‘Indromassaggi controcorrente’: libro ‘di parole autobiografiche’ di Indro Montanelli

Incontri e aforismi:

Indromassaggi controcorrente

UN LIBRO DI PILLOLE AUTOBIOGRAFICHE

Il Duce al balcone, Sordi latin lover, le furie della Magnani, Churchill e il sigaro da foto, le gaffe di Achille Lauro, la vanità di Pertini, l’attentato delle Br e gli eterni vizi di noi italiani.

Fascismo/1. Il più comico tentativo per instaurare la serietà.

Fascismo/2. Io il fascismo lo incontrai per la prima volta all’età di dodici anni. Allora abitavamo in una piccola città̀ di provincia, dove mio padre era preside di liceo. Io facevo la terza ginnasiale e una sera mi trovavo al cinematografo, dove si proiettava una pellicola di Maciste, quando un impiegato della sottoprefettura venne a cercarmi in tutta urgenza per ricondurmi all’abitazione del sottoprefetto, dove la mia famiglia si trovava in visita. Quando giungemmo dinanzi all’edificio, lo trovammo circondato da gente in grigioverde e camicia nera che non lasciava passare nessuno. Lasciò passare solo me, perché ero un bambino e perché uno dei caporioni era un certo Messina, mio compagno di classe. Messina aveva diciassette anni, ed era ancora in terza ginnasiale. Era, naturalmente, un ripetente. È curioso: tutti i fascisti del liceo erano dei ripetenti. Messina aveva anche un fratello maggiore socialista, che girava con la cravatta e il cappello neri e che venne in seguito “ricinizzato”. La gente diceva che Messina junior si era fatto fascista per avere così il pretesto di picchiare Messina senior. Andando avanti negli anni mi sono accorto che le divisioni politiche in Italia hanno sempre servito di pretesto ai Messina junior per picchiare i Messina senior o viceversa, e arrangiare così i conti di famiglia e di vicinato.

La guerra/1. Il fatidico 10 giugno del 1940 in piazza Venezia c’ero anch’io, in compagnia di Pannunzio. Il discorso di Mussolini fu uno dei più brutti che abbia mai pronunciato. Tutto vi suonava falso. E non meno fasulle furono le ovazioni che gli tributò la piazza. Finita la cagnara, tra la gente che sfollava i commenti in sordina erano tutti del tono dei nostri: “Quello è matto”, “Ma chi ce lo fa fare?”. Improvvisamente Pannunzio, uomo solitamente così misurato da essere giudicato insensibile, sbottò: “I più vigliacchi siamo io e te. Perché se nel momento in cui diceva: ‘Un’ora segnata dal destino batte nel cielo della nostra Patria’, gli avessimo fatto una pernacchia, si sarebbe sgonfiato tutto”. La guerra creava una frattura che avrebbe diviso tutta la nostra generazione: o con il fascismo e l’Italia, o contro il fascismo ma anche contro l’Italia. “E ora, non ci resta che perderla” disse quella sera Pannunzio a Longanesi. Leo saltò per aria: “Parole di traditore!”.

La guerra/2. Poche volte avevo visto un’Italia così unanime nel pensare che la guerra non si doveva fare e poche volte l’avevo vista così unanime nell’applaudire il Duce quando il Duce la dichiarò: poche volte la sentii più unanime nel rimpiangere questi applausi nello stesso istante in cui vi si abbandonava.

Churchill. Quando morì non lasciò un soldo e sua moglie Clementine dovette arrangiarsi a venderli per sopravvivere. A pranzo esigeva champagne e a cena Bordeaux. E dopo cena beveva whisky e cognac. Quanto al celebre sigaro, lo teneva quasi sempre spento, affrettandosi però infilarselo in bocca quando avvistava un fotografo, per restare fedele all’immagine che lo aveva reso popolare.

Achille Lauro. Andò a rendere omaggio all’ex re Umberto, nel suo esilio di Cascais. Non è facile immaginare quale sia stato lo svolgimento del colloquio tra quel gentiluomo compito, misurato, elegante, e il monarchico rampante che diceva “si chiami il radiologo” se durante un comizio il microfono non funzionava, o anche “non lasceremo le vostre attese sulla sogliola di Montecitorio”.

Sandro Pertini. Non ho mai conosciuto nessuno – tranne forse il primo Mussolini – che sapesse come lui fiutare gli umori popolari e adeguarvisi con altrettanta prontezza. […] Soprattutto nel toccare le corde del patetico, è stato un maestro. Non ha mai sbagliato una lacrima, sebbene ne abbia versate quanto nessuno prima di lui. In sette anni di presidenza non ha perso un funerale, e non c’è guancia di bambino che non abbia baciato. Ha maneggiato più bare di un becchino e più culle di una balia. […] Il presidente che ha incarnato al meglio il peggio di noi italiani.

