Baselice (BN). Presentato il vocabolario della lingua Baselicese: il giorno in cui il paese ritrovò la sua voce
Al Palazzo Lembo la ristampa del dizionario di Alfonso Mascia diventa un rito collettivo.
Non la celebrazione di un libro, ma il ritorno di una comunità alla propria voce.
A volte basta una parola per far tornare indietro una vita intera. Una parola pronunciata come la pronunciavano i nostri nonni, una pagina riaperta dopo tanti anni, la voce di un figlio che racconta il padre e, all’improvviso, ci si ritrova tutti dentro la stessa memoria. È quello che è successo a Baselice: per una sera il passato non è sembrato lontano, né perduto. Era lì, presente, vivo, seduto in mezzo alla gente, nelle parole di Alfonso, nei ricordi di chi lo ha conosciuto e negli occhi di chi, ascoltando, ha ritrovato qualcosa di sé.
Ci sono paesi che ricordano i propri morti. E poi ci sono paesi che li fanno tornare. Non con il marmo. Non con le fotografie. Non con le commemorazioni destinate a consumarsi nel tempo.
Li fanno tornare con la voce. Con le parole. Con quelle parole che appartengono a un luogo e che, proprio per questo, appartengono a tutti.
A Baselice, nel giardino di Palazzo Lembo, è accaduto qualcosa che assomiglia a un piccolo miracolo civile. È tornato Alfonso Mascia.
È tornato attraverso il suo libro. È tornato attraverso il figlio Paolo, che ha raccolto il testimone e curato la nuova edizione del vocabolario baselicese. È tornato attraverso i ricordi di chi gli è stato accanto. È tornato attraverso la musica. È tornato attraverso gli studiosi.
Ma soprattutto è tornato attraverso il suo popolo. Perché quella non è stata soltanto la presentazione di una ristampa. È stata una restituzione. Una restituzione alla comunità di qualcosa che le apparteneva già, ma che forse soltanto adesso ha ricominciato a comprendere fino in fondo.
Le sue parole.Quelle parole che Alfonso aveva inseguito per anni, ascoltando la gente, raccogliendo espressioni, interrogando la memoria, mettendo ordine in un patrimonio che rischiava di dissolversi con gli ultimi uomini e le ultime donne capaci di pronunciarlo.
Forse qualcuno, allora, avrà anche pensato: perché? Perché tanto lavoro per un dialetto? Perché consumare tempo e fatica per vocaboli che sembravano appartenere a un mondo ormai destinato a scomparire?
La risposta era dentro quelle pagine. Ed è arrivata molti anni dopo. Con una forza che soltanto il tempo sa dare alle cose veramente importanti.
Perché una parola che muore non porta via soltanto un suono. Porta via un pezzo di mondo.
Alfonso Mascia questo lo aveva capito prima degli altri. Aveva capito che il dialetto non è una deformazione della lingua. È una lingua della memoria. È il luogo nel quale una comunità conserva il modo in cui ha amato, lavorato, sofferto, pregato, scherzato, litigato, cresciuto i propri figli.
È la lingua delle cucine e delle piazze. Delle vigne e dei vicoli. Delle madri. Dei padri. Dei morti. Dei bambini. È la lingua che non si studia soltanto sui libri perché, prima ancora, si ascolta. E se nessuno la raccoglie, lentamente scompare.
Mascia la raccolse. La mise in salvo. Costruì, parola dopo parola, una sorta di grande Arca della memoria baselicese.
E oggi quell’Arca è tornata a navigare. Nel luogo forse più bello nel quale avrebbe potuto farlo. Palazzo Lembo.
Quella sera il giardino sembrava avere smesso di essere soltanto uno spazio architettonico per trasformarsi in una grande stanza senza pareti.
Una stanza nella quale passato e presente potevano finalmente sedersi allo stesso tavolo. Le luci. Le voci. La musica. La gente. E quelle parole che, per una notte, hanno smesso di essere vecchie. Sono diventate giovani. Sono diventate futuro.
La professoressa Patrizia De Puiente, glottologa e dialettologa di fama internazionale, ha guidato il pubblico dentro questo universo con la competenza di chi conosce la scienza della lingua, ma anche con la sensibilità necessaria per comprendere che dietro ogni vocabolo vive un essere umano. E allora quelle parole sono sembrate davvero accendere le lucciole.
Una dopo l’altra.
Come se aspettassero da anni qualcuno capace di dare loro il segnale.
E il giardino di Palazzo Lembo si è illuminato non soltanto di luce. Di memoria.
A rendere ancora più viva quella notte sono state le canzoni e la musica di Dionigi Bianco e Davide Canonico, insieme ai ricordi di Angelo Iampietro e Enzo Cocca tra i fondatori dell’allora Associazione Giovani Baselicesi.
C’era Luciano Bonventre, assessore della Federazione Italiana Tradizioni Popolari.
C’era Luca Cece, giovane laureato e ricercatore, volto di una generazione alla quale adesso spetta il compito più difficile: ricevere ciò che è stato consegnato e impedirne la dispersione.
E c’era Paolo Mascia. Il figlio.
E qui la cultura ha cambiato improvvisamente volto.
Perché raccontare un professore è una cosa. Raccontare un padre è un’altra.
