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Steatosi epatica, il fegato grasso in bambini e adolescenti

di Carlo Alfaro

Per steatosi epatica si intende un accumulo di grasso nel fegato, in quantità superiore al 5% del peso dell’organo, dovuto all’infiltrazione di trigliceridi nelle cellule. Nei bambini e adolescenti si tratta normalmente di steatosi epatica non alcolica (NAFLD), cioè della forma non legata al consumo di alcol.

Gli studi stimano una incidenza di NAFLD di circa il 20% nella popolazione generale, che arriva al 60-95% tra gli obesi. Nei bambini e adolescenti, la condizione interessa nel mondo dal 5 al 17% di tutti i soggetti dal 30 all’80% degli obesi, rappresentando la più frequente malattia epatica pediatrica. In Italia, si stima che ne sia affetto circa il 15% dei bambini, ma si arriva fino al 70-80% tra i bambini obesi.

La steatosi epatica è il risultato di una complessa interazione tra fattori genetici (sarebbero implicati almeno 4 polimorfismi genici: PNPLA3, SOD2, KLF6, e LPIN1, che possono essere ricercati su campione salivare), comportamentali (sedentarietà) e nutrizionali. Riguardo a questi ultimi, uno studio dell’Unità di Malattie epato-metaboliche dell’Ospedale Bambin Gesù di Roma, pubblicato su Journal of Hepatology, ha evidenziato che un eccesso di fruttosio, contenuto in bevande gassate e bibite zuccherine, sia per l’innalzamento dei livelli stessi di fruttosio nel sangue, sia per l’aumento di acido urico, favorisce la malattia. L’obesità è il fattore di rischio più importante nello sviluppo della NAFLD. L’aumento del numero dei bambini con sovrappeso e obesità nei Paesi industrializzati ha portato al parallelo aumento di casi di fegato grasso. La con-presenza di altre malattie “del benessere” (ipertensione arteriosa, insulino-resistenza e diabete mellito, dislipidemie) influenzerebbe poi la progressione della malattia.

La steatosi epatica è quasi sempre asintomatica. All’esame obiettivo il fegato può risultare lievemente aumentato di volume e a superficie liscia. I sintomi e i segni di solito sono correlati alle malattie associate, come ipertensione arteriosa, insulino-resistenza (che si manifesta con acanthosis nigricans alle pieghe), aumento della circonferenza addominale (indicatore della quantità di grasso depositata a livello viscerale, correlata al rischio cardiovascolare).

Le conseguenze della NAFLD sono di tre ordini: infiammazione cronica, degenerazione tumorale, squilibri metabolici.

Infiammazione cronica: la steatosi epatica può evolvere nel 5-40% dei casi verso la steatoepatite non alcolica (NASH=non alcholic-steatoheapatitis), caratterizzata da necrosi e infiammazione cronica del fegato, e questa nel 10-20% evolve in fibrosi epatica (sostituzione delle cellule del fegato danneggiate con tessuto connettivo), che in meno del 5% progredisce in cirrosi conclamata (fase irreversibile). La probabilità di passare da steatosi a steatoepatite aumenta con l’aumentare del grado di obesità. Uno studio della Mayo Clinic su 66 bambini/adolescenti (età media intorno ai 13 anni) affetti da steatosi epatica non alcolica (diagnosi ecografica e spesso anche bioptica), monitorati per 20 anni, ha trovato che il trapianto epatico risultava quasi 15 volte più indicato e necessario che nella popolazione pediatrica generale. I fattori più strettamente correlati con la evoluzione severa sono risultati il sovrappeso, l’obesità specie addominale, i valori elevati di transaminasi e gamma-GT, la resistenza insulinica.

Tumore: la steatosi epatica è un fattore di rischio per carcinoma del fegato. A differenza di altre forme di malattia epatica, per esempio l’epatite C, in cui la degenerazione neoplastica consegue all’evoluzione in cirrosi, il 50% dei tumori su NAFLD non presenta cirrosi.

Alterazioni metaboliche: i bambini che presentano steato-epatite, secondo lo studio dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù pubblicato su Hepatology 2015, corrono un rischio di sindrome metabolica del 30% superiore alla media. Sono stati associati alla steatosi nei vari studi ipertensione, insulino-resistenza, ipercolesterolemia e ipertrigliceridemia, diabete mellito di tipo 2, malattie cardiovascolari e cerebrovascolari.

La diagnosi si basa sul riscontro ecografico; non sempre, le transaminasi sono aumentate. La biopsia del fegato permette di differenziare la NAFLD dalla NASH, in cui, oltre all’accumulo di grasso, compaiono fenomeni infiammatori e fibrotici.

