IL MEGLIO ( secondo me) da “Il FATTO QUOTIDIANO”

Il destino dell’Italia è nelle mani (bucate) di Comuni e Regioni

Il destino dell’Italia è nelle mani (bucate) di Comuni e Regioni

I rischi dell’inefficienza di Antonello Caporale

Su quanti mani è stata poggiata la lastra di travertino con il nome sbagliato dell’ex presidente Ciampi? Oltre lo scalpellino, quanti occhi (gli addetti alla toponomastica del comune di Roma e del servizio del Cerimoniale) hanno visto e non hanno corretto l’errore (Azelio anziché Azeglio) prima che l’evento (l’intitolazione di uno slargo) finisse sepolto dall’imbarazzo? La vicenda romana è simbolo perfetto del grado di irresponsabilità di cui la burocrazia dà prova – nell’alto come nel basso della sua struttura – ed è il termometro di quale avventuroso cammino stiamo progettando nella messa a rete (a terra!) dei 209 miliardi del Recovery. Un fiume di danaro, una piena mai vista che dall’imbuto nazionale defluirà impetuosa – da questa estate e per i prossimi sei anni – nelle scodelle bucherellate di Regioni e comuni, i soggetti attuatori del grande piano di ripresa e resilienza.

Ad oggi sono 1083 i municipi in dissesto o pre-dissesto su un totale di 8389. Uno su otto. Il default è la certificazione di un malgoverno che spesso attraversa più mandati elettorali, coinvolge un nugolo di sindaci e assessori anche di parti politiche avverse, poggia le sue credenziali su opere faraoniche, investimenti poi rubricati come non sostenibili, mozziconi di appalti convertiti in controversie infinite, per non dire di quelli truccati o gonfiati. Finora lo Stato ha coperto con oltre undici miliardi di euro (dal governo Monti in avanti) le voragini che via via si sono fatte più estese e – complice il Covid – ora sono al livello di una mostruosa frana che incombe.

Gli appalti finiti spiaggiati nella inconcludenza documentano l’incapacità dell’amministrazione a far fronte ai suoi doveri. Questo è il cappello sotto al quale la palingenesi curiosamente sembra già nelle cose, miracoloso e istantaneo effetto collaterale dell’età di Mario Draghi. La vicenda giudiziaria di Lodi, i cui esiti sono stati al centro della cronaca, nasce per esempio proprio dalla necessità del sindaco Uggetti (arrestato, condannato in primo grado per turbativa d’asta e poi assolto in appello) di porre una toppa al buco di bilancio provocato da un azzardo che il suo predecessore, l’attuale ministro della Difesa Lorenzo Guerini, decise: costruire un grande impianto sportivo con tre enormi piscine. Due avevano retto ai costi della gestione. La terza no. Cinquecentomila euro di perdita il primo anno. Trecentomila il secondo. Una cifra che da sola, se il comune non avesse potuta coprirla con un mutuo, rischiava di bruciare il bilancio comunale. Da qui la toppa (affidamento anche di questa a un privato) peggiore del buco come poi si è visto. E fino all’anno scorso solo di debiti fuori bilancio, uscite cioè non previste né iscritte a ruolo (e parliamo solo di una parte del deficit complessivo), i comuni italiani ne avevano per due miliardi e mezzo. Un mare di fatture non saldate. Da sud a nord ci sono città metropolitane in coma finanziario e con una burocrazia ormai collassata, sfarinata, senza cuore e senza testa.

