Category Archives: Dalla Campania

La Serva Padrona, opera buffa di Pergolesi

di Antonio Vitale

NAPOLI – Nella Chiesa di San Potito in via Salvatore Tommasi,, zona Museo Nazionale, e nella Chiesa della Graziella al Porto, ex Teatro di San Bartolomeo, all’incrocio tra via San Bartolomeo e vico Piazza Nuova, zona via Medina, nei giorni  3 ed il 4 novembre  si è concluso il master del Laboratorio Opera ‘700.

L’Associazione Oltrecultura, in seno alla quale anni fa è nato il Concentus Giuseppe Sigismondo, ha messo in scena 4 recite con diversi cast della versione parigina di La Serva Padrona di Giovanni Battista Pergolesi.

Iniziato il 24 ottobre, il seminario ha visto  impegnati professionisti di fama internazionale, tra cui Maria Grazia Schiavo e Filippo Morace, nonché docenti e dirigenti di importanti istituzioni.

Al Laboratorio ha collaborato l’Associazione Ad Alta voce, presieduta dal Maestro Carlo Morelli.

Dario Ascoli

Tutte le rappresentazioni sono state dirette dal Maestro Dario Ascoli, fondatore del Concentus, che ha anche curato una revisione della partitura di Pergolesi con inserimenti della versione parigina di Pierre Baurans. Gli spettacoli si sono avvalsi della partecipazione di ballerini allievi del Liceo Musicale e Coreutico Alfano I di Salerno, in alternanza scuola-lavoro.

Mariapaola Meo

La regia e le coreografie di La Serva Padrona sono state curate da Tonia Barone, mentre le scene sono state firmate da Laura Lisanti, anche aiuto-regista. La segretaria di produzione è stata Mariapaola Meo.

L’opera musicata da Pergolesi agli inizi del 1700, rappresenta uno dei primi elaborati che diedero origine all’Opera Buffa,

Sinossi. Napoli:  un ricco signore di nome Uberto, già avanti con gli anni,  ha al suo servizio una donna di nome  Serpina, giovane scaltra, che con il suo carattere irriverente approfitta della bontà del suo padrone e ne mette a dura prova la pazienza.

Uberto, esasperato in seguito all’ennesima prepotenza della sua domestica, per darle una lezione si mostra determinato a prendere moglie.
Ma Serpina, per nulla scoraggiata, ha in mente un piano e un asso nella manica per fare in modo di diventare lei stessa la Padrona di casa.

Tra simpatici equivoci e bizzarri personaggi d’oltralpe si svolge una sequenza di eventi a termine del quale la furba Serpina l’ha vinta, sposando il suo ricco ed amato Signore, coronando il suo sogno d’amore.

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(Tonia Ferraro – http://www.lospeakerscorner.eu – News archiviata in #TeleradioNews ♥ il tuo sito web © Diritti riservati all’autore)

Figli di Portici famosi: la principessa Maria Luisa di Borbone

di Stanislao Scognamiglio

Si sente spesso parlare di personaggi di Portici per nascita o d’elezione dei quali si sta perdendo la memoria … Ritengo perciò doveroso ravvivarne memoria fornendo un breve profilo biografico tratto dal mio inedito Diario; avvenimenti, cose, fenomeni, uomini, vicende.  Portici e Vesuvio dalle origini a oggi, con il conforto di Autori di ogni tempo.

Maria Luisa di Borbone, è nata a Portici il 24 novembre 1745.

Qquinta figlia femmina dei reali di Napoli e di Sicilia Carlo di Borbone (Carlos Sebastián de Borbón y Farnesio: Madrid, 20 gennaio 1716 – ivi, 14 dicembre 1788)e di Maria Amalia di Sassonia (Dresda, 24 novembre 1724 – Madrid, 27 settembre 1760), ha ereditato il titolo di principessa di Napoli e Sicilia e il trattamento di altezza reale.

Altrettanto nota anche come Maria Ludovica, al battesimo le è stato imposto il nome di Maria Teresa Carolina Giuseppina di Borbone.

Nel 1759, divenuto il padre Carlo re di Spagna, trasferitasi con la famiglia a  Madrid, ha acquisito il titolo di infante di Spagna.

