In Italia se un giornale ti attacca magari lo acquisti, E in Russia?

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Se un giornale ti attacca che fai?

Lo compri!

La moglie di Danilo Iervolino, nuovo padrone dell’Espresso, ha versato il contributo elettorale più alto alla lista Campania Libera, che ha sostenuto la corsa di Vincenzo De Luca alle regionali del 2020 [Tizian e Trocchia, Domani].

 

«Tra L’Espresso e Iervolino non è stato amore a prima vista. L’imprenditore campano aveva querelato il settimanale per un’inchiesta giornalistica sulla Pegaso (a firma Nello Trocchia) e aveva chiesto 38 milioni di euro di danni. Iervolino è stato sconfitto sia in sede penale sia civile in primo grado. Le sentenze favorevoli alla testata risalgono a novembre e dicembre 2021, pochi mesi prima della vendita dell’Espresso a Iervolino».

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 Due righe di Mattia Feltri La Stampa

 

 

Di duecentonovantatré pagine potrebbero bastare le prime due righe: «Questo libro parla di un argomento che non è molto in voga in Occidente: parla di Putin senza toni ammirati». Se un giorno, finita la sconcia mattanza ucraina, vorremo davvero indagare la nostra quota di responsabilità, bisognerà partire da un libro di Anna Politkovskaja – La Russia di Putin – appena ristampato da Adelphi in formato tascabile. Non mi dichiarerò innocente: ho con me la prima edizione italiana che comprai nel 2005 e leggiucchiai qua e là e senza particolare ardore. Il libro oggi fa venire i brividi, soprattutto pensando che Politkovskaja sarebbe stata ammazzata l’anno dopo con quattro colpi di pistola, uno in testa. Era il 7 ottobre 2006, Putin festeggiava il compleanno. «Se vuoi fare il giornalista in Russia devi essere totalmente servile a Putin. Oppure ti aspetta una pallottola, il veleno, un processo o la morte», aveva detto Politkovskaja poco tempo prima, e nel suo libro c’era già tutto: la guerra a scopi interni, le armi chimiche, le torture ai prigionieri, i processi farsa, gli oppositori incarcerati, gli omicidi, le intimidazioni, la corruzione, il ladrocinio. Era stato scritto in attesa delle presidenziali che avrebbero incoronato Putin per la seconda volta, e Politkovskaja capì che si andava verso «un bagno di sangue». Non lo capirono i russi, che votarono Putin con apatia e rassegnazione, né tantomeno noi occidentali, a cominciare da Berlusconi, Blair, Schroeder, Chirac e Bush jr che salutarono la rielezione «con un coro di osanna». Sarebbe bastato leggere un libro. Se non subito, dopo quattro colpi di pistola.

Cecchini di Andrea Nicastro Corriere della Sera, 22 febbraio 2022

Per le altre mamme è Yulia. La vedono accompagnare all’asilo i gemelli di due anni, ma sanno che gli altri figli ne hanno 14 e 16. Sarà per questo che sembra tanto sicura, tranquilla anche quando i piccoli piangono e si buttano per terra. Per la sua unità, invece è «bilka», scoiattolo, la miglior cecchina delle forze armate ucraine.

«Quando è scoppiata la guerra nel 2014, ho cercato di aiutare: infermiera, lavandaia, vivandiera. Sono arrivata a scavare le fosse per i morti. Avevo già due figli, li ho lasciati alla nonna per fare quel che potevo. Ma era poco, sempre troppo poco per difendere davvero i miei figli. Sei una donna, mi dicevano, cosa vuoi?».

E invece?

«Ho trovato su Internet storie di cecchine. Russe soprattutto. Un paradosso, no?, visto che adesso potrei ritrovarmele contro. Ho pensato: anche io voglio fare paura. Così mi sono arruolata volontaria. Primo fucile un SVd Snaiper Dragunov russo, calibro 7,62».

Fai la cecchina per femminismo?

«E per difendere la patria, sì. L’ho fatto per 5 anni, adesso sono nella riserva. Ma in pre allerta».

Andresti di nuovo?

«Certo. Mi sto allenando. Poligono e non solo. Ho ancora la mano buona. In più un gruppo di amici si è autotassato per comperarmi armi nuove. Un Sbroiar ucraino. Tiro utile 800 metri come il Dragunov, ma più preciso. E un gioiellino, lo Savash, 1.300 metri a bersaglio, calibro 300. Fare la mamma mi piace, ma credo di poter essere più utile là fuori a difenderli con il fucile che chiusa in casa».

Credi che ci sarà l’invasione?

«A Kiev no, sarebbe ridicolo. I russi non sono stati capaci di controllare la Cecenia fino a che non hanno comprato Kadyrov, figurarsi un Paese grande come l’Ucraina. Però qui in Donbass potrebbero provarci»

Andrea Nicastro

 

Julia/2 di Andrea Nicastro Corriere della Sera, 22 marzo 2022

Due giorni prima dell’inizio della guerra, la più famosa tiratrice scelta dell’Ucraina diceva al Corriere che «no, è impossibile». Era convinta che un’invasione su larga scala sarebbe stata ridicola. «A Kiev? Ma va. I russi non sono stati capaci di controllare un Paese piccolo come la Cecenia fino a che non l’hanno venduto ai Kadyrov, figurarsi l’Ucraina che è gigantesca. Però qui in Donbass, sì. Qui potrebbero provarci». E tu Julia, combatterai? Anche adesso che sei diventata mamma per la terza volta? Prenderai il tuo Savash calibro 300 e andrai ad ammazzare i soldati a tre chilometri di distanza? Ad un mese esatto da quella prima telefonata, il cellulare di Julia, detta «Bilka», scoiattolo, torna a squillare. È la prima volta da tre giorni. Prima era sempre staccato. «Cerchiamo di fare più missioni possibile, ma dobbiamo anche riposare. Ho preso servizio il secondo giorno di bombardamento. Ho sbagliato previsione, è vero. Ma resta una cosa incredibile, assurda».

