Intercettare i giornalisti mina la libertà di stampa * I giornalisti e le intercettazioni: quell’amore tradito

 

(Simona Musco – Il Dubbio)I giudici di Strasburgo contro il metodo adottato dai pm di Trapani:

La tutela delle fonti giornalistiche è uno dei cardini della libertà di stampa. Senza tale protezione, le fonti potrebbero essere dissuase dall’aiutare la stampa a informare il pubblico su questioni di interesse pubblico. Di conseguenza, il ruolo vitale di controllo pubblico della stampa può essere minato e la capacità della stampa di fornire informazioni accurate e affidabili può essere influenzata negativamente”.

Dovrebbero bastare le parole della Corte europea dei diritti dell’uomo a mettere un punto alla vicenda che ha coinvolto la giornalista Nancy Porsia, freelance intercettata dalla Procura di Trapani nel corso di un’indagine sui soccorsi delle Ong nel Mediterraneo.

Parole scritte nella sentenza Sedletska contro Ucraina depositata il primo aprile, con la quale i giudici di Strasburgo hanno sottolineato l’importanza della protezione delle fonti giornalistiche per la libertà di stampa in una società democratica, affermando che “le limitazioni alla riservatezza delle fonti giornalistiche richiedono il controllo più attento”.

Un’interferenza da dell’autorità giudiziaria che potrebbe portare alla divulgazione di una fonte non può essere considerata “necessaria”, ai sensi dell’articolo 10 della Convenzione, “a meno che non sia giustificato da un requisito imperativo di interesse pubblico”.

E per stabilire l’esistenza di un “requisito imperativo” potrebbe non essere sufficiente dimostrare semplicemente che senza l’accesso a quelle fonti sarà impossibile esercitare l’azione legale:

Le considerazioni che la Corte deve tenere in considerazione per il suo controllo ai sensi dell’articolo 10 pongono l’equilibrio degli interessi concorrenti a favore dell’interesse della società democratica a garantire una stampa libera”.

Una sonora smentita alla tesi dell’ex pm di Mani Pulite Piercamillo Davigo, dunque, che partendo dal presupposto che “la legge è uguale per tutti”, ha sostenuto che è giusto intercettare una persona non indagata per arrivare a un indagato, perfino se di mezzo c’è la libertà di stampa.

Per la Cedu, però, il diritto dei giornalisti di non divulgare le proprie fonti “non può essere considerato un mero privilegio da concedere o sottrarre a seconda della liceità o illegalità delle loro fonti, ma è parte integrante del diritto all’informazione, da trattare con la massima cautela”.

Il caso in questione riguarda una giornalista di “Radio Free Europe” con sede a Kiev, responsabile, dal 2014, di un programma sulla corruzione. L’Autorità nazionale anticorruzione dell’Ucraina, nel corso di un procedimento a carico di un procuratore, aveva intercettato le telefonate con la sua compagna.

In un articolo online era stata diffusa la notizia di una riunione organizzata dal capo dell’Autorità con alcuni giornalisti, durante la quale erano state diffuse informazioni riservate sulle indagini, anche attraverso l’ascolto di alcune registrazioni tra il procuratore e la sua compagna, che includevano questioni relative alla vita privata della coppia.

Da qui la denuncia della donna, sulla cui base era stata avviata un’indagine, condotta attraverso l’accesso, per 16 mesi, ai tabulati telefonici della giornalista ricorrente, che si è rivolta alla Corte europea chiedendo tutela per la propria attività professionale.

Nella propria decisione, la Corte richiama precedenti pronunce in materia di perquisizioni a carico dei giornalisti a casa o sui luoghi di lavoro, nonché sul sequestro di materiale giornalistico, riconoscendo come tali misure rappresentino una drastica “interferenza” mirata a rivelare l’identità delle fonti, consentendo l’accesso a un’ampia gamma di materiale utilizzato dai giornalisti nello svolgimento delle proprie funzioni professionali.

Per i giudici, dunque, non solo gli inquirenti non possono chiedere ai giornalisti di rivelare il nome delle proprie fonti, ma non possono neanche cercare di ricavarlo indirettamente, attraverso sequestri o intercettazioni.

E anche se la ricerca degli inquirenti non produce alcun risultato, il solo tentativo di intromissione rappresenta, per la Cedu, una violazione della libertà di stampa. E lo è, dunque, anche autorizzare quelle intercettazioni, azione definita gravemente lesiva e “grossolanamente sproporzionata”.

I giornalisti e le intercettazioni: quell’amore traditoGiandomenico Caiazza (Il Dubbio)

Per i nostri standard, l’intercettazione è il top del famoso “giornalismo d’inchiesta”, un eden. Che Paese formidabile, il nostro! Ogni giorno ne scopri una. L’ultima è l’indignazione dei giornalisti intercettati dalla Procura della Repubblica di Trapani.