Nel 1760, sono fallite le trattative matrimoniali, avviate tra Carlo III di Spagna e Maria Teresa d’Austria (Vienna, 13 maggio 1717 – ivi, 29 novembre 1780), per farla sposare l’arciduca Giuseppe Benedetto Augusto Giovanni Antonio Michele Adamo Davide d’Asburgo-Lorena (Vienna, 13 marzo 1741 – ivi, 20 febbraio 1790), primogenito ed erede al trono del regno austriaco.

Così,  nel 1762, è stata fidanzata con l’arciduca Pietro Leopoldo d’Asburgo-Lorena (Vienna, 5 maggio 1747 – ivi, 19 marzo 1792), figlio cadetto della coppia imperiale Maria Teresa d’Austria e di Francesco Stefano di Lorena (Nancy, 8 dicembre 1708 – Innsbruck, 18 agosto 1765).

Dopo le nozze per procura, celebrate il 16 febbraio 1765, Il successivo 5 agosto a Innsbruck, ha sposato ufficialmente Leopoldo d’Asburgo-Lorena.

Successivamente all’improvvisa morte del padre di Pietro Leopoldo, causata da un infarto il 18 agosto 1765, divenuto i marito granduca di Toscana, è stata insignita del titolo di granduchessa di Toscana.

Come granduchessa di Toscana, fino al 1790, ha vissuto parte della sua esistenza a Firenze, risiedendo nel quattrocentesco Palazzo Pitti.

Nel 1790, a seguito della dipartita  del cognato Giuseppe, morto senza eredi, il marito ha ereditato il trono dell’Austria, della Boemia e dell’Ungheria, per cui l’ha seguito a Vienna.

Il 9 ottobre 1790, il coniuge è stato eletto e incoronato imperatore del Sacro Romano Impero come Leopoldo II, pertanto è divenuta imperatrice consorte  del Sacro Romano Impero, regina di Germania, di Boemia e di Ungheria.

Dal matrimonio con il granduca Pietro Leopoldo ha avuto ben sedici figli:

Maria Teresa Giuseppe (1767–1827); Francesco (1768–1835); Ferdinando (1769–1824); Maria Anna (1770–1809); Carlo (1771–1847); Alessandro Leopoldo (1772–1795); Alberto Giovanni Giuseppe (1773–1774); Massimiliano Giovanni Giuseppe (1774–1778); Giuseppe (1776–1847); Maria Clementina (1777–1801); Antonio Vittorio (1779–1835); Maria Amalia (1780–1798); Giovanni (1782–1859); Ranieri (1783–1853); Luigi (1784–1864); Rodolfo Giovanni (1788–1831).

Nel corso della sua breve esperienza da granduchessa e imperatrice, decorata con le insegne degli ordini cavallereschi, è stata; Gran Maestro dell’Ordine degli Schiavi della Virtù (detto anche Ordine dei Virtuosi) = Orden der Sklavinnen der Tugend;  Gran Maestro dell’Ordine della Croce stellata = Sternkreuzorden; Gran Maestro dell’Ordine dell’amore verso il prossimo =  Orden der Liebe des Nächsten; Protettrice dell’Ordine di Elisabetta e Teresa  = Elisabeth-Theresien-Orden (detto anche Fondazione Teresiana Militare di Elisabetta  = Elisabeth-Theresianische Militärstiftung.

insignita devita da

Maria Luisa di Borbone, muore a Vienna, in Austria, il 15 maggio 1792.

I sui resti mortali sono sepolti nella Cripta Imperiale, situata nella chiesa di Santa Maria degli Angeli a Vienna, accanto a quelli del marito, deceduto poco meno di tre mesi prima, il 1º marzo 1792.

Insegne delle onorificenze ricevute:

  Gran Maestro dell’Ordine degli Schiavi della Virtù;

  Gran Maestro dell’Ordine della Croce stellata;

  Gran Maestro dell’Ordine dell’amore verso il prossimo;

  Protettrice dell’Ordine di Elisabetta e Teresa.

