‘Vittime, assassini, processi’: Ferdinando Terlizzi ci regala altri episodi del suo ultimo libro (5)

Un giovane assassinato con un colpo alla testa e gettato in un pozzo.

 Il procedimento per il delitto del giovane Aquilino Sereno, 22 anni, da Cancello Arnone, ucciso con un colpo alla testa e gettato in un pozzo, quando Casale si chiamava Albanova e la camorra era alle origini (meno sanguinaria, più romantica e rassomigliante ai guappi napoletani) nasce dalle confessioni di un componente della “Banda di Albanova”, Giuseppe Diana, e dallo stralcio del procedimento penale “Diana più 58”, i cui membri, accusati di rapine e sequestri di persona, furono tutti condannati a vari anni di reclusione.

Alle ore 19 del 27 luglio del 1946, il contadino Andrea Prisco, nel tagliare dei ramoscelli di un albero sito nei pressi di un pozzo in località “Cappella S. Martino zona Separi”, in agro di Castelvolturno, esistente nel fondo di proprietà di tale Raffaele Montesano, notava la presenza di un cadavere in fondo al pozzo. Ne informò immediatamente alcuni contadini che lavoravano nella zona, sicché la notizia si sparse nelle campagne ed i carabinieri accorsi potettero identificare il cadavere per quello di Aquilino Sereno, di anni 22, coniugato, contadino, abitante al Podere dell’Opera Nazionale Combattenti, n° 686, in tenimento di Cancello Arnone.

Il sanitario di guardia potè accertare che la morte risaliva a circa 4 mesi prima e che essa era stata provocata da colpo di arma da fuoco esploso alla testa (una vera e propria esecuzione di stampo mafioso) che aveva interessato la regione temporale parietale di sinistra con foro di uscita dalla corrispondente regione destra.

Risultò pure che il colpo di arma di piccolo calibro (6 o 7) era stato esploso a breve distanza e che il cadavere era stato gettato nel pozzo dopo la morte e prima che si verificasse la rigidità cadaverica.

Questi risultati generici venivano confermati dall’autopsia che non accertava la presenza di altre lesioni né di arma da fuoco né di altro genere oltre quella menzionata.

Le indagini iniziate dal mar. Giacomo Valletta, comandante la Stazione di Cancello Arnone, permettevano di stabilire che Aquilino Sereno era scomparso da casa sin dal 15 marzo del 1946 e che vane erano riuscite le ricerche dei familiari. Fin dal primo momento un fratello dell’ucciso, Andrea Sereno, accusava esplicitamente ai carabinieri il padrone dello stesso fondo ove era stato rinvenuto il cadavere, Raffaele Montesano e riferiva dettagli e circostanziati elementi che però non venivano specificatamente approfonditi dai carabinieri di Casal di Principe che, a conclusione delle loro indagini, ritenevano che l’accusa del Sereno non fosse meritevole di alcun credito attesi i buoni precedenti del Montesano e la reputazione di cui questo godeva nella zona e i normali rapporti intercorsi con il Sereno.

Nello specifico questi elementi posti a base della denuncia del fratello della vittima evidenziavano che, andando a prendere dei rovi al confine del fondo aveva notato, nascosta in quei pressi, una motocicletta alleata (la guerra era finita da poco) e date le sue precarie condizioni economiche aveva divisato di impossessarsene. Tali propositi aveva comunicati nel febbraio al fratello e questi in verità aveva cercato di dissuaderlo da un simile furto. Dalla circostanza che in seguito effettivamente la motocicletta era stata rubata e per un complesso di minacce pronunciate all’indirizzo di colui che aveva commesso il furto, Andrea Sereno era tratto a sospettare che il Montesano veramente irritato per tale furto avesse realmente messo in essere i propositi minacciosi che reiteratamente aveva formulato.

           Il primo giallo del dopoguerra

Altro motivo di attrito fra Montesano e il fratello Aquilino andava ricercato nel rifiuto opposto dal primo a pagare la mediazione per l’acquisto di una partita di biada e nel risentimento per aver sorpreso l’Aquilino attraversare un viottolo del proprio fondo manifestatosi in minacce così vibrate da indurre il fratello a recarsi nell’abitazione della propria madre e ad armarsi per fare immediata vendetta delle ingiuriose parole che gli erano state rivolte, proposito non portato in esecuzione per l’intervento energico della mamma che, non solo aveva impedito al figlio di impossessarsi dello scannatoio, ma era riuscita a persuaderlo di desistere da ogni cosa.

