Edith Piaf

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Avevo solo otto anni quando Edith Piaf morì. Ho un vago ricordo dell’avvenimento, la notizia fu comunicata su tutti i giornali, alla radio e alla televisione. Per un certo lasso di tempo le sue canzoni inondarono le trasmissioni radiofoniche che trasmettevano musica. A me è rimasto impressa nella memoria la sua voce acuta e potente. Da dove venisse fuori un tale prodigio, che ti inondava come un’onda scatenata da uno Tsunami è un mistero, alla luce di un fisico minuto ed esile. Ho in mente particolarmente due canzoni che mi sono rimaste nel cuore in modo indelebile, e sono anche quelle che maggiormente la identificano e la rappresentano in Francia e in tutto il mondo: 1) “La Vie en rose”; 2) “Non, je ne regrette rien.” Edith Piaf nacque a Parigi da un funambolo di strada e la sua compagna. La madre abbandonò molto presto sia il padre che la piccola Edith, questo abbandono la segnerà per tutta la vita. Fu allevata dalla nonna paterna e quando il padre si rese conto che la bambina soffriva la fame e la solitudine, la riprese con sé facendogli condividere la vita di artista di strada quale lui era. Iniziò così molto presto la sua attività di cantante che intratteneva i passanti mentre il padre si esibiva facendo equilibrismi con la testa in giù. Lei dopo l’esibizione del padre e le sue canzoni passava con il piattino per raccogliere le offerte. Tutti rimanevano sbalorditi ed estasiati nell’ascoltare quella voce così potente che proveniva da uno scricciolo come lei, tanto somigliante al canto meraviglioso di un usignolo. Un giorno fu notata da un impresario teatrale e da lì spiccò il volo la più grande cantante realista della canzone francese. Divenne famosa e osannata in tutti i maggiori teatri e sala da concerto del mondo. Il suo regno incontrastato fu il teatro dell’Olympia di Parigi. Mentre la sua vita artistica ebbe un successo sfolgorante, la sua vita sentimentale fu sempre molto travagliata e burrascosa. Sembrava non riuscire mai a trattenere a sé l’uomo di cui su era innamorata, come fosse attraversata da un demone ingannatore. Tutti i suoi amori erano uomini di bell’aspetto e di statura molto alta, un vero contrasto rispetto alla sua bassa statura. Nutriva un’attrazione viscerale per gli uomini alti, non solo, ma quasi sempre erano anche o sposati oppure impegnati. L’incontro che maggiormente segnò la sua vita sentimentale fu quello con il pugile Marcel Cerdan, di origine algerina, che divenne anche campione del mondo dei pesi medi. Anche Cerdan aveva già una moglie e due figli in Marocco. La tragedia che colpì Edith nel bel mezzo del suo idillio con il bel pugile, fu un colpo tremendo per lei, dal quale si può dire che non si riprese del tutto per la restante parte della sua vita. Cerdan morì in un incidente aereo mentre sorvolava l’oceano Atlantico di ritorno da New York proprio mentre si recava a Parigi per incontrare Edith che lo desiderava vicino a sé. Ebbe tanti altri amori, ma sempre la sua mente e il suo cuore erano rivolti all’immagine del pugile buono, dai modi gentili e dalle mani stranamente delicate. La sua vita si è sempre svolta tra alti e bassi, come su un ottovolante, quando cantava e riceveva l’applauso del pubblico era all’apice della felicità, ma appena si chiudeva