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Il Racconto, Lucifero

di Lucio Sandon

Portici è come un bella signora languidamente adagiata sul fianco del Vesuvio e con i piedi nel mare. A volte la ridente cittadina viene alla ribalta delle cronache per i fatti più strani, tra cui quello di avere la  maggiore concentrazione di abitanti d’Europa, ventimila anime per chilometro quadrato, che moltiplicate per i quattro chilometri  quadrati della  superficie del comune, fa più o meno sessantamila abitanti, all’incirca quelli di Cuneo (che però si estende su 120 kmq). Molti scolari che hanno frequentato le elementari nei decenni passati ricordano il nome di Portici perché è stata la sede della prima strada ferrata italiana: una diecina di chilometri di ferrovia, costruita per portare il re Borbone dalla sua reggia di Napoli a quella di caccia, nel bosco che divide la simpatica cittadina da Ercolano.

Quello che non tutti sanno invece è che quella esibizione di tecnologia non era fine a sé stessa: il re avrebbe potuto recarsi tranquillamente alla sua residenza estiva a cavallo o in carrozza oppure  portato in spalla dalle sue guardie del corpo. Aveva invece bisogno, per continuare tenere lo spread dei suoi Buoni del Tesoro borbonici a un livello molto più basso rispetto a quelli del regno di Sardegna, di dare  una dimostrazione della potenza industriale, e della capacità tecnica dello stato delle due Sicilie. I materiali  venivano da Mongiana sulla Sila: si trattava dell’acciaieria più moderna dell’Europa d’allora cioè del mondo,  mentre le locomotive venivano progettate in Inghilterra e costruite nel Real Opificio Meccanico, Pirotecnico e per le Locomotive di Pietrarsa, dove lavoravano oltre mille operai specializzati in costruzioni meccaniche, che ne facevano il maggiore opificio dell’Italia dell’epoca. Oggi il sito di Pietrarsa, dopo le accorte e amorevoli cure  dello stato sabaudo,  è un malinconico immenso museo sulla scogliera del mare di Portici.  Talmente poco conosciuto e visitato che è stato colonizzato da una miriade di gatti, accuditi e nutriti amorevolmente da una torma di gattare in aura di santità ed in stato di mistica esaltazione.

La signora Imbergolle, gentile figura temuta in uguale misura dalle autorità civili e da quelle sanitarie, era invece amata senza ritegno sia dai suoi gatti che dal suo veterinario preferito, pur essendo la personificazione della figura mitologica della strega. Un metro e cinquanta di altezza per trenta chili di peso, capelli al vento afro, neri con ricrescita bianca di quindici centimetri, età indefinibile tra i cinquanta ed i cento anni, occhialini appoggiati su di un naso adunco, e un carattere da crotalo cui abbiano pestato i sonagli, ma con la predisposizione incontenibile al pagamento per contanti, motivo questo dello sfrenato amore del suddetto medico. All’epoca non esistevano i cellulari, e la signora Imbergolle era una delle poche persone a conoscere il numero di telefono di casa del veterinario.

Ora di pranzo. Drin Drin, Drin Drin…

«Filofteia, rispondi al telefono per cortesia?»

«Pronto chi parla? No, no no. No, dottore nònce… Ciao.»

«Filofteia! Ma chi era?»

Filofteia è una bella signora rumena, originaria di quella ridente cittadina, Bran, nei monti della Transilvania, dove il signorotto del paese aveva delle strane abitudini notturne. Filofteia ha dei bellissimi occhi verdi, un carattere dolce e affettuoso, dei capelli biondi tagliati corti. La donna, residente ormai da molti anni nella nostra città, gode di una fama di onestà specchiata e di una simpatia generalizzata,  ma anche di un’aura misteriosa: dai ricordi di tutti quelli che li conoscono, lei e il marito, sono sempre uguali.

Dimostrano vent’anni, come li avevano vent’anni fa.

«Dòttore…era la signora Imbecille.»

«Ummarò Filofetia, ma se mi vedi che sto a casa, perché non me la passi?»

«Perché signora sua moglie ha detto di non passare mai telefonate di signore donne!»

«Dunque bisogna dire che Filofteia soffre di una simpatia e fedeltà morbosa per la sua datrice di lavoro, per vari  e svariati buoni motivi che non sto ad elencare, non ultimo il finto apprezzamento della suddetta per un piatto tipico che la brava domestica portò orgogliosamente un giorno ad assaggiare presso la famiglia ove lavorava: si trattava di una pietanza tipica di quelle zone transilvaniche, ottenuta sobbollendo lungamente ingredienti assai strani ed improbabili ed aggiungendo come guarnizione finale delle penne di tacchino finemente triturate. Al momento dell’assaggio, sentito l’aroma del brodo, i presenti in casa si  dileguarono come per incanto, a cominciare dal più smaliziato componente della famiglia, lasciando la padrona di casa da sola al cospetto dell’intingolo. Immerso il cucchiaio nel liquido con circospezione, ne portò una modica quantità alle labbra, poi dopo qualche secondo di apnea, lo ingoiò di colpo cambiando vari colori ma con il sorriso sulle labbra.