Napoli, per esempio, come potrà gestire le somme che pure le verranno associate in qualità di capitale del Mezzogiorno se i suoi uffici non riescono più a far di conto, i suoi tecnici a governare i progetti, i suoi ragionieri a tenere corrette le entrate e uscite? Buco miliardario sotto al Vesuvio – veleggiamo nel conto triste di tutti i debiti accumulati al di là dei tre miliardi e cinquecento milioni di euro – e marmellata di decreti ingiuntivi notificati al palazzo del Comune. E sotto l’Etna, con Catania, centro nevralgico della Sicilia, c’è un altro pezzo di Stato in agonia. Centinaia di milioni di euro. Il ponte sullo Stretto, oggi di nuovo di moda, dovrebbe vedere l’attiva partecipazione delle due città chiamate a sorreggerlo: Reggio Calabria e Messina, ambedue in odore di default. E Foggia, Pescara, Terni, Lecce, Alessandria, Brindisi e gli altri mille luoghi e casi di finanzia allegra? Che si fa con questi municipi? Si commissaria mezzo Paese? E con chi? Quali sono le energie vitali, i sostituti degni, i commissari ad acta? La centralizzazione delle opere, e il suo monitoraggio, lo smistamento delle risorse, il rendiconto quotidiano di ciò che si fa e di quanto resta da fare, costringe palazzo Chigi ad arruolare 550 manager e 24 mila contrattisti destinati ai ministeri centrali per irrobustire la struttura operativa. Ma al primo giro di boa, il concorso per l’assunzione a tempo di 2800 figure specializzate nella contrattualistica e nella ragioneria, il primo splash: la metà dei posti messi a bando è andata deserta e il ministero della Pubblica amministrazione si è trovato costretto a rinnovare l’avviso pubblico. Chi guiderà, gestirà, controllerà l’altra Italia se lo stesso ministro Renato Brunetta ha iniziato ad alzare bandiera bianca: “Temo che non troveremo decine di migliaia di professionisti”, ha detto. Chi registrerà in Calabria, che ha il 70 per cento dei comuni in crisi finanziaria, il flusso del denaro in arrivo? Un nuovo generale Figliuolo? E quanti Figliuolo servirebbero?

Dunque: Recovery fund o Recovery splash? Nel decreto semplificazioni, accantonata per fortuna la norma suicida dell’affidamento dei lavori al massimo ribasso, è stato reintrodotta la possibilità di costruire con il cosiddetto appalto integrato. La pubblica amministrazione può affidare la progettazione alla stessa ditta che si aggiudica l’appalto. La storia di questo particolare affidamento, che ripone straordinaria fiducia nella correttezza dell’appaltatore, introdotto e poi revocato più di una volta, è che in questo modo i lavori invece che essere più spediti crudelmente rallentavano e lo Stato, invece che padrone dell’opera, diveniva ostaggio dell’appaltatore, al quale aveva appunto delegato con la progettazione ogni controllo. Subiva continue richieste di variazioni, conseguenti aggiornamenti dei prezzi, lievitazione dei costi e allungamento dei tempi. L’appalto integrato fu abolito nel 1993 con Mani pulite, poi reintrodotto dal governo Berlusconi, poi di nuovo abolito da quello Renzi.

Oggi si riesuma ciò che abbiamo seppellito fidando nella dea bendata. Come se il Recovery fosse una mistura miracolosa, dose straordinaria di fede nelle meraviglie del mondo che verrà.

Ma mi faccia di Marco Travaglio 

 

Cosa ci mettono. “Sì al mix di vaccini. Draghi ci mette il braccio” (Libero, 19.6). “Quella decisione di offrire il corpo” (Repubblica, 19.6). Loro invece offrono la lingua. E meno male che i vaccini non si fanno sul gluteo.

Minzolingua. “Travaglio… patacca del giornalismo… si diletta a leggere il casellario giudiziario tranne il lungo capitolo dedicato a lui alla voce ‘diffamazione’” (Augusto Minzolini, neodirettore del fu Giornale, 16.6). Il mio lungo capitolo consta di una multa di 1000 euro per aver diffamato Previti (reato tecnicamente impossibile). Il suo, oltre alle diffamazioni e a un abuso d’ufficio prescritto, consta di una condanna a 2 anni e mezzo per peculato per aver derubato la Rai di 65 mila euro di spese ingiustificate in 18 mesi. Peculate, peculate, qualcosa resterà.

Povera stella. “Da due anni Cesare Battisti è detenuto in regime di alta sorveglianza, di fatto in isolamento… Lo Stato italiano non sembra avere per Battisti un’urgenza di giustizia bensì un’urgenza di vendetta. Nulla giustifica l’alta sorveglianza per un uomo quasi settantenne condannato all’ergastolo per omicidi commessi più di quarant’anni fa” (Mattia Feltri, Stampa, 18.6). È solo un pluriassassino sfuggito alla giustizia per 36 anni: perché mai sorvegliarlo?