il sipario, la tristezza e la disperazione si impadronivano del suo essere minuto. Cantava con il cuore solo le canzoni che secondo lei rispecchiavano la sua intima realtà e la dura esperienza della gente come lei. Al culmine della sua fama e del successo non si dimenticò mai da dove proveniva, cioè, dai bassifondi di Parigi. La sua vita ha attraversato oltre la metà del ventesimo secolo, sperimentando l’orrore e le atrocità della seconda guerra mondiale, con la sconfitta della Francia e la successiva occupazione nazista di Parigi. Non si compromise con gli invasori, ma neanche si oppose in modo palese, doveva sopravvivere e guadagnare con la sua arte, solo così avrebbe potuto aiutare quelli che soffrivano. Lo fece senza risparmiare né fatiche né denaro. Guadagnò molto, ma elargì a piene mani somme ingenti sia ai suoi tanti amanti che al codazzo di amici che vivevano alle sue spalle nell’immenso appartamento di Boulevard Lannes, sia delle tante persone bisognose che lei aiutava senza che nessuno lo sapesse. Devo ringraziare un’amica che mi ha consigliato di approfondire la conoscenza della figura carismatica di Edith Piaf. Ho riscoperto una grandissima cantante, ma anche una grandissima donna a tutto tondo, con tutti i suoi pregi e i suoi difetti. Ha vissuto la vita che ha voluto vivere senza negarsi nulla. Quello che l’ha contraddistinta, a mio parere, è stato il suo vivere sempre in un equilibrio psicologico precario, proprio come l’equilibrio apparentemente precario su cui giostrava il padre durante le sue esibizioni nelle strade di Parigi e delle contrade francesi da lui attraversate. Da dove proveniva quel suo vivere in equilibrio precario? È presto detto, Edith non superò mai lo shock dell’abbandono della mamma. Edith sembrava vivere giocando tra la realtà e il sogno, così come il gatto gioca con il topo. In definitiva era un gioco che mimava quello della morte sempre incombente su di lei, come su ognuno di noi e dei suoi ammiratori. Secondo il suo modo di pensare, bisognava rischiare di essere felici, ricordandosi, anche solo a tratti e in controcanto, che l’infelicità può spuntare da un momento all’altro, senza nemmeno che vi siamo preparati. Non mi rimane da dire che ho volutamente omesso notizie biografiche più precise sia sulla vita personale che artistica di Edith, questo per una ragione molto semplice: vorrei che questo mio breve scritto servisse, a chi lo legge, per instillare una goccia di curiosità per andare a informarsi sulla figura e la vicenda della più grande cantante francese del XX Secolo e non solo. Io posso dire, per parte mia, che riconoscerei la voce di Edith tra mille voci di cantanti famose o sconosciute. Ascoltare la sue canzoni è un’esperienza unica, certo, avrei preferito avere avuto la possibilità di farlo dal vivo, ma ero troppo piccolo e distante dal suo mondo. Per tutti quelli che hanno avuto tale fortuna, tutti hanno ammesso che era un’esperienza indimenticabile. Ancora oggi la sua tomba a Parigi, presso il cimitero Pére-Lachaise, è meta di pellegrinaggio continuo dai suoi ammiratori, tra i quali perfino tanti giovanissimi che non hanno vissuto la sua epoca. Se mai ritornerò a Parigi, dove sono stato una sola volta, e proprio nel quartiere di Pigalle, quello degli artisti, vorrei deporre una rosa rossa sulla sua tomba.