«Ottimo Filofteia, cos’è?»

Il collasso avvenne solo al momento della descrizione minuziosa del procedimento e degli ingredienti. Mantenendo l’espressione sibillina della giocatrice di poker e solo dopo avere annuito a lungo con un’aria che poteva essere scambiata per approvazione, la moglie del dottor Gardenia fuggì in bagno, da dove provennero per lungo tempo degli strani rumori.

«Filofteia! Non si chiama imbecille…Imbergolle! E poi non è una donna, è una gattara!»

«Va bene dòttore, imbecille detto telefona ambulatorio, gatti tutti malati, Lucifero peggio.»

La statua in ghisa di Ferdinando secondo  è alta  quattro metri e mezzo. La  foto può da re solo una vaga idea dell’estensione del cortile e delle costruzioni del museo, che contiene alcune delle più antiche locomotive e carrozze di treni usati dalle ferrovie italiane.

Rincorrervi un gatto che non vuole farsi visitare diventa evidentemente oltremodo difficile, specie se si tratta di Lucifero, capobranco di oltre quindici anni, nero come notte, secco come una schioppettata e cattivo come da nome affibbiatogli. Dopo aver provato con scatolette di carne, moine, coperte lanciate da lontano e numerosi altri  inutili stratagemmi, visitati i malati più malleabili e vista l’ora ormai tarda si decideva di lasciar perdere Lucifero  e dar modo alla gattara di agire da sola l’indomani e portare il pestifero in ambulatorio. Cosa che avvenne puntualmente all’apertura: il micione era stato preso a tradimento e infilato in un portagatti, dentro il quale stava disteso su un fianco, respirando a fatica, apparentemente privo di sensi.

«Ieri stava meglio, se si fosse potuto visitarlo prima…»

«Cara signora, per cortesia favorirebbe di tirar fuori Lucifero dal suo contenitore. Sa bene che ho un po’ di timore dei gatti!»

«Ah no… Mi fa impressione vederlo così abbattuto, potrebbe essere già morto a causa della sua insipienza, lo prenda lei, è o non è un veterinario?»

Preso dai sensi di colpa, anche se non tutta la responsabilità del ritardo era stata sua, il giovin signore, data un’occhiata per conferma alla pergamena incorniciata alla spalle della scrivania,  aprì la gabbietta e  infilò la mano per estrarre il moribondo e visitarlo confidando nell’impressione di incoscienza dell’animale. Lucifero, riprendendosi  per i suoi ultimi attimi di vita, fece ciò che aveva sempre fatto nella sua lunga esistenza: attaccò il nemico.

Difficile a questo punto descrivere il caos totale di quei momenti, anche perché il sanitario aveva la strana abitudine di  venir meno quando vedeva il proprio sangue. Il compianto Lucifero diede il meglio di sé nei suoi ultimi momenti, provocando cinquantadue graffi e morsi alla mano sinistra del suo medico e trentotto alla destra (contati in seguito dalla figlia dello sfortunato dottore, lui non aveva il coraggio di guardarsi le mani). I testimoni presenti asseriscono che in quel momento, la bella Alessandra, bionda atletica dagli occhi di smeraldo, l’unica ad avere il pieno possesso delle sue facoltà mentali,  con un balzo (felino) superò la catatonica signora Imbergolle e calò le  mani unite a pugno sul turbine nero di Lucifero, senza badare alla forza del colpo né alla mira, infatti  colpì contemporaneamente il tavolo d’acciaio,  il micio, e anche il suo datore di lavoro, i quali caddero a terra, rimanendo esanimi sul pavimento già sporco di sangue e liquidi organici. Senza perdersi d’animo,  l’amazzone prese in braccio il suo capo ancora incosciente e  lo depositò delicatamente nella sua Fiat 500 amaranto, trasportandolo con  tutta  la velocità possibile per la vecchia vetturetta al locale nosocomio, incurante del sangue che rovinava le tappezzerie del veicolo. Arrivati al pronto soccorso, l’uomo ancora svenuto, venne portato prontamente in sala visite da due solerti infermieri peraltro affascinati dalla collega in green, e visitato  da un annoiato chirurgo risvegliato appena dal suo stato di torpore dalla vista di Alessandra, novella Gorgone imbrattata di sangue.

