Il prezzo della transizione (di Guglielmo Di Burra)

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Il prezzo della transizione

(di Guglielmo Di Burra)

Troppo spesso, per non dire quasi sempre, ci hanno abituato a sobbarcarci di infinite notizie e sterili discussioni che puntualmente i media ci propinano a tutto spiano ed esclusivamente su contagi da Covid-19, varianti del virus, green pass, obblighi vaccinali, vax e no vax, ed un po’ meno di inquinamento atmosferico e crisi climatica. Sembra che nella nostra vita quotidiana, al di fuori di simili tematiche, non esista altro. Eppure, molti e altrettanto importanti, sono i problemi che sfuggono al mondo dell’informazione e che buona parte della politica trascura e non affronta col dovuto impegno. Tra questi, il recente grosso problema dei costi energetici.

Il 30 novembre scorso, parlando all’assemblea della Confartigianato, il ministro per lo Sviluppo Economico, Giancarlo Giorgetti, ha dichiarato che “Un black out non è da escludere (a livello europeo) rispetto all’attuale assetto dell’approvvigionamento energetico”. Giorgetti, concretamente, ha esternato una preoccupazione che circola da tempo tra gli addetti ai lavori e che si è aggravata nelle ultime settimane, tanto che ormai non si discute più se ci sarà un black out, ma quando avverrà.

Una scarsità di offerta, creata artificialmente, si scontra con una domanda crescente e con la prospettiva (speriamo errata) di un periodo invernale tra i più freddi degli ultimi trent’anni, nella cornice di prezzi dell’energia che, spinti dalla speculazione, impazziscono e portano i costi dei fornitori a livelli insostenibili. Potrebbe materializzarsi, se si verificasse realmente, uno scenario dell’orrore, con un black out di due settimane in tutta Europa, il tempo richiesto, secondo le stime, per rimettere in funzione la rete elettrica europea dopo un collasso del genere. In altre parole, niente elettricità, riscaldamento, acqua nelle case (con disagi maggiori nelle città, ove abbondano i grossi condomini), cibo, televisione, internet, telefoni. Un disastro generale.

Di fronte a questa minaccia, l’Unione Europea si è dimostrata ancora una volta di essere un fallimento totale. Al Consiglio dei ministri dell’energia, tenutosi il 3 dicembre u.s., una proposta di Francia, Italia, Grecia, Romania e Spagna, per adottare misure che regolino i prezzi dell’elettricità, è stata respinta da una coalizione di Paesi nordici guidati dalla Germania e comprendente Austria, Danimarca, Estonia, Finlandia, Irlanda, Lituania, Lettonia e Paesi Bassi. La motivazione: un intervento sui prezzi dell’elettricità “potrebbe minare la sicurezza dell’offerta e lo sviluppo delle energie rinnovabili ”.

Nella quarta settimana dello scorso novembre, il prezzo dell’elettricità è salito su tutti i mercati europei, registrando, nella maggior parte di essi, una media superiore ai 200 euro per Mwh (un milione di wattora). Si tratta del prezzo più alto della storia in quasi tutti i mercati nazionali. Un portale spagnolo che si occupa dell’eolico, ha ammesso che responsabili dell’aumento sono il gas e il prezzo della CO2 (emettere una tonnellata di CO2 costa sempre di più). In questi giorni, le quotazioni della CO2 – a livello globale – si aggirano intorno ai 60 euro a tonnellata. E secondo altre stime, ad esempio quelle di Bloomberg NEF, il costo di una tonnellata di anidride carbonica sul sistema ETS europeo potrebbe superare 100 euro nel 2030. È sciocco, quindi, ritenere che la transizione ecologica sia un passaggio indolore per le tasche dei cittadini. E questo ne è solo un esempio.

Per quanto riguarda il gas, il prezzo dei futures[1] ha raggiunto il record di 74,21 euro per il contratto di dicembre, sale a 94,8 a gennaio, rimane stabile a 94,6 a febbraio e scende leggermente, a 87,8, a marzo. Solo per il contratto di aprile è previsto un raffreddamento del prezzo, che scende a 51,4. Questo significa che il prezzo del gas e dell’elettricità rimarranno alti per tutto l’inverno e potrebbero salire ancora nel caso di un freddo prolungato.

Secondo le stime effettuate da alcune associazioni di consumatori, il carico sulla bolletta degli italiani sarà in media di 1200 euro in più rispetto a quest’anno (se si evita il black out).

