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La morte sua… Il soffritto napoletano

di Lucio Sandon

Nasce nei quartieri più poveri della città di Napoli, ed è in effetti un insieme di frattaglie di maiale insaporito dal pomodoro e da una generosa spruzzata di piccante e a cui si aggiungono degli aromi a noi molto famigliari come l’alloro, l’aglio e il rosmarino. La stessa formulazione del soffritto fa capire che la povertà è nel dna di questo piatto, la cui base sono frattaglie del maiale, che  rappresentano la parte meno nobile dei tagli di questo animale, i suoi scarti per l’appunto.

La zuppa forte, o soffritto, è un antico piatto della tradizione culinaria napoletana, generalmente preparato nella stagione invernale. Servito su fette di pane casereccio raffermo o utilizzato come condimento per la pasta, il soffritto è una pietanza della “cucina povera” napoletana: per preparalo venivano utilizzate le interiora del maiale (polmone, cuore, reni, milza, trachea, cotenna, scarti carnei, lardo), sugo, rosmarino, peperoncino e alloro. Un tempo lo si preparava in casa, oggi è possibile trovarlo già pronto dal macellaio, basta solo aggiungere dell’acqua e scaldarlo sul fuoco.

‘O zuffritto veniva venduto nella Napoli antica dalle  casalinghe che preparavano la zuppa forte e poi la vendevano in strada per guadagnare qualche soldo. Cominciavano la mattina presto (per cucinare la zuppa ci vogliono almeno 2 ore), ponevano la “fornacella” fuori dalle loro abitazioni e cuocevano le frattaglie in grossi pentoloni. Le persone che si incamminavano a quell’ora verso il luogo di lavoro usavano fermarsi dalle donne con il “palatone” (grosso e lungo pezzo di pane) per imbottirlo con il soffritto e mangiarlo durante la pausa pranzo.

Ad aver amato in modo particolare il soffritto fu il poeta napoletano Salvatore Di Giacomo. Per omaggiare la taverna “La Pagliarella”, al Vasto 65, nel quartiere Vicaria, scrisse questa parole: «…Qui veniva a mangiare gente più fine, che sollevava a onori non più immaginati il suffritto…»

Il soffritto veniva chiamato anticamente anche “tosciano”. I garzoni delle taverne, dove veniva servita la pietanza, erano soliti richiamare l’attenzione dei passanti con le loro voci, riportate in una commedia di Pietro Signorell : «Currite cannaruti (affamati), ca mo’ proprio l′accuppatura de lo tosciano. È cuotto, e tengo pure na veppetella d’amarena che co l′addore te rezorzeta (risuscita) no muorto; currite ‘mbreacune, a sei trise (tornesi) la carrafa e tengo la mangiaguerra pure a doje trise.»

È stata ritrovata la ricetta del soffritto manoscritta sul retro di uno strumento notarile risalente al 1743, probabilmente dettata da una certa Annarella, proprietaria di una taverna a Porta Capuana, frequentata soprattutto da legali, ma è stato Ippolito Cavalcanti, duca di Buonvicino (Afragola 2 settembre 1787 – Napoli, 5 marzo 1859) a codificarla nel suo Trattato di cucina teorico Pratica:  «Prendi un polmone di porco, taglialo a pezzetti e mettilo in una cassarola a soffriggere con inzogna (strutto) abbondante, e se ti piace un senso d’aglio e qualche fronna (foglia) di lauro. Quando s’è ben soffritto aggiungi un paio di cucchiaiate di conserva di peparoli (peperoni) rossi dolci, per darli un bel colore, e cerasielli (peperoncini piccanti a forma di ciliege) in polvere quanti ne vuoi, per darli il forte, aggiungendovi una competente quantità d’acqua col sale o di brodo, e continua a far cuocere tutto a fuoco lento. Se dapprincipio non ci hai posto le fronne di lauro e vuoi darli sapore, mettici a questo punto un mazzetto di erbe aromatiche, cioè Rosmarina, salvia, lauro, majorana e peperna (piperna). Quando vuoi servirlo, togli dette erbe e spargilo fumante nei piatti, sopra croste di pane.»

È facile definire il soffritto un piatto povero date le sue origini, ma in realtà nella nostra epoca è un piatto che sta riscoprendo nuove glorie, perché non solo le frattaglie sono più largamente utilizzate in cucina dai napoletani e non, ma anche perché il suo contributo calorico è davvero importante. Un piatto di bucatini conditi con il soffritto, può unire primo e secondo insieme,  è molto ricco e richiede di essere accompagnato da un vino rosso graffiante, possibilmente tannico e in grado di sgrassare la bocca al suo passaggio. Cosa di meglio allora, che un bel bicchiere di Gragnano rosso?

 

 

Lo scrittore Lucio Sandon è nato a Padova nel 1956. Trasferitosi a Napoli da bambino, si è laureato in Medicina Veterinaria alla Federico II, aprendo poi una sua clinica per piccoli animali alle falde del Vesuvio. Appassionato di botanica, dipinge,  produce olio d’oliva e vino, per uso famigliare. Il suo ultimo romanzo è La Macchina Anatomica, un thriller ambientato a Portici. Ha già pubblicato il romanzo Il Trentottesimo Elefante; due raccolte di racconti con protagonisti cani e gatti: Animal Garden e Vesuvio Felix, e una raccolta di racconti comici: Il Libro del Bestiario.

 

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Figli di Portici famosi: la beata Maria Cristina di Savoia

di Stanislao Scognamiglio

Si sente spesso parlare di personaggi di Portici per nascita o d’elezione dei quali si sta perdendo la memoria … Ritengo perciò doveroso ravvivarne memoria fornendo un breve profilo biografico tratto dal mio inedito Diario; avvenimenti, cose, fenomeni, uomini, vicende.  Portici e Vesuvio dalle origini a oggi, con il conforto di Autori di ogni tempo.

Maria Cristina Carlotta Giuseppina Gaetana Efisia di Savoia è nata a Cagliari il 14 novembre 1812.

Figlia minore, dalla coppia reale Vittorio Emanuele I di Savoia (Torino, 24 luglio 1759 – Moncalieri, Torino, 10 gennaio 1824), re di Sardegna, e Maria Teresa Ricciarda Asburgo-d’Este Modena, 6 aprile 1750 – Vienna, 14 novembre 1829).

È venuta al mondo  in terra sarda, dove Casa Savoia viveva in esilio.