«Mettetelo lì. Che cosa è successo?  Se questo voleva suicidarsi  mi sembra che ci abbia provato con poca destrezza!  Pene d’amore?»

«Guardi bene dottore, è un veterinario, non vede il camice? È stato aggredito da un gatto!»

«Mi sembra strano, un gatto non può fare questi danni, sembra che abbia messo le mani in un tritacarne, mah. Comunque dopo averlo medicato io faccio la segnalazione al drappello di polizia e per lo psichiatra.»

Un’ora dopo, con le mani imbalsamate e sottoposto ad iniezioni di antibiotico, antitetanica e antiepatite, il malcapitato venne dimesso e, sempre assistito amorevolmente dalla sua collaboratrice, lasciò la sala visite del pronto soccorso, dirigendosi con andatura traballante verso l’uscita, ma venne intercettato da una coppia di poliziotti che lo attendevano e lo invitarono a recarsi presso i locali del drappello della polizia. Con un sogghigno ironico, il commissario della locale stazione di polizia spense con il tacco la cicca che stava risucchiando fino al filtro, e si mise sotto l’altro braccio  dell’infortunato.

«Mi ha chiamato l’appuntato Esposito per il cambio di turno e ad un certo punto mi fa: “Commissario fatevi due risate: hanno portato uno che voleva tagliarsi  le vene… Per amore. Lo ha accompagnato una bionda prorompente portandolo di peso, e lui per non essere mandato dallo psichiatra si è inventato di essere un veterinario e di essere stato graffiato da un gatto…Vedi un po’ la gente!”»

«Ci è voluto poco a capire chi era.- Occhieggiando il decolté di Alessandra – signorina, i miei rispetti.»

L’interpellata rispose con una smorfia. Il commissario non la interessava, anche se ci provava da anni.

«Oh, ma che è successo, il gatto ti ha mangiato anche la lingua?»

«Dolore, voglio andare a casa….»

«Va bene ingrati, andatevene pure via. Appuntato tutto a posto, è veramente un veterinario, lo conosco bene. Garantisco io.»

Durante il breve viaggio di ritorno verso l’ambulatorio vennero scambiate solo poche parole: Alessandra era immusonita per via delle avances del commissario, e della violenza che aveva dovuto usare per salvare il dottor Gardenia da guai peggiori. Il suo principale pensava invece solo a guadagnare la sua abitazione, dove avrebbe potuto stendersi a letto dopo aver preso un antidolorifico che l’ospedale si era ben guardato dal somministrargli. Purtroppo però i problemi della giornata erano lungi dall’essere finiti. All’arrivo in ambulatorio, trovarono la signora Imbergolle seduta  impettita in sala d’attesa cullando il cadavere di Lucifero sulle ginocchia, come per indurlo a rianimarsi. La persona più responsabile in quella gabbia di matti, la bruna Marisa, sirena dagli occhi grigi, vigilava affinché la clinica non andasse a rotoli. Marisa intuì in un attimo che un incontro tra la strega ed i suoi colleghi sarebbe stato esiziale per tutti, e fece in modo di deviarli verso l’entrata secondaria. Si diresse poi con decisione verso la gattara addolorata dalla uccisione seppur involontaria del suo amato capobranco, e ben decisa a rampognare duramente coloro che riteneva responsabili del gatticidio. Marisa afferrò la signora Imbergolle sottobraccio, e le parlò in un orecchio, sussurrandole dolcemente.

«Il dottore non è in grado di discutere con lei stasera, è fuori di sé, sotto shock. Le consiglio però di allontanarsi velocemente portando con sé il povero Lucifero, perché mi è sembrato di cogliere nell’espressione di Alessandra un lampo di follia. Lei conosce la forza di quella pazza: potrebbe farla volare per strada con un solo calcio, accomunandola nella cattiva sorte al caro micio che ancora non si decide a mollare. Addio.»