Non esiste una cura farmacologica, ma si deve puntare alla correzione dello stile di vita: dieta, attività motoria regolare e costante (almeno per 30 minuti al giorno di attività fisica di natura aerobica), controllo del peso, rinuncia all’alcol e al fumo. Le lesioni epatiche possono essere reversibili. Ad esempio, la perdita ponderale del 10% può comportare riduzione di enzimi epatici, resistenza insulinica, contenuto di grasso epatico.

Regole dietetiche generali:

Eliminazione dei carboidrati raffinati: in uno studio americano pubblicato nel 2019 su JAMA, negli adolescenti affetti da steatoepatite non alcolica (NASH), una dieta che riduca a meno del 3% delle calorie giornaliere il contenuto di zuccheri liberi, che sono quelli aggiunti a cibi e bevande, condotta per 8 settimane, ha fatto registrare significativi miglioramenti (sia all’ecografia epatica, sia nei livelli di transaminasi, gamma-GT, colesterolo, sia come calo di peso).

Riduzione dei grassi totali, con un basso contenuto di grassi saturi a favore di quelli monoinsaturi e polinsaturi.

Aumento dei carboidrati complessi e delle fibre: diversi studi hanno evidenziato un efficace miglioramento dei parametri clinici e di laboratorio nella NAFLD con una dieta ricca di carboidrati complessi e a basso contenuto di grassi (dieta LCHF: low-fat hight-carbohydrate). Le diete LCHF contemplano l’uso di cibo non trasformato, verdure a foglia verde e crucifere (cavoli, broccoli ecc), noci e frutta secca, avocado, olive.

Cucinare senza grassi aggiunti, preferendo cotture al vapore, al microonde, alla griglia, alla piastra o con la pentola a pressione, piuttosto che la frittura, la cottura in padella o i bolliti di carne.

Evitare periodi di digiuno prolungato, consumare pasti regolari, frazionando l’introito calorico totale in cinque pasti.

Assumere regolarmente verdura e frutta, non abusando però dei frutti più zuccherini tipo uva, fichi, cachi.

Non sono consentiti nella dieta di questi ragazzi:

  • superalcolici e birra; bevande zuccherine come cola, acqua tonica, tè freddo, succhi di frutta (anche se riportano la dicitura ‘ùsenza zuccheri aggiunti);
  • zucchero (bianco e di canna), miele; marmellata, frutta sciroppata e candita;
  • dolci e caramelle; prodotti contenenti la dizione grassi vegetali (generalmente contengono oli vegetali saturi: palma, cocco);
  • cibi da fast-food, margarina, prodotti preparati industrialmente, piatti già pronti (sono ricchi di grassi idrogenati trans); grassi animali:
  • burro, lardo, strutto, panna;
  • frattaglie: fegato, cervello, reni, rognone, cuore;
  • insaccati (salame, salsiccia, mortadella);
  • parti grasse delle carni;
  • maionese e altre salse elaborate

Si consiglia invece un consumo moderato di:

  • frutta zuccherina (uva, banane, fichi, cachi, mandarini), frutta secca ed essiccata;
  • sale (ridurre quello aggiunto alle pietanze durante e dopo la cottura e limitare il consumo di alimenti che naturalmente ne contengono elevate quantità come alimenti in scatola o salamoia, dadi ed estratti di carne, salse tipo soia);
  • patate (vanno considerate non una verdura ma fonti di amido quindi un sostituto di pane, pasta e riso);
  • affettati (prosciutto cotto, il crudo, lo speck, la bresaola, l’affettato di tacchino);
  • formaggi, preferendo quelli a basso contenuto di grassi: olii vegetali polinsaturi o monoinsaturi come l’olio extravergine d’oliva, l’olio di riso o gli oli monoseme: soia, girasole, mais, arachidi;
  • caffè (2-3 tazzine al dì proteggerebbero il fegato).

Sono consentiti:

  • pesce, in particolare quello azzurro (aringa, sardina, sgombro, alici) per il contenuto di omega 3 (invece limitare molluschi e crostacei che sono ricchi in grassi);
  • verdura cruda e cotta (soprattutto carciofi, erbe amare e cicoria svolgono azione protettiva sul fegato);
  • legumi freschi o secchi;
  • frutta di stagione;
  • carboidrati complessi (pane, pasta, riso, ecc), meglio se integrali;
  • latte e yogurt parzialmente scremati; carne, preferibilmente bianca, proveniente da tagli magri e privata del grasso visibile;
  • erbe aromatiche come condimento;
  • bevande senza zucchero.

La chirurgia bariatrica, usata come opzione terapeutica negli adolescenti con obesità grave complicata dalla contemporanea presenza di patologie quali steatoepatite, diabete, ipertensione arteriosa, apnee notturne, consiste normalmente in età pediatrica nella sleeve gastresctomy, che prevede una riduzione del 70% circa dello stomaco. Negli adolescenti obesi con steatoepatite, la pratica si è dimostrata in grado di migliorare la funzionalità epatica e l’entità della fibrosi, in base a uno studio dell’Ospedale Pediatrico Bambin Gesù pubblicato su Journal of Pediatrics.