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Avevo solo otto anni quando Edith Piaf morì. Ho un vago ricordo dell’avvenimento, la notizia fu comunicata su tutti i giornali, alla radio e alla televisione. Per un certo lasso di tempo le sue canzoni inondarono le trasmissioni radiofoniche che trasmettevano musica. A me è rimasto impressa nella memoria la sua voce acuta e potente. Da dove venisse fuori un tale prodigio, che ti inondava come un’onda scatenata da uno Tsunami è un mistero, alla luce di un fisico minuto ed esile. Ho in mente particolarmente due canzoni che mi sono rimaste nel cuore in modo indelebile, e sono anche quelle che maggiormente la identificano e la rappresentano in Francia e in tutto il mondo: 1) “La Vie en rose”; 2) “Non, je ne regrette rien.” Edith Piaf nacque a Parigi da un funambolo di strada e la sua compagna. La madre abbandonò molto presto sia il padre che la piccola Edith, questo abbandono la segnerà per tutta la vita. Fu allevata dalla nonna paterna e quando il padre si rese conto che la bambina soffriva la fame e la solitudine, la riprese con sé facendogli condividere la vita di artista di strada quale lui era. Iniziò così molto presto la sua attività di cantante che intratteneva i passanti mentre il padre si esibiva facendo equilibrismi con la testa in giù. Lei dopo l’esibizione del padre e le sue canzoni passava con il piattino per raccogliere le offerte. Tutti rimanevano sbalorditi ed estasiati nell’ascoltare quella voce così potente che proveniva da uno scricciolo come lei, tanto somigliante al canto meraviglioso di un usignolo. Un giorno fu notata da un impresario teatrale e da lì spiccò il volo la più grande cantante realista della canzone francese. Divenne famosa e osannata in tutti i maggiori teatri e sala da concerto del mondo. Il suo regno incontrastato fu il teatro dell’Olympia di Parigi. Mentre la sua vita artistica ebbe un successo sfolgorante, la sua vita sentimentale fu sempre molto travagliata e burrascosa. Sembrava non riuscire mai a trattenere a sé l’uomo di cui su era innamorata, come fosse attraversata da un demone ingannatore. Tutti i suoi amori erano uomini di bell’aspetto e di statura molto alta, un vero contrasto rispetto alla sua bassa statura. Nutriva un’attrazione viscerale per gli uomini alti, non solo, ma quasi sempre erano anche o sposati oppure impegnati. L’incontro che maggiormente segnò la sua vita sentimentale fu quello con il pugile Marcel Cerdan, di origine algerina, che divenne anche campione del mondo dei pesi medi. Anche Cerdan aveva già una moglie e due figli in Marocco. La tragedia che colpì Edith nel bel mezzo del suo idillio con il bel pugile, fu un colpo tremendo per lei, dal quale si può dire che non si riprese del tutto per la restante parte della sua vita. Cerdan morì in un incidente aereo mentre sorvolava l’oceano Atlantico di ritorno da New York proprio mentre si recava a Parigi per incontrare Edith che lo desiderava vicino a sé. Ebbe tanti altri amori, ma sempre la sua mente e il suo cuore erano rivolti all’immagine del pugile buono, dai modi gentili e dalle mani stranamente delicate. La sua vita si è sempre svolta tra alti e bassi, come su un ottovolante, quando cantava e riceveva l’applauso del pubblico era all’apice della felicità, ma appena si chiudeva il sipario, la tristezza e la disperazione si impadronivano del suo essere minuto. Cantava con il cuore solo le canzoni che secondo lei rispecchiavano la sua intima realtà e la dura esperienza della gente come lei. Al culmine della sua fama e del successo non si dimenticò mai da dove proveniva, cioè, dai bassifondi di Parigi. La sua vita ha attraversato oltre la metà del ventesimo secolo, sperimentando l’orrore e le atrocità della seconda guerra mondiale, con la sconfitta della Francia e la successiva occupazione nazista di Parigi. Non si compromise con gli invasori, ma neanche si oppose in modo palese, doveva sopravvivere e guadagnare con la sua arte, solo così avrebbe potuto aiutare quelli che soffrivano. Lo fece senza risparmiare né fatiche né denaro. Guadagnò molto, ma elargì a piene mani somme ingenti sia ai suoi tanti amanti che al codazzo di amici che vivevano alle sue spalle nell’immenso appartamento di Boulevard Lannes, sia delle tante persone bisognose che lei aiutava senza che nessuno lo sapesse. Devo ringraziare un’amica che mi ha consigliato di approfondire la conoscenza della