Il perchè dell’allontanamento della famiglia reale da Torino è addebitabile al fatto che il padre avendo «…  combattuto contro le forze rivoluzionarie francesi nella campagna del 1793 in Savoia e dopo la pace di Parigi», il Piemonte era stato occupato dalle truppe transalpine. Per essere, poi, un «… fiero avversario di Napoleone», non accettando compromessi, con la famiglia reale si è recato in esilio a Cagliari.

Soltanto «… dopo la sconfitta del Bonaparte nel maggio 1814», tornata a Torino ancora giovanissima, ha ricevuto un’adeguata educazione consona al suo rango.

Consacrata  a Maria Santissima si dalla tenerissima età, nel tempo, rafforzando i suoi sentimenti religiosi,  è stata estremamente devota e fervente cristiana.

In pratica, il «… suo credo cattolico non fu solo un sentimento, ma un fatto di vita: ogni giorno assisteva alla Santa Messa; non giungeva mai al tramonto senza aver recitato il Rosario; suoi libri quotidiani erano la Bibbia e l’Imitazione di Cristo; partecipava intensamente agli esercizi spirituali; fermava la carrozza ogni qual volta incontrava il Santo Viatico per via inginocchiandosi anche nel fango, in cappella teneva a lungo lo sguardo sul Tabernacolo per meglio concentrarsi su Colui ch’era padrone del suo cuore. Affidò la protezione della sua esistenza a Maria Santissima e donò il suo abito da sposa al Santuario di Santa Maria delle Grazie a Toledo, dove tuttora è conservato con venerazione».

Ancora adolescente, alla morte del padre, dopo una breve sosta a Modena, con la madre si è stabilita  Genova.

Nel 1825, si è recata a Roma per l’apertura dell’Anno Santo. Nella città dei papi, «… la paterna benevolenza di Papa Leone XIII, la solennità delle sacre funzioni e la visita alle numerose chiese, ai tanti monasteri e alle catacombe contribuirono ad accrescere l’intensità» della sua fede.

Appena ventenne, dopo la morte della madre, lasciata Genova è rientrata a Torino.

Affranta dal succedersi di lutti e distacchi, ha trovato nella sua salda e forte fede un tale sostegno e conforto da indursi a desiderare di «… divenire monaca di clausura, ma Carlo Alberto, la Regina Maria Teresa di Toscana (1801-1855) e l’entourage di Corte cercarono di dissuaderla. Infine, il suo direttore spirituale, l’olivetano Giovan Battista Terzi, fece cadere ogni sua resistenza».

Mentre pensava alla consacrazione religiosa, nel 1830, da suo zio Carlo Alberto (Carlo Alberto Emanuele Vittorio Maria Clemente Saverio di Savoia-Carignano: Torino, 2 ottobre 1798 – Oporto, in Portogallo, 28 luglio 1849), che progettava «… per lei un matrimonio di Stato che consentisse ai Savoia un’alleanza con i Borbone di Napoli», ha annunciato il suo fidanzamento con Ferdinando II di Borbone» (Ferdinando Carlo Maria di Borbone: Palermo, 12 gennaio 1810 – Caserta, 22 maggio 1859).

In detto frangente, ha scritto: «… Ancora non capisco come io abbia potuto finire, col mio carattere, per cambiare parere e dire di sì; la cosa non si spiega altrimenti che col riconoscervi proprio la volontà di Dio, a cui niente è impossibile».

Consigliata dal suo confessore, ha accettato «… con obbedienza la scelta del proprio stato e le nozze con il ventiduenne Ferdinando II di Borbone, re delle Due Sicilie.

Così, il 21 novembre 1832, ha convolato a nozze. Con il matrimonio, celebrato nel Santuario di Nostra Signora dell’Acquasanta a Genova – Veltri, è divenuta regina consorte delle Due Sicilie.

Appena ventenne, dopo il matrimonio, dall’augusto consorte, «… cui eran ben note le inclinazioni della sua diletta compagna», è stata condotta a «… dimorar nell’amena Villa di Portici».

Devotissima a Maria Santissima, durante la sua permanenza porticese, ha donato alla reale arciconfraternita dell’Immacolata Concezione l’abito e il manto indossati al tempo della cerimonia nuziale.

A Napoli, si è trovata «… a vivere in una corte il cui stile di vita era molto lontano dalla sua sensibilità. Con il marito, esuberante, vi era qualche difficoltà di relazione, ma la donna riuscì a ingentilirne, se non i costumi, perlomeno la politica repressiva».

Nei pochi anni in cui è stata regina, «… riuscì a impedire l’esecuzione di tutte le condanne capitali, e «finché ella visse tutti i condannati a morte furono aggraziati».

Non avendo avuto l’opportunità di avventurarsi in altre ingerenze politiche, si è dedicata prevalentemente ad azioni di bontà verso i poveri e i malati. Donna di grande mitezza, si fece ben volere da tutti e seppe anche reagire con intelligenza agli attacchi della propaganda e persino «… reagire con intelligenza agli scherzi del marito: un aneddoto vuole che un giorno, quando la regina stava sedendosi al pianoforte, Ferdinando le tirasse indietro la seggiola ridendo, sentendosi rispondere:  “Credevo di aver sposato il re di Napoli, non un lazzarone”».

Dopo tre anni di matrimonio, soffrendo molto «… la mancanza di un figlio che non veniva», ha sempre incessantemente confidato nella preghiera per veder esaudito questo suo desiderio.

Nel corso del 1835, accortasi di aspettare un bambino, «… per sottrarla al rumore cittadino e alla fatica delle cerimonie di Corte», dal premuroso marito, è stata ricondotta a Portici.

Trascorrendo gli ultimi mesi di gravidanza, ha sempre impegnato «… la maggior parte del suo tempo in atti di bontà» a favore di famiglie indigenti, il cui nome l’ha annotato in un apposito «… suo registrino di spese».

Intanto, approssimandosi l’epoca del parto, dal palazzo reale di Portici, ha inviato una toccante lettera alla sua vecchia cameriera, Rosa Borsarelli: «… Mi affretto  a scriverti una volta prima di questa gran faccenda, per dirti che preghi molto Iddio e la Madonna per me, allorché mi aiutino, e mi facciano la grazia di mettere al mondo una creatura sana e forte, la quale, crescendo sia buona e col tempo si faccia santa».