La megera guadagnò  velocemente l’uscita guardandosi alle spalle e profferendo oscuri sortilegi e  promesse di denunce, che arrivarono regolarmente dopo qualche settimana, per maltrattamento di animali e minacce rispettivamente ad Alessandra e Marisa, oltre ad una richiesta di congruo risarcimento per la perdita del gatto, avverso il dottor Gardenia. Per fortuna, e con i preziosi consigli di un principe del foro, le accuse vennero smontate, anche con l’aiuto del referto autoptico dove si descrivevano le fratture delle prime tre vertebre cervicali, ma anche le terminali condizioni di salute, specialmente quelle dei reni, fegato, dentatura e apparato cardiopolmonare dell’ultraquindicenne de cuius. Altro grosso aiuto venne dai sanitari dell’ospedale, con il certificato rilasciato all’infortunato oltre che dalla loro testimonianza diretta. Le accuse di minacce vennero a cadere per mancanza di testimoni diretti.

Tracce di Lucifero si trovano ancora sul tavolo da visita in acciaio inox di grande spessore sotto forma di una bozza ben visibile in un angolo, sulle mani del dottor Gardenia, specialmente al polso sinistro ove rimane il segno degli ultimi due canini che erano rimasti al simpatico micione, e nei viali di Pietrarsa, in cui diecine di gatti neri dagli occhi gialli passeggiano ancora tranquillamente in attesa della cena.

(Foto di coperina by Eduardo Mallmann_Unsplah)

Lo scrittore Lucio Sandon è nato a Padova nel 1956. Trasferitosi a Napoli da bambino, si è laureato in Medicina Veterinaria alla Federico II, aprenso poi una sua clinica per piccoli animali alle falde del Vesuvio. Appassionato di botanica, dipinge,  produce olio d’oliva e vino, per uso famigliare. Il suo ultimo romanzo è La Macchina Anatomica, un thriller ambientato a Portici. Ha già pubblicato il romanzo Il Trentottesimo Elefante; due raccolte di racconti con protagonisti cani e gatti: Animal Garden e Vesuvio Felix, e una raccolta di racconti comici: Il Libro del Bestiario.

 

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Portici Campus, la visione sul futuro. L’intervista a Bruno Provitera

di Tonia Ferraro

PORTICI (NA) – Nel Galoppatoio Reale coperto della Reggia borbonica, sede del Dipartimento di Agraria dell’Ateneo Federico II  in via dell’Università, giovedì 5 novembre alle 9.30 la Fondazione Portici Campus presenterà le iniziative del progetto Portici Meta del Turismo Scientifico in Campania dedicato alle scuole di ogni ordine e grado dell’area vesuviana, che si concludernno il prossimo 12 dicembre.

Oltre al presidente dell Fondazione, sindaco Vincenzo Cuomo, al direttore generale Bruno Provitera e alle autorità coinvolte nell’evento, sarà presente il vicepresidente della Regione Campania onorevole  Fulvio Bonavitacola.

La Fondazione Portici Campus, voluta dall’Amministrazione comunale, fu istituita nel 2006 e riconosciuta dalla Prefettura di Napoli nel 2010. Fino al 2013 fu diretta dal Bruno Provitera. Lospeakerscorner l’ha incontrato per saperne di più.

Quale visione ha la Fondazione Portici Campus?

Ha un approccio turistico-scientifico nei confronti della città, che può essere meta del turismo scientifico in Campania. Tende a valorizzare le eccellenze del territorio porticese, un vero precorso attraverso Arte, Cultura e Scienza con incontri culturali e laboratori didattici all’aperto. Coinvolgendo Enti Pubblici e Privati e Centri di Ricerca della Città può catturare l’attenzione dei nostri ragazzi, appassionandoli e offrendo opportunità sul nostro territorio. Attenzione, non è però un discorso didattico fine a sé stesso. Piuttosto vuole essere una sorta di vivaio per giovani capaci. Non solo avrà l’opportunità di rendere lustro a Portici, ma creerà ottime prospettive di lavoro.

Il nuovo corso della Fondazione cosa prevede?