Intendiamoci, noi penalisti siamo naturalmente animati da uno spirito di autentica solidarietà per chiunque finisca nella rete del Grande Orecchio. Chiunque. Perché sappiamo, per quotidiana esperienza professionale, quale furia devastatrice possa scatenarsi ogni qual volta la privatezza delle conversazioni venga violata, e diventi pubblica gogna. E conosciamo bene, per di più, la insidiosa inaffidabilità dello strumento. Diversamente da quanto ritenuto dai suoi tifosi – una foltissima schiera di tifosi: ma ci ritorniamo tra poco – l’intercettazione è tutt’altro che un elemento di prova dotato di oggettività. Fate un giochino: registrate per qualche giorno le vostre telefonate, e poi fatele trascrivere (da un maresciallo amico, magari). Faticherete a riconoscervi nelle parole che avete usato, perfino sapendo di essere registrati (figuriamoci ignorandolo!). La trascrizione appiattisce, rende indistinto il flusso espressivo. Quel “sì” era assertivo, o liquidatorio? Quel “no” era un rifiuto, o una espressione di stupore? Quel “certo, come no!” era un rendersi incondizionatamente disponibili, o l’equivalente di un categorico diniego? E quando vi è scappato detto “quel grande stronzo di Carlo”, era l’affettuosa celia verso l’amico di sempre, o un retropensiero finalmente espresso al riparo della vostra illusoria privatezza? Divertitevi.

Senonché, tra i più fegatosi tifosi del Grande Orecchio sono da sempre iscritti, in primissima fila e con assoluto distacco su ogni altro, proprio i giornalisti nostrani. Dagli in pasto un po’ di intercettazioni, e li hai resi felici. Dai un po’ di RIT ad un giornalista, che ci pensa lui. Vuoi mettere, per il cronista, l’ebrezza di avere a disposizione, squadernato ed inerme, un flusso ininterrotto di conversazioni tra persone, meglio se politici o comunque personaggi pubblici, convinte di poter parlare in libertà, tanto non ci ascolta nessuno? Per i nostri standard, è il top del famoso “giornalismo d’inchiesta”, un eden. È un mio cattivo ricordo, o non è forse vero che sono state costruite fortune editoriali e politiche sulle intercettazioni telefoniche (come trascritte dal maresciallo, ben s’intende: sappiamo tutti quanto sia irresistibile, in questo Paese, il fascino suggestivo ed inconfutabile del Pubblico Ufficiale)? Senza pietà, senza salvezza per nessuno, e senza nessuna remora riguardo a segreti professionali di ogni genere. C’è qualcuno che si è mai chiesto se sia legittimo intercettare il medico curante di un latitante? Ma figurati se gliene fotte niente a nessuno!

Quando una Politica imbelle e tremebonda ha provato a porre un freno a questo scempio senza eguali nel mondo civile, la categoria (dei giornalisti) è insorta indignata, e con essa il solito caravanserraglio di complemento: no alla “Legge Bavaglio”, hanno strepitato. O è un mio ricordo allucinato? L’opinione pubblica – urlavano- ha diritto di sapere la Verità, ogni possibile Verità. E siamo noi giornalisti gli inappellabili giudici di ciò che sia giusto sapere, e cosa no. Poi un giorno accade che un Pubblico Ministero, ai fini della propria indagine, decida di intercettare un po’ di giornalisti, anche non indagati, come la amata legge sul Grande Orecchio certissimamente gli consente, e si scatena l’inferno.

Leggiamo in questi giorni che, in tal modo, è stato appiccato il fuoco alla nostra carta costituzionale. Ma pensa! Io credevo succedesse quando si intercettano avvocato e cliente, per esempio, (una norma del codice, qui sì, espressamente lo vieta, ma la giurisprudenza la interpreta a modo suo) e invece dobbiamo occuparci della segretezza delle “fonti” del giornalista, strappandoci le vesti. Come se la “fonte” del giornalista fosse una specifica categoria di cittadini che, non appena fanno due chiacchiere con un giornalista (a proposito: deve essere iscritto all’Ordine?), pare debbano acquisire una sorta di immunità per contagio.

Immunità per il giornalista, immunità per le sue fonti: vade retro, Grande Orecchio. Che ora è all’improvviso diventato l’orecchio pizzuto di Satanasso in persona. Immaginano, questi nostri amici, norme e regole invece inesistenti, come ha loro spiegato molto bene un idolo della categoria, il dottor Pier Camillo Davigo, per di più dalle colonne del Fatto Quotidiano (Dio esiste, altroché!). Nessuna norma prevede l’immunità del giornalista dal potere investigativo del Grande Orecchio. Ora, intendiamoci: tenderei ad escluderlo, ma se mai questa volesse essere l’occasione per una riflessione palingenetica sui limiti delle intercettazioni di conversazioni tra persone, sulla assoluta eccezionalità della violazione della privatezza, su un nuovo bilanciamento tra la potestà investigativa dello Stato ed i diritti variamente declinati della persona, giornalisti compresi, beh io mi siedo in prima fila. Hai visto mai che da questa grottesca caciara, salti fuori qualcosa di buono? Si chiama eterogenesi dei fini, e a volte funziona.

(Fonte: Cronache Agenzia Giornalistica – News archiviata in #TeleradioNews ♥ il tuo sito web © Diritti riservati all’autore)