Slurp. “Mario Draghi. Il ritorno del Cavaliere Bianco” (titolo del libro di Roberto Napoletano). “Draghi, il tecno-politico che può cambiare tutto. Per il suo ‘realismo realizzatore’ l’autore accosta la figura del premier a quella di De Gasperi. ‘L’ex presidente Bce è un ammaliatore, in dieci minuti può sfilare i calzini a chiunque senza togliergli le scarpe’” (Messaggero, 17.6). Un po’ come quei giornalisti che riescono a leccarti il culo senza toglierti le mutande.

Slurp al quadrato. “C’è ancora un Cavaliere nel destino dell’Italia… Un nuovo De Gasperi?… L’esperienza del governo Draghi potrebbe davvero segnare un nuovo Rinascimento per la Politica italiana” (Renato Farina, Libero, 18.6). Betulla lecca Napoletano che lecca Draghi: cercasi volontario che lecchi Betulla.

Stampa di destra. “Virus, spie e vaccini. Un’operazione di intelligence. Non per spiare le basi Nato ma per ottenere tutti i segreti sul Covid e sul modo di contrastarlo. Ecco come la missione ‘Dalla Russia con Amore’ ha permesso al Cremlino di difendersi dal virus e realizzare di corsa Sputnik-V. Ingannando il governo italiano” (Repubblica.it, 17.6) “I russi hanno capito come fermare il Covid studiando Bergamo. Com’è nato lo Sputnik V” (Libero, 18.6). “‘Repubblica’ spara a zero su Conte: ‘Favorì Putin, ora indaghi il Copasir’” (Giornale, 18.6), Uahahahahahah.

Trova le differenze. “Giù la mascherina” (Giornale, apertura di prima pagina, 18.6). “Stop mascherine all’aperto” (Repubblica, apertura di prima pagina, 18.6). Finalmente è rinata “La Padania”.

Il Grillo (non) parlante. “M5S, Grillo pone il veto sul doppio mandato. Per Conte strada in salita sul nuovo statuto” (Repubblica, 9.6). “Pechino fa litigare Grillo e Conte: ‘Giuseppe si sta allargando’” (Foglio, 17.6). “Sfida finale tra Conte e Beppe per prendersi i 5S” (Giornale, 17.6), “Lo statuto di Conte emargina Grillo: non deciderà la linea. Rabbia del comico, che dice di non essere disposto a un ruolo fantasma” (Stampa, 18.6). “Conte fa fuori Grillo (che è furioso)” (Libero, 18.6). “Guerra aperta Conte-Grillo” (Giornale, 19.6). “M5S, alt di Grillo a Conte: ‘Non voglio una mini-Dc. Mi vuoi esautorare? Non permetterti, sai…’” (Messaggero, 19.6). “Statuto, Grillo deluso da Conte”, “Cina e statuto, Grillo contro Conte” (Repubblica, 19.6). Accipicchia quante cose dice Grillo da quando ha smesso di parlare.

Radicali liberi. “Per riformare la giustizia ci vuole uno come Salvini. Il leghista è coerente… Avevo Padellaro del Fatto e la Lezzi ex M5S con gli occhi sbarrati, come se avessi detto bestialità” (Gaia Tortora, vicedirettrice Tg La7, Libero, 14.6). Già, proprio come se.

Next Rigeneration. “Sono rigenerato, ho ritrovato il sorriso. Berlusconi mi ha telefonato l’altra sera per darmi il benvenuto” (Marcello De Vito, presidente Consiglio comunale di Roma, ex M5S ora FI, Foglio, 18.6). Nel club degli imputati. Sono soddisfazioni.

Il titolo della settimana/1. “Draghi, arriva il plauso del Financial Times” (Claudia Fusani, un’intera pagina del Riformista, 18.6). Ma tu pensa.

Il titolo della settimana/2. “La libertà di licenziare non sarà un catastrofe” (Foglio, 14.6). Per chi licenzia, no di sicuro.

Il titolo della settimana/3. “L’India chiude il caso dei Marò. Le mogli: ‘Carne da macell’’” (Giornale, 16.6). I due pescatori indiani, ovviamente.

Il titolo della settimana/4. “Uccide anziano e due bimbi senza motivo” (Libero, 14.6). Strano, di solito hai sempre un sacco di validi motivi se uccidi un anziano e due bimbi.