figura carismatica di Edith Piaf. Ho riscoperto una grandissima cantante, ma anche una grandissima donna a tutto tondo, con tutti i suoi pregi e i suoi difetti. Ha vissuto la vita che ha voluto vivere senza negarsi nulla. Quello che l’ha contraddistinta, a mio parere, è stato il suo vivere sempre in un equilibrio psicologico precario, proprio come l’equilibrio apparentemente precario su cui giostrava il padre durante le sue esibizioni nelle strade di Parigi e delle contrade francesi da lui attraversate. Da dove proveniva quel suo vivere in equilibrio precario? È presto detto, Edith non superò mai lo shock dell’abbandono della mamma. Edith sembrava vivere giocando tra la realtà e il sogno, così come il gatto gioca con il topo. In definitiva era un gioco che mimava quello della morte sempre incombente su di lei, come su ognuno di noi e dei suoi ammiratori. Secondo il suo modo di pensare, bisognava rischiare di essere felici, ricordandosi, anche solo a tratti e in controcanto, che l’infelicità può spuntare da un momento all’altro, senza nemmeno che vi siamo preparati. Non mi rimane da dire che ho volutamente omesso notizie biografiche più precise sia sulla vita personale che artistica di Edith, questo per una ragione molto semplice: vorrei che questo mio breve scritto servisse, a chi lo legge, per instillare una goccia di curiosità per andare a informarsi sulla figura e la vicenda della più grande cantante francese del XX Secolo e non solo. Io posso dire, per parte mia, che riconoscerei la voce di Edith tra mille voci di cantanti famose o sconosciute. Ascoltare la sue canzoni è un’esperienza unica, certo, avrei preferito avere avuto la possibilità di farlo dal vivo, ma ero troppo piccolo e distante dal suo mondo. Per tutti quelli che hanno avuto tale fortuna, tutti hanno ammesso che era un’esperienza indimenticabile. Ancora oggi la sua tomba a Parigi, presso il cimitero Pére-Lachaise, è meta di pellegrinaggio continuo dai suoi ammiratori, tra i quali perfino tanti giovanissimi che non hanno vissuto la sua epoca. Se mai ritornerò a Parigi, dove sono stato una sola volta, e proprio nel quartiere di Pigalle, quello degli artisti, vorrei deporre una rosa rossa sulla sua tomba.

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Avevo solo otto anni quando Edith Piaf morì. Ho un vago ricordo dell’avvenimento, la notizia fu comunicata su tutti i giornali, alla radio e alla televisione. Per un certo lasso di tempo le sue canzoni inondarono le trasmissioni radiofoniche che trasmettevano musica. A me è rimasto impressa nella memoria la sua voce acuta e potente. Da dove venisse fuori un tale prodigio, che ti inondava come un’onda scatenata da uno Tsunami è un mistero, alla luce di un fisico minuto ed esile. Ho in mente particolarmente due canzoni che mi sono rimaste nel cuore in modo indelebile, e sono anche quelle che maggiormente la identificano e la rappresentano in Francia e in tutto il mondo: 1) “La Vie en rose”; 2) “Non, je ne regrette rien.” Edith Piaf nacque a Parigi da un funambolo di strada e la sua compagna. La madre abbandonò molto presto sia il padre che la piccola Edith, questo abbandono la segnerà per tutta la vita. Fu allevata dalla nonna paterna e quando il padre si rese conto che la bambina soffriva la fame e la solitudine, la riprese con sé facendogli condividere la vita di artista di strada quale lui era. Iniziò così molto presto la sua attività di cantante che intratteneva i passanti mentre il padre si esibiva facendo equilibrismi con la testa in giù. Lei dopo l’esibizione del padre e le sue canzoni passava con il piattino per raccogliere le offerte. Tutti rimanevano sbalorditi ed estasiati nell’ascoltare quella voce così potente che proveniva da uno scricciolo come lei, tanto somigliante al canto meraviglioso di un usignolo. Un giorno fu notata da un impresario teatrale e da lì spiccò il volo la più grande cantante realista della canzone francese. Divenne famosa e osannata in tutti i maggiori teatri e sala da concerto del mondo. Il suo regno incontrastato fu il teatro dell’Olympia di Parigi. Mentre la sua vita artistica ebbe un successo sfolgorante, la sua vita sentimentale fu sempre molto travagliata e burrascosa. Sembrava non riuscire mai a trattenere a sé l’uomo di cui su era innamorata, come fosse attraversata da un demone ingannatore. Tutti i suoi amori erano uomini di bell’aspetto e di statura molto alta, un vero