Anna Magnani. Non ha mai avuto avventure, ma solo passioni, a cui non c’è stato uomo che abbia avuto la forza di reggere. Sempre, inappagato, il suo oscuro istinto di sottomissione si traduceva in sopraffazione: non sapeva amare che perseguitando, soffocando, prevaricando. Una volta Rossellini mi disse: “In due ore di Anna, c’è tutto: l’estate e l’inverno, la tenerezza, la sfuriata, la gelosia, il litigio, la rottura, l’addio, le lacrime, il pentimento, il perdono, l’estasi, eppoi di nuovo il sospetto, la rabbia, gli schiaffi…”. Non aggiungeva: “Ma queste due ore si ripetono dodici volte al giorno e questo giorno si ripete sette volte alla settimana…”.

Alberto Sordi a Parigi. La sera che arrivò, per iniziarlo alla vita notturna della metropoli e affezionarvelo, lo condussero Chez Carrol’s, una boîte tra le più in voga, soffusa di un alone di ambiguo peccato. Bel ragazzo, di modi dolci e gentili, vestito con la scrupolosa cura che rappresenta il “Made in Italy” dei nostri giovanotti provinciali, Alberto attirò subito l’attenzione di una entraîneuse che gli dedicò cure tutte particolari. E, da vero rubacuori nostrano, ci si affezionò subito. Sordi, di questo tipo di seduttore, ha fatto – e tutti se ne ricordano di certo – un’interpretazione delle sue più vivaci e colorite. Gli tornò in mente e la copiò quando nel suo pessimo francese si mise a fare la corte alla ragazza buttandoci dentro a palate tutti i soliti ingredienti dell’arte erotica nazionale, l’anima, il mare, la luna, e anche un po’ di sorelle e di mamma: oppure l’aveva completamente scordata e ci credeva, in quel momento, anche lui? Inutile chiederglielo perché lo ignora certamente egli stesso. Se lo sapesse, non sarebbe più quell’esemplare italiano che è.

Vittorio De Sica. De Sica, sui cinquanta ormai, è un po’ ingrassato e incanutito, ma né il successo né le fatiche sono riusciti a brunirgli quella patina d’infantile innocenza che già fece di lui l’attore più teneramente amato dagli spettatori e ancora più dalle spettatrici, e che è monopolio esclusivo di certi napoletani e di certi inglesi. Un giorno, forse, De Sica sarà antico; vecchio, mai.

L’attentato del 1977. È la festa della Repubblica. Io la celebro ricevendo nelle gambe quattro pallottole di rivoltella, calibro 9. Me le sparano alle 10.10, appena uscito dall’albergo Manin, alle spalle. Faccio a tempo, voltandomi, a vedere uno dei due killer che seguita a sparare da una distanza di 4-5 metri. Ma sono talmente sorpreso e frastornato che non riesco a fissarne nella memoria il volto. Aggrappandomi all’inferriata dei giardini pubblici, penso: “Devo morire in piedi!”. Questo pensiero stupido, retaggio sicuramente del Ventennio, è forse quello che mi salva: cadendo, avrei probabilmente preso l’ultima scarica nell’addome. Solo quando il killer ha finito, cedo al languore che m’invade e scivolo a terra. Potrei comodamente uccidere con la mia pistola l’uomo che ora mi volta le spalle per fuggire. Ma ce n’è un altro che lo protegge con l’arma in pugno. Mi limito a gridargli: “Vigliacchi!”. Un cane lupo, dall’altra parte dell’inferriata, sporge la lingua fra le sbarre e si mette a leccarmi la faccia. La donna, che lo tiene a guinzaglio, è terrea. Le sorrido, e dico: “Non si spaventi!”.

Gli italiani/1. Tra gli italiani la solidarietà non esiste. Esiste la complicità.

Gli italiani/2. Il maggior difetto degl’italiani non è quello di essere servili. È quello di voler sempre a tutti i costi accusare qualcuno di averli asserviti.

Gli italiani/3.Gli italiani non imparano niente dalla Storia, anche perché non la sanno.

I politologi. Il bello dei politologi è che, quando rispondono, uno non capisce più cosa gli aveva domandato.

La borghesia. Adottando come divisa il paltò di cammello, la borghesia crede di essersi trasformata da gregge in carovana.

La religione. Credo in Qualcuno. Non credo che saprò mai, né da vivo né da morto, chi è e com’è fatto.

Autoepitaffio. Qui riposa Indro Montanelli. Genio compreso, spiegava agli altri ciò ch’egli stesso non capiva.

(Fonte: Il Fatto Quotidiano – DI INDRO MONTANELLI – Fonte: Cronache Agenzia Giornalistica – News archiviata in #TeleradioNews ♥ il tuo sito web © Diritti riservati all’autore)

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