Rivolta per il marito assassino già scarcerato.

Femminicidi, Fortuna Bellisario, il rione in rivolta per il marito assassino già scarcerato

28 FEBBRAIO 2021

Da omicidio volontario a preterintenzionale: il marito Vincenzo Lo Presto è ai domiciliari. Deve scontare 10 anni. Ma la Procura prepara ricorso al Riesame

 

di  CONCHITA SANNINO

NAPOLI – Uccisa da suo marito. Oltraggiata dalla giustizia. Domande e tensione montano intorno alla casa che fu macchiata del sangue di Fortuna Bellisario, un nome tra i tanti nei database dei femminicidi italiani, 7 marzo 2019. In quell’abitazione in cui la 35enne fu massacrata di botte, a Mianella, periferia nord di Napoli, ha già rimesso piede da una settimana il suo assassino. Arresti domiciliari. Li ha concessi il gip a Vincenzo Lo Presto, il coniuge 43enne che la picchiò a morte, dopo averla sottoposta quotidianamente a “pestaggi fisici e morali”, dopo averle lesionato perfino il cuoio capelluto. Per l’autopsia, il corpo di Fortuna portava i segni di una vita d’inferno. “Plurimi traumi da pregressi atti di violenza fisica”. Fino a quello letale. Ma il marito, condannato ad appena 10 anni, si è lasciato alle spalle la cella di Poggioreale e ha ottenuto l’attenuazione della custodia cautelare. Dopo solo due anni di carcere.

Aveva avuto perfino la libertà di dialogare e visitare i tre bambini: un permesso contro cui è intervenuto immediatamente il Tribunale per i minori di Napoli. La figlia di 13 anni, il secondo di 12 e la terza di 8, tutti testimoni e diversamente condizionati dalle violenze inferte alla madre, sono impegnati in un difficile percorso. “Vanno protetti”, è stato lo stop.

Avvenne tutto quel giovedì, 24 ore prima della festa della donna. Le 13, Fortuna preparava la tavola, scoppiò l’ennesima lite. E lui, con problemi di deambulazione e ossessionato da una folle gelosia, “senza darle il tempo di parlare”, è scritto negli atti, si avventò su Fortuna con la propria gruccia ortopedica. Le sferrò colpi alle spalle, alle gambe, alle braccia, alla testa, al volto: fino a provocarle trauma cranico e soffocamento. Ora, per effetto dell’ordinanza del giudice Fabio Provvisier che ha accolto l’istanza della difesa, quell’uomo è tornato a vivere con sua madre, la stessa donna che negava le violenze ripetute sulla nuora. Il motivo? “Non è socialmente pericoloso”, per il gip. E ancora: “non di indole particolarmente allarmante”. Ma i fatti sembrano raccontare altro.

L’OSSERVATORIO SUI FEMMINICIDI

Dopo la denuncia di Repubblica, di quattro giorni fa, il deputato del M5S Luigi Iovino rivolge un’interrogazione parlamentare alla ministra della Giustizia, Marta Cartabia. E la Procura guidata da Giovanni Melillo si occupa del caso su due livelli. Presenterà il ricorso al Riesame contro la revoca della custodia cautelare in carcere. E valuta anche l’appello per riformare la sentenza. Amara e severa, anche la riflessione degli avvocati di parte civile, Manuela Palombi e Marco Mugione: “Entriamo nei centri anti-violenza da anni, spingiamo le donne ad affidarsi alla giustizia, a non lasciare impunite le aggressioni. E poi passa un messaggio devastante: un marito che ha percosso con ferocia la madre dei suoi figli, danneggiando anche i tre ragazzi, dopo due anni è a casa”.

