E li chiamarono….”Indiani” (II ed ultima parte)

Abbiamo visto che, per riuscire a classificare le migliaia di tribù pellerossa, fu necessario catalogarle in ceppi che parlavano lingue con caratteristiche comuni. Alcuni di questi gruppi linguistici occupavano zone ben definite come, ad esempio, i Pueblo; altri, come gli Algonchini, erano sparsi su tutto il continente. Di questi ultimi, facevano parte le genti Salish, che vivevano sulla costa del Pacifico, i Kootenay, la Blackfeet Confederation (Confederazione dei Piedi Neri) o Niitsítapi, che comprendeva i Cheyenne, gli Arapaho, i Cree, i Sauk, i Fox, gli Ojibwa e gli Shawnee del Middle West, come pure tutte le tribù con le quali i coloni inglesi si trovarono a contatto, in Virginia e nella Nuova Inghilterra. Non si sa in quale modo ed in quale epoca gli Algonchini si siano tanto diffusi. Su gran parte delle loro terre essi non furono i primi arrivati, come dimostrano le notevoli tombe trovate in quelle aree. Da loro, gli Inglesi impararono a coltivare il granturco, il tabacco, la zucca, a cuocere la farina di mais, il “succotash” (piatto composto di fagioli mischiati a granturco), a costruire i “wigwarm” (le classiche tende a bastoni incrociati), pilotare con i remi le canoe fatte di betulle ed a camminare sulla neve con le racchette. E sentirono parlare di Gitchie Manitu, il Grande Spirito. Gli Algonchini avevano una concezione religiosa molto elevata, alla maniera greca, cosa che rese relativamente facile la loro conversione al Cristianesimo. Ebbero anche uomini di grandi capacità e di nobili figure, come Pocahontas, Massasoit, Opechancanough, “Re Filippo”, Tammany, Pontiac, Tecumseh e Keokuk. Dati i prolungati rapporti tenuti, sia in pace che in guerra, con l’uomo bianco, le caratteristiche generali di questo popolo sono state, da sempre, particolarmente note ai cultori della letteratura inglese e da quella nord-americana.
Gli Indiani della tribù irochese erano dei guerrieri ancor più fieri. Secondo quanto risulta dalle loro stesse tradizioni e dai loro racconti, migrarono a sud lungo la catena degli Appalachi. Dopo che le famose Cinque Nazioni (Mohawk, Cayuga, Oneida, Onondaga, Seneca) ebbero raggiunto lo Stato di New York, il loro grande capo Hiawatha, contemporaneo di Colombo, le riunì in una lega federale che fu la più notevole organizzazione politica del Nord America. Al gruppo irochese appartenevano i Tuscarora della Carolina, che aderirono a quella lega, come sesta nazione, all’inizio del XVIII Secolo, i Cherokee, che rimasero in Georgia centrale fino a quando il Presidente Jackson non li fece allontanare e disperdere, gli Huroni, che furono poi quasi tutti sterminati dalla stessa confederazione, e molte altre tribù degli stati atlantici. La Confederazione Irochese, dopo aver protetto, per quasi un secolo e mezzo, le colonie inglesi dai Francesi e dai loro alleati indiani, durante la Guerra di Indipendenza Americana (1775-1783), fu costretta, con quanti riuscirono a salvarsi dal vigliacco voltafaccia britannico, a rifugiarsi nei territori canadesi, appartenenti alla corona francese. Anche tra gli Irochesi primeggiarono uomini prestigiosi, come Cornplanter (Coltivatore di Mais), Brant, Giubba Rossa, Sequoia ed infine, ma non ultimo, Tah-Gah-Jute, detto Logan, perché amico del grande amico degli indiani, il Segretario della Pennsylvania, James Logan.
La famiglia dei Màscoghi, popolazione che viveva all’estremità meridionale degli Stati Uniti, apparteneva allo stesso gruppo linguistico degli Irochesi. Furono i primi Indiani del Nord con cui gli Spagnoli vennero a contatto. Il gruppo comprendeva i Creek, i Choktaw, i Chickasaw, i Natchez ed i Seminole, il cui prode condottiero Osceola, poco più di un secolo e mezzo fa, sconfisse le forze statunitensi, dopo una guerra durata sette anni. Molti dei discendenti dei Seminole vivono ancora oggi in Florida. Gli altri, che avevano vittoriosamente combattuto contro gli Spagnoli per trecento anni, furono fatti emigrare in Oklahoma, dove dimostrarono una insolita capacità di adattamento alla civiltà americana. Le popolazioni Sioux delle “Grandi Pianure” (tra cui i Dakota, i Crow, i Mandan, i Kansas, gli Iowa, gli Omaha, i Quapaw) vengono, ancora oggi, considerate dello stesso gruppo linguistico degli Irochesi e dei Màscoghi.
