RAI, ‘carrozzone’ politico dagli sprechi infiniti: analisi impietosa quanto realistica di un senatore emerito

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Che la Rai fosse un carrozzone partitocratico, un pessimo esempio di gestione statale di un’azienda, è cosa nota a buona parte degli italiani.

Quale siano le dimensioni degli sperperi e dei maneggi del pubblico danaro, invece, sono in pochi a saperlo, e tra questi quella eletta schiera che ne beneficia.

Innanzitutto occorre dire che la televisione pubblica vive, quasi per i due terzi, attingendo ai proventi del canone che pagano i contribuenti (circa due miliardi di euro) e per il rimanente alla pubblicità.

Quest’ultima è contingentata dalle norme a suo tempo introdotte per limitarne la raccolta secondo precise percentuali da suddividere tra Tv e giornali, ivi comprese le reti private di Silvio Berlusconi.

Un equilibrio economico che diventa, in molte occasioni, una potente arma di condizionamento per la stessa capacità di produrre informazione.

Come in tutti gli ambiti di gestione statale, la quantità dei cosiddetti “addetti ai lavori” è più che pletorica.

Pensate: mamma Rai tiene a stipendio qualcosa come circa duemila giornalisti dei quali 500 inquadrati con il ruolo di dirigenti!

Il doppio di quelli che operano nella BBC inglese!

Non è dato sapere con precisione, tra sedi centrali e regionali, a quanto ammonti il numero esatto dei dipendenti nel suo complesso che, comunque supera le diecimila unità.

Ma il pezzo forte viene dal settore della produzione degli spettacoli e degli eventi maggiormente impegnativi: oltre la metà viene appaltata a società di produzione esterne, spesso intestate a familiari e parenti dei potenti direttori generali e di altri dominus che si sono succeduti nel tempo.

Un nome su tutti: quello di Ettore Bernabei, democristiano fiorentino ed inossidabile amico di Amintore Fanfani, uno dei cavalli di razza di quello che fu, un tempo, lo scudo crociato.

Con grande disinvoltura e secondo le usanze dell’epoca, Bernabei è diventato anche produttore di show televisivi coniugando ruolo pubblico e privato per l’azienda di Stato.

Intendiamoci: non è certo l’unico ad averlo fatto.

Tuttora vige l’usanza per noti giornalisti e conduttori di produrre in prima persona eventi ai quali poi essi stessi danno vita.

Un ginepraio di interessi coltivati in nome del servizio pubblico.

Il maggior azionista dell’azienda, trasformata in società per azioni da qualche anno, è il ministero dell’Economia che rifonde e ripiana i debiti all’occorrenza.

Il consiglio di amministrazione è di nomina parlamentare ed è composto dai rappresentati dei partiti presenti nelle due Camere.

Si chiude, in tal modo, il cerchio che lega politica e gestione della Rai.

Senza questa lunga premessa il lettore difficilmente avrebbe colto il nesso intimo tra informazione pubblica ed interessi politici ed ancor meno quanto il carrozzone della Rai conti per le sorti di un risultato elettorale.

Sulla base di questa cinghia di trasmissione, infatti, la spartizione di quel potere avviene con precisione chirurgica e ciascuno dei grandi partiti riceve in dote un canale televisivo ed i relativi telegiornali, dove sovente le informazioni si ripetono eguali, ripetitive, identiche e spesso banali lungo tutto l’arco della giornata.

Ridimensionato politicamente Berlusconi, le vestali di un tempo, quelle che gridavano e denunciavano intrecci e connivenze, si sono assopite o sono scomparse, al pari delle trasmissioni condotte da giornalisti faziosi e schierati come Dandini, Santoro e Travaglio.

E tuttavia l’impronta politica resta sui vari canali della Rai attraverso la nomina dei direttori di rete che predispongono palinsesti ed eventi.

Le comparsate dei politici vengono pertanto pesate e calibrate con giudizio e spesso diventano pollai inguardabili.

In questo clima diventa fonte di scandalo finanche una battuta proferita dalla giornalista Elisa Anzaldo su Giorgia Meloni.

Il tutto in un contesto discorsivo che si soffermava, con levità, sulla squadra calcistica del cuore del leader di FdI (la Lazio).

Insomma, in una nazione nella quale per limitare la facondia verbale del Cavaliere si abolirono finanche le tradizionali tribune politiche, lasciando gli elettori privi di informazioni, si grida allo scandalo politico per una battuta!

La scaltra “pasionaria” della destra non ne esce martire, contrariamente a quanto pensano i suoi cortigiani e difensori d’ufficio, questi ultimi aumentati in senso esponenziale in uno con i favorevoli sondaggi di opinione.

Tutt’altro, perché viene fuori il solito sentimento di rivincita, che si mostra repressivo ed esagerato: una voglia di normalizzare e controllare l’espressione di un giornalista.

Che Giorgia stia studiando lo stile dei moderati, facendo abiura del lato più barricadiero ed anti sistema del passato, è comprensibile se aspira a Palazzo Chigi.

Questo però potrebbe non bastare se si fa avviluppare dai vecchi e nuovi amici di strada che quella abiura non vogliono fare.

Al posto di prendersela tanto sarebbe bastato canticchiare il vecchio motivo di Renzo Arbore: “No, non è…la BBC. Questa è la Rai. La Rai Tivi’ “…

(di Vincenzo D’Anna, già parlamentare – Fonte: Cronache Agenzia Giornalistica – News archiviata in #TeleradioNews ♥ il tuo sito web © Diritti riservati all’autore)

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