Chiunque può parlare dell’opera di un uomo.
Soltanto un figlio può parlare del vuoto che quell’uomo ha lasciato dentro casa.
Nel ricordo di Paolo c’era dunque il professore, certo. Ma prima ancora c’era il padre. L’uomo delle giornate condivise. Delle parole dette e di quelle rimaste sospese. Delle abitudini. Delle passioni. Delle assenze.
E forse proprio per questo quel momento è stato uno dei più autentici della serata.
Perché improvvisamente il libro non era più un oggetto.
Era una vita.
Il sindaco Massimo Maddalena, aprendo l’incontro, ha dato voce alla soddisfazione dell’Amministrazione per la nuova edizione e, nel ripercorrere il valore dell’opera e della figura di Mascia, ha lasciato intravedere qualcosa che va oltre la semplice celebrazione.
Una promessa.
Nel segno di Alfonso potranno nascere nuove iniziative culturali.
Ed è forse questa la maniera migliore per onorare un uomo di cultura.
Non metterlo su un piedistallo. Ma continuare ciò che aveva cominciato. Perché un vero eredità non è ciò che si conserva.
È ciò che si continua.
La nuova edizione del dizionario, destinata anche alle scuole e alla biblioteca, assume proprio per questo un significato che va ben oltre la ristampa.
È una consegna. Agli adolescenti. Ai bambini. A chi magari oggi parla un’altra lingua, vive lontano, conosce il mondo attraverso uno smartphone, ma un giorno potrebbe aprire quelle pagine e trovare una parola che gli apparteneva senza saperlo.
E in quella parola potrebbe ritrovare un nonno.
Una nonna. Una casa. Un’estate. Una voce. Un odore. Una carezza.
Questo fanno le parole quando sono vere.
Aprono porte che credevamo murate.
Ed è qui che Baselice ha dato una lezione che va oltre Baselice.
Perché viviamo in un tempo nel quale tutto corre.
Le parole si accorciano. Le immagini si consumano. Le notizie durano un giorno. Le generazioni si allontanano. I paesi si svuotano. Le campagne tacciono.
E ciò che ieri sembrava eterno rischia di diventare incomprensibile.
In un tempo così, salvare un dialetto non è nostalgia.
È resistenza.
È dire che il progresso non deve necessariamente cancellare la memoria.
È dire che possiamo andare lontano senza vergognarci del luogo da cui siamo partiti.
È dire ai nostri figli: queste parole erano dei vostri nonni. Ora sono anche vostre.
E forse Alfonso Mascia aveva intuito proprio questo.
Che la cultura, quando è autentica, non serve a farci sentire migliori degli altri.
Serve a farci sentire meno soli. Serve a ricordarci chi siamo.
Ecco perché quella sera, in fondo, Baselice non celebrava un professore. Celebrava sé stessa.
Celebrava la propria capacità di ricordare. Di riconoscersi. Di ritrovarsi. Di non considerare la propria storia una cosa piccola soltanto perché è la storia di un paese piccolo.
Perché non esistono storie piccole.
Esistono soltanto storie che nessuno ha ancora raccontato abbastanza.
E Alfonso Mascia ha raccontato la sua.
Con umiltà. Con ostinazione. Con amore.
Ha raccolto le parole mentre il tempo cercava di portarle via.
E ora il tempo, per una volta, è stato sconfitto. Non tutto è perduto. Anzi.
Forse tutto comincia proprio adesso.
Perché quando un figlio prende il libro del padre e lo riconsegna alla propria comunità, qualcosa accade. Il testimone passa. La fiaccola cambia mano. Il morto smette di essere soltanto un ricordo. Diventa una presenza. Una responsabilità. Un futuro.
E allora, se quella sera nel giardino di Palazzo Lembo c’erano lucciole, musica, applausi, studiosi, ricercatori, amministratori, amici e gente comune, forse non era soltanto per caso.
Forse era perché, per una notte, tutte le strade di Baselice conducevano nello stesso punto.
A una parola. A un nome. A una memoria. Ad Alfonso.
E mentre la notte scendeva sulle pietre antiche di Palazzo Lembo, il suo dizionario era lì.
Aperto. Come una Bibbia laica. Come un libro delle origini. Come un’Arca appena tornata sulla terra dopo il diluvio.
Dentro c’erano le parole. Ma dentro le parole c’era Baselice. E dentro Baselice c’erano quelli che sono venuti prima di noi. E quelli che verranno dopo.
Forse è questa, alla fine, la vera immortalità.
Non essere ricordati. Essere ancora necessari.
Alfonso Mascia lo è.
Perché finché qualcuno aprirà quelle pagine, finché un ragazzo cercherà il significato di una parola, finché una nonna la riconoscerà con un sorriso, finché una voce la pronuncerà ancora una volta nel silenzio di una casa, Alfonso sarà lì.
Non come un’ombra. Come una voce.
E allora il paese potrà continuare a camminare. Avanti.
Ma con le radici ben piantate nella terra.
Perché si può andare lontano soltanto quando si sa da dove si viene.
E Baselice, quella sera, lo ha ricordato al mondo.
Ha ritrovato la propria voce.
E quella voce aveva il volto di un professore.
Il cuore di un padre.
E il nome di un paese.
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