Il format è rimasto più o meno quello precedente, ma si è rinnovato. Nel 2013 ho lasciato la vicepresidenza della Fondazione alla successiva Amministrazione. Dopo cinque anni torno come direttore generale, e ho dovuto verificare una situazione economica disastrosa: durante la mia assenza ci sono state esclusivamente spese a fronte di nessuna produzione nè margine. La Fondazione, a luglio ha messo in liquidazione la vecchia SCarl (Società Consortile a Responsabilita Limitata, ndr) Innovation costituendone una nuova: per essere riconosciuta soggetto giuridico una società deve avere un progetto, produrre risultati ed avere un bilancio positivo. Eredito quindi una Fondazione con un bilancio negativo derivato da una gestione superficiale. Nel vecchio corso fu presentato sì un solo progetto per una Smart City, ma non era realizzabile, e comunque pesò sul bilancio.

Nel settembre 2017 la Fondazione verificò la situazione con i referenti scientifici con il convegno Portici, oltre il waterfront c’è di più. Gli organizzatori vollero ricordare l’alto valore del patrimonio scientifico della città, invidiato in tutta Italia, e riprendere il dialogo con il comitato scientifico, mai contattato per cinque anni. Lo statuto della Fondazione prevede un comitato scientifico, imprescidile: senza non potrebbe esistere. Devo dire che abbiamo registrato da parte degli scienziati la entusiastica volontà a riprendere quel discorso iniziato insieme.

Il rilancio della Fondazione è legato al partenariato che abbiamo creato con La Regione Campania, con il presidente De Luca, il vicepresidente della Regione Campania, onorevole Fulvio Bonavitacola, il vicepresidente del Consiglio Regionale, il senatore Tommaso Casillo. Il decollo dell’VIII edizione di Portici Meta del Turismo scientifico è diventato realtà.

Con l’evento Portici Meta del Turismo Scientifico in Campania valorizziamo i centri scientifici portando a conoscenza del grande patrimonio che abbiamo in città, facendoli interagire con la scuola, attraverso i progetti scuola-lavoro. Patrimonio che ho sempre tenuto a valorizzare, non tanto considerandolo un Distretto scientifico ma quanto un attrattore che facesse da leva per il turismo. Portici può essere una prima meta cui si possono aggiungere le altre realtà scientifiche della Campania, come la Fondazione Idis- Città della Scienza, con la quale in futuro ci potrebbe essere una collaborazione.

Quali sono i target di questo evento?

La Fondazione Portici Campus si propone come tramite per l’interazione tra scuole e centri di ricerca. Valorizzare il mondo del turismo scientifico non significa però anteporlo al valore dei beni artistici, paesaggistici e culturali come la Reggia, il porto borbonico del Granatello e il Museo di Pietrarsa: é un tutt’uno,

Il Galoppatoio Reale Coperto

La location scelta per l’evento è il Galoppatoio Reale coperto, recentemente restaurato: la valorizzazione del bene culturale del Complesso monumentale della Reggia borbonica avviene attraverso la Fondazione Napoli Novantanove e il Maggio dei Momumenti, a cura dei ragazzi del Liceo Silvestri che accompagneranno i visitatori illustrando la storia del galoppatoio. Invece il Centro MUSA si occuperà degli itinerari scientifici e botanici.

Da sottolineare che non abbiamo risorse umane: dobbiamo lavorare in equipe, e perciò ho presentato alla Regione Campania un piano organizzativo che tenga conto dell’area strategica, che è quella cooperativa del CdA, e la necessità di avere rapporti con le associazioni del territorio. Ho creato il club Gli amici di Portici, un sodalizio che le mette insieme, il cui presidente onorario è il professor Gennaro Biondi, che coordinerà gli iscritti, vecchi amici della Fondazione, che hanno dato o vorrebbero dare una mano gratuitamente. Cercherò di creare gruppi di lavoro finalizzati alle varie esigenze. Apriremo le porte a tutti coloro che vogliono lavorare.

Qual è la finalità di questo primo evento?

Del contributo ottenuto dall’Ente regionale, parte lo destineremo a premi per la ricerca. Per l’università, il premio sarà consegnato al miglior studente del Dipartimento di Agraria designato dal direttore professor Lorito. Abbiamo anche indetto un concorso fotografico per le scuole di Portici di ogni ordine e grado che hanno aderito con un protocollo d’intesa a Portici Meta del Turismo scientifico come partner istituzionali: la scuola è uno dei piedi della Fondazione, come le imprese. Ho voluto fortemente l’interazione tra ricerca, scuola ed istituzioni proprio per aprire in prospettiva al mondo delle imprese e quindi del lavoro. Costruiremo un rapporto tra centri di ricerca e imprese, in modo da  indirizzare i giovani al termine degli studi.