Agli inizi di  gennaio 1836, perdurando il suo stato di malferma salute, si è intrattenuta ancora a Portici.

Verso la metà del mese, quando mancano pochi giorni al lieto evento, dal marito è stata inviata a disporsi a lasciare la residenza porticese.

L’invito è motivato dall’esigenza di assecondare la tradizione di famiglia e il desiderio della corte di far nascere l’erede al trono nella capitale

Di conseguenza, per quanto sia ancora «… sofferente e bella nel suo pallore», assecondando la volontà del consorte, ha  lasciato la pacata e tranquilla reggia porticese per recarsi al palazzo reale di Napoli.

Prima di lasciare Portici per portarsi alla Capitale, però, ha voluto scrivere una lettera alla sorella Maria Teresa di Savoia (Roma, 19 settembre 1803 – San Martino in Vignale, Lucca, 16 luglio 1879), principessa di Sardegna e, poi, per matrimonio duchessa di Lucca.

Presagendo la sua prossima fine, le ha indirizzato queste parole «… Questa vecchia adesso va a chiudersi nella sua tomba. Vado a Napoli per partorire, ma insieme per lasciarvi anche la vita».

Compiuti i giorni del parto, il 16 gennaio a Napoli, ha dato alla luce il tanto atteso erede, a cui è stato dato il nome di Francesco Maria Leopoldo di Borbone.

Al suono del mezzogiorno, preso in braccio e mostrato al re il principe ereditario e duca di Calabria, ha esordito dicendo «Tu ne risponderai a Dio e al popolo… e quando sarà grande gli dirai che io muoio per lui».

Purtroppo però, per complicazioni sopravvenute durante il parto, è stata colta da febbre puerperale.

Ulteriormente aggravatasi, a soli 23 anni e due mesi, la regina Maria Cristina di Savoia, «… in piena comunione con Dio», si è addormentata per sempre a Napoli, nella domenica del 31 gennaio 1836.

Si è spenta tra «… l’unanime compianto della famiglia reale e della profonda costernazione del popolo napoletano».

La sua salma, «… rivestita del manto regale, adagiata nell’urna ricoperta da un cristallo, venne trasportata nella Sala d’Erede per l’esposizione al pubblico».

Al termine dei solenni funerali, celebrati l’8 febbraio, la sua spoglia mortale viene tumulata nella basilica di Santa Chiara, dove tutt’ora riposa.

Essendosi, nel frattempo, verificati miracoli e grazie per intercessione della reginella santa, il marito, in «… onore alla grande devozione della moglie ed alle sue opere pie compiute per i napoletani», ha avviato il processo di santificazione della defunta regina consorte.

Nel 1958, «… a fronte della fama di santità che già in vita aveva circondato la regina Maria Cristina», l’autorità ecclesiastica ha disposto una ricognizione del corpo della Venerabile. All’accertamento, nonostante i danni provocati dal tempo, dall’umidità e dall’incuria, il corpo risultava intatto.

Il sommo pontefice Pio IX (Giovanni Maria Mastai Ferretti: Senigallia, Ancona, 13 maggio 1792 – Roma, 7 febbraio 1878), nel 10 luglio 1859, firmando il decreto di introduzione della sua causa di beatificazione, ha comunicato che la scomparsa regina era stata proclamata venerabile.

Quasi duecento anni dopo, papa Francesco ha riconosciuto un miracolo «… descritto e accertato dai medici della Consulta della Congregazione delle Cause dei Santi. Si tratta della guarigione della sig.na Maria Vallarino da una tumefazione al seno».

Pertanto, nel pomeriggio del 2 maggio 2013, ha autorizzato la promulgazione del decreto riguardante il miracolo ottenuto per intercessione di  Maria Cristina di Savoia.

Quindi, alle ore 11 di sabato 25 gennaio 2014, la reginella santa  è stata beatificata nella Basilica di Santa Chiara a Napoli, pantheon dei sovrani borbonici.

Il rito di beatificazione, presieduto dall’arcivescovo di Napoli, cardinale Crescenzio Sepe (Carinaro, Cserta, 2 giugno 1943), è stato concelebrato «… dai cardinali Angelo Amato, Renato Raffaele Martino e dagli arcivescovi Tommaso Caputo, Armando Dini, Fabio Bernardo D’Onorio, Arrigo Miglio e Mario Milano. Alla cerimonia erano presenti: il Duca e la Duchessa di Castro, principi Carlo e Camilla di Borbone delle Due Sicilie, il principe don Pedro di Borbone con moglie Sofia e figli, Anna di Francia duchessa di Calabria, i principi Amedeo e Silvia di Savoia Aosta, la principessa Clotilde di Savoia e il principe Sergio di Jugoslavia in rappresentanza del principe Vittorio Emanuele, la principessa Maria Gabriella di Savoia, Dom Duarte duca di Braganza, oltre a esponenti delle case di Borbone e d’Asburgo-Lorena».

Nel martirologio romano, la memoria liturgica della Beata Maria Cristina di Savoia, per la diocesi di Napoli, è indicata al 31 gennaio.

Nastrino dell’onorificenza di cui è stata insignita:

 Dama Nobile dell’Ordine della Regina Maria Luisa

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Rischio Vesuvio, se lo conosci ci convivi

di Tonia Ferraro

PORTICI  (NA) – Al Mondadori Point in II viale Melina mercoledì 13  marzo – anniversario dell’ultima eruzione del Vesuvio del 1944 – si è tenuto l’incontro del Portici Science Cafè sul tema Vesuvio. Quale Piano di Protezione civile?

La conversazione, introdotta dall’ingegner Vincenzo Bonadies, “anima” del PSC, è stata dell’architetto Francesco Santoianni, esperto di Disaster Management e presidente dell’associazione  Vivere tra i vulcani  (www.viveretraivulcani.it).

Rischio Vesuvio, rischio Campi Flegrei: abitare in una zona vulcanica comporta una serie di consapevolezze.

Il suolo fertile di queste terre è stato sempre connotato da un’alta densità abitativa. Le eruzioni che si sono succedute nei secoli non hanno mai scoraggiato le persone, che hanno imparato a convivere con il vulcano. Ultimamente però una cattiva o inesistente informazione  hanno creato uno stato di timore e incertezza tra la gente.

