Cellole. Anno 1957: uccise la moglie per tradimento sospetto… ma solo immaginario

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L’uomo sospettava che la moglie avesse una relazione intima con tale Attilio Compasso possidente locale… ma non era vero!   

Il 21 giugno del 1957  verso le ore 6, si presentava ai carabinieri tale Francesco Di Giorgio, da Cupa di Sessa Aurunca e informava che il contadino Antonio Amato aveva ucciso nella località “Cagno”, in agro di Cellole Sessa Aurunca, la propria moglie e ciò gli era stata riferito dalle figlie dello stesso.

Il delitto si era verificato nella stanza da letto al primo piano di una masseria fittata ai coniugi Amato-Strianese di proprietà del commendator Orlando Castaldo.

Nel sopralluogo prontamente effettuato dai carabinieri di Sessa Aurunca oltre a constatare la presenza del cadavere e un ‘capannello’ di curiosi furono anche rinvenuti i genitori dell’uxoricida. Risultava, invece, irreperibile l’Amato, che si era dato alla macchia.

Giunto il Pretore di Sessa Aurunca, Dr. Paolo Gramegna e fatta una visita esterna al cadavere da parte del Dottor Matteo Passaretta, perito d’ufficio si procedeva al riconoscimento della salma con i testimoni Pasquale Freda, di anni 31 e Mattia Verrengia di anni 34, entrambi da Cellole, Frazione di  Sessa Aurunca. Successivamente il magistrato autorizzava il trasporto della salma al cimitero per gli opportuni accertamenti.

Intanto il comandante la Stazione dei carabinieri di Cellole Vincenzo Randazzo, interrogava le due figlie dell’assassino Giulia e Giovannina,  che erano presente al momento del sopralluogo le quale dichiaravano di essere state svegliate nel cuore della notta da un colpo di pistola, sparato dal padre nella camera da letto, e di aver constatato subito dopo che la loro mamma era stata uccisa e giaceva nel letto matrimoniale.

La mattina successiva giungeva alla caserma una segnalazione dei carabinieri di Cassino che informava il magistrato che l’Amato si era costituito presso la loro Stazione e che, interrogato, aveva dichiarato di avere ucciso la propria moglie al culmine di un attacco di gelosia in quanto la stessa – da circa un anno – aveva contratto una relazione intima con un certo Attilio Compasso.

L’Amato, però, ci  teneva a rimarcare il fatto che la moglie negava recisamente la sua relazione. Poi entrava nei particolari del delitto: La notte, verso le 4 e trenta, svegliatosi col rimorso che lo rodeva e contestato alla moglie l’adulterio, negando recisamente ancora una volta la tresca, egli, al culmine dell’ira, aveva tirato da sotto il cuscino la pistola e l’aveva puntata alla testa della moglie freddandola.

Poi, con la sua bicicletta, aveva raggiunto il Comune di Rocca D’Evandro e lasciata la bici presso un falegname che si trovava nella penultima curva prima del paese aveva atteso la corriera di Zeppieri e si era portato a Cassino. L’arma del delitto veniva sequestra dai carabinieri.

Interrogato dal magistrato sammaritano narrava della sua unione con la moglie che aveva impalmato nel lontano 1942 e dalla quale aveva avuto ben sei figli (di cui 2 deceduti, una bambina era annegata in un canale di irrigazione nei pressi della loro masseria). Negli ultimi tempi gli rodeva anche che la moglie era rimasta incinta e lui attribuiva la gravidanza al suo vicino. E quindi il figlio che stava per mettere alla luce non era suo.

L’arma con la quale aveva ucciso la moglie dichiarò di averla acquistata circa tre anni prima del delitto da Giovanni Gallo, guardia rurale in servizio presso il Comune di Sessa Aurunca, ma non l’aveva denunciata e la possedeva illegalmente. Subito interrogato dai carabinieri il Gallo smentiva in toto l’Amato asserendo sì, di conoscerlo, ma, di non avergli mai venduta alcun arma e di non avere contezza alcuna della pistola che gli mostravano.

