezione stabilendo specifici obiettivi in aree chiave, tra cui casa, amici e scuola, con la consulenza di uno specialista per la gestione delle opzioni terapeutiche (psicoterapie e antidepressivi) e il follow up, ovvero controlli periodici e programmati.

 

Il dottor Carlo Alfaro, sorrentino, 54 anni, è un medico pediatra Dirigente Medico di I livello presso gli Ospedali Riuniti Stabiesi della ASL NA3Sud, Responsabile del Settore Medicina e Chirurgia dell’Associazione Scientifica SLAM Corsi e Formazione, e Consigliere Nazionale della Società Italiana di Medicina dell’Adolescenza (SIMA).

Inoltre è giornalista pubblicista, organizzatore e presentatore di numerosi eventi culturali, attore di teatro e cinema, poeta pubblicato in antologie, autore di testi, animatore culturale di diverse associazioni sul territorio, direttore artistico di manifestazioni culturali.

 

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Squille. Cerimonia toccante per commemorare i soldati americani caduti il 14 ottobre 1943 nella ‘Battaglia del Volturno’

Nel settantacinquesimo anniversario, su iniziativa dell’associazione nazionale “Combattenti e Reduci

Il grande Cuore di Andrea

L’associazione senza scopo di lucro Il Cuore di Andrea, già attiva da qualche mese, è stata formalmente registrata lo scorso 20 luglio 2018.

L’associazione è sorta per iniziativa della famiglia oltre che su sollecitazione di non pochi amici, ma soprattutto per onorare in modo degno e duraturo il nome di Andrea Pappalardo, scomparso prematuramente e imprevedibilmente il 31 marzo 2017 mentre giocava un’amichevole di calcio.

Andrea era affetto senza saperlo da una patologia cardiaca rara – circa 200 casi conosciuti nel mondo – scoperta di recente e insidiosa, la cosiddetta sindrome del QT corto, che si inserisce fra le malattie genetiche del cuore, in particolare quelle aritmogene, che possono generare pericolose aritmie.

I medici che se ne occupano cercano innanzitutto di divulgare nella classe medica – cardiologia e medicina dello sport – la conoscenza scientifica di questa sindrome e quindi di inviare pazienti in centri di riferimento per ampliare le casistiche di studio. Infine, trattandosi di patologie ereditarie, di proseguire nella ricerca genetica: lo scopo è quello di aiutare le persone a scoprire se sono portatrici della sindrome e soprattutto di offrire loro valide prospettive terapeutiche.

L’attività dell’associazione Il Cuore di Andrea Onlus persegue soltanto finalità di solidarietà sociale. Infatti, intende promuovere e finanziare lo studio e la ricerca con alcuni obiettivi precisi:

  • diffondere il più possibile la conoscenza di queste patologie e della loro pericolosità;
  • sensibilizzare le strutture sanitarie e quelle scolastiche affinché sia previsto uno screening diagnostico tramite elettrocardiogramma per individuare queste malattie già nei primi anni di vita dei bambini;
  • finanziare borse di studio in questa specifica materia;
  • promuovere la cultura della defibrillazione precoce, anche sensibilizzando i centri sportivi e ricreativi a dotarsi – se già non previsto dalla normativa nazionale – di defibrillatori e aiutando i centri interessati a dotarsi di questi strumenti salvavita.

In quest’ottica si inserisce la raccolta fondi dell’associazione per consentire l’acquisto di un defibrillatore per i centri che ne siano sprovvisti, La donazione può essere perfezionata tramite bonifico a Unicredit Banca – IBAN IT63G020080503100010539469 – Intestazione Il Cuore di Andrea.

Ma il viaggio di Andrea non finisce qui: l’associazione Il Cuore di Andrea, già presente su Facebook e che  presto avrà anche un sito internet, per finanziare la propria attività non solo organizza eventi benefici ma diffonde il libro Bianche sponde…sotto una lesta aurora. Riflessi di un’anima, D’Ettoris Editori, che raccoglie alcuni scritti di un ragazzo che amava comporre racconti e romanzi, generalmente di azione, nei quali la sua fantasia e il suo humour potevano dilagare.

A Portici la presentazione del libro di Andrea Pappalardo si terrà nella chiesa di Maria SS Addolorata in via dell’Addolorata il prossimo sabato 27 ottobre alle 19.30.

Per coloro che volessero intervenire c’è la possibilità di parcheggio all’interno del parco urbano in via Amoretti.