Se è giusto prepararsi agli scenari più foschi, se è opportuno mettere in campo misure di emergegenza e un piano di evacuazione  che prevede «… lo spostamento di centinaia di migliaia di cittadini vesuviani in 18 regioni italiane»  bisogna sottolineare che le eruzioni sono eventi prevedibili e non necessariamente catastrofici. Neanche i vulcanologi sanno  che tipo di eruzione si possa verificare, nè quando. In poche parole, se un vulcano entra in una fase parossistica, non è detto che necessariamente si verificherà una fuoruscita di lava o un’esplosione: i parametri possono anche rientrare, come è successo più volte.

Quindi, se è opportuno avere un piano di evacuazione, specialmente per le fasce più deboli, la popolazione non va allarmata. Già il fatto di “deportare” obbligatoriamente gli abitanti di intere cittadine della “zona rossa” fa pensare a scenari apocalittici, ma una fuga da un evento che potrebbe verificarsi o anche rientrare genererebbe comunque panico.

Unica alternativa concreta al piano di evacuazione fu il progetto regionale Vesuvìa, che prevedeva tra l’altro di ridurre la popolazione vietando«… per sempre la realizzazione di nuove costruzioni residenziali nel territorio dei 18 comuni vesuviani» e con «… la promozione di una serie di incentivi normativi ed economici rivolti principalmente a favorire lo spostamento consensuale.»

Conoscere e convivere con un vulcano non vuolo dire essere incoscienti. Basterebbe farsi raccontare dai nonni come vivevano in tempo di eruzione e ricorrere a semplici misure, come, mettendo un fazzoletto bagnato davanti la bocca, rimuovere la cenere vulcanica che si accumula  sui terrazzi di copertura degli edifici, ad esempio. Basterebbe ascoltare un  esperto di Disaster Management, ovvero colui che  si occupa della gestione dei disastri: politiche, procedure e pratiche intraprese prima, durante e dopo che si verifichi l’evento catastrofico.

LoSpeakersCorner ha incontrato l’ingegner Francesco Santoianni.

Il Disaster Managing è una disciplina importata in Italia dagli Stati Uniti una ventina di anni fa. Ho tenuto anche un corso al DARC della Università Federico II. In seguito altrove si sono addirittura sviluppati corsi universitari di Protezione Civile, come a Urbino.

Studiando la pianificazione e la gestione dei disastri, che di solito sono una cosa molto complessa da affrontare, mi sono occupato dei piani di emergenza vulcanica del Vesuvio e dei Campi Flegrei, rilevando una serie – a mio parere – di incongruenze, sia di metodo che di merito. Di metodo perchè all’estero i piani di Protezione Civile sono fatti da precise persone che firmano  ì progetti, che in alcuni casi vengono certificati da società esterne, come per le Grandi Opere. Ciò in Italia non avviene, si fa tutto all’insegna dell’improvvisazione, e se ne pagano le conseguenze.

Grazie al Cielo, dopo 28 anni la Regione Campania ha chiesto di modificare radicalmente il Piano, proponendo di spostare gli evacuati in zone vicine alla rossa e non dispersi per l’Italia. Inoltre ha individuato altri punti critici da modificare, soprattutto l’evacuazione preventiva generale, che in caso di rientro dell’allarme fa perdere credibiltà all’istituzione che l’ha ordinata, generando l’effetto “al lupo al lupo”.

Anche l’informazione andrebbe convogliata in modo da far apprendere alla popolazione i giusti accorgimenti da usare in caso di eruzione, come spalare la cenere dai tetti. Si era parlato di dotare i palazzi dai solai piatti di tetti spioventi, ma si può evitare questo intervento posizionando pali di ferro in alloggiamenti su cui all’occorenza fissare obliquamente lamiere che permettano alla cenere vulcanica di non depositarsi e minare l’integrità dell’edificio.

Il Vesuvio è stato in attività eruttiva esterna dal 1631 fino al 1944 e durante le eruzioni non scappava nessuno: imparare a convivere con il vulcano è stata la grande risorsa di questa terra e del suo sviluppo. Oggi tutto questo verrebbe vanificato dall’evacuazione preventiva: anche eruzioni non catastrofiche come quella del 1906 o del ’55 determinerebbero un grave danno economico. Esercizi commerciali chiusi, palazzi crollati per il peso della cenere, questa sarebbe la vera catastrofe. Invece basterebbe applicare semplici strumenti urbanistici, informare senza allarmare.

Anche grazie ai media, purtroppo è passato il messaggio che la prossima eruzione sarà come quella pliniana del 79 d. C. Recentemente in televisione è stato detto che si prevedono 1 milione di morti … Invece, è un evento che dà segnali da prima che avvenga, non è come un incidente nucleare, come la rottura di una diga: quindi, sebbene vada contemplata l’evacuazione, non va messa in atto preventivamente per eventi prevedibili. Il problema dell’enfatizzazione del rischio comporta anche un altro aspetto: quello della rimozione che porta ad investire in zone sensibili, favorendo magari l’edilizia abusiva.

Bisogna rendere consapevole la popolazione di cosa è realmente un’eruzione: quelle cicliche danno la percezione dell’effettivo pericolo. Sapere come comportarsi in qualsiasi emergenza, dal terremoto all’inondazione, aiuta a convivere e non cadere nel panico.

Anche pretendere nuove strade per un’eventuale via di fuga incrementa l’asse viario e aggrava il problema. Le strade esistenti, proprio perché è un fenomeno prevedibile  e graduale  e non improvviso, garantiscono un allontanamento tranquillo.Crearne di nuove potrebbe finire col determinare un incremento di abitazioni e l’urbanizzazione su un vulcano pericoloso come il Vesuvio assolutamente non deve crescere.

Alternativa valida fu il progetto Vesuvìa, che  prevedeva una collocazione in luoghi non lontani. Purtroppo è naufragato, ma dovrebbe essere ripreso e sviluppato. Per realizzare tutto questo ci vorrebbe un ufficio responsabile che decida il da farsi e indichi i comportamenti idonei, non un “auspicio-che tutto-vada-bene” ma cose concrete: un vero piano di Protezione Civile.

(Foto by Cesare Abbate, per gentile concessione)

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Il Racconto, Gemelle speculari

di Giovanni Renella

Ci aveva pensato a lungo e alla fine aveva deciso: si sarebbe affidata a loro ancora una volta!

Quelle due, gemelle speculari, erano riuscite ad attraversare indenni gli ultimi cinquant’anni di storia, mantenendo intatto il loro fascino e la presa su gran parte delle generazioni che si erano susseguite nei decenni.