Nomadi, furono soltanto gli Indiani delle Grandi Pianure, la cui economia era strettamente legata alle immense mandrie di bufali. Gli altri, ricavavano il loro sostentamento dalla caccia, dalla pesca e dall’agricoltura, fonte secondaria, questa, di nutrimento. Avevano delle zone di battuta ben delimitate e si spostavano, in gruppo, solo quando la selvaggina cominciava a scarseggiare. I cosiddetti Indiani Pueblo, del New Mexico e dell’Arizona, che parlavano quattro lingue diverse, sono rimasti agricoltori sedentari, da almeno un millennio, ed erano i soli che sapessero tessere il cotone. Molti dei loro enormi alloggi collettivi, in legno, pietra e mattoni, che gli Spagnoli chiamavano “pueblos” (città), furono costruiti quattro o cinque secoli prima dell’arrivo di Cristoforo Colombo. Nelle caverne, scavate sotto le abitazioni, gli archeologi hanno trovato resti delle primitive civiltà di fabbricatori di cesti. Le più recenti, risalgono almeno ad ottocento anni fa. Gli Indiani Pueblo sono riusciti, meglio di qualsiasi altro gruppo indigeno degli Stati Uniti, a mantenere indipendenti, su due binari paralleli, mai intersecanti tra loro, la cultura e la gestione del governo. Ciò, grazie ad una forte coesione politica e ad un grado piuttosto avanzato di civiltà.
I nativi americani, per le loro necessità quotidiane, inventarono la canoa e la piroga. Ne seppero abilmente allargare i fianchi, riempendole di acqua portata all’ebollizione con pietre arroventate. Solamente una o due tribù, di stanza in California, impararono a fabbricare barche con tavole di legno. Nella concia delle pelli e nella preparazione delle pellicce, erano all’altezza dei migliori conciatori e pellicciai d’Europa. Pur sapendo realizzare del vasellame resistente al fuoco, non pensarono mai al disco da vasaio, né a qualsiasi altro tipo di ruota. Scoprirono il “mais”, un vegetale ibrido che trassero da alcune piante spontanee dell’America centrale ed ebbero il culto della “patata bianca”, derivata da un “Solanum” selvatico, il cui tubero cresceva sul versante occidentale. Con il caucciù, ricavato della coagulazione del lattice prodotto da alcune specie di alberi della famiglia delle Sapotacee, fabbricavano delle palle di gomma elastiche, che venivano usate in un gioco simile alla pallacanestro, borse, scarpe ed indumenti impermeabili. Benché non avessero appreso la tecnica per la preparazione dei distillati e non fossero in grado di tollerare l’uso dell’alcoolica “acqua di fuoco” (whisky), bevuta dell’uomo bianco, preparavano altre bevande, ricavate dalla fermentazione del mais e dal succo di altri frutti, ed ottenevano il sale, facendo evaporare l’acqua di laghi e di sorgenti salate. Dalle erbe, infine, traevano droghe e medicine, tanto efficaci che, molto spesso, i pionieri nordamericani preferivano le cure di uno stregone, a quelle dei medici bianchi locali.
Queste genti hanno lasciato tracce indelebili nella nomenclatura, sia degli Stati Uniti che del Canada. Generalmente i conquistatori europei usavano assegnare ai luoghi nei quali si insediavano, nomi che ricordassero il Vecchio Mondo, i loro santi o i loro eroi. Quello conferito, ad esempio, alla seconda città americana, Chicago, è indiano e significa “il luogo delle puzzole”. Identica cosa, per ventiquattro dei cinquanta stati, e per la maggior parte delle province canadesi.
Poi, quella smisurata popolazione venne, a più riprese e con inaudita violenza, sterminata quasi totalmente. Quando un esercito di bianchi combatteva gli indiani e vinceva, quella era una grande vittoria. Ma se, al contrario, erano i bianchi ad essere sconfitti, tutto ciò veniva considerato un violento massacro. In quelle terre, morì il sogno di un popolo. Era un bel sogno. Il cerchio di quella nazione si ruppe ed i suoi frammenti vennero sparsi. Il cerchio non aveva più un centro e l’albero sacro era morto.
Dice un vecchio proverbio pellerossa: “La vita è come un ponte. Puoi attraversarlo, ma non costruirci una casa sopra”.

(Fonte: DeaNews – News archiviata in #TeleradioNews ♥ il tuo sito web © Diritti riservati all’autore)

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