Dal 2018 è stato creato il Registro pediatrico europeo per la steatosi epatica o fegato grasso, il cui coordinamento è stato affidato all’Ospedale Pediatrico Bambin Gesù di Roma, al fine di far confluire nel registro tutti i dati, sia istologici che di laboratorio, provenienti, oltre che dall’Italia, dai Paesi coinvolti: Germania, Polonia, Inghilterra, Svezia, Spagna e Francia.

Il medico pediatra e adolescentologo sorrentino Carlo Alfaro. Classe 1963, il dottor Alfaro è Dirigente Medico di Pediatria presso gli Ospedali Riuniti Stabiesi, componente  della Consulta Sanità del Comune di Sorrento, Consigliere Nazionale della Società Italiana di Medicina dell’Adolescenza (SIMA) e Responsabile del Settore Medicina e Chirurgia dell’Associazione Scientificò-culturale SLAM Corsi e Formazione.

 Per passione Carlo Alfaro è giornalista pubblicista, direttore artistico, organizzatore e presentatore di eventi culturali, attore di teatro e cinema, poeta pubblicato in antologie, autore di testi, animatore culturale di diverse associazioni sul territorio.

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Figli di Portici famosi: il commediografo, novelliere e giornalista Carlo de Flaviis

di Stanislao Scognamiglio

Si sente spesso parlare di personaggi di Portici per nascita o d’elezione dei quali si sta perdendo la memoria … Ritengo perciò doveroso ravvivarne memoria fornendo un breve profilo biografico tratto dal mio inedito Diario; avvenimenti, cose, fenomeni, uomini, vicende.  Portici e Vesuvio dalle origini a oggi, con il conforto di Autori di ogni tempo.

Carlo de Flaviis è nato a Napoli, l’1 febbraio 1885.

Laureato in giurisprudenza, subito dopo la laurea, anziché esercitare l’avvocature ha preferito impiegarsi nella pubblica amministrazione.

Assunto alle Poste, è divenuto direttore dell’ufficio provinciale delle Poste e Telegrafi di Napoli.

Contemporaneamente all’attività lavorativa, datosi alla scrittura, è stato autore di lavori teatrali, di novelle, di poesie.

È stato anche giornalista; ha firmato pezzi, collaborando  «… per diversi anni al «Giorno» di Matilde Serao».

I testi delle sue non poche poesie, sono divenuti «… canzoni – tutte ad alto livello – musicate dai maestri Pennino, Cannio, Nicola Valente, Capolongo, Nardella e pubblicate, in massima parte, da La Canzonetta e Gennarelli».

Personaggio molto noto a Portici «… per essere uno degli autori di punta delle canzoni della Piedigrotta, molte delle quali presentate in anteprima al teatro Goldoni».

In una di queste sue venute a Portici, presente tra gli ospiti, al termine dello spettacolo serale, tenuto all’aperto il venerdì 19 agosto 1921, è stato festeggiato insieme agli interpreti delle canzoni presentate.

Il suo attaccamento alla cittadina vesuviana, era riscontrabile perfino nella sua predilezione di «… affidare i suoi lavori alla Tipografia Bellavista, sita al corso Diaz, n. 86».

Tra i suoi lavori di maggior successo, ricordiamo:

  • le canzoni in napoletano: Pecché?, 1913 – Margaretè, 1917 – Quanno iarraie a spusà, 1917 – Malandrino, 1918 – Vas’ ’e femmena, 1918 – Ammore ncampagna, 1919 – Chiagno pe’ tte!, 1924 – ’O menù, 1924 – Avemmaria, 1925 – Casarella d’ ’o primm’ammore, 1932 – Prumesse ’e femmena, 1932.
  • le canzoni in italiano: Baci tra le foglie, 1922 – Stornellata alla donna, 1922.
  • le commedie: Il nome della diva, 1923 – La donna del suo sogno, 1925.
  • i racconti: L’amore di Pulcinella, 1922 – La chioma di Berenice, 1927.
  • i saggi: Il generale Diaz, 1918 – Il tramonto di Pulcinella, 1918 – Il primo piroscafo a vapore del Mediterraneo, 1918 – Alcuni secoli della storia di un teatro napoletano, 1921.

Il commediografo, novelliere e giornalista Carlo de Flaviis si spegne a Genova il 27 dicembre 1939.

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Pozzuoli (NA). Il teatro comico di ‘Arcobaleno Bianco’ a Monterusciello con ‘Chiste so pazze’

Dopo circa otto mesi di prove,

Napoli. Cane ‘monitore’ per campanaro ‘distratto’: ennesimo ‘scoop’ di Giuseppe Sangiovanni

Incredibile ma vero: in una cittadina napoletana,

Sabato Santo, 18 aprile 1840: storia di una conversione

di Mario Manzo

Il Sabato Santo dell’anno 1840, in Portici, si compì una conversione religiosa.