 

Per maggiori informazioni: ilcuorediandrea@gmail.com

 

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(Tonia Ferraro – http://www.lospeakerscorner.eu – News archiviata in #TeleradioNews ♥ il tuo sito web © Diritti riservati all’autore)

Il Racconto, Languedoc

di Lucio Sandon

Per la villa bisogna scegliere un custode di corpo grande e grosso, di latrato risonante e acuto, primo perché atterrisca i malandrini facendosi sentire, e poi anche con lo spavento che incute la sua vista, e qualche volta senza neppure farsi vedere, mette in fuga chi tenta di rubare solo con il suo sordo mugolìo. Sia però di colore unito, il bianco è da preferirsi per il cane da pastore, il nero per quello da cortile, il mantello pezzato non è pregevole né nel primo né nel secondo tipo. Il pastore preferisce il bianco perché è molto diverso dal colore delle bestie selvatiche, e di questa diversità c’è grande bisogno quando si dà la caccia ai lupi nella luce incerta del primo mattino o del crepuscolo, per non correre il pericolo di colpire il cane al posto della fiera. Ma il cane da cortile che si oppone a incursioni di uomini, quando il  ladro venga ne il giorno chiaro, ha certo un aspetto più terribile se è nero, di notte poi non si vede perché somiglia alle tenebre, e perciò coperto da esse, il cane può avvicinarsi all’insidiatore con meno pericolo. Si preferisce quadrato piuttosto che lungo e tozzo, con il capo tanto grande che sembri la maggior parte del corpo, con le orecchie abbassate e pendenti, con occhi neri o glauchi, lucenti di una luce fiera, con il petto ampio, spalle larghe, zampe tozze e irte, coda corta, spesse callosità, larghissime dita e unghioni alle zampe, che i greci chiamano artigli. Questa sarà la conformazione più pregevole in un cane da cortile. La sua indole non deve essere né mitissima né per contrario truce e crudele, il primo infatti blandirebbe anche un ladro mentre il secondo assale anche la gente di casa. (De Re Rustica, Gaio Giunio Columella)

I molossi furono addomesticati nel Neolitico dagli abitanti dell’attuale Iran: allevati in branchi, e sovente addestrati per la guerra, furono utilizzati dai Babilonesi, dagli Assiri, e dai Persiani. Questi cani temibili venivano utilizzati per il combattimento, la sorveglianza dei templi e delle grandi proprietà, ma anche per la caccia al cinghiale e al leone. Nei campi di battaglia, dove erano utilizzati i soggetti più resistenti  e poderosi,  in grado di affrontare lunghe marce,  i mastini resi pressoché invulnerabili contro le frecce da corazze e maglie di ferro, precedevano le fanterie nell’attacco, dimostrandosi spesso decisivi per le sorti della battaglia.

Nel secondo secolo avanti cristo, Capua era la città più potente dell’impero dopo Roma,  ed era il luogo deputato all’addestramento ed accampamento delle truppe e dei gladiatori.

Proprio lì c’erano anche gli allevamenti dei terribili canes pugnax che terrorizzavano gli eserciti nemici.

Muovendo da Capua, dai castrum poco oziosi sotto il monte Tifata, l’esercito  di Annibale li adottò come arma da guerra dopo la perdita dei suoi elefanti da combattimento.

Il condottiero punico li diffuse in tutta l’Italia meridionale, ma il ceppo principale  del molosso da guerra sopravvisse per secoli alle falde del Vesuvio, dove resta tuttora arcigno e incorruttibile custode della proprietà.

Nascosta nelle pinete del Vulcano, la bella villa con piscina era stata trasformata dalla sua proprietaria, un’elegante signora francese, biondissima e appassionata di mastini napoletani, in un allevamento di neri cani da difesa.

Il dottor Gardenia era appena agli inizi della sua carriera, ed in verità era più pratico di polli e conigli piuttosto che di cani, ma il mastino napoletano era sempre stata la sua razza preferita: gli piacevano la mole imponente, gli occhi tranquilli, il carattere da burbero benefico, ed in generale l’aria di sicurezza che trasmettevano quei grossi animali.

L’ambulatorio era ancora in fase di completamento, lui lavorava da solo e non aveva nemmeno una linea telefonica, per questo i clienti che lo conoscevano, telefonavano a casa dei suoi genitori per ricevere assistenza urgente.

Il padre del giovane veterinario era andato da poco in pensione e si prestava con garbo al delicato incarico. Tranne quando doveva rispondere alla signora francese.

Il brav’uomo non teneva in alcuna stima né simpatia i cugini d’oltralpe, ed aveva i suoi buoni motivi, anche se non tutti condivisibili: a ventun’anni, novello ufficiale di artiglieria, era stato spedito in prima linea, in occasione del l’occupazione della Francia ordinata dal duce nel giugno del 1940.