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“Salario minimo e reddito, i diritti vanno rafforzati”

“Salario minimo e reddito, i diritti vanno rafforzati”

Il presidente della Camera di Luca De Carolis | 21 GIUGNO 2021

Doveva candidarsi come sindaco di Napoli, la sua città. E invece nulla. Temeva la sfida?

No, è stata una scelta di lealtà. Ho accarezzato l’idea di candidarmi, perché amo la mia città. Ma la politica è servizio e non posso dimenticare i miei doveri come presidente della Camera e il rispetto per le istituzioni.

Cosa vede dalla sua postazione? I diritti sociali, partendo da quello al lavoro, sembrano traballare.

Non penso che i diritti stiano vacillando adesso. Su temi come la sicurezza del lavoro si discute da tempo, ma è evidente che si deve fare di più, per arrivare a una situazione degna di un paese civile.

Nel concreto?

I diritti vanno rafforzati, e in quest’ottica è fondamentale il salario minimo. È una misura che non toglie a chi fa i contratti, ma che dà più tutele ai lavoratori.

Lei parla di tutele, ma il governo non vuole prorogare il blocco dei licenziamenti.

Io sono favorevole alla proroga del blocco, ma senza strappi. Bisogna confrontarsi e tenere conto della situazione esistente.

La proroga non ci sarà. E il reddito di cittadinanza è sotto attacco, no?

Il reddito di cittadinanza non va solo difeso, ma rilanciato. Possiamo facilmente immaginare cosa sarebbe successo durante la pandemia se non ci fosse stato. È ridicolo sentire che non si trovano dipendenti a causa di questa misura. Piuttosto, i lavoratori chiedono il rispetto dei diritti e una giusta retribuzione.

Ma sulla creazione di posti di lavoro non ha funzionato come doveva.

La misura si può certamente migliorare. Ma chi va contro il reddito di cittadinanza va contro le tante persone in difficoltà.

Mario Draghi ha chiamato come consulenti per la politica economica esperti iper-liberisti. Il governo sta prendendo una rotta che porta a destra?

Non vedo questo rischio. La politica di questo esecutivo è di carattere espansivo, non possiamo basarci sui nomi. Dopodiché ci sono priorità come il Sud e i Comuni, che hanno bisogno di tecnici in grado di elaborare i progetti per utilizzare al meglio i soldi del Pnrr.

Draghi sta svuotando i partiti e in generale la politica, debolissima: giusto?

Non è lui a svuotare i partiti. La loro crisi è iniziata molto tempo fa, e il Movimento è nato anche per rispondere a questo.

Anche il M5S ormai è un partito.

Il Movimento sta facendo un percorso, e sta cambiando tante cose. Ma i nostri principi devono restare.

Vi state adeguando a tutto, per mantenere poltrone e posti di governo. O no?

Noi siamo la prima forza in Parlamento, e nel 2018 abbiamo deciso di iniziare un quinquennio al governo. Ci siamo assunti le nostre responsabilità, e prima di farlo abbiamo sempre consultato gli iscritti. Per questo abbiamo dato vita a diversi governi, tra cui uno anche con la Lega.

Ora arriverà il capo Giuseppe Conte con pieni poteri. E pare che Beppe Grillo sia in sofferenza. Conferma?

Conte sarà il leader del M5S e Beppe resta il Garante. Non mi sembrano affatto in contrapposizione. C’è una squadra che sta lavorando. E se c’è un po’ di discussione non può che fare bene.

Buona parte del Pd non vuole l’accordo con il M5S.

È normale che ci sia dibattito in una forza politica. Mi stupirei del contrario.

La strada del Movimento ormai è nel centrosinistra?

Il M5S deve essere autonomo, con i suoi principi e i suoi valori. Dopodiché questa visione di società forse è più semplice da declinare nel centrosinistra.

Di Maio ha rilanciato su Chiara Appendino: “Alla sua esperienza si deve dare continuità”. Lei come vedrebbe una sua ricandidatura a Torino?

Penso che Chiara sia stata un’ottima sindaca e di certo sarebbe bello dare continuità all’esperienza amministrativa di questi anni.