Nicolas Weber nativo di Golaten comune del Cantone svizzero di Berna, già Sergent dell’Armée française, poi milite del Reggimento Reali Veterani dell’Esercito del Regno delle Due Sicilie, di religione protestante, passati i trentott’anni con la direzione spirituale del Regio Cappellano militare don Salvatore Pescatori, chiese di essere accolto nella Chiesa cattolica.

Il battesimo avvenne in Portici il 18 aprile 1840, giorno del Sabato Santo, nella Chiesa di Santa Maria del Buon Consiglio e San Luigi.

La Chiesa, sita nell’odierno corso Garibaldi, all’epoca veniva anche detta dei Nastri, poiché durante il decennio francese l’edificio religioso seicentesco venne utilizzato come fabbrica dei nastri e successivamente come caserma militare denominata dei Nastri, prima di ritornare alla sua funzione originaria ed essere intitolata a San Luigi nel 1828.

Suo padrino di battesimo fu Ferdinando Malizia, Sindaco di Portici che guidò l’Amministrazione comunale dal 1838 al 1843. Durante la sua carca fu realizzato il Cimitero Comunale, inaugurato il 28 ottobre del 1842, e poi ampliato nel 1980.

Dopo averlo battezzato, assistita la solenne messa, Monsignor Pescatori somministrò la Comunione a Nicolas Weber.

 

(Foto by Mike Labrum_Unsplash)

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Portici (NA). Omaggio a uno degli autorevoli cittadini: il sacerdote don Benedetto Cozzolino

Benedetto Cozzolino è nato a Resina, l’odierna Ercolano, in provincia di Napoli, nel 1757.

Il Racconto, La Pasqua del generale Garibaldi

di Lucio Sandon

Pasqua 1861.

La piazzetta, nonostante l’ora, era ancora assolutamente deserta: i gendarmi a guardia dell’edificio se n’erano andati via il giorno prima, insieme alle truppe del generale Lanza, e ormai nemmeno i monelli palermitani avevano voglia di giocare in quello spazio abbandonato. La banca centrale del regno era al momento presidiata solo dal direttore e da alcuni dei più fedeli e coraggiosi funzionari: tutti gli altri impiegati e funzionari avevano evitato di presentarsi al lavoro, indecisi se schierarsi con le truppe di invasione o con la dinastia regnante, in verità mai troppo amata per vari motivi in quella città.

Ferdinando Lanza, il plenipotenziario militare del re Borbone, dopo anni di malgoverno, di furti clamorosi e di sanguinose repressioni, aveva recitato talmente bene il suo ruolo di traditore che era riuscito a far capitolare la sua guarnigione forte di oltre ventiquattromila militari bene armati e addestrati, di fronte al migliaio di dilettanti male armati e peggio addestrati in camicia rossa.  Lanza peraltro aveva appena ripreso il comando delle truppe borboniche e aveva anche da poco accettato proprio da Dunne, una fede di credito di quattordicimila ducati per il suo tradimento.   L’obeso generale non immaginava certo che di quel denaro sporco di sangue non avrebbe mai incassato nemmeno un centesimo.

Il colonnello Dunne, perfettamente a suo agio nell’ uniforme da garibaldino, attendeva con la massima tranquillità il ritorno degli altri inglesi, e intanto si guardava intorno, rilassato e fresco come un branzino appena pescato. Lui era rimasto di guardia all’esterno dell’edificio semplicemente per accertarsi che nessuno venisse a disturbare il delicato lavoro che i suoi compatrioti stavano portando a termine all’interno della banca centrale di quella porzione di regno appena conquistata, e nell’attesa si godeva la gradevole temperatura di quel finale d’inverno siculo, insieme al fumo del suo sigaro.

Tecnicamente quella in corso non poteva in alcun modo essere definita una rapina, in quanto i suoi commilitoni Spicer, Brooke e Whitehead Peard, erano muniti di una valida ricevuta, che avrebbero presto consegnato allo stupefatto direttore generale dell’istituto bancario, al termine del prelievo se pur forzoso. I militari inglesi, tutti in regolamentare camicia rossa con tanto di kepì provvisto di nappe dorate schiacciato in testa, si erano presentati allo sportello giusto all’ora di pranzo, prima della chiusura pomeridiana della banca.

Erano quindi discesi a passo veloce nel caveau di palazzo Branciforte imbracciando con finta noncuranza i loro fucili Snider-Enfield a canna rigata di ultimo modello, che erano stati loro appositamente forniti dall’Intelligence Service del ministero della guerra Britannico.  I garibaldini britannici peraltro, conoscevano perfettamente la disposizione dei locali, avendone studiato accuratamente le mappe messe a loro disposizione proprio dal generale Lanza.