Era appena sceso da cavallo  e stava avvicinandosi alla batteria di obici piazzata sulla cresta del col du Chenaillet, sul Monginevro, giusto sotto la Roccia delle Aquile, quando il baldo sottotenente venne colpito al ginocchio dall’unico colpo di moschetto sparato in quella calda sera di San Giovanni. Il cacciatore delle alpi francese, probabilmente  più  confuso e spaventato di lui, forse aveva esploso un colpo di avvertimento sbagliando mira.

La pallottola della carabina MAS 36 a palla perforante, di 9,6 grammi di piombo, colpì al ginocchio il sottotenente Gardenia  provocandogli  lo spappolamento di rotula, tibia e femore destro, e decretando così per lui la fine della guerra. Tra ricovero, interventi e terapie, lo sfortunato (o forse troppo fortunato) ufficiale passò tre anni all’ospedale militare e riportò un’invalidità permanente, ma non accettò mai l’idea che probabilmente quella pallottola gli aveva salvato la vita. Il suo battaglione sparì nelle nevi delle pianure Russe, nell’inverno del ‘43.

«Ah…ha telefonato una signora, come si chiama…quella francese.»

«Bene, che voleva?»

«Dice se le vai a visitare un cane»

«Ma subito? Volevo mangiare qualcosa e poi andare a riposare per qualche minuto… Ha detto di che si tratta?»

«Naaa, ha un cane che non riesce a partorire, cosa vuoi che sia, pranza con calma, è quasi pronto.»

«Scusa papà,  a che ora ha telefonato Madame?»

«Veramente ha chiamato stamattina presto, ma che fretta vuoi che ci sia?»

Mentre rotolava giù per le scale rischiando di rompersi l’osso del collo, il dottor Gardenia decise che al più presto avrebbe fatto mettere il telefono in ambulatorio e avrebbe anche preso un’aiutante. No, meglio due.

La vetusta Centoventisette rossocorallo sembrava percepire i momenti di premura, e con maligna precisione manifestava tutta l’improntitudine accumulata durante le centinaia di migliaia di chilometri accumulati in tutti i suoi componenti: ci vollero blandizie, bestemmie e la solita  spintarella per convincerla a partire. Meno male che il dottor  Gardenia aveva ormai imparato a parcheggiarla sempre in discesa.

Arrivato al cancello della grande villa, sceso dall’auto per suonare al campanello, le sue narici furono colpite da un profumo strano, ma deliziosamente appetitoso. Certo, a quell’ora, e a digiuno, avrebbe mangiato anche un mastino crudo.

Madame lo accolse con una stretta di mano asciutta e decisa, ma senza il solito sorriso, anzi diede un’eloquente occhiata all’orologio da polso. Lui cominciò a farfugliare del padre anziano e distratto, di traffico, di auto che non voleva partire, ma si interruppe bruscamente quando, passando vicino al grande gazebo in muratura a fianco della piscina, vide quello che c’era sul tavolo apparecchiato per il pranzo.

Sopra un tavolino di legno massiccio, un marmitta sobbolliva sopra un fornelletto scaldavivande, mentre sul desco faceva bella mostra una grande zuppiera fumante e sulle braci quasi spente del barbecue si rosolavano delle fette di bianca baguette.

«Trés dèsolé, mon cher docteur… Avevo preparato la bouillabaisse, ma Singarellà sta troppo mal, dobbiamo andare subìt, sarà per un’altra volta!»

Il malefico genitore che non aveva ritenuto opportuno avvertire il figlio dell’invito ad un pranzo transalpino presto avrebbe pagato per le sue malefatte, intanto però il profumo dei pesci di scoglio e dei crostacei cotti in un fumetto di pesciolini, con scorzette d’arancio, finocchietto, pomodorini e zafferano, provocava strane visioni nella mente del giovane professionista.

Zingarella era un’esemplare di due anni, color grigio argento, di carattere serafico e una stazza di quasi settanta chili quand’era in forma: ora,  al termine della sua prima gravidanza, si avvicinava ai novanta ed era stesa a terra ansimante,  nel suo comodo box con vista mare.

