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Nuova Caledonia, appello di pace dalle Chiese cristiane: “L’isola più vicina al paradiso è diventata l’isola più vicina all’inferno”

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“L’isola più vicina al paradiso è diventata l’isola più vicina all’inferno”. Un disperato messaggio di pace è stato lanciato ieri dalle Chiese cristiane della Nuova Caledonia ed è stato letto dall’arcivescovo cattolico dell’isola mons. Michel-Marie Calvet nella messa di Pentecoste per chiedere la fine delle violenze mentre le strade sono ancora disseminate di detriti e veicoli blindati pattugliano la città. Da giorni le chiese per sicurezza sono state chiuse. Venerdì scorso sono state annunciate misure rigorose nell’ambito di uno stato di emergenza, che resterà in vigore per almeno 11 giorni, con un coprifuoco dalle 18 alle 6. Circa mille agenti sono stati dispiegati da Parigi per sedare i disordini. Sei persone sono state uccise, tra cui due poliziotti. L’ultima vittima è stata registrata nella notte tra venerdì e sabato durante una sparatoria nei pressi di una barricata creata dai dimostranti. È la peggiore esplosione di violenza in Nuova Caledonia dagli anni ’80, con i viali di Noumea trasformati in campi di battaglia.

“Diamo un segnale forte per dire NO alla violenza, che porterà solo ad altra violenza, infelicità e lacrime”, chiedono tutte insieme le Chiese.

“Lanciamo un forte appello per porre fine alla violenza”, si legge nel messaggio. “Chiediamo ai nostri eletti di lavorare per un futuro condiviso di pace e armonia, di fraternità perduta e ritrovata. Attingiamo dalla preghiera allo Spirito Santo la forza di credere nella potenza dell’amore per spezzare quelle della violenza e dell’odio affinché la fraternità, la concordia e la pace possano finalmente e per sempre vivere su questa terra dove tutti viviamo”. “Nelle ore drammatiche che il nostro Paese ha appena vissuto dall’inizio della settimana – scrivono ancora le Chiese -, di fronte ai disastri indicibili e incalcolabili che si sono verificati e si svolgono ancora davanti ai nostri occhi, alle vite spezzate, noi cristiani non possiamo rimanere spettatori muti di fronte alla tempesta ciclonica che ci sta colpendo in questo momento. Dobbiamo fare la nostra parte per dare una possibilità alla pace”.

Da Parigi, interviene anche la Conferenza episcopale di Francia con “l’invito a tutti i cattolici ad unirsi alla preghiera proposta dalle Chiese cristiane della Nuova Caledonia”. “Possano i leader politici ritrovare la strada della fiducia e del dialogo”, è l’auspicio dei vescovi. “Questa crisi è il segno che è ancora necessario un lavoro più approfondito per costruire un futuro favorevole per tutti”. Da decenni, sono forti le tensioni tra i Kanak, che chiedono l’indipendenza, e i discendenti dei coloni, che vogliono che l’isola rimanga parte della Francia. La Nuova Caledonia per lungo tempo è stata colonia carceraria della Francia che ora ha una base militare strategica sull’isola. A scatenare le proteste, è la ferma opposizione della comunità indigena alle modifiche decise e approvate martedì scorso dai legislatori francesi alla Costituzione francese. Le modifiche permetteranno ai residenti dell’arcipelago che hanno vissuto per 10 anni, di votare alle elezioni provinciali. I sostenitori dell’indipendenza sostengono che questo cambiamento emarginerà ulteriormente la comunità Kanak, che rappresenta circa il 40 per cento della popolazione.

E’ il segno di un processo di riconciliazione tra la Francia e la popolazione indigena dell’arcipelago, mai in fondo realizzata. Nella preghiera per la pace e la riconciliazione che è stato letta ieri in tutte le chiese, si legge: “Ci siamo impegnati a costruire un futuro di pace e fraternità, per vivere insieme in armonia. Signore, abbiamo fallito”. “Abbiamo cercato di vincere, di imporre agli altri il nostro modo di comprendere e di vedere. Abbiamo così generato tante incomprensioni, tante ingiustizie, tanto dolore, tanta tristezza, tante lacrime. Consapevoli dell’immensa violenza che ha segnato questa settimana buia del maggio 2024, non vogliamo mai più persistere in questo percorso di rifiuto”. Da qui l’invocazione a “tendere ancora la nostra mano, a stringere questa mano in segno di pace”.

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