contrasto rispetto alla sua bassa statura. Nutriva un’attrazione viscerale per gli uomini alti, non solo, ma quasi sempre erano anche o sposati oppure impegnati. L’incontro che maggiormente segnò la sua vita sentimentale fu quello con il pugile Marcel Cerdan, di origine algerina, che divenne anche campione del mondo dei pesi medi. Anche Cerdan aveva già una moglie e due figli in Marocco. La tragedia che colpì Edith nel bel mezzo del suo idillio con il bel pugile, fu un colpo tremendo per lei, dal quale si può dire che non si riprese del tutto per la restante parte della sua vita. Cerdan morì in un incidente aereo mentre sorvolava l’oceano Atlantico di ritorno da New York proprio mentre si recava a Parigi per incontrare Edith che lo desiderava vicino a sé. Ebbe tanti altri amori, ma sempre la sua mente e il suo cuore erano rivolti all’immagine del pugile buono, dai modi gentili e dalle mani stranamente delicate. La sua vita si è sempre svolta tra alti e bassi, come su un ottovolante, quando cantava e riceveva l’applauso del pubblico era all’apice della felicità, ma appena si chiudeva il sipario, la tristezza e la disperazione si impadronivano del suo essere minuto. Cantava con il cuore solo le canzoni che secondo lei rispecchiavano la sua intima realtà e la dura esperienza della gente come lei. Al culmine della sua fama e del successo non si dimenticò mai da dove proveniva, cioè, dai bassifondi di Parigi. La sua vita ha attraversato oltre la metà del ventesimo secolo, sperimentando l’orrore e le atrocità della seconda guerra mondiale, con la sconfitta della Francia e la successiva occupazione nazista di Parigi. Non si compromise con gli invasori, ma neanche si oppose in modo palese, doveva sopravvivere e guadagnare con la sua arte, solo così avrebbe potuto aiutare quelli che soffrivano. Lo fece senza risparmiare né fatiche né denaro. Guadagnò molto, ma elargì a piene mani somme ingenti sia ai suoi tanti amanti che al codazzo di amici che vivevano alle sue spalle nell’immenso appartamento di Boulevard Lannes, sia delle tante persone bisognose che lei aiutava senza che nessuno lo sapesse. Devo ringraziare un’amica che mi ha consigliato di approfondire la conoscenza della figura carismatica di Edith Piaf. Ho riscoperto una grandissima cantante, ma anche una grandissima donna a tutto tondo, con tutti i suoi pregi e i suoi difetti. Ha vissuto la vita che ha voluto vivere senza negarsi nulla. Quello che l’ha contraddistinta, a mio parere, è stato il suo vivere sempre in un equilibrio psicologico precario, proprio come l’equilibrio apparentemente precario su cui giostrava il padre durante le sue esibizioni nelle strade di Parigi e delle contrade francesi da lui attraversate. Da dove proveniva quel suo vivere in equilibrio precario? È presto detto, Edith non superò mai lo shock dell’abbandono della mamma. Edith sembrava vivere giocando tra la realtà e il sogno, così come il gatto gioca con il topo. In definitiva era un gioco che mimava quello della morte sempre incombente su di lei, come su ognuno di noi e dei suoi ammiratori. Secondo il suo modo di pensare, bisognava rischiare di essere felici, ricordandosi, anche solo a tratti e in controcanto, che l’infelicità può spuntare da un momento all’altro, senza nemmeno che vi siamo preparati. Non mi rimane da dire che ho volutamente omesso notizie biografiche più precise sia sulla vita personale che artistica di Edith, questo per una ragione molto semplice: vorrei che questo mio breve scritto servisse, a chi lo legge, per instillare una goccia di curiosità per andare a informarsi sulla figura e la vicenda della più grande cantante francese del XX Secolo e non solo. Io posso dire, per parte mia, che riconoscerei la voce di Edith tra mille voci di cantanti famose o sconosciute. Ascoltare la sue canzoni è un’esperienza unica, certo, avrei preferito avere avuto la possibilità di farlo dal vivo, ma ero troppo piccolo e distante dal suo mondo. Per tutti quelli che hanno avuto tale fortuna, tutti hanno ammesso che era un’esperienza indimenticabile. Ancora oggi la sua tomba a Parigi, presso il cimitero Pére-Lachaise, è meta di pellegrinaggio continuo dai suoi ammiratori, tra i quali perfino tanti giovanissimi che non hanno vissuto la sua epoca. Se mai ritornerò a Parigi, dove sono stato una sola volta, e proprio nel quartiere di Pigalle, quello degli artisti, vorrei deporre una rosa rossa sulla sua tomba.