Guido Di Tora, colono del Compasso deponeva nel senso nulla gli risultava della relazione. Franco Compasso confermava di aver tenuto a battesimo le bimbe dell’Amato. Giulia Maltempo, madre dell’Amato dichiarava che nulla sapeva della relazione ma che aveva aiutato anche finanziariamente il figlio che aveva un debito aziendale di circa 600 mila lire. Anche Giovanni Amato, padre dell’uxoricida,  confermava quanto asserito dalla moglie. Tradotto l’Amato nelle carceri mandamentali di Sessa Aurunca i carabinieri informarono l’A.G.

La fissa di una relazione inesistente; Il carico di debiti; L’assillo dei sequestri da parte del padrone della terra; La soglia della follia; La perizia psichiatrica negata e poi concessa  

Il 22 giugno del 1957 il giudice istruttore dottor Bernardino De Luca del Tribunale di Santa Maria Capua Vetere, dava incarico ufficiale al Prof. Achille Canfora, dell’Istituto di Medicina Legale dell’Università di Napoli di eseguire l’autopsia sul cadavere di Raffaela Strianese che così concluse: “Causa della morte di Raffaella Strianese è stata una lesione da arma da fuoco dei centri encefalici.

Il 12 luglio del 1957 Giuseppe Irace, avvocato difensore di Antonio Amato, dopo aver rappresentato che il movente del delitto era da ricercarsi nello stato d’animo precedente al folle gesto compiuto e non già nella presunta relazione della moglie con il possidente Attilio Compasso evidenziò che la  vittima, moglie dell’Amato, era da tutti considerata come persona con una condotta irreprensibile di madre e di sposa, secondo la testimonianza degli stessi suoceri Giulia Martelli e Giovanni Amato.

È vero invece  – precisò ancora l’avvocato Irace – che la mente di Antonio da vario tempo era addirittura sconvolta per i debiti che aveva dovuto contrarre per la conduzione dei suoi terreni e che avevano raggiunto una cifra per lui insostenibile (circa 700 mila lire) anche a causa dei continui giudizi e dei sequestri subiti da parte del proprietario del terreno Orlando Castaldo. I creditori dell’Amato erano numerosi tra gli altri: Francesco Romano, Mattia Stanziale, Pasquale Feola, Attilio Compasso, tutti da Cellole; Giorgi Carmine e Valentino Giuseppe da S. Giacomo; Antonio Tufano da San Marzano e infine il proprietario del terreno, Orlando.

L’ossessione di non poter far fronte a tali passività lo dominava al punto da non dargli più tregua; il giorno di sabato Santo Stefano si era recato dal padre  – anche egli affittuario del Castaldo  – insistendo perché rilasciasse il terreno occupato al proprietario nonostante l’esito di un giudizio favorevole. Pregò il genitore perché intercedesse presso l’Orlando per far cessare le azioni giudiziarie. Al diniego dello stesso scoppiò in pianto dirotto. Su tale episodio – chiarì l’avvocato Irace – poteva riferire Mario Montecuollo che era presente al colloquio tra padre e figlio.

Ma il fatto che lo mise completamente fuori di sé fu l’episodio del sequestro di un carico di finocchi tanto che il giorno successivo, al culmine della sopportazione, il 10 maggio del 1957,  caricò tutte le sue masserizie sul camion di Vincenzo Pecoraro e si rifugiò dal padre Giovanni, nella masseria Martino, alla via Gambafalce in Cellole, dicendo a tutti di avere abbandonato il fondo, non intendendo più lavorare. Solo dopo l’insistenza di tutti i suoi familiari persuaso che, abbandonando il terreno, poteva andare incontro ad ancora maggiori difficoltà, decideva di tornare al suo fondo, ma, da allora, smetteva, praticamente di lavorare.

Ancora tre giorni prima del fatto Angelo Ponticelli lo trovò a piangere disperatamente lamentandosi che mai avrebbe potuto liberarsi dei debiti con l’opprimevano e che il giorno successivo la povera moglie si recava dai suoceri lamentando le stranezze del marito che di continuo manifestava propositi suicidi perché angosciato da  debiti e sequestri.