L’enorme cassaforte, il cui peso aveva nei mesi addietro provocato problemi di staticità all’intero edificio, tanto da rendere indispensabili dei poderosi lavori di consolidamento, venne immediatamente aperta dai dirigenti del Banco, spaventati e ammutoliti di fronte a quei militari stranieri armati di fucili ma dai modi tanto cortesi da sembrare quasi irridenti, e che si esprimevano con semplici ma estremamente efficaci frasi in italiano. I lingotti d’oro, trasportati al piano superiore dai più robusti funzionari della banca, alacremente aiutati dai nuovi venuti, vennero ordinatamente stipati in piccole casse di legno, e impilati a tambur battente su di un carro che era stato appositamente fatto entrare nel cortile interno dell’istituto. Una volta terminato il carico, i soldati in camicia rossa salutarono molto educatamente, e le maestranze e i funzionari dell’istituto di credito, poi si allontanarono senza fretta.

Il direttore, dopo aver salutato e osservato con tutto il rispetto dovuto i garibaldini della brigata britannica allontanarsi per i vicoli del porto, se ne rimase chiuso nel suo ufficio per diverse ore, a rigirare tra le mani tremanti il foglietto che gli aveva consegnato uno smilzo ex sottufficiale dei fanti della marina di sua maestà. La ricevuta, oltre ai lingotti d’oro di pertinenza dell’erario borbonico, comprendeva anche una somma in denaro contante: erano duemilioniottocentosessantaquattromilaottocentouno ducati e ventisei centesimi. Una quantità di denaro enorme, sufficiente da sola a finanziare uno stato in guerra, anche se il valore del metallo prezioso superava di almeno cinque volte tale cifra. Sul foglio formato protocollo, George Sinclair Smith aveva vergato in bella calligrafia, di suo pugno e in perfetto italiano, poche parole di specifica:

Per spese di guerra

La firma in calce alla ricevuta era stata apposta preventivamente su di un foglio immacolato, ed era proprio quella del comandante supremo della fortunata spedizione.

Giuseppe Garibaldi

Nel frattempo, mentre il direttore, ancora attonito per l’accaduto si disperava, stropicciandosi tra le mani l’inutile foglietto, il carro trainato da una robusta coppia di muli aveva percorso il breve tragitto che portava dal palazzo ai moli del porto, e il prezioso carico camuffato nelle anonime casse di legno era già in procinto di essere caricato nelle capienti stive dell’Ercole.

La prima nave a vapore costruita nel Regio Arsenale Militare di Castellammare di Stabia era già pronta alla partenza. Da poco confiscata da Garibaldi per le sue truppe, era modernissima e munita di due grosse ruote motrici di legno esterne allo scafo, un sistema che l’avrebbe fatta velocemente muovere in direzione di Genova, anche in assenza di vento. Le aquile aragonesi che da secoli montavano la guardia sui bastioni di Porta Felice, osservavano impassibili tutta la scena. I rapaci occhi di marmo delle statue avevano seguito con attenzione tutti i movimenti dei carri e avrebbero potuto testimoniare della ferita inferta alla città, ma i loro becchi adunchi anche quel giorno, sarebbero rimasti chiusi e serrati. Per sempre.

Come sempre.

Invece, l’intendente generale della spedizione dei Mille, che dal ponte del piroscafo Ercole, e similmente alle aquile spagnole seguiva con attenzione i movimenti dei militari inglesi, aveva il suo viso atteggiato a un’espressione molto più benevola, mentre si sporgeva dal parabordo della nave ancora attraccata al molo. Lo stradone alberato che conduceva al porto e la spianata di marmo prospiciente il mare, erano intasati dal solito viavai di carri da trasporto i cui conducenti si scambiavano grevi battute in dialetto, mentre folate di libeccio sollevavano le ampie gonne delle signore di passaggio. Solo pochissimi metri più in là, la nave al comando dell’ammiraglio Mundy, il vascello a due ponti di Sua maestà britannica Hannibal, beccheggiava pacifico, mentre i suoi 74 cannoni erano puntati con indifferenza verso la città.

Il colonnello Ippolito Nievo apparteneva allo stesso corpo di spedizione del suo pari grado Dunne. A lui era stato spiegato che le pesanti casse ammonticchiate sulla banchina e in procinto di essere caricate sull’Ercole, contenevano barre di ottone che sarebbero dovute essere scaricate allo spolettificio di Torre Annunziata, poco a sud di Napoli e sarebbero servite per la produzione di proiettili di grosso calibro, destinati all’artiglieria sabauda. Per assicurare la massima segretezza a tale delicato trasporto, ed evitare eventuali sabotaggi, le casse sarebbero state scaricate non direttamente nel porto della cittadina vesuviana, ma qualche miglio prima: le coordinate erano segnate nel registro di bordo.