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Avevo solo otto anni quando Edith Piaf morì. Ho un vago ricordo dell’avvenimento, la notizia fu comunicata su tutti i giornali, alla radio e alla televisione. Per un certo lasso di tempo le sue canzoni inondarono le trasmissioni radiofoniche che trasmettevano musica. A me è rimasto impressa nella memoria la sua voce acuta e potente. Da dove venisse fuori un tale prodigio, che ti inondava come un’onda scatenata da uno Tsunami è un mistero, alla luce di un fisico minuto ed esile. Ho in mente particolarmente due canzoni che mi sono rimaste nel cuore in modo indelebile, e sono anche quelle che maggiormente la identificano e la rappresentano in Francia e in tutto il mondo: 1) “La Vie en rose”; 2) “Non, je ne regrette rien.” Edith Piaf nacque a Parigi da un funambolo di strada e la sua compagna. La madre abbandonò molto presto sia il padre che la piccola Edith, questo abbandono la segnerà per tutta la vita. Fu allevata dalla nonna paterna e quando il padre si rese conto che la bambina soffriva la fame e la solitudine, la riprese con sé facendogli condividere la vita di artista di strada quale lui era. Iniziò così molto presto la sua attività di cantante che intratteneva i passanti mentre il padre si esibiva facendo equilibrismi con la testa in giù. Lei dopo l’esibizione del padre e le sue canzoni passava con il piattino per raccogliere le offerte. Tutti rimanevano sbalorditi ed estasiati nell’ascoltare quella voce così potente che proveniva da uno scricciolo come lei, tanto somigliante al canto meraviglioso di un usignolo. Un giorno fu notata da un impresario teatrale e da lì spiccò il volo la più grande cantante realista della canzone francese. Divenne famosa e osannata in tutti i maggiori teatri e sala da concerto del mondo. Il suo regno incontrastato fu il teatro dell’Olympia di Parigi. Mentre la sua vita artistica ebbe un successo sfolgorante, la sua vita sentimentale fu sempre molto travagliata e burrascosa. Sembrava non riuscire mai a trattenere a sé l’uomo di cui su era innamorata, come fosse attraversata da un demone ingannatore. Tutti i suoi amori erano uomini di bell’aspetto e di statura molto alta, un vero contrasto rispetto alla sua bassa statura. Nutriva un’attrazione viscerale per gli uomini alti, non solo, ma quasi sempre erano anche o sposati oppure impegnati. L’incontro che maggiormente segnò la sua vita sentimentale fu quello con il pugile Marcel Cerdan, di origine algerina, che divenne anche campione del mondo dei pesi medi. Anche Cerdan aveva già una moglie e due figli in Marocco. La tragedia che colpì Edith nel bel mezzo del suo idillio con il bel pugile, fu un colpo tremendo per lei, dal quale si può dire che non si riprese del tutto per la restante parte della sua vita. Cerdan morì in un incidente aereo mentre sorvolava l’oceano Atlantico di ritorno da New York proprio mentre si recava a Parigi per incontrare Edith che lo desiderava vicino a sé. Ebbe tanti altri amori, ma sempre la sua mente e il suo cuore erano rivolti all’immagine del pugile buono, dai modi gentili e dalle mani stranamente delicate. La sua vita si è sempre svolta tra alti e bassi, come su un ottovolante, quando cantava e riceveva l’applauso del pubblico era all’apice della felicità, ma appena si chiudeva il sipario, la tristezza e la