Si erano fatte conoscere durante il sessantotto e in tanti le avevano apprezzate per la leggerezza e la freschezza con cui avevano portato in giro quelle idee che sembravano dovessero annunciare l’alba di una rivoluzione culturale, che purtroppo non vide mai la luce.

A quei tempi loro due erano state le regine incontrastate delle manifestazioni di piazza e delle marce di protesta, ma non avevano disdegnato di frequentare i salotti radical chic di tanti intellettuali, o pseudo tali, impegnati a teorizzare, da posizioni comode e protette, l’utopistica fine delle gerarchie sociali.

Inutile dire come si trovassero a proprio agio con gli studenti, gli operai e i sindacalisti: le uniche categorie a credere sul serio alla possibilità e alla necessità di un cambiamento; e così erano ben liete di accompagnarli alle assemblee universitarie o di fabbrica, o ovunque si discutesse di sogni da realizzare.

Tuttavia, le speranze disattese di quegli anni formidabili, le avevano indotte, deluse, a fare un passo indietro.

Imborghesiti da un comodo posto in banca, in tanti le avevano messe da parte; c’era chi l’aveva fatto per paura di sfigurare, chi per occultare quel recente passato in cui, forse, non aveva creduto poi tanto; ma i peggiori erano quelli che le avevano disconosciute, per rifarsi un maquillage necessario a percorrere comode scorciatoie.

Con il trascorrere degli anni, chi non aveva conosciuto a fondo il loro passato, trasgressivo e rivoluzionario, aveva finito con il ridurle a icone pop di una generazione tradita e delusa nelle sue mille attese.

Con molti, però, il feeling non si era mai interrotto, neppure per un attimo; e pur seguendo strade diverse, avevano finito con il ritrovarsi.

Per questo, nel riprendere il suo incessante cammino, la Sinistra, ancora una volta, aveva deciso di affidarsi alle “Clarks Desert Boots”, meglio conosciute come “polacchine”, che da cinquant’anni ne accompagnavano i passi nei momenti più difficili, attraverso un itinerario ancora lungo da percorrere.

 

Nato a Napoli nel ‘63, agli inizi degli anni ’90 Giovanni Renella ha lavorato come giornalista per i servizi radiofonici esteri della RAI. Ha pubblicato una prima raccolta di short stories, intitolata  “Don Terzino e altri racconti” (Graus ed. 2017), con cui ha vinto il premio internazionale di letteratura “Enrico Bonino” (2017), ha ricevuto una menzione speciale al premio “Scriviamo insieme” (2017) ed è stato fra i finalisti del premio “Giovane Holden” (2017). Nel 2017 con il racconto “Bellezza d’antan” ha vinto il premio “A… Bi… Ci… Zeta” e nel 2018 è stato fra i finalisti della prima edizione del Premio Letterario Cavea con il racconto “Sovrapposizioni”. Altri suoi racconti sono stati inseriti nelle antologie “Sette son le note” (Alcheringa ed. 2018) e “Ti racconto una favola” (Kimerik ed. 2018).

 

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Napoli. Cantante ammazzato per errore: ergastolo annullato: nuovo successo dell’avvocato Vannetiello

In accoglimento delle questioni giuridiche formulate

Parte la Settimana dell’Amministrazione Aperta,

ERCOLANO (NA) – In tutta Italia da lunedì 11 a domenica 17 marzo  si svolgerà la III della Settimana dell’Amministrazione Aperta, iniziativa collettiva promossa e coordinata dal Dipartimento Funzione Pubblica nell’ambito della partecipazione italiana a Open Government Partnership. L’iniziativa si articola in sette giorni dedicati a sviluppare la cultura e la pratica della trasparenza, della partecipazione e dell’accountability sia nelle amministrazioni pubbliche che nella società.

Il programma della settimana include appuntamenti sia online che in presenza, rivolti a chiunque voglia saperne di più sui temi del governo aperto.

Nell’ambito della SAA, il Parco Archeologico di Ercolano contribuisce a questo importante appuntamento con l’organizzazione di un seminario  tenuto dal dottor Ascanio D’Andrea dedicato agli approcci open e, più specificatamente, agli open data, con l’obiettivo di esibirne la rilevanza nei termini di trasparenza, partecipazione e cittadinanza attiva.

Durante l’intervento del dottor D’Andrea, incluso nell’evento di presentazione di L’importanza dell’Identità visiva per il futuro del Parco, verrà messo a fuoco in maniera peculiare il rapporto fra questo tipo di approccio e il Parco e il ruolo che l’open interpreta nel processo – in fieri – di costruzione della nuova identità visiva dell’istituzione (http://open.gov.it/?s=ercolano).

Ha dichiarato il Direttore Sirano: «La metodologia di lavoro integrata e cooperativa che si è particolarmente rinforzata negli ultimi anni tra Herculaneum Conservation Project e Parco Archeologico, rappresenta il fiore all’occhiello della gestione del sito  e la trasparenza negli approcci e nella circolazione del know how è altro elemento che conferma la solidità del rapporto e la bontà del processo avviato di rendere sempre più accessibile e permeabile il Parco non solo negli aspetti materiali ma anche in quelli digitali integrazione».

In tutta Italia dall’11 al 17 marzo, seminari, sia online che in presenza, hackathon, dibattiti pubblici, pubblicazione di documenti e report, rilascio di dataset in formato aperto e altre iniziative volte a mettere a disposizione di cittadini e pubbliche amministrazioni strumenti utili ad attuare i principi dell’Open Government. Iniziative, dunque, che consentano di acquisire la consapevolezza dell’importanza del processo di trasformazione della PA e della centralità del contributo di ognuno.​

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Figli di Portici famosi: lo scienziato Arcangelo Scacchi

di Stanislao Scognamiglio

Si sente spesso parlare di personaggi di Portici per nascita o d’elezione dei quali si sta perdendo la memoria … Ritengo perciò doveroso ravvivarne memoria fornendo un breve profilo biografico tratto dal mio inedito Diario; avvenimenti, cose, fenomeni, uomini, vicende.  Portici e Vesuvio dalle origini a oggi, con il conforto di Autori di ogni tempo.

Arcangelo Scacchi nasce a Gravina di Puglia, in provincia di Bari, il 9 febbraio 1810, da Patrizio Scacchi e da Giovanna Pentibove.

