Delitti del tallio, «Del Zotto si sentiva un angelo vendicatore». Così si è chiuso il processo in Cassazione

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Le motivazioni della sentenza risalente allo scorso 25 febbraio, e depositate nei giorni scorsi, rappresentano l’ultimo atto di una vicenda giudiziaria nella quale la procura di Monza prima, e il procuratore generale d’appello di Milano in un secondo momento, hanno insistito perché venisse riconosciuta la responsabilità penale dell’uomo oggi 31enne di Nova Milanese (Monza), che invece è stato assolto in via definitiva per totale incapacità di intendere e volere (anche se considerato «socialmente pericoloso», e per questo sottoposto a misura di sicurezza). Gli omicidi risalgono all’autunno del 2017, quando una serie di misteriosi avvelenamenti da solfato di tallio avevano cominciato a falcidiare la famiglia Del Zotto, nota nel piccolo paese del monzese. Inizialmente si era pensato a un agente esterno (come del veleno per topi) che avesse contaminato l’abitazione, una villa familiare divisa in più appartamenti, al 12 di via Fiume. Intanto erano morti in tre: Patrizia Del Zotto (la zia), i nonni paterni Giovanni Battista (un reduce sopravvissuto alla campagna di Russia) e Gioia Maria Del Zotto.

Altre cinque persone erano rimaste gravemente intossicate, una domestica, altri due zii, e infine i nonni materni, che però vivono in un’altra casa. Questo fu l’elemento che cambiò il corso delle indagini verso il gesto doloso. In breve tempo le attenzioni si spostarono, su Mattia, quel ragazzo schivo e senza amici che passava il suo tempo chiuso in camera a consultare testi religiosi. Il piano omicida lo aveva eseguito in cantina. Il veleno (delle boccette di solfato di tallio, sostanza scelta perché «non ha sapore né odore») sciolto in due bottiglie d’acqua minerale nella dispensa comune della casa, che Mattia Del Zotto sapeva sarebbero state consumate dalla zia e dai nonni paterni: le vittime da punire, come lui avrebbe rivelato a carabinieri e magistrati, perché «troppo attaccati alle cose materiali»: degli «idolatri».

Lo aveva detto senza mai tradire un segno di cedimento: «Erano persone di cui non mi fidavo, peccatori che praticavano l’idolatria, l’ordine era uccidere». Il processo si è giocato sulla difficoltà nel decifrare la mente dell’assassino. In primo grado la pubblica accusa aveva chiesto l’ergastolo, basando la sua richiesta su una perizia in base alla quale la capacità di intendere e volere del giovane era sì parzialmente scemata nella fase di preparazione del folle piano criminale, a causa di un disturbo chiamato parafrenia (una sindrome caratterizzata dall’insorgere di idee deliranti, mantenendo però contatto con la realtà), ma lo stesso, secondo le conclusioni degli esperti, era perfettamente lucido al momento dell’esecuzione dello stesso progetto omicida (al gip, in occasione dell’interrogatorio preliminare, aveva detto di essere «consapevole» di ciò che aveva fatto). Alla fine, però, la diagnosi di vizio totale di mente per «disturbo delirante», indicata dallo psichiatra super partes incaricato dal tribunale di Monza Giovanni De Girolamo, aveva spostato l’esito del giudizio verso l’assoluzione, poi confermata in forma definitiva.

(Fonte: Cronache Agenzia Giornalistica – News archiviata in #TeleradioNews ♥ il tuo sito web © Diritti riservati all’autore)

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