S.Maria C.Vetere-Napoli. Pestaggi nelle carceri: news selezionate da ‘Cronache Agenzia Giornalistica’

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“Santa Maria C.Vetere: perche’ ci hai abbandonato?” – “Non sono stata io, lo ha fatto lo stato” 

“Amen?” –“No e nemmeno così sia. Mai più  sia così!” Alessandro Bergonzoni (La Repubblica)  

L’orrore e i troppi impuniti: parlano i detenuti picchiati

 

di Nello Trocchia – Il Domani

“Io non sono riuscito a vederli interamente i video, ho provato brividi. Ma quella scena dei detenuti che passavano sotto i cordoni mi ha impressionato. Successe anche a me, ma erano gli anni ottanta”, dice Pietro Ioia, garante dei detenuti di Napoli. “Non ho ancora capito come sono riuscito a salire, io non ce la facevo più a camminare. Non ho mai preso così tante botte in vita mia”, dice un ex detenuto che ha denunciato. “A me non sembra una cosa normale, dopo articoli, dopo denunce, che mio fratello sia rimasto nello stesso reparto con i suoi aguzzini per mesi. Come avrebbe potuto denunciare? Ha avuto paura di ritorsioni”, racconta il familiare di uno dei detenuti picchiati.

“Devono fare il presente altrimenti dimostreranno che l’omertà non gli è estranea”, dice Pietro Ioia, garante dei detenuti di Napoli. Il “presente” di cui parla è l’obbligo morale che gli agenti picchiatori, non ancora identificati, hanno nei confronti delle vittime e del paese: quello di presentarsi all’autorità giudiziaria e confessare la partecipazione alla mattanza.

Sono decine gli agenti, muniti di casco e non riconoscibili, che hanno partecipato al pestaggio del 6 aprile 2020 nel carcere di Santa Maria Capua Vetere. Fatti che hanno portato all’emissione di 52 misure cautelari, alla sospensione di 77 agenti in una indagine che coinvolge 117 persone. Identificare gli altri protagonisti del pestaggio di stato è una delle richieste che arriva dai detenuti e dai loro familiari. Ioia, un passato da narcotrafficante, pagato il suo conto con la giustizia, è diventato prima attivista e poi garante dei detenuti.

Poggioreale 30 anni fa – Per i familiari dei reclusi non è solo un riferimento, ma uno di loro. Uno che ha vissuto sulla propria pelle pestaggi simili a quelli ripresi dalle telecamere del carcere Francesco Uccella. Nudo e massacrato. “Io non sono riuscito a vederli interamente i video, ho provato brividi, non ho avuto il coraggio di arrivare alla fine. Ma quella scena dei detenuti che passavano sotto i cordoni mi ha impressionato. Ci sono passato anche io. Erano gli anni Ottanta, oltre trent’anni fa, amaramente dico, sembra non sia cambiato niente”. Erano gli anni della cella zero, di un carcere, quello napoletano di Poggioreale, dove agivano le squadrette e dove lo stato non controllava niente, nell’istituto di pena entrava di tutto: droga e armi. Nelle chat agli atti dell’inchiesta, gli indagati per il pestaggio nel carcere di Santa Maria Capua Vetere evocano proprio l’istituto partenopeo. Pasquale Colucci, dirigente aggiunto della polizia penitenziaria, oggi ai domiciliari, definisce la violenza camuffata da perquisizione straordinaria con un nome: “Il sistema Poggioreale”.

“Quando ti portavano in cella zero, ti aspettavano in quattro, cinque agenti e ti piegavano a forza di colpi. Quando nell’aprile dell’anno scorso il telefono ha cominciato a squillare, ho capito piano piano che era successo di nuovo e in maniera indecente”. Ioia e il garante regionale, Samuele Ciambriello, sono diventati destinatari di telefonate, audio e messaggi da parte dei familiari che raccontano quanto accaduto il 6 aprile. Così Ciambriello ha inviato, la sera dell’8 aprile, l’esposto alla procura dal quale è partita l’indagine. Tra le vittime denuncianti c’è anche un detenuto che lo scorso settembre aveva raccontato a Domani le violenze subite, ma soprattutto che aveva visto i video del massacro durante la sua testimonianza in procura.

La paura delle vittime – “Ho rivisto i video, ho provato di nuovo terrore. Ho rivissuto le violenze, la paura. In mezzo alle scale c’ero io che venivo massacrato, arrivavo dal passeggio, mi avevano già picchiato in ogni modo. Ad oggi non ho ancora capito come sono riuscito a salire, io non ce la facevo neanche a camminare. Non ho mai preso così tante botte in vita mia”, dice.

A settembre ci aveva raccontato l’interrogatorio davanti ai pubblici ministeri Daniela Pannone e Alessandra Pinto, la prima visione dei video, utile al riconoscimento degli agenti picchiatori. Ora l’inchiesta, coordinata dal procuratore Maria Antonietta Troncone e dall’aggiunto Alessandro Milita, ha riportato alla luce quelle immagini, sequestrate dai carabinieri e salvate ai tentativi di depistaggio. “Aspettiamo il processo per costituirci parte civile, chiederemo i danni allo stato per quello che abbiamo trascorso. La cosa che però io cerco, oltre alla giustizia, è un lavoro perché non voglio sbagliare più”, conclude. Non tutti i detenuti vittime hanno denunciato, ma dopo la pubblicazione dei video da parte di Domani, ci hanno scritto perché hanno riconosciuto figli, mariti, padri, cari.