Qual è la mission della Fondazione?

Quella di utilizzare i prodotti della ricerca effettuata nel territorio per ottenere una ricaduta occupazionale.C’è anche un’idea progettuale per i giovani: per quanto riguarda l’occupazione stiamo verificando con i referenti scientifici la possibilità di istituire borse di studio di ricerca per creare prototipi che potranno essere realizzati. Cercheremo di formare tecnici per il fotovoltaico o per acquacultura, ad esempio.

Credo molto in questo progetto e sulle finalità della Fondazione: concluso  Portici Meta del Turismo scientifico, avremo creato una sinergia, una cooperazione tra gli enti d’istruzione di ogni ordine e grado. Il punto strategico sarà sempre la ricerca: in un incontro con tutti i centri scientifici porticesi, il Dipartimento di Agraria, l’ENEA e l’IZSM, abbiamo convenuto che come Fondazione possiamo presentare dottorati di ricerca multidisciplinari: se riusciamo a formulare un progetto che coinvolga più enti e strutturarci per essere operativi in tal senso a breve questo dottorato sarà riconosciuto dall’Unione Europea.

Cosa prevede la partecipazione al concorso fotografico?

La I edizione del concorso videofotografico Cibo, Ambiente e Benessere è rivolto alle scuole di Portici avrà come tema l’enogastronomia sostenibile. Le classi elementari dovranno produrre manufatti indas, le medie fotografie, mentre le superiori realizzare brevi filmati sul tema dell’enogastronomia o promuovere il biologico, gli orti sociali. I videoclip potrebbero poi essere utilizzati per la Pubblicità  Progresso.                                                                              Le scuole dovranno indicare le motivazioni dei ragazzi che hanno partecipato. Saranno premiate con una borsa di studio.

 Cosa vuol dire ai più giovani?

La cultura è un baluardo contro i populismi odierni. Coinvolgendo le scuole dell’area vesuviana cerchereno di trasferire ai ragazzi l’interesse per le materie scientifiche: è nell’innovazione tecnologica che risiede il futuro. Sono loro che erediteranno i saperi e la consapevolezza che permetterà di essere attori del proprio futuro. Sarà come piantare dei semi.

L’anno prossimo vorremmo inserirci nel circuito visite scolastiche, passeggiate scientifiche richieste da ottobre  maggio faremo conoscre anche luoghi culturali e paesaggistici aperto a tutta l’Italia. Coinvolgeremo perciò anche i comuni dell’area, nei quali magari gli studenti potranno soggiornare. Scuola al primo posto, ma l’interazione con i centri di ricerca potrebbe dare spunti e rivelarsi proficua.

Vuole sottolineare ancora qualcosa?

Si, Come Fondazione dobbiamo autosostentarci: ricorreremo all’istituto della donazione e a sponsorizzazioni, certi che il nostro progetto, con Portici capofila dei comuni vesuviani che favorirà il turismo scientifico, otterrà il sostegno di molte persone. Un  vero e proprio Distretto Scientifico, un volano per l’economia di tutto il territorio.

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Portici. Omaggio ai cittadini famosi: il botanico, entomologo e fitopatologo Alessandro Trotter

Riteniamo doveroso ravvivare la memoria di Alessandro Trotter

Pompei (NA). Giovedi a parco Archeologico riapre la ‘Casa dei Ceii’ e ‘Praedia’ di Giulia Felice

Il  primo novembre al Parco Archeologico pompeiano

Portici rende omaggio ai suoi ‘figli’ famosi: l’artista Alfonso Marquez

Si sente spesso parlare di personaggi di Portici, per nascita o d’elezione, dei quali si sta perdendo la memoria.

Portici (NA). Pietrarsa: fermento al museo, da Halloween ai Mercatini di Natale

Al Museo Ferroviario di Pietrarsa gli eventi sembrano quasi rincorrersi.

Napoli. Breve storia dello storico, insigne e reale ordine di San Gennaro

Il Sud fu un territorio con una propria identità e indipendente sin dal 113,

Napoli. ‘Panino democratico’ (dall’anima partenopea) per tutti al museo Pignatelli

Al Museo Pignatelli in via Riviera di Chiaja domenica 28 ottobre si è svolto il talk