Discorso di Giuseppe Garibaldi, il dì della Pasqua, 1861

Amici !  Io vi ringrazio…Voi dite il vero, ma forse ci è della esagerazione. Sono timori. Peró tutto può succedere. Dobbiamo essere persuasi che s’ingannano altamente coloro che cercano di manomettere il nostro paese: s’ingannano davvero.

Siamo forti – forti più di quello che non credono – Non parlo delle cinquecentomila, né del milione di baionette, che pure l’Italia potrebbe dare – Ma abbiamo il popolo – abbiamo la nazione con noi!  L’Italia, ad onta dei tristi effetti della politica cavouriana, vassalla non degna del paese, e di quella turba di lacché che la appoggiano , deve essere!  Io, poi, ringrazio gli operai ed il popolo italiano, della fiducia che hanno in me: fiducia ch’io non merito, perché come individuo, io non valgo nulla: e se merito la fiducia del popolo, credo di meritarla perché ho la coscienza di non averli ingannati, e possono star sicuri che non li ingannerò giammai.

Però il paese non deve riposare in me solo: che abbia coscienza di sè, e non creda, che se la provvidenza ha voluto scegliere un uomo, me pover’uomo, a fare un po’ di bene, non ve ne siano altri che possano fare quanto me, e più di me. Bisogna che sappiano che fra quei prodi che mi hanno seguito (e qui ne vedo alcuni) cento vi sono che possono sostituirmi se mancassi – Si sa che noi tutti siamo mortali, e che perciò da un momento all’ altro posso anch’io andare al diavolo, intendo dire se una palla mi portasse via.

Hanno cominciato i mille – vennero le migliaia – e ad una nuova chiamata verranno i dieci, i trenta, i centomila…e cresceranno, persuadetevi, in proporzione geometrica. – Io non dormo, né ho dormito mai. – Il bene di questa misera Italia fu sempre l’idolo della mia vita. – Io ritengo che siamo sempre in istato di guerra. – Il momento può essere vicino: ed io, potete crederlo, il desidero più oggi che domani – e forse più di tutti. – Noi non siamo di quelli che si lasciano comprare da brevetti , pistagne e dorature, come la turba de’ lacchè e delle livree.

Credono di dare il coraggio, dando delle spalline. – Ma noi non ne vogliamo. – A noi ci basta un fucile ed una giberna. Noi non abbiamo un parlamento che risponda alla dignità della nazione. Ma la nazione è nel popolo – nel popolo, che è buono dappertutto – a Marsala come a Torino. La nazione non ha paura, e i nemici d’Italia, vengano da destra o da sinistra, dovranno pensarci bene. Siamo ventidue milioni di italiani!E non andrà molto che Cavour e compagnia bella renderanno strettissimo conto del loro misfatto.

Non dobbiamo dimenticare che l’Italia deve molta gratitudine a Vittorio Emanuele. Non dimentichiamo che quello fu il perno a cui ci siamo aggruppati , e col quale abbiamo potuto fare quello che si è fatto. Egli è bensì circondato da un’atmosfera corrotta – ma speriamo di condurlo nella buona via. Egli ha fatto molto, ma pur troppo, non ha fatto tutto quel bene che poteva’ fare. – Poteva fare di più!

Noi siamo stati trattati male, hanno voluto creare un dualismo fra l’esercito regolare ed i volontarii, che pure si sono battuti da prodi: hanno voluto provocare della discordia. Hanno disfatto l’opera di unificazione da noi incominciata. – Hanno voluto dividere due elementi tanto preziosi e necessarii nelle attuali circostanze – Ma lasciamo. Queste sono immondezze da non curare – Al di sopra di tutto sta l’Italia !!! – Se qualcuno dovesse chiamarci offeso, voi lo sapete, sarei io.

Un’ altra cosa debbo raccomandarvi, che ripeterete ai vostri mandati, e che non potrei raccomandare abbastanza…la concordia. – Io non sono oratore – ma tutto quello che dico viene dal cuore.
Voi sapete la nostra storia, la quale se non è la prima, non è seconda ad alcuna.

Roma nella concordia fu potente e grande – L’Italia sotto le repubbliche del medio evo, benché abbia fatto dalle grandi cose, perché l′Italia farà sempre delle grandi cose, pure, perchè divisa, fu il ludibrio dello straniero. Quando saremo tutti uniti ci temeranno. – Ci temono già – Abbiamo le simpatie delle grandi nazioni.
Siamo dunque concordi, e l’Italia sarà.

