Rubrica “L’angolo dello psicologo”/Soffro perchè godo. Le radici del dolore mentale. Parte 1

Riprende la rubrica “L’angolo dello psicologo” con il dott. Ferdinando Bortone, ogni mese sarà pubblicato un numero in cui si parlerà di ansia, angoscia, dolore, attacchi di panico e depressione. Per questo numero il tema prescelto riguarda le radici del dolore.
È possibile, sulle varie tematiche, scrivere al dott. Ferdinando Bortone ,Neuropsicologo – Psicoterapeuta Psicoanalitico all’indirizzo [email protected]

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“Vorrei ma non ci riesco, non posso. Individualmente ciascuno di noi ha sperimentato tale vissuto d’impotenza almeno una volta nel corso della propria esistenza. Ma non è la singolarità dell’evento isolato ciò che può insegnarci qualcosa sulla natura del comportamento umano ed è per questo che volgiamo lo sguardo a quei casi, meno rari di come si possa immaginare, in cui questo stato di impossibilità diventa ragione di inciampo sul sentiero della vita di un uomo, impedendo di proseguire un percorso esistenziale soddisfacente. È in questi casi che ci troviamo al cospetto del dolore mentale: “dovrei essere laureato da due anni ma non riesco a studiare per l’ultimo esame perchè ho l’ansia”; “vorrei uscire di casa ma non ci riesco perchè non ho le forze e mi sento sola”. L’ansia, la solitudine, la tristezza, solo alcuni dei sentimenti che spingono le persone a varcare la soglia dello studio dell’analista, quanto ne consegue da tale dolore è ciò che in ambito prima medico e poi psicoanalitico definiamo sintomi. Freud affermava che il sintomo fosse un malfunzionamento, il segno e il sostituto di una soddisfazione pulsionale che non si è realizzata poichè inaccettabile per la nostra morale. Il lavoro dell’analista era teso a decifrare il sintomo per risolverlo e eliminarlo. Qualche anno dopo Lacan pur sostenendo la definizione freudiana affermava tuttavia che il sintomo non è un’anomalia. Il sintomo nella vita di un soggetto, nella sua struttura caratteriale, svolge una funzione, dunque non deve essere eliminato con leggerezza. In quanto appartenente alla dimensione del necessario, la soppressione selvaggia della formazione sintomatica determinerebbe una mutilazione dell’essere. In tal senso i sintomi sono delle soluzioni che difendono il soggetto dall’invasione del godimento. Perchè parliamo di godimento se è dolore che lamenta chi è portatore della sofferenza mentale? Il sintomo, nelle sue infinite forme, ci comunica che la persona dinanzi a noi continua a ripetere coattivamente un comportamento del quale non riesce a fare a meno e tuttavia non riesce a comprenderne il senso. Il godimento esprime un paradosso soggettivo: la soddisfazione nel dispiacere. È come se il soggetto affermasse «non ne posso più ma non ne posso fare a meno”. In questo solco emerge il genio di Freud che ci parla per la prima volta del significato simbolico dei sintomi psicologici in quanto sostituti di una spinta ad un soddisfacimento inaccettabile per la morale del soggetto. Quindi quando siamo dinanzi a chi prova dolore mentale è come se fossimo al cospetto di un moderno Sisifo condannato dalla propria (in)coscienza a spingere il masso su per la montagna, almeno fin quando qualcosa o qualcuno non induca il condannato a porsi una semplice ma fondamentale domanda: Perchè?”

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