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In Ucraina la Domenica delle Palme in guerra: “Nessuno può allontanarci dall’amore di Dio”

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(Da Mukachevo) “Dio mio Dio mio perché mi hai abbandonato”. Il canto viene intonato in modo solenne da una donna e i fedeli rispondono. Hanno in mano i “salici” che prima sul sagrato della chiesa sono stati benedetti. Tutti in ginocchio. Seguono. Pregano. Cantano. È Domenica delle Palme. La cattedrale cattolica latina di San Martino a Mukachevo è gremita di gente. L’Ucraina è ovunque un Paese in guerra. La capitale ucraina Kyiv e la regione occidentale di Lviv sono state attaccate dall’aviazione russa nelle prime ore di questa domenica che per i cattolici latini apre alla Settimana Santa. Non c’è pace: “Esplosioni nella capitale. La difesa aerea è in funzione. Non lasciate i rifugi”, ha scritto su Telegram il sindaco di Kyiv Vitali Klitschko.



Il sacerdote prende la parola.”Gesù Cristo prende su di sé tutti i nostri peccati e da la vita per noi perché noi possiamo vivere. Lui non ci lascia in questa situazione di peccato. Tutti i nostri peccati sono stati vinti da Gesù Cristo e questa buona novella è per sempre e per tutto il mondo”. “Nessuno ci può allontanare dall’amore di Dio”. “Lui è qui con noi. In questo momento. In questa liturgia. Lui ha preso su di sé ogni sofferenza. Sulla croce è pronto a venire incontro a ciascuno noi. Vuole alleggerire i nostri dolori. Vuole prendere su di sé la nostra impotenza e per amore ha dato la vita per noi”.
Anche se la vita in questa parte occidentale del paese prosegue normalmente, è evidente che anche qui nulla è come prima. Le città sono popolate di donne. Sono donne le persone che riempiono i negozi e i banchi nelle chiese. Sono le donne ad intornare alla fine della messa le preghiere sulla passione di Gesù. Sono le donne a portare avanti tutto, a rimanere con i bambini. A piangere per i mariti. Al lato sinistro dell’altare nella chiesa di Mukachevo è stato costruita una istallazione. Rappresenta un Golgota a più piani dove i fedeli possono mettere delle piccole croci di carta. Si è riempito di preghiere e propositi. Per i soldati al fronte. Per le persone rimaste senza casa. Per chi non ce la fa.
Il confine con l’Ungheria dista da Mukachevo pochi chilometri. Non ci sono macchine in fila. Né in entrata né in uscita. Ci possono volere anche 10 ore di attesa ma il passaggio è stranamente veloce. “Non c’è nessuno perché le notizie della guerra scoraggiano a venire”, spiega Olga. Solo due giorni fa, l’Ucraina è stata presa di mira da un massiccio attacco missilistico su tutto il Paese. “Molte donne torneranno a casa forse per le vacanze pasquali che per le chiese orientali si celebrerà il 5 maggio”, spiega la donna. Racconta di avere due figli. Era fuori dell’Ucraina prima della guerra per cercare lavoro. “Ma nonostante siano passati molti anni la mia casa è qui. In Ungheria si fatica a trovare lavoro a causa della lingua difficilissima da imparare e della buona migrazione cinese e coreana. Olga, come tutte qui sul bus, è sola. Il marito è rimasto in Ungheria. Non può entrare nel paese. Una condizione comune a tanti uomini emigrati prima della guerra. Rimangono dove sono. Altrimenti con la legge marziale vengono reclutati e portati al fronte.
Olga sta andando a trovare il figlio che è voluto ritornare a tutti i costi a vivere in Ucraina. Dice che è qui in Ucraina la sua casa. Ha finito di studiare. “La mia più grande preoccupazione è che venga preso dai militari e reclutato”. A ascoltare il racconto di Olga c’è una giovane. Anche lei vive e studia a Budapest. “Non se ne esce. Non vediamo la fine. Si contano i morti. I miei genitori per fortuna hanno ancora una casa ma c’è gente soprattutto nell’est e nel sud del Paese che ha perso tutto e non sa dove tornare. Ci stiamo abituando all’idea che questa guerra sarà lunga”.

Oksana ha due figli a Leopoli. Torna da una vacanza. Aveva delle ferie ed è andata a trovare degli amici a Dubai. Guarda al futuro senza speranza. “La situazione non si evolve. Impossibile oggi fare delle previsioni. Due giorni fa l’esercito russo ha colpito in modo massiccio le nostre centrali elettriche. Mi hanno detto che siamo rimasti senza elettricità. Non ci chiediamo più se questa guerra finirà. Stiamo imparando ed educando i nostri figli a conviverci”.

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