Dopo aver concluso gli studi preparatori nei seminari di Bari e di Gravina, il 1º ottobre 1827 è arrivato a Napoli per intraprendere gli studi di medicina nella Reale Università.

Immediatamente dopo la laurea, conseguita il 23 giugno 1831, stabilitosi definitivamente a Napoli, pur esercitando la professione medica, è andato dietro ad altri interessi.

Infatti, affascinato dal mondo della natura, dal 1831 fino al 1838, si è applicato alle scienze naturali.

Partito dallo studio della malacologia attuale e fossile, nel 1836, ha redatto il Catalogus Conchyliorum Regni neapolitani e, nel 1841, e Notizie sulle conchiglie che si trovano fossili nell’Isola d’Ischia e lungo la spiaggia tra Pozzuoli e Monte Nuovo.

Interessato alla geologia stratigrafica, è stato «… allievo di Matteo Tondi e di Teodoro Monticelli, segretario perpetuo della Reale Accademia delle scienze di Napoli, che gli mostrò particolare benevolenza, ponendo a sua disposizione le proprie collezioni di minerali e di fossili».

Da «… Leopoldo Pilla, che teneva da ‘interino’, ossia per incarico, l’insegnamento di mineralogia e geologia, vacante dal 1835 per la morte di Matteo Tondi», nel 1839, è stato nominato ‘coadiutore per la dimostrazione degli oggetti’ e gli affidò le esercitazioni di mineralogia».

Nel 1842, «… in sostituzione di Pilla, trasferitosi nel 1842 all’Università di Pisa» ha ricevuto l’incarico dell’Insegnamento della Mineralogia alla Reale Università di Napoli.

In attesa che venisse messa a concorso la cattedra di mineralogia, si è tanto profuso nella ricerca e «… nelle analisi chimiche di varie specie mineralogiche», «… che in non lungo volgere di tempo, già noto per frequenti e dotte pubblicazioni», ha potuto partecipare al pubblico concorso nel 1844.

Dopo due anni di interinato, «… nonostante le esitazioni di Ferdinando II», il 1° agosto 1844, è stato nominato direttore professore della cattedra di mineralogia e direttore del Museo mineralogico» di Napoli.

Da direttore, sua prima iniziativa è stata, «…  l’acquisizione di intere raccolte private di minerali per quella che diventerà il vanto del Museo: la ‘collezione vesuviana’».

Nell’anno 1845, durante il VII Congresso degli Scienziati Italiani, celebrato a Napoli dal 20 settembre al 5 ottobre 1845, ha svolto le funzioni di segretario della sezione di geologia e mineralogia. In tale occasione «… predispose la parte geomineralogica della guida naturalistico-culturale dell’area napoletana che fu donata ai congressisti».

Coniugato, «… dalla moglie Giovanna Cassola, sposata nel 1845», ha avuto seri figli.

Divenuto professore, per rafforzare  «… il suo credito scientifico in campo vulcanologico», ha cooperato con «… il direttore dell’Osservatorio vesuviano Luigi Palmieri e poi anche con il chimico Giuseppe Guarini sia nel descrivere l’attività persistente del Vesuvio, sia nell’interpretare come nettamente distinto da ogni attività vulcanica il terremoto di Melfi del 14 agosto 1851, benché prossimo al monte Vulture, vulcano ormai spento».

Per questo suo prodigarsi, nel 1852,  ha ottenuto  la nomina a professore di mineralogia presso la scuola del genio civile.

Contestualmente, ha ottenuto la carica di direttore del Reale Istituto di Incoraggiamento, del Museo Ornitologico, della Commissione protomedicale.

Poco incline alla dinastia Borbone, nel maggio del 1848, dal sovrano Ferdinando II (Palermo, 12 gennaio 1810 – Caserta, 22 maggio 1859) è stato «…obbligato a sgomberare il Museo di mineralogia per farne la sala delle assemblee del Parlamento napoletano».

Allo stesso tempo è stato poco favorevole alla causa nazionale: «… era un patriota, seppure molto blando perché temeva che un rivolgimento radicale potesse mettere in crisi l’insegnamento e la ricerca o, peggio ancora, potesse creare danni al Museo».

Per questo suo atteggiamento, all’epoca in cui Giuseppe Garibaldi (Nizza, 4 luglio 1807 – Caprera, La Maddalena, 2 giugno 1882) ha occupato Napoli, in veste di dittatore, è stato severamente punito.

Perché scienziato di chiara fama in campo internazionale, da «… Francesco De Sanctis, delegato alla Pubblica Istruzione che diede disposizioni talmente draconiane da rivoluzionare l’Università di Napoli (29 settembre 1860)», non è stato rimosso da professore. Però gli è stata «… tolta la cattedra al genio civile e ridotta la cattedra universitaria alla sola mineralogia, ma con la direzione del relativo Museo».

Cessata la dittatura, successivamente all’annessione del Regno delle Due Sicilie nel Regno sabaudo, «… per i meriti singolari che cotesta fama gli avevano, a decoro della patria, procacciata», il 20 gennaio 1861, è stato nominato senatore del Regno d’Italia.

In ambito accademico, per due volte è stato rettore della Regia Università di Napoli: dal 1865 al 1867 e dal 1875 al 1877.

Nel corso del primo mandato rettorale, nel 1867, ha inviato «… all’Esposizione universale di Parigi una raccolta di cristalli sintetici che fu premiata con una medaglia d’argento».

Dal novembre 1876 all’ottobre 1884, ha tenuto la Cattedra e la direzione del neo costituito Istituto di Mineralogia e Geologia Agraria presso la Scuola Superiore di Agricoltura di Portici.

Nell’anno 1891, nominato professore emerito, ha lasciato l’insegnamento e la direzione del Museo.

All’età di 84 anni non  ancora compiuti, il mineralogista, vulcanologo, geologo e paleontologo Arcangelo Scacchi muore a Napoli l’11 ottobre 1893.

Dall’anno 1832 al 1892, esclusivamente e ininterrottamente, ha condotto la sua attività nel campo della cristallografia, della mineralogia e della vulcanologia, conseguendo notevolissimi risultati.

Ha limitato le sue ricerche prevalentemente all’areale del Vesuvio, dei Campi Flegrei e del Vulture focalizzando in modo particolare l’attenzione ai minerali legati all’attività fumarolica.

Tra il 1841 e il 1884, nel complesso vulcanico del Monte Somma – Vesuvio, ha individuato 22 nuove specie mineralogiche, indicando per ognuna di esse l’esatta descrizione della morfologia e della genesi.