I ricoveri dei mastini si trovavano in un lieve declivio a poca distanza dalla costruzione principale ed erano ombreggiati da una rigogliosa siepe di bouganvillea e gelsomino, i cui fiori bianchi e viola spandevano un profumo quasi inebriante, disturbato in quel pomeriggio di primavera, dalla puzza proveniente dal box della puerpera. Appena udì avvicinarsi i passi della sua padrona, Zingarella si sollevò faticosamente, e quando la porta del suo ricovero venne spalancata per far passare il contrito veterinario,  dimostrò tutta la sua felicità con un profondo latrato ed una potente scrollata, completa di un solido spruzzo di bava collosa: sembrava esattamente una matrona del popolo che richiamava il suo giovane ginecologo un po’ distratto, ma con fare bonario, senza malizia.

«Allez, allez, Singarellà, vitvitvit! Le médecin est finalement arrivé!»

Madame era sempre molto gentile,  ma questa volta era un po’ tesa e preoccupata per la sua cagnona e irritata per il ritardo del veterinario, le cui flebili scuse non l’avevano affatto convinta.  La visita però fu rapida.  C’era urgente necessità di ricovero e di intervento con taglio cesareo, pena la morte di Zingarella e dei suoi cuccioli.

Mentre era stato relativamente semplice convincere  lo spropositato quadrupede a salire nell’apposito vano dell’altrettanto spropositata ma stupendamente barocca DS station wagon del ‘72, per sollevarlo sul tavolo operatorio il dottor Gardenia dovette cooptare una torma di nullafacenti che stazionavano nelle vicinanze dell’ambulatorio,  con i quali dovette poi ingaggiare un violento corpo a corpo per farsi restituire il microscopio nuovo, che uno di loro voleva assolutamente adottare celandolo sotto la maglietta.

Dopo i rapidi controlli di routine,  e con l’indispensabile aiuto di Madame, bardata di tutto punto con casacca verde e guanti sterili,  Zingarella venne  anestetizzata, ma mentre il giovane veterinario si apprestava a rasare il pelo sotto il pancione del mastino addormentato, l’allevatrice fermò la mano che teneva la tosatrice, e con voce sommessa e occhi bassi, chiese: «Excuse moi, dottor Gardenià, posso chiedere une cortesià… Ho visto un suo collega in France, fare un taglio sul fianco, qui a gauche, per dare la possibilitè ai cuccioli di succhiare il latte di maman. Si est possible…»

Con l’incoscienza della giovane età, il dottor Gardenia provò, e fu un successo: l’utero della cagna era bloccato da un cucciolo enorme che aveva avuto la brillante idea di nascere di coda, sbarrando così  la strada a tutti gli altri nove fratelli e sorelle.

In quel momento la porta interna della sala operatoria si spalancò di colpo: come al solito, senza annunciarsi, né bussare era entrato Peppino ‘a Pastiglia, allevatore di setter inglesi e tossicodipendente storico della cittadina, bassino, magro e sempre nervoso.

«Uè dottò, disturbo?»

Per una volta nella sua vita, Peppino non venne accolto con una salva di “vaffanculo”, ma proprio in virtù del momento topico e contingente, e della sua esperienza di ostetrico pratico, fu pregato di lavarsi le mani, cambiarsi  e aiutare nell’assistenza ai neonati, che iniziavano già a ossigenarsi i polmoni urlando a squarciagola.

Peppino era maleducato, presupponente e insolvente e veniva sopportato solo per via del gran numero di amici cinofili che dirottava verso il nuovo ambulatorio, ma quel giorno forse non aveva preso la sua dose, ed era più invadente del solito: dapprima andò a curiosare sul tavolo operatorio guardando da lontano, poi chiese lumi a Madame sull’intervento che ormai era quasi terminato.

«Chi lascia la via vecchia per la nuova, sa cosa lascia ma non quel che trova». Fu il suo lapidario commento riguardo al taglio cesareo fatto sul fianco, poi si occupò dei neonati di cui aveva indubbia esperienza, pulendoli e asciugandoli con destrezza, ma sempre borbottando tra sé.

La  nemesi arrivò come lui, senza annunciarsi.

«Pardon messiè, le dispiace tirare un poco indietro la sampa di Singarellà, paschè le doctor deve mettere gli ultimi punti?»

Messiè Pastiglià, guardando Madame in tralice, girò intorno al cane, prese l’enorme zampa e la tirò verso di sé, per stendere la cute dell’addome: tale movimento però, diede a Zingarella la possibilità di liberare i gas del suo intestino, e lo fece con atto repentino e micidiale, come nella sua natura di cane da guerra.

Il peto vulcanico colse Gigino in pieno volto, togliendogli il fiato per qualche istante, mentre lo shrapnel  mucofecale gli devastò  il volto e la camiciola azzurra aperta sul petto.

«Ecchemiseria è successo?»

