La Novella, Allegra

Alle nostre madri: senza di esse non saremmo state così… E noi, cosa siamo diventate noi? Le prime della classe, come Allegra…

di Bianca Sannino

Simpatico il nome che mi ha dato mio padre. Un nome beneaugurante, foriero di gioia e spensieratezza. Quando sono nata, guardando quella batuffolosa bambina bruna che faceva già tante smorfiette simili a sorrisi, mio padre decise che io ero Allegra.

Mia madre invece storse il naso, prima perché ero femmina, poi perché di allegro in me non vedeva proprio niente. Lei avrebbe preferito avere un maschio, sapeva che le femmine nella famiglia di mio padre, un facoltoso commerciante della mia città, non avrebbero avuto vita facile e di gioiosa per loro si prospettava solo l’infanzia.

Poi ci sarebbero stati obblighi e adempimenti familiari: sposare l’uomo che avrebbero scelto per me, contribuire all’ampliamento economico dell’azienda di famiglia, fare figli e stare zitta.

I primissimi anni della mia fanciullezza li ricordo come un sogno, ero la bambola adorata di papà, il suo bel trofeo da portare in giro, la sua adorata principessa. Mia madre mi accudiva distrattamente e la sua distrazione aumentò in maniera via via crescente quando si accorse di essere rimasta incinta, sperava questa volta di avere un maschio a cui potersi dedicare in maniera totale.

Il giorno in cui nacque mio fratello, un bellissimo bambino biondo e paffutello, lo ricordo benissimo. La mia casa era una tutta una festa, gente che andava avanti e indietro, telefonate, fiori. Era nato l’erede, colui che avrebbe tramandato il nome e sicuramente fatto progredire ancora di più gli affari.

Io da brava sorella maggiore ero a bada di quella culla, orgogliosa del suo contenuto, mi sentivo parte integrante di quella allegria, ma mi sbagliavo di grosso. Il mio sorriso si smorzò di colpo dalle mie labbra quando mi accorsi che mia madre non aveva occhi che per quel bambino, lo teneva sempre in braccio, si trastullava con lui come se fosse stato un bambolotto.

Io ero affidata alle cure della tata, non esistevo più e di lì a poco un altro grande dolore si affaccio alla mia non più allegra faccina. Mio padre partì per il sud America. Aveva cominciato degli affari laggiù e dovette partire per un lunghissimo periodo. Era la fine degli anni ’50, gli anni del boom economico, della ripresa del nostro paese e gli uomini più intraprendenti seppero sfruttare il momento. Per la mia famiglia fu un grande colpo di fortuna, per me l’inizio della fine.

Mio padre ritornò in Italia vari anni dopo, quasi non lo riconoscevo. Era abbronzato, dimagrito e sembrava aver acquisito l’accento sudamericano. Aveva imparato a fumare il sigaro, portava sempre dei mocassini che faceva fabbricare laggiù, con un pellame particolare diceva, molto morbido preso dalle mucche di cui l’Argentina era famosa.

Mi era diventato estraneo, mi guardava con occhi indagatori. Guardava con sospetto la mia passione per la lettura. Avevo cominciato da poco le scuole medie ed ero la prima della classe. Mia madre dovette dirglielo, dovette informarlo che a scuola ero particolarmente brava, che gli insegnati vedevano per me già un futuro diverso da quello di molte donne dell’epoca destinate a diventare uteri da cui sfornare figli.

Cominciò ad accompagnarmi ogni giorno a scuola, sospettoso e cattivo. Quando non poteva, mandava l’autista col suo macchinone nero. Mi imbarazzava arrivare a scuola così, mia madre mi aveva iscritto in un istituto religioso molto prestigioso, frequentato dai figli della borghesia facoltosa, non ero l’unica ad arrivare con l’autista, ma a me questa cosa non andava. Mi sentivo umiliata, controllata, spiata.

All’inizio a dire il vero avevo scambiato tutta quelle attenzioni come amore, come bisogno di protezione. Ben presto scoprii che mio padre aveva paura che gli sfuggissi di mano, che diventassi una persona pensante, una donna pensante e per di più colta.

All’inizio della terza media, senza neppure avvisarmi mi ritirò dalla scuola nonostante le stupite proteste dei professori e i miei pianti disperati.

Mi tenne in casa, sorvegliata a vista. Potevo leggere solo di nascosto, la lettura era proibita, era fonte di deviazione.

Caddi in uno stato di prostrazione profonda e fu allora che decisi di mettere in pratica il mio piano.

Era al contempo la mia vendetta e la mia fuga. Non potevo sapere, però, che era anche la mia trappola e la mia espiazione.

Bianca Sannino, docente appassionata nella scuola statale italiana, vive e insegna a Portici da più di vent’anni.

Dopo aver attraversato perigliosi mari in vari ambiti e settori ed essersi dedicata alla redazione di libri saggistici e specifici del settore dell’insegnamento, esordisce oggi nel genere novellistico.

 Due lauree, corsi di specializzazione, master non sono bastati a spegnere la sua continua, vulcanica e poliedrica ricerca della verità. 

Da sempre, le sue parole che profumano di vita e di umanità, arricchite dalla sua esperienza e sensibilità, restituiscono delicati attimi di leggerezza frammisti a momenti di profonda riflessione.

Nel 2021 inizia la collaborazione con LoSpeakersCorner.

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