Due sono le misure urgenti che dovrebbero essere adottate per evitare una catastrofe sociale ed economica: eliminare il cosiddetto “prezzo marginale”[2] che determina il prezzo dell’elettricità in tutti i mercati nazionali, e sospendere l’infausto mercato della CO2.

Il sistema del prezzo marginale è stato inventato in Inghilterra per sovvenzionare le energie cosiddette rinnovabili. Funziona così: una volta stabilita la domanda per quel giorno, i produttori dicono quanto possono fornire e a che prezzo. Quando la domanda è soddisfatta, tutta l’elettricità è venduta al prezzo di offerta più alto. Così, se il primo produttore offre elettricità proveniente da fonte idroelettrica a 10 euro, mentre l’ultimo vende elettricità derivata da gas a 100 euro, entrambi gli acquisti vengono pagati a 100 euro. Ciò, ad esempio, spiega perché in Paesi come la Francia, dove gran parte dell’elettricità è di fonte nucleare, il prezzo è ugualmente alto come negli altri Paesi europei che invece bruciano gas o carbone.

Il prezzo del gas e del carbone è a sua volta determinato da tre fattori principali: l’offerta, la speculazione e il mercato della CO2, o European Trading System (ETS). Aumentare l’offerta senza intervenire sulla speculazione e sull’ETS non servirà a ricondurre il prezzo a livelli ragionevoli. I certificati di emissione vengono scambiati come se fossero delle merci vere e proprie, o meglio, si scambiano i loro derivati finanziari. Quando quest’anno l’UE ha abbassato la quota delle emissioni, ciò ha spinto in alto prima il prezzo del carbone e poi quello del gas. Il meccanismo speculativo ha trasformato un “normale” aumento dei prezzi in una spirale iperinflazionistica.

Il valore dei certificati di emissione è aumentato del 350% dal maggio scorso, e del 22% solamente nel mese di novembre, più di ogni altra “merce”, secondo quanto pubblicato il 2 dicembre da alcuni media statunitensi (classificati dalle élites come anti-establishment, complottisti e improntati a pessimismo economico) specializzati su argomenti di finanza e geopolitica. Questo ha, tra l’altro, fatto perdere ogni margine di guadagno alle raffinerie d’idrocarburi perché l’aumento dei prodotti al consumatore non basta a compensare quello dei certificati ETS, che è aumentato più velocemente. Per azzerare le perdite, le raffinerie sono costrette ad aumentare maggiormente il prezzo dei derivati del petrolio, con la conseguenza dell’aumento del prezzo delle merci e dei prodotti di tutti i settori che usano carburanti fossili. Uno dei fattori per cui il prezzo dei carburanti alla pompa non cala.

Allo scoppio della crisi finanziaria del 2008, le élites transatlantiche non hanno esitato a gettare dalla finestra l’ideologia neo-liberista e varare il più grande intervento pubblico della storia, con salvataggi bancari che hanno totalizzato, se si sommano tutti i rifinanziamenti, oltre 22.000 (ventiduemila) miliardi di dollari, come si evince dai dati di settore pubblicati. Ora, al contrario ed a muso duro, si rifiutano di farlo per salvare le famiglie e i settori produttivi.

[1]              Il future è un contratto derivato negoziato su mercati regolamentati mediante il quale acquirente e venditore si impegnano a scambiarsi una determinata quantità di una certa attività finanziaria o reale -detta attività sottostante- a un prezzo prefissato e con liquidazione differita a una data futura prestabilita. Se l’attività sottostante è una materia prima si sta parlando di “commodity future”. I futures nascono, inizialmente, con il fine di copertura di una posizione. Le grandi banche, così come i fondi d’investimento e le aziende, utilizzano questo strumento per coprire una posizione su un bene, appunto una materia prima con la quale lavorano. Per esempio, si pensi ad una compagnia petrolifera che ha acquistato 10.000 barili di petrolio. L’azienda, per coprirsi dal ribasso delle quotazioni, può vendere 10.000 contratti futures della commodity in oggetto (petrolio) in modo da tutelarsi su eventuali ribassi del prezzo del greggio. Anche se nascono come strumenti di copertura, i futures, purtroppo, sono altresì largamente utilizzati per fini speculativi.

[2]              In economia, il “costo marginale” misura il costo sostenuto dall’impresa per produrre un’unità aggiuntiva di un bene o per erogare un’unità maggiore di servizio.

(Fonte: Cronache Agenzia Giornalistica – News archiviata in #TeleradioNews ♥ il tuo sito web © Diritti riservati all’autore)

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