Ancora intronato dal colpo, il piccolo aiutante volontario si guardò le mani e poi se le passò sul viso, e nel guardarle, sbiancò e venne meno, poi fuggì bestemmiando verso il bagno. Madame, che sogghignava con evidente soddisfazione, avendo in poca stima il collega allevatore, si spostò nell’altra stanza, dove i cuccioli urlavano a più non posso la loro gioia di essere venuti al mondo, e dopo qualche istante, prese ad ululare anche lei.

«Sono solo nove, dov’è l’altro cucciolo?»

Messiè Pastiglia, asciugandosi con ribrezzo  le mani, la camicia tutta bagnata ma non certo pulita, si affacciò dalla porta del bagno, urlando «Signò, il primo cane era morto, l’ho buttato nella spazzatura, dopo provvedo io a seppellirlo.

La bionda signora, scarmigliata e sconvolta, sospettosa al massimo su qualunque cosa dicesse o facesse il piccolo allevatore, si lanciò verso il contenitore dei rifiuti e lo aprì, scoprendo con raccapriccio ed altri ululati nella lingua di Baudelaire, il cucciolo nero ed enorme che ancora si muoveva al di sopra di garze e residui di placenta, lamentandosi sommessamente a differenza dei suoi fratelli, e  immediatamente lo ripulì, gli liberò le narici dal muco e prese a massaggiarlo febbrilmente per riscaldarlo e riattivargli la circolazione.

Dopo diversi minuti di «malédiction, connard, sale mouche»  rivolti al fedifrago, alternati a «mon cherie, mon petite, mon brave» sussurrati al cucciolo redivivo, il piccolo grande cane cominciò a urlare anche lui come gli altri e ad agitarsi a occhi chiusi, cercando il corpo caldo della madre, che appena sveglia, iniziò immediatamente a leccare i figlioletti ed il figliolone con una grossa lingua rosa e umida, e a raccoglierli sotto di sé per dar loro il latte, incurante del dolore per la ferita chirurgica.

Dopo quella brutta esperienza, Gigino venne scacciato in malo modo dall’ambulatorio, con il divieto di farsi vedere mai più: evidentemente aveva pensato di “rapire” il cucciolo, facendolo passare per morto, onde affidarlo a una delle sue nutrici, per poi rivenderlo e comprarci qualche dose di “roba” buona.

Il cucciolo redivivo fu chiamato Califfo, divenne un enorme e magnifico esemplare di colore grigio ferro. Partecipò a innumerevoli gare e mostre canine, vincendole tutte e diventando campione in tutte le categorie,  ma conservando per sempre il carattere socievole e tranquillo che gli era stato trasmesso da Zingarella. Madame se ne dovette staccare dopo qualche anno, perché aveva avuto un’offerta a cui non si poteva rifiutare, da parte di un appassionato allevatore tedesco che si era perdutamente innamorato del suo enorme molosso da guerra. Non è dato conoscere il motivo vero: nostalgia della “Douce France”,  pentimento o depressione per la perdita del suo gioiello a quattro zampe, sta di fatto che Madame, incassata la somma stratosferica per la vendita del suo Califfo, dopo pochi mesi cedette tutti gli altri cani e la villa con piscina, e si trasferì armi e bagagli in un castello sul mare della Provenza, ma non prima di offrire al suo affamato veterinario una sontuosa bouillabaisse, la zuppa di pesce dei pescatori marsigliesi, accompagnata dalla rosea e piccantissima salsa rouille, e abbondantemente innaffiato da un delicato rosè della Riviera.

Consilia qui dant prava cautis hominibus et perdunt operam et deridentur turpiter. Canes currentes bibere in Nilo flumine, a corcodillis ne rapiantur, traditum est. Igitur cum currens bibere coepisset canis, sic corcodillus «Quamlibet lambe otio, noli vereri». at ille «Facerem mehercules, nisi esse scirem carnis te cupidum meae».

Chi dà cattivi consigli ai prudenti, spreca fatica ed è deriso con sua vergogna. Si racconta che i cani bevono nel fiume Nilo correndo, per evitare di essere presi dai coccodrilli, ma ad uno di essi che cominciò a bere e correre, un coccodrillo disse: «Bevi caro, lecca con calma, non aver paura», Al che l’altro rispose: «Lo farei perdio, se non sapessi che sei ghiotto della mia carne!» (Gaio Julio Fedro, Favole)

 

Lo scrittore Lucio Sandon è nato a Padova nel 1956. Trasferitosi a Napoli da bambino, si è laureato in Medicina Veterinaria alla Federico II. Appassionato di botanica, dipinge, produce olio d’oliva e vino, per uso famigliare.

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