Rito funebre. Quel narcisismo fuoriluogo dell’ultimo saluto: “Io lo conoscevo bene…”

Una volta era il lamento funebre. Oggi è l’esibizionismo. Lo so, l’argomento non è allegro ed è pure urticante. Però va affrontato, perché infine le culture dei popoli da questi riti passano: matrimoni e funerali (più frattaglie: diciott’anni, feste di laurea, ecc.). Nell’antichità il lamento funebre era addirittura un’arte, e le virtù del morto ne erano l’essenza. C’era persino un rituale del pianto. Ernesto de Martino, grande antropologo, ce ne ha consegnato una storia affascinante, con tanto di studio del pianto di Maria. Il lamento generò pure una musica colta, entrata a buon diritto nella storia della musica.

Le forme cambiano. Con il passar degli anni mi vado rendendo conto che c’è però una sostanza diversa e perfino perversa (mi si passi l’aggettivo) nel modo in cui salutiamo i nostri amici. L’idea di dovere dare un senso corale e “partecipato” alla cerimonia, soprattutto – ma non soltanto – nella sua variante laica, scatena infatti il vezzo autobiografico dei presenti. Si dovrebbe parlare di chi non è più con noi e invece si parla prevalentemente di se stessi. L’ultimo saluto diventa un pretesto per infliggere ai presenti proprie memorie che altrimenti nessuno ascolterebbe.

C’è una formula rituale, ovviamente, visto che di rito si tratta. Ed è l’incipit: “Io l’ho conosciuto quando… (o quella volta che)”. E da quell’ “io” non ci si smuoverà più. “Ero andato a Parigi mandato dalla mia azienda…”, “Avevo deciso di andare a quella manifestazione…”, “Me lo presentò Giovanni Rossi con cui avevo l’abitudine di frequentare il ristorante Esposito…”. Naturalmente c’è il passaggio di cortesia su colui che dovrebbe essere ricordato: “Lo vidi e mi fece subito una impressione positiva, ci piacemmo, ricordo la sua stretta di mano (o il suo sguardo diretto)”. Poi si torna all’autobiografia. “Erano tempi in cui i giovani come me si chiedevano….”. “Lo incontrai di nuovo due anni dopo. Ricordo che quella volta era con la Lilli” (se la Lilli è presente si commuove e fa un cenno di sì con la testa; tutti sono contenti di avere una notizia privata in più su due dei presenti).

Poi c’è la digressione sulle idee del morto, ma solo per parlare delle proprie: “Lui era convinto che la strategia che perseguiva l’azienda (o il partito, o l’associazione, o lo studio professionale) fosse quella giusta. Io invece avevo dei dubbi. E, data l’amicizia che ci legava, glieli esponevo con franchezza. Una volta mi disse: ma lo sai che hai ragione?”. C’è naturalmente anche la variante generosa: “Oggi però penso (sempre io) che avesse ragione lui.”

Il rito prevede anche che ci sia qualcuno disposto a dissacrarlo, generando un altro rito minore. È quando bisogna tirare le orecchie al morto. “Perché, diciamocelo, visto che è ancora qui con noi: Giovanni era un incazzoso”. “Incazzoso” è la parola fuori dal coro, che sconvolge apparentemente gli stilemi. Ma piace a tutti. Una corrente elettrica sembra passare per gli astanti, contenti di essere amici trasgressivi di una persona trasgressiva. Chi non ricorda il morto essersi arrabbiato di brutto almeno quella volta o più volte? Al suono della parola magica tutti si danno di gomito sorridendo e annuendo: “Oh quanto era incazzoso il Giovanni, te lo ricordi quella volta?”. E nella folla grande o piccola presente è tutto un fluire di ricordi propri.

Né mancano la campagne elettorali abusive: “Sono convinto che oggi, con questa situazione, voterebbe la lista dei pincopallini”. Il morto naturalmente non può reagire, né può dire “ma chi t’ha chiesto niente”. Il pubblico commiato finisce con i saluti ai parenti più stretti, verso i quali quasi tutti affettano frequentazioni semisecolari. Come ha fatto bene la diocesi di Milano: spiacenti, alla fine della messa un solo discorso. Consiglio non richiesto: però, per favore, occhio anche a quello.



(Fonte: Cronache Agenzia Giornalistica – News archiviata in #TeleradioNews ♥ il tuo sito web © Diritti riservati all’autore)

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