L’angolo della lettura. ‘Angela’: toccante novella di Bianca Sannino

 Alle nostre madri: senza di esse non saremmo state così… 

E noi, cosa siamo diventate noi? Le prime della classe, come Angela…

Sono nata dall’incontro infelice di due esseri che non si conoscevano affatto, che dicevano di amarsi, ma che di amore non ne conoscono neppure la forma più semplice, seppure la più difficile: quella verso se stessi.

Sono nata alla fine degli anni Sessanta, in un periodo in cui, molti del mio paese, uno di quelli del profondo sud, emigravano, emigravano verso paesi che potevano dare loro una possibilità di riscatto.

Mio padre era uno di quelli, doveva riscattarsi dal suo passato e dal suo presente, prese con sé una moglie bambina, una valigia piena di sogni e partì, ritornando a casa solo quando poteva essere lui il padrone, il padrone di quella terra che lo aveva fatto tanto soffrire.

Fui concepita in quella terra straniera e conservo di essa, dell’energia che in qualche modo viene trasmessa a chi nasce alla vita per la prima volta, tutto il rigore, la precisione, lo spirito di abnegazione caratteristici dei popoli che vi abitano.

Strano il destino mio, quando tornata nella terra dei miei genitori non mi sono più sentita parte di essa, troppo diversa, troppo distante. Ho vissuto nella mia stessa famiglia da estranea, non riconosciuta dai miei fratelli come una di loro.

Degli anni trascorsi in quel freddo paese del nord non conservo nessun ricordo cosciente, solo nei sogni mi appaiono volti, luoghi e situazioni, che sono convinta di aver realmente vissuto lassù.

Quando ritornammo a casa ero diventata la principessa di tutta la famiglia, ero una bambina che tutti ammiravano: sana, bella, forte, con una intelligenza sopra la norma, con spiccate doti artistiche, che mi avrebbero poi condotto alla mia futura professione. Una sola persona non era totalmente soddisfatta di me, quella a cui tenevo di più e che ho più amato, quella a cui sono rimasta sempre attaccata e che non ho mai tradito, nonostante la tragedia in cui ha precipitato tutta la nostra famiglia: mio padre.

Mio padre non aveva accettato che fossi femmina. Alla fine del ventesimo secolo, nonostante tutti i cambianti sociali non poteva accettare che una femmina dovesse poi un giorno ereditare quel piccolo impero che piano piano stava costruendo. Non gli bastò neppure il fatto di averlo avuto poi un maschio, partorito da quella moglie bambina che regrediva sempre più in proporzione alla crescita sociale ed economica del marito.

La mia disgrazia è stata quella di essere irrimediabilmente come lui, ero identica nella versione femminile.

Quando guardo le mie mani, grandi, ossute, virili, mani da uomo, mani di chi ha lavorato, e duramente, penso come sia possibile ciò.

Io che non ho mai lavorato materialmente, che ho solo toccato penne, pennelli, colori, libri, come è possibile che abbia queste mani, sono il mio cruccio, me le curo fino alla paranoia, sono le sue mani, come suoi sono i miei occhi, profondi, neri, capaci di penetrare nella mente e nel cuore della gente. Io sono lui nel corpo e nella mente, ma nel cuore no, nel cuore sono diversa ed è per seguirlo che ho intrapreso la strada che mi ha condotto fino a qui.

Il viaggio è stato duro, irto di difficoltà, ma oggi posso affermare di essere diversa, di non dover più essere in competizione né con me stessa né con il mondo. Non devo più lottare per essere la prima della classe, per essere sempre all’altezza della situazione.

Per circa dieci anni della mia vita sono vissuta da nomade, saltando da una città all’altra come un saltimbanco. Mio padre mi portava sempre con sé nei suoi giri come piazzatore di bigliardini e slot machine nei bar. È stata una vita raminga, vissuta come un maschiaccio, capelli corti, occhi vispi, imparavo la vita vera, quella di strada, fatta di maniere spicce, ma al contempo furbe e manipolatorie.

La sera quando tornavamo a casa, stanca morta mi addormentavo in macchina, mio padre portava sempre una copertina ed un cuscino sul quale io potessi poggiare la testa. Lo ricordo ancora quel cuscino, spesso si ricopriva di lacrime, che io inconsapevolmente versavo nel sonno. Mia madre aveva appena la forza di ribellarsi a questa situazione, mi chiamava vastava, che nel dialetto della mia terra significava selvaggia, senza regole.

E così sono cresciuta, le regole me le davo da me, ero già indipendente e a dieci anni gestivo un bar, che mio padre aveva intanto acquistato, primo scalino di un fortunato percorso imprenditoriale che lo portò nel giro di pochi anni ad acquisire tutto il paese nel quale abitavamo.

Proprio allora però decise che dovevo divenire una signorina perbene, mi mandò in una scuola fissa, mi fece iscrivere ad un corso di basket (la danza non era per me) e mi obbligò a non uscire senza essere accompagnata. Era il periodo dei rapimenti ai danni dei figli di gente facoltosa, nella zona eravamo in vista e un po’ per controllarmi e un po’ per paura mi tenne obbligata ad una severa custodia.

Bianca Sannino, docente appassionata nella scuola statale italiana, vive e insegna a Portici da più di vent’anni. Dopo aver attraversato perigliosi mari in vari ambiti e settori ed essersi dedicata alla redazione di libri saggistici e specifici del settore dell’insegnamento, esordisce oggi nel genere novellistico.

Due lauree, corsi di specializzazione, master non sono bastati a spegnere la sua continua, vulcanica e poliedrica ricerca della verità. 

Da sempre, le sue parole che profumano di vita e di umanità, arricchite dalla sua esperienza e sensibilità, restituiscono delicati attimi di leggerezza frammisti a momenti di profonda riflessione.

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