Tra queste, mentre «… in tempi successivi, sette (cupromagnesite, cloromagnesite, idrociano, atelina, vesbina, neocianite, neocrisolito) sono state discreditate», le rimanenti sono tuttora valide.

Notevoli sono state le sue ricerche «… di cristallo sintesi che gi consentirono di approfondire le relazioni tra i fattori che controllano la cristallizzazione e le caratteristiche fisico-chimiche dei cristalli derivati».

Dalla ripresa dell’attività eruttiva del Vesuvio è stato indotto a lasciare i cristalli sintetici e a riprendere l’esame dei minerali e, in particolare, di quelli delle fumarole.

Nel campo della cristallografia è stato lo scopritore della classe pediale, cioè della «… classe del sistema triclino, mancante di ogni elemento di simmetria per cui ogni faccia da sola costituisce una forma semplice ». e della poliedria, vale a dire il «… fenomeno per cui taluni cristalli presentano facce la cui giacitura non soddisfa alla legge degli indici interi e semplici».

Per quanto «… autodidatta in tutti e tre i settori scientifici che praticò (mineralogia, cristallografia e vulcanologia) e, come tale, commise errori in ciascuno di essi e gli sfuggirono implicazioni teoriche che, se sviluppate, lo avrebbero fatto eccellere nel mondo scientifico, ma fu un lavoratore indefesso, caparbio ed entusiasta», ha meritato la stima di tutto l’ambiente mineralogico internazionale.

Scacchite

Nel 1869, dal francese Gilbert-Joseph Adam, in suo onore, ha visto imporre il suo nome a un raro minerale da lui appena scoperto:  la Scacchite; un minerale costituito da cloruro di manganese (MnCl2).

Nell’anno 1872, per questi suoi studi, dal mondo scientifico è stato identificato «… come il fondatore della mineralogia dei sublimati vulcanici».

Nocerite

Nel 1881, nella Tufara di Fiano, in agro di Nocera Inferiore, comune della provincia di Salerno, ha scoperto un minerale, da lui denominato Nocerite: un minerale composto da ossicloruro di calcio e magnesio (Ca3Mg3F8O2).

Tra i suoi scritti, ricordiamo:

  • Della brocchite: sunto di una memoria letta alla R. Accademia di Napoli il 3 dicembre 1839, in Annali civili del Regno delle Due Sicilie, 1840, vol. 23, pp. 15 s.;
  • Della voltaite, nuova specie minerale trovata nella solfatara di Pozzuoli, in Antologia di scienze naturali pubblicata da R. Piria e A. Scacchi, 1841, vol. 1, pp. 67-71;
  • Campi ed Isole Flegree – Vesuvio. Specie orittognostiche del Vesuvio e del Monte Somma, in Napoli e i luoghi celebri delle sue vicinanze, II, a cura di G. Nobile, Napoli 1846, pp. 377-513;
  • Della humite e del peridoto del Vesuvio, in Atti della R. Accademia delle scienze. Sezione della Società reale borbonica, 1851, vol. 6, pp. 241-273;
  • Memoria sulla poliedria delle facce dei cristalli, in Memorie della R. Accademia delle scienze di Torino, s. 2, 1865, vol. 22, pp. 1-94;
  • Contribuzioni mineralogiche per servire alla storia dell’incendio vesuviano del mese di aprile 1872, in Atti della R. Accademia delle scienze fisiche e matematiche di Napoli, 1872, vol. 5, pp. 1-35;
  • Contribuzioni mineralogiche per servire alla storia dell’incendio vesuviano del mese di aprile 1872. Parte seconda, ibid., 1873, vol. 6, pp. 1-69;
  • Appendice alle contribuzioni mineralogiche sull’incendio vesuviano del 1872, in Rendiconto della R. Accademia delle scienze fisiche e matematiche di Napoli, 1874, vol. 13, pp. 179 s.;
  • Nuove ricerche sulle forme cristalline dei paratartrati acidi di ammonio e potassio, in Atti della R. Accademia delle scienze fisiche e matematiche di Napoli, s. 2, 1884, vol. 1, n. 3, pp. 1-15;
  • La regione vulcanica fluorifera della Campania, ibid., 1888, vol. 3, n. 2, pp. 1-108.

Nell’arco della sua vita, «… il naturale acume e la diuturna osservazione ebbero ricompensa di notevoli scoperte che gli meritarono l’essere annoverato alle più insigni Accademie nostrane e straniere: prova di quanto valente ed altamente reputato egli fosse in casa e fuori».

  • Professore:
  • ordinario di Mineralogia alla Regia Università di Napoli (1° agosto 1844 – 1891)
  • di Mineralogia presso la scuola del Genio civile (1852 – 1861)
  • Assessore della commissione protomedicale (1° luglio 1859 – 1° luglio 1862)
  • Direttore del Museo ornitologico di Napoli
  • Presidente:
  • dell’Istituto d’Incoraggiamento alle Scienze Naturali di Napoli
  • della Società, poi Accademia Italiana delle Scienze, detta dei XL (1875 – 1893)
  • Membro:
  • dell’Istituto di Incoraggiamento alle Scienze Naturali di Napoli
  • del Consiglio Superiore della Pubblica Istruzione
  • della Società, poi Accademia Italiana delle Scienze, detta dei XL (1863)
  • della Königlich-Preußische Akademie der Wissenschafte (Accademia Reale Prussiana delle Scienze), Berlino
  • della Bayerische Akademie der Wissenschaften (Accademia bavarese delle scienze e dell’umanistica, Monaco
  • della Rossíiskaya akadémiya naúk (Accademia russa delle Scienze), Mosca
  • del Comitato per l’Istruzione Universitaria (27 dicembre 1866 – settembre 1867)
  • del Servizio geologico del Ministero di agricoltura, industria e commercio
  • del Consiglio d’amministrazione e perfezionamento della Scuola d’applicazione per gli ingegneri di Napoli
  • Socio corrispondente:
  • dell’Accademia dei Lincei di Roma (4 febbraio 1849)
  • dell’Accademia delle scienze di Torino
  • dell’Istituto Lombardo di Scienze e Lettere di Milano (25 gennaio 1866)
  • Socio nazionale:
  • dell’Accademia dei Lincei di Roma (31 gennaio 1875)
  • della Società Italiana delle Scienze di Roma
  • Socio nazionale non residente dell’Accademia delle scienze di Torino (1874)
  • Socio ordinario dell’Accademia delle Scienze di Napoli (1849)
  • Socio residente della Società Reale di Napoli (24 settembre 1861)
  • Socio del Club alpino italiano CAI, sezione di Napoli