Questo, dunque, lo stato d’animo dell’Amato prima del delitto, che non ha causale alcuna e può essere compreso soltanto come gesto di un folle. ‘Chiedo pertanto –concluse l’avvocato Irace– alla S.V. di voler sottoporre l’imputato a perizia psichiatrica onde accertare la sua capacità di intendere e di volere al momento del fatto’.

Alla richiesta di perizia psichiatrica del difensore faceva da eco il rigetto da parte del pubblico ministero che riteneva ‘strumentale’ e  sfacciatamente simulatrice la ‘pazzia’ messa in atto nelle celle del carcere sammaritano da Antonio Amato.

Il Prof. Dottor Giulio Cremona, psichiatra, nominato perito di ufficio, rappresentò sotto un diverso profilo la personalità dell’Amato in modo antitetico a quello degli  inquirenti.

(nella foto l’avvocato Camillo Irace che ha ereditato dal padre Giuseppe l’arte della oratoria forense)

 Il verdetto di primo grado e la riduzione in appello a 12 anni; Il ricorso per Cassazione e la conferma definitiva.

Tre anni di manicomio a pena espiata e tre anni di sorveglianza speciale appena in libertà.

 Successivamente furono sentite le figlie che confermarono che il padre, spesso tornando a casa ubriaco, percuoteva con futili pretesti la madre e tutti i figli.

Antonietta Serra negò di aver parlato di rapporti intimi. Antonietta Ciriello escluse che avrebbe fatto discorsi allusivi sulla moglie dell’Amato. Attilio Compasso ammise che l’Amato andava a casa sua che si scambiavano doni, gli dava petrolio, aiuti in denaro ed altro. La moglie del Compasso, Cristina Stanziale disse: “La Strianese era una donna lavoratrice ed onestissima”. Dopo il rinvio al giudizio innanzi la Corte di Assise di Santa Maria Capua Vetere su insistenza della difesa fu finalmente autorizzata una perizia psichiatrica.

Il Prof. Giulio Cremona così concluse: “Amato Antonio, nel momento in cui commise il reato di uxoricidio trovavasi per infermità – sindrome allucinatoria delirante a contenuto geloso-persecutorio su fondo di gracilità mentale in alcolizzato cronico – in condizioni di mente tale da escludere la capacità di intendere e di volere; l’Amato è soggetto socialmente pericoloso e per la sua disposizione all’impulsività e alla violenza e per la sua tendenza ad abusi alcolici e infine, per l’accertata infermità mentale, che è tuttora attiva ed operante, in lui, sul comportamento in generale e sul modo di ragionare e di giudicare”.

Il 5 maggio 1959 la Corte di Assise di Santa Maria Capua Vetere (Presidente Eduardo Cilento; giudice a latere Guido Tavassi; pubblico ministero Gennaro Calabrese) condannò Antonio Amato, con il riconoscimento del vizio parziale di mente e delle attenuanti generiche, alla pena di anni 13 di reclusione.

La sentenza fu appellata dall’imputato e i difensori chiarirono che la Corte avrebbe dovuto assolvere lo stesso per ‘totale’ infermità mentale mentre a parere del pubblico ministero la perizia di semi infermità era da cancellare.

La Corte di Assise di Appello (Presidente, Emanuele Montefusco; giudice a latere, Giuseppe Bonacci; pubblico ministero, Procuratore Generale Roberto Angelone), tuttavia, in accoglimento dei motivi di appello, si limitò ad aumentare da 3 a 4 gli anni delle attenuanti generiche per l’incensuratezza dell’imputato, riducendo di conseguenza la pena finale ad anni 12 di reclusione.

Gli avvocati impegnati furono: Manlio D’Ambrosio, Mario Zarrelli e Giuseppe Irace.

Nessun effetto sortì il successivo ricorso per Cassazione inoltrato dalla difesa di Antonio Amato per ottenere la totale infermità di mente e non quella parziale.

Il sigillo degli Ermellini pose fine ad una vicenda che sconvolse la tranquilla vita dell’allora frazione di Sessa Aurunca Cellole, negli anni successivi divenuto comune autonomo della riviera Domitia.

(di Ferdinando Terlizzi – Fonte: Cronache Agenzia Giornalistica – News archiviata in #TeleradioNews ♥ il tuo sito web © Diritti riservati all’autore)

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