disperazione si impadronivano del suo essere minuto. Cantava con il cuore solo le canzoni che secondo lei rispecchiavano la sua intima realtà e la dura esperienza della gente come lei. Al culmine della sua fama e del successo non si dimenticò mai da dove proveniva, cioè, dai bassifondi di Parigi. La sua vita ha attraversato oltre la metà del ventesimo secolo, sperimentando l’orrore e le atrocità della seconda guerra mondiale, con la sconfitta della Francia e la successiva occupazione nazista di Parigi. Non si compromise con gli invasori, ma neanche si oppose in modo palese, doveva sopravvivere e guadagnare con la sua arte, solo così avrebbe potuto aiutare quelli che soffrivano. Lo fece senza risparmiare né fatiche né denaro. Guadagnò molto, ma elargì a piene mani somme ingenti sia ai suoi tanti amanti che al codazzo di amici che vivevano alle sue spalle nell’immenso appartamento di Boulevard Lannes, sia delle tante persone bisognose che lei aiutava senza che nessuno lo sapesse. Devo ringraziare un’amica che mi ha consigliato di approfondire la conoscenza della figura carismatica di Edith Piaf. Ho riscoperto una grandissima cantante, ma anche una grandissima donna a tutto tondo, con tutti i suoi pregi e i suoi difetti. Ha vissuto la vita che ha voluto vivere senza negarsi nulla. Quello che l’ha contraddistinta, a mio parere, è stato il suo vivere sempre in un equilibrio psicologico precario, proprio come l’equilibrio apparentemente precario su cui giostrava il padre durante le sue esibizioni nelle strade di Parigi e delle contrade francesi da lui attraversate. Da dove proveniva quel suo vivere in equilibrio precario? È presto detto, Edith non superò mai lo shock dell’abbandono della mamma. Edith sembrava vivere giocando tra la realtà e il sogno, così come il gatto gioca con il topo. In definitiva era un gioco che mimava quello della morte sempre incombente su di lei, come su ognuno di noi e dei suoi ammiratori. Secondo il suo modo di pensare, bisognava rischiare di essere felici, ricordandosi, anche solo a tratti e in controcanto, che l’infelicità può spuntare da un momento all’altro, senza nemmeno che vi siamo preparati. Non mi rimane da dire che ho volutamente omesso notizie biografiche più precise sia sulla vita personale che artistica di Edith, questo per una ragione molto semplice: vorrei che questo mio breve scritto servisse, a chi lo legge, per instillare una goccia di curiosità per andare a informarsi sulla figura e la vicenda della più grande cantante francese del XX Secolo e non solo. Io posso dire, per parte mia, che riconoscerei la voce di Edith tra mille voci di cantanti famose o sconosciute. Ascoltare la sue canzoni è un’esperienza unica, certo, avrei preferito avere avuto la possibilità di farlo dal vivo, ma ero troppo piccolo e distante dal suo mondo. Per tutti quelli che hanno avuto tale fortuna, tutti hanno ammesso che era un’esperienza indimenticabile. Ancora oggi la sua tomba a Parigi, presso il cimitero Pére-Lachaise, è meta di pellegrinaggio continuo dai suoi ammiratori, tra i quali perfino tanti giovanissimi che non hanno vissuto la sua epoca. Se mai ritornerò a Parigi, dove sono stato una sola volta, e proprio nel quartiere di Pigalle, quello degli artisti, vorrei deporre una rosa rossa sulla sua tomba.

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