“No. Contate bene. Meno di due anni è stato in galera. Sono 719 giorni”, ribattono le amiche della vittima. Sono le donne che nel nome di Bellisario, al rione Sanità, tra vicoli e famiglie disgregate in cui Fortuna era nata e cresciuta e dove sempre tornava, hanno fondato il comitato Le forti guerriere. Si erano confidate, avevano gridato al suo funerale, e aiutate dal parroco della Basilica, padre Antonio Loffredo, e da volontari e professionisti, avevano chiesto pubblicamente ad altre compagne la scelta della denuncia della violenza. Una causa alla quale avevano portato la loro adesione, con incontri discreti, anche nel rione, attrici del calibro di Cristina Donadio e Sabrina Ferilli. “Se non si denuncia si muore”.

Il processo di primo grado dava loro ragione: Fortuna, si scopre, era vittima di continui, sistematici pestaggi del marito, a cui non sapeva, non poteva reagire. Ma Lo Presto, lo scorso dicembre, in primo grado, se la cava con una condanna lieve. Liquidato il legale d’ufficio, il suo avvocato di fiducia ottiene che l’accusa, da omicidio volontario sia derubricato in preterintenzionale. La gonfiava di botte, i vicini notavano i lividi, ma “non voleva ucciderla” per la legge. E all’esito del giudizio abbreviato, con relativo sconto, pena irrisoria: 10 anni. Poi, l’ultima sorpresa. Il gip dispone, martedì scorso, su istanza di scarcerazione, che l’uomo vada ai domiciliari. “Libero, senza scorta”, e “senza braccialetto elettronico”. Perché “non è socialmente pericoloso”. Eppure, lo stesso giudice scriveva in sentenza: “Emergeva un sostanziale atteggiamento di sottomissione della vittima, che quando subiva i violenti pestaggi non si difendeva”. E ancora: “Per anni, almeno tre anni, l’imputato ha abitualmente e reiteratamente vessato, maltrattato e sottoposto a traumi fisici e morali la moglie”. Una condotta “di estrema brutalità”.

Da domani le Forti guerriere saranno dinanzi al Tribunale di Napoli con la foto della loro amica e solo un cartello: “In-giustizia per Fortuna”. La tensione monta, nel rione. “Ho avuto qualche difficoltà a placare questo dolore e questa amarezza”, ammette padre Loffredo, parroco noto per apertura pastorale e attivismo sociale. È lo stesso che dall’altare, ai funerali, si lasciò sfuggire una parolaccia (“Un uomo che picchia una donna è uno str…o”) e invitò a parlare. “Bisogna aiutare le donne a dire basta. Se avete difficoltà, venite anche da noi, ci sono suore, preti, volontari. Bisogna arginare la violenza di certi uomini. Che definire tali è troppo”. Brunella è una di loro. “Abbiamo dentro una nuova ferita, la delusione”, mormora. Era amica d’infanzia di Fortuna, oggi è madre di due ventenni e già nonna, a 39 anni. “Ma non dobbiamo farci prendere dalla rabbia. Dobbiamo continuare a dire che bisogna denunciare. Io stessa, dopo la morte di Fortuna, ho lasciato la situazione pesante in cui vivevo, mi sono voluta liberare. Ho deciso di riprendermi la mia dignità. Nessuna di noi vuole tornare indietro”.

E intanto il parlamentare del M5S, Iovino, scrive alla ministra Cartabia ricordando che “il femminicidio in generale andrebbe punito in maniera esemplare”, che “nei primi dieci mesi del 2020 le vittime di omicidio sono state 91, una ogni tre giorni”. E chiede alla titolare della Giustizia “quali misure il ministro intenda intraprendere al fine di avviare una serie di iniziative, con il coinvolgimento anche della magistratura, delle associazioni di vittime e famiglie, per inasprire la reale pena detentiva nei confronti dei rei di queste violenze”. Lo chiede “per una più attenta valutazione della possibile pericolosità di tali individui nel contesto sociale”. Fino alla prossima Fortuna.

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(Fonte: Cronache Agenzia Giornalistica – News archiviata in #TeleradioNews ♥ il tuo sito web © Diritti riservati all’autore)