Dove sono i figli? Dov’è tuo marito?

«Lui è con me, in prima linea. Combattiamo assieme. I ragazzi sono con mia madre e il bancomat. Li sento, hanno paura, ma sanno che lo stiamo facendo per loro. Sono orgogliosi».

Che guerra è, Bilka?

«Rispetto al 2014, all’epoca dell’invasione del Donbass, è proprio diversa. Non per le armi o cosa, ma per la quantità di scontri. Loro hanno tantissimi soldati. Più ne eliminiamo e più ne arrivano. Sono come gli orchi nei videogiochi dei miei figli».

E c’è anche l’aviazione.

«Già. Perché l’Europa non si rende conto? Perché non chiude i cieli? Dopo di noi, toccherà a voi. Ci sono state tantissime occasioni nelle quali avremmo avuto la possibilità di contrattaccare e invece ci fermavano dal cielo. A Mariupol, poi. Per quanto siano coraggiosi, come fanno a resistere?».

Non siete mai riusciti a rompere l’accerchiamento? Portare rifornimenti, munizioni?

«Impossibile, i russi sono troppi. Anche il sindaco è qua da noi, ormai quelli laggiù devono fare tutto da soli».

Sicura? Il sindaco di Mariupol, Vadym Boichenko, non è più in città?

«Da un bel po’, quello che scrive lo sa da altri».

E i russi? Come combattono?

«Hai presente un gran signore dopo che è stato rapinato? Ha il cappotto, ma è strappato. Il portafoglio, ma è vuoto. Il cappello ammaccato. Ecco l’armata russa mi dà l’impressione di essere stata appena rapinata. Non hanno neanche le uniformi in ordine. Non riescono nemmeno a riparare una ruota bucata perché gli manca il camion officina e quando c’è non ha i pezzi di ricambio. Dev’esserci stato un mangia-mangia colossale. Il risultato è che i soldatini in prima linea sono demoralizzati, impauriti. Appena possono disertano. Scappano o si danno prigionieri».

Ci sono storie di carri armati consegnati a voi ucraini.

«Spesso i soldati russi usano sim ucraine rubate per chiamare a casa e la nostra intelligence li inonda di sms. Arrenditi, telefona a questo numero e organizzeremo il passaggio tra le nostre linee. Non ti verrà fatto nulla. Roba così. A volte funziona. Fanno pena poveretti. Vengono da lontano, sono tutti meravigliati delle nostre belle strade, belle case. Qualcuno credeva di doverci venire a salvare, altri non sapevano neanche di dover venire qui. Ci toccherà dare la cittadinanza a tutti loro. In Russia non possono di certo tornare».

Se sono così disastrosi perché non avete già vinto?

«Perché sono tantissimi e perché noi non abbiamo aerei. I loro movimenti sono abbastanza ripetitivi. Si mettono in colonna, con i tank e la logistica. Una coda lunga chilometri. Se li attacchi da terra mentre sono in formazione sei morto. Quando invece passano all’attacco, allora si dividono in unità più piccole e a quel punto sono più aggredibili».

Non avete armi occidentali? I Javelin anticarro farebbero strage. Anche in colonna.

«Sì, li abbiamo, ma sono utili in un combattimento ravvicinato. Quando con una squadra riesci a neutralizzare quasi tutti i mezzi prima che ti individuino e ti annientino. Quando invece hai davanti una colonna lunga chilometri devi stare al riparo. Lontano chilometri e chilometri. Sono tank, mica giocattoli. Ti servirebbe l’artiglieria, ma loro hanno gli aerei e ce la distruggono. E voi occidentali, l’aviazione, non ce la date».

Allora?

«Ci arrangiamo con i droni turchi, i Bayraktar TB2. Una meraviglia. Più volte mi è capitato di vederne uno nostro in cielo assieme a un loro caccia e dal jet non vedevano quel moscerino. Però quando sgancia il suo missile il tank è andato».

Attraversando i check point russi non si ha la sensazione di quell’armata allo sbando che descrivi.

«Ci sono due tipi di soldati tra loro. Quelli in prima linea, che sono anche di leva, e quelli delle retrovie che sono i “karivovzy” i ceceni del presidente Kadyrov. Quelli non vengono avanti, ma sono sempre ben vestiti, con le barbe pettinate. Loro formano i zagrad otriad (plotoni di tamponamento). Sparano se qualcuno retrocede. E uccidono anche i feriti. Il colpo di grazia, dicono, ma non sono sicura che qualcuno avrebbe potuto salvarsi. In sostanza i ceceni fanno da argine alle spalle dei soldati russi, con l’autorizzazione a sparare».

Mai affrontato un kadirovky?

«No. Sono ancora più indietro rispetto al nostro raggio d’azione. Noi abbiamo piani d’incursione dietro la loro prima linea per tagliare i rifornimenti. Attacchiamo le cisterne, i camion logistici, obbiettivi con una reazione meno potente. Per i carri armati ci vorrebbero proprio i jet. Voi europei siete proprio sicuri di non voler chiudere i cieli?».

Andrea Nicastro

 

 FONTE:

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

(Fonte: Cronache Agenzia Giornalistica – News archiviata in #TeleradioNews ♥ il tuo sito web © Diritti riservati all’autore)

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