 

Lo scrittore Lucio Sandon è nato a Padova nel 1956. Trasferitosi a Napoli da bambino, si è laureato in Medicina Veterinaria alla Federico II, aprendo poi una sua clinica per piccoli animali alle falde del Vesuvio. Appassionato di botanica, dipinge,  produce olio d’oliva e vino, per uso famigliare. Il suo ultimo romanzo è La Macchina Anatomica, un thriller ambientato a Portici. Ha già pubblicato il romanzo Il Trentottesimo Elefante; due raccolte di racconti con protagonisti cani e gatti: Animal Garden e Vesuvio Felix, e una raccolta di racconti comici: Il Libro del Bestiario.

 

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Figli di Portici famosi: il Patrizio Napoletano Giuseppe Pignone del Carretto

di Stanislao Scognamiglio

Si sente spesso parlare di personaggi di Portici per nascita o d’elezione dei quali si sta perdendo la memoria … Ritengo perciò doveroso ravvivarne memoria fornendo un breve profilo biografico tratto dal mio inedito Diario; avvenimenti, cose, fenomeni, uomini, vicende.  Portici e Vesuvio dalle origini a oggi, con il conforto di Autori di ogni tempo.

Giuseppe Pignone del Carretto è nato a Oriolo, in provincia di Cosenza, l’8 maggio 1813.

Figlio primogenito di Carlo Pignone del Carretto e di Isabella Pignatelli, ha ereditato i titoli di: principe d’Alessandria, duca di Pontelandolfo, marchese di Oriolo, di San Dano, di Guardia Alfiera, di Lupara, col predicato di Farneto e Castro Regio e Patrizio Napoletano.

Il 24 novembre 1839 ha sposato donna Margherita Muscettola, dei principi di Leporano (…., 1820 – 17 agosto 1900).

Dall’unione con la principessa sono nati nove figli: Isabella, Alessandro, Carlo, Giovanni, Giacomo, Caterina, Anna, Sofia, Gaetano.

Quarantaquattrenne, notorio «… politico di efferata fama», nei primi giorni del 1857, «… chiamato nella Capitale dal grande Ferdinando II», ha lasciato la natia Oriolo.

Dal sovrano, seguendo la tradizione di porre a capo della città patrizi napoletani, ha ricevuto l’incarico di sindaco di Napoli.

Così, per più di tre anni, dal 27 gennaio 1857 al 7 settembre 1860, ha retto il governo cittadino della Capitale borbonica.

Allo stesso tempo, quale dignitario di corte, nominato «… Gentiluomo di Camera con esercizio dei Re Ferdinando II e Francesco II di Borbone», è stato stretto collaboratore dei due sovrani duo-siciliani.

Tra i diversi compiti assegnatigli dai reali, si è occupato anche della stesura del cerimoniale della Casa Regnante.

Per i suoi servigi resi alla corona e alla città è stato gratificato con l’attribuzione dell’onorificenza di  «… Cavaliere dello insigne R. O. di S. Gennaro, Commendatore dell’Ordine di Francesco I, e Cavaliere del S. R. O. Gerosolimitano».

In virtù della carica di sindaco di Napoli, è stato deputato del Tesoro di San Gennaro.

Nel 1860, nel turbinio degli avvenimenti prodotti dalla spedizione dei Mille, si è reso conto che «… l’arrivo di Garibaldi a Napoli significava per la città una svolta storica ed epocale».

Si è quindi attivato con immediatezza «… per assicurare un sereno trapasso da un’epoca all’altra, evitando reazioni e sangue», così come raccomandato dal Re.

Pertanto, recatosi a Salerno, «… assieme al generale De Sauget, comandante della Guardia Nazionale», ha concordato l’entrata di Giuseppe Garibaldi nella capitale del Regno.

Per quanto avesse preso accordi con il dittatore, insediatosi in nome di Vittorio Emanuele II di Savoia, il 7 settembre 1860, si è rifiutato di decretare l’atto di annessione al Piemonte.

Salutato il generale, ha rassegnato le sue irrevocabili dimissioni dalla carica di sindaco.

Invitato a rimanere al suo posto, fedele al giuramento prestato alla famiglia reale Borbone, dando prova della sua coerenza, è stato irremovibile.

Abbandonata la scena politica, «… nell’ora della ricompensa e degli onori», si è ritirato a Portici,

All’età di 81 anni, il patrizio napoletano, Giuseppe Pignone del Carretto chiude la sua vita terrena a Portici, il 24 giugno 1894.

I solenni funerali furono celebrati nella Regia Cappella monumentale del tesoro di San Gennaro in Napoli.

Nastrini delle onorificenze attribuitegli:

 Cavaliere dell’Insigne e Reale Ordine di San Gennaro o Ordine di San Gennaro

 Commendatore del Reale Ordine di Francesco I

 Cavaliere del Sacro Ordine Gerosolimitano

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Trekking nel Bosco Soprano

PORTICI (NA) – Una mattinata di trekking immersi nel Bosco superiore del Sito Reale porticese in programma domenica 28 aprile alle ore 9.30. A tu per tu con la  natura e e coni suoi spazi verdi, tra suoni e silenzi si avrà la possibilità di trascorrere una esperienza veramente speciale.