Per i suoi «… meriti patriottici, della sapienza e dei servigi resi allo Stato nella scienza», è stato decorato con le più alte onorificenze:

  • Cavaliere dell’Ordine dei SS. Maurizio e Lazzaro
  • Ufficiale dell’Ordine dei SS. Maurizio e Lazzaro
  • Grande ufficiale dell’Ordine dei SS. Maurizio e Lazzaro
  • Cavaliere dell’Ordine della Corona d’Italia
  • Ufficiale dell’Ordine della Corona d’Italia 8 giugno 1868
  • Grande ufficiale dell’Ordine della Corona d’Italia
  • Cavaliere dell’Ordine civile di Savoia 27 aprile 1872

Nastrini delle onorificenze attribuitegli:

 Cavaliere dell’Ordine dei SS. Maurizio e Lazzaro

 Ufficiale dell’Ordine dei SS. Maurizio e Lazzaro

 Ufficiale dell’Ordine dei SS. Maurizio e Lazzaro

 Cavaliere dell’Ordine della Corona d’Italia

 Ufficiale dell’Ordine della Corona d’Italia

 Grande ufficiale dell’Ordine della Corona d’Italia

 Cavaliere dell’Ordine civile di Savoia

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Le meraviglie dei fondali fra equilibrio e minacce

LACCO AMENO (NA) – Al centro congressi Leonardo Carriero dell’isola di Ischia sabato 16 marzo, a partire dalle 9.30, è in in programma il seminario pubblico FONDAmentaLI, rivolto a esperti, appassionati di natura, scuole e cittadinanza.

L’evento abbraccia anche due suggestive mostre fotografiche all’interno dell’Auditorium: la prima, Finestre sul futuro, con un racconto per immagini di Pasquale Vassallo dei carbon vents di Ischia. La seconda, con scatti di forza dirompente di Pasquale Vassallo e Guido Villani, sulle interazioni nei nostri mari tra organismi marini e plastiche.

l’auspicio è di invertire quanto prima la rotta: il focus di FONDAmentaLI infatti è sui fondali mediterranei in generali, del golfo di Napoli in particolare e nello specifico del Regno di Nettuno, l’area marina protetta che abbraccia le isole di Ischia e Procida.
Lo spiaggiamento di un capodoglio il 24 dicembre a Forio, quello di migliaia di esemplari di krill mediterraneo a inizio gennaio a Lacco Ameno. La moria della Pinna nobilis, la comune nacchera di mare, nel Mediterraneo. E ancora: le emissioni gassose sommerse nei fondali di Ischia, finestre sul futuro climatico dei nostri oceani.

La parola chiave di FONDAmentaLI è: divulgazione. Infatti il seminario avrà un approccio multidisciplinare che abbraccia biologia, geologia, storia e letteratura.

Come spiega il direttore dell’area marina protetta, Antonino Miccio, «… vuole trasmettere in maniera semplice ed efficace le evidenze presenti, spesso oggetto di studi di rilevanza internazionale, purtroppo ancora poco conosciute dalle maggior parte della popolazione».

Alla presenza del capo della segreteria tecnica del Ministero dell’Ambiente e della tutela del Territorio e del Mare, Tullio Berlenghi, e del direttore generale Maria Carmela Giarratano, oltre che del comandante generale del Corpo delle Capitanerie di Porto, Giovanni Pettorino, si snoderà così  un affascinante percorso di approfondimento sulla ricchezza e sulle problematiche dei mari campani, e non solo.  Con interessanti novità sul Regno di Nettuno: Giovanni Fulvio Russo, ordinario di ecologia al Dipartimento di Scienze e Tecnologie della Parthenope, presenterà per esempio l’aggiornata mappa bionomica dell’area marina protetta, una cartografia della vita che popola i fondali del Regno di Nettuno.

Dal dipartimento di ecologia marina integrata del centro Villa Dohrn di Ischia arriveranno le più recenti risposte sull’acidificazione dei mari, lette attraverso le indagini sulle emissioni di CO2 nei mari di Ischia, un fenomeno naturale legato al vulcanesimo dell’isola.

Si parlerà anche di perdita di fondami metropolitani con Maurizio Simeone, responsabile CSI Gaiola Onlus e CeRD Parco Sommerso di Gaiola.

Anche di perdita di biodiversità con Francesca Carella, ricercatrice di patologia generale alla Federico II, che affronterà la problematica della moria di Pinna nobilis, «…un mollusco bivalve tra i più grandi e longevi dei nostri mari, oggi in estinzione a causa di un agente patogeno: una perdita gravissima».

I fondali sanno però riservare anche sorprese archeologiche –  come nel caso di Aenaria, l’antico porto sommerso romano di Ischia, di cui parlerà l’archeologa subacquea Alessandra Benini – o idrotermali, come illustrerà Lucia Annicelli, direttrice della biblioteca comunale Antoniana.

Nella sessione pomeridiana dei lavori, dalle 17, il focus sarà incentrato maggiormente sulla divulgazione: Gian Carlo Carrada, già ordinario di ecologia alla Federico II, spiegherà come si racconta l’ecologia marina.

Attualissimo è il problema delle plastiche in mare, su cui relazionerà Roberto Sandulli, associato di zoologia alla Parthenope.  «L’Italia – ha spiegato – produce ogni anno oltre 4720 miliardi di bottiglie di acqua minerale in PET e ne rilascia oltre 132.000 tonnellate nelle acque costiere: almeno 700 specie di organismi marini interagiscono negativamente con le plastiche».

Si parlerà anche di marketing sociale con Giuseppe Fattori del Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali dell’università di Bologna e con Antonino Miccio, che lo legherà alla vita e all’attività delle aree marine.

E infine una tavola rotonda con i direttori delle aree marine protette italiane, con il vice presidente di Federparchi Salvatore Sanna: ci si interrogherà su come comunicare e divulgare in maniera efficace le peculiarità dei fondali.

L’evento FONDAmentaLI gode del patrocinio dei sei Comuni dell’isola d’Ischia e del Comune di Procida

Per maggiori informazioni: www.nettunoamp.org; https://www.citizensciencerdn.org/

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