“Io ho rivisto mio fratello, era nell’area socialità, dove solitamente vanno per scambiare una chiacchiera, giocare a biliardino, invece l’hanno devastato di botte, ma non ha denunciato”, ci racconta il congiunto di un detenuto che deve finire di scontare la sua pena in carcere. È ancora lì al reparto Nilo, luogo del pestaggio. “A me non sembra una cosa normale, dopo articoli, dopo denunce, che mio fratello sia rimasto nello stesso reparto con i suoi aguzzini per mesi. Come avrebbe potuto denunciare? Ha avuto paura di ritorsioni. Non voleva neanche parlarne, raccontava solo di un recluso sfasciato di botte. Io provo rabbia e schifo, siamo una famiglia di lavoratori, mio fratello sta pagando la sua pena, ma non siamo abituati al carcere. Questa storia ci ha segnati. Ci costituiremo parte civile, ma vogliamo giustizia e che chi ha sbagliato lasci la divisa. Non sono agenti, hanno fatto cose bestiali”, conclude. I familiari temono che sulla vicenda possa cadere il silenzio.

Un altro detenuto, presente quel 6 aprile, ricorda la storia di Lamine Hakimi, il giovane algerino, picchiato e portato, senza ragioni, in isolamento, lasciato senza farmaci, morto dopo aver assunto un mix di oppiacei. “Ho visto le manganellate che gli hanno dato, ero lì. Era un ragazzo malato (affetto da schizofrenia, ndr), non doveva stare in carcere nelle sue condizioni. Invece, come noi, ha vissuto l’inferno prima di morire. Ho ancora gli incubi, ma non ho denunciato”, ci racconta un altro ex detenuto. Altri, invece, hanno deciso di raccontare tutto. Sono 77 i reclusi che sono stati ascoltati dalla procura contribuendo alla ricostruzione dei fatti e al riconoscimento degli agenti, anche se molti poliziotti penitenziari restano ancora impuniti e senza volto.

Napoli. Cella zero, sui pestaggi a Poggioreale l’ombra della prescrizione

(di Viviana Lanza – Il Riformista)

La prescrizione rischia di abbattersi sul processo per i presunti pestaggi avvenuti tra il 2012 e il 2014 nella “cella zero”, l’unica non numerata, la più temuta del carcere di Poggioreale secondo il racconto di quattro ex detenuti che anni fa denunciarono di aver subìto botte e umiliazioni nel grande penitenziario cittadino. Il processo sui fatti di “cella zero”, avviato a dicembre 2017, non ha avuto un iter molto spedito e in questo anno e mezzo di pandemia è stato caratterizzato da una serie di rinvii che hanno diluito ancor di più i tempi del dibattimento. Dodici agenti della polizia penitenziaria, all’epoca in servizio a Poggioreale, sono imputati a piede libero. Il prossimo appuntamento in aula è previsto per il 16 settembre: bisognerà ascoltare ancora altri testimoni, valutare indizi e trovare riscontri alle testimonianze e alle varie versioni agli atti. Il momento della sentenza, dunque, non è imminente, il che inizia a far delineare la possibilità che alcuni dei reati contestati possano andare in prescrizione.

Due tesi a confronto nel processo, accusa e difesa: da una parte gli agenti della polizia penitenziaria che respingono le accuse di violenza, dall’altra parte quattro ex detenuti e la moglie di un quinto che circa sette anni fa denunciarono i presunti pestaggi in carcere. Tra coloro che hanno raccontato le torture di “cella zero” c’è Pietro Ioia, attuale garante dei detenuti di Napoli ed ex detenuto. Nei racconti di chi ha denunciato, “cella zero” è descritta come un luogo di torture, di umiliazioni e violenza. Oggi, a Poggioreale, quella stanza di punizioni non c’è più, ma nella ricostruzione al vaglio dei giudici che scava nel passato del carcere cittadino “cella zero” sarebbe una stanza spoglia, spesso imbrattata di sangue, al piano terra, non numerata, arredata con un letto ancorato con le viti al pavimento e lenzuola di carta. Lì si finiva rinchiusi per punizione o con un banale pretesto. “Verso le 22 e 30 ero fermo accanto alle sbarre della cella quando un assistente della polizia penitenziaria, addetto alla sorveglianza del piano, si avvicinò a me e in dialetto napoletano disse: “Tu hai detto che voglio fare il guappo”.

Fu il pretesto per condurre il detenuto “in una saletta senza arredi”. “Mi fecero spogliare, mi fecero togliere anche gli indumenti intimi – si legge nel racconto agli atti del processo – e in tre iniziarono a picchiarmi, a insultarmi e a farmi eseguire flessioni sulle gambe”. Diversamente da quanto sta accadendo in questi giorni nell’ambito dell’inchiesta sui pestaggi nel carcere di Santa Maria Capua Vetere, le accuse relative ai fatti di “cella zero” non sono sostenute anche da filmati delle telecamere del circuito di videosorveglianza per cui il confronto tra accusa e difesa si fonda principalmente sulle testimonianze.

 

L’indagine, nata dalla denuncia dell’allora garante regionale dei detenuti Adriana Tocco e del Carcere Possibile, la onlus della Camera penale di Napoli impegnata per la tutela dei diritti dei reclusi, fu lunga e complicata, i pm conclusero la fase preliminare chiedendo il rinvio a giudizio per i dodici agenti e l’archiviazione per altri otto. Cinque gli episodi di presunti pestaggi al cuore delle accuse. Nel processo i capi di imputazione spaziano, a vario titolo, dall’abuso di potere nei confronti di persone detenute a maltrattamenti. Una violenza con cui si sarebbero regolati i rapporti tra detenuti e guardie carcerarie, sguardi o parole di troppo. Una violenza che mostra il lato più critico e fallimentare dell’istituzione carcere.

(Fonte: Cronache Agenzia Giornalistica – News archiviata in #TeleradioNews ♥ il tuo sito web © Diritti riservati all’autore)

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