Il bosco superiore o soprano, originariamente dedicato alla caccia, si estendeva verso il Vesuvio. Progettato dal Real Giardinere Francesco Geri, oggi misura circa 36 ettari,  e vi si trovano piante secolari come tigli, querce, elci e lecci. È annesso al Dipartimento di Agraria dell ‘Università degli Studi di Napoli Federico II che ha sede nel Palazzo Reale.

Nel corso della escursione, accompagnati a passo lento da guide esperte, il rispetto dell’Ambiente si intreccerà con la Natura e la Storia borbonica attraverso gli spazi di flora mediterranea, di piante rare e racconti degli animali provenienti da mondi lontani che un tempo popolavano il Serraglio del re.

Lungo il percorso si incontreranno una serie di Architetture della Reggia di Portici, sito produttivo di Re Carlo di Borbone: il Castello per le esercitazioni militari – progettato dal regio Ingegnere Carlo Aprea – con annessa Cappella, la Vaccheria e l’Area della Pallacorda, un anfiteatro opera di Ferdinando Fuga.

L’appuntamento è alle ore 9.30 davanti la biglietteria dei Musei, via dell’Università 100 Portici (Na). Quindi avverrà la registrazione dei partecipanti e inizio dell’attività.

Contributo organizzativo: 8 euro; ridotto 4 euro (6 – 12 anni). Gratuito under 6.

Prenotazione obbligatoria: 081 2532016 (lun-ven 9.30-13.30) / prenotazioni@centromusa.it

L’evento sarà effettuato al raggiungimento di un numero minimo di partecipanti.

Come raggiungere la Reggia di Portici:

  • In treno: Circumvesuviana fermata Portici-via Libertà o FS fermata Portici-Ercolano
  • In auto: parcheggio interno gratuito

*I partecipanti al termine dell’evento potranno visitare gli spazi del Centro Museale (Museo Ercolanense, Appartamento storico arricchito di una nuova Mostra sui Paesaggi Immaginari e Orto botanico) previa esibizione del biglietto.

N.B. Si consiglia abbigliamento adatto al Trekking, e una bottiglia d’acqua

 

 

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Il Racconto, Votata alla causa

di Giovanni Renella

Era stata la testimone, complice e riservata, dell’inizio della loro relazione e, negli anni successivi, li aveva accompagnati in quello che, agli occhi di molti, appariva un rapporto che difficilmente avrebbe potuto essere sostenuto a cuor leggero.

Eppure, a dispetto di tutto e di tutti, specie delle pettegole malelingue, non si era mai tirata indietro; e anche quando temeva di collassare da un momento all’altro, nell’improvvido sforzo di sostenere i due amanti, si ostinava a resistere, non di rado sfidando le leggi della fisica.

Il suo intramontabile romanticismo le faceva apparire leggero anche il gravoso impegno richiestole quotidianamente: le bastava vederli insieme, abbracciati l’una all’altro, che subito spariva ogni traccia di sforzo.

O quasi.

Ogni tanto, infatti, si sentiva un poco a terra, ma le bastava prendere un po’ d’aria per riconquistare il giusto tono e poter ripartire.

Nel quartiere dove viveva era guardata con grande rispetto, per il compito che ogni giorno, non appena avviata, era chiamata a svolgere.

Certo talvolta le capitava anche di incrociare sguardi di pena o peggio ancora di raccogliere, al suo passaggio, commenti di malcelata ironia; ma lei, incurante e fiera, tirava dritto per la sua strada e sfrecciava via.

E così, votata alla causa, giorno dopo giorno la vecchia moto portava in giro, con qualche sofferenza, Peppe dduje quintale e Rosaria ‘a chiatta, trecentocinquanta chili in due di un grande e grosso amore sbocciato fra i vicoli di Napoli.

 

Nato a Napoli nel ‘63, agli inizi degli anni ’90 Giovanni Renella ha lavorato come giornalista per i servizi radiofonici esteri della RAI. Ha pubblicato una prima raccolta di short stories, intitolata  “Don Terzino e altri racconti” (Graus ed. 2017), con cui ha vinto il premio internazionale di letteratura “Enrico Bonino” (2017), ha ricevuto una menzione speciale al premio “Scriviamo insieme” (2017) ed è stato fra i finalisti del premio “Giovane Holden” (2017). Nel 2017 con il racconto “Bellezza d’antan” ha vinto il premio “A… Bi… Ci… Zeta” e nel 2018 è stato fra i finalisti della prima edizione del Premio Letterario Cavea con il racconto “Sovrapposizioni”. Altri suoi racconti sono stati inseriti nelle antologie “Sette son le note” (Alcheringa ed. 2018) e “Ti racconto una favola” (Kimerik ed. 2018).

 

 

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