Solo per inciso, non fu così, purtroppo, per un altro fratello del Montesano, Vincenzo, fattore dei tenimenti “Pigliarlarmi” in Vitulazio, brutalmente ucciso, due anni dopo, assieme al suo padrone Enrico Gallozzi, per mano del guardiano della tenuta Pasquale Raimondo. Vicenda da me raccontata nel mio precedente libro “Delitti in bianco e nero a Caserta”.

Intanto i carabinieri non trascuravano di rilevare come i sospetti dei familiari del morto si diressero pure verso eventuali soci per le divisioni del bottino ricavato dai furti ferroviari ai quali il loro congiunto avrebbe partecipato; ma questi sospetti, ove si eccettui l’orientamento che le indagini assunsero ad opera degli stessi carabinieri, non vennero avvalorati da alcun dato di fatto concreto, non essendo in alcuna guisa risultato che il Sereno aveva veramente partecipato ai furti ferroviari.

Il Montesano, interrogato dai carabinieri di Castel Volturno il 31 luglio del 1946, negò di avere avuto motivi di rancore contro il Sereno, ma riconobbe di aver dato a costui il permesso di raccogliere legna dal suo fondo ed ammise di aver subito il furto di una motocicletta “alleata” (cioè militare), e di avere iniziato le ricerche per rintracciarla.

Le accuse dei familiari della vittima divennero più circostanziate ed attraverso la moglie dell’ucciso Raffaella Iossa, e della madre Benedetta Tafuri, risultò che tale Mario Di Puorto era stato due volte a casa del Sereno, l’ultima volta il giorno stesso della sua scomparsa e l’aveva invitato a recarsi nella masseria Montesano per incarico ricevuto da quest’ultimo. Che in compagnia del Di Puorto c’era anche tal Giuseppe Flagranza (cognome veramente ingombrante e compromettente per un rapinatore di vagoni ferroviari).

            Il primo falso pentito

La clamorosa svolta nelle indagini si ebbe il 3 agosto del 1946, allorquando Giuseppe Diana (solo omonimo di Don Giuseppe Diana, assassinato 48 anni dopo) veniva tratto in arresto dai carabinieri di Albanova e due giorni dopo “confessava” di aver ucciso Sereno Aquilino, con la partecipazione di Mario Di Puorto, su preciso mandato ricevuto da Vincenzo Di Bello e Ruggiero Pignata, i due boss, che imperavano negli anni Cinquanta (tanto per intenderci, Il “Cicciotto” e mezzanotte e il “Sandokan” dell’epoca che io ho conosciuto entrambi, per ragione del mio lavoro di cronista giudiziario, ma che erano guappi romantici vecchio stile e veramente uomini di onore) spiegando circostanze e modalità.

Egli dichiarava, infatti, che Sereno Aquilino, era associato a Di Bello e Pignata, per commettere furti in carri ferroviari in sosta nella Stazione di Cancello Arnone. Che il Sereno aveva manifestato più volte l’intenzione di uccidere il Di Bello, perché costui nella divisione del bottino faceva sempre la parte del leone.

Di queste intenzioni sarebbero venuti a conoscenza il “Vicienzo è bell” e “Ruggiero ò curto”, i quali in un pomeriggio di aprile avevano dato incarico a Mario Di Puorto di uccidere il Sereno Aquilino. A tale scopo avevano consegnato al Diana una pistola automatica militare tedesca carica e al Di Puorto altra pistola Beretta, anche carica. Era chiaramente una fesseria perché nessun boss consegna un’arma per poi essere accusato di essere il mandante di un delitto. Ma il Diana – secondo quanto poi fu accertato dai magistrati – era il primo pentito ammaestrato dai carabinieri.

 Per compenso il posto di guardiano nell’Opera Nazionale Combattenti

Dietro suggerimento degli stessi Di Bello e Pignata, il Di Puorto, precisò il pentito, s’era recato a chiamare il Sereno in casa della fidanzata alla contrada “Seponi”, nelle vicinanze della masseria Montesano, e col pretesto di dovergli parlare l’aveva condotto in una strada secondaria a circa 200 metri di distanza ove era nascosto il Diana. Quivi il Di Puorto, aveva chiesto al giovane se era vero che era intenzionato ad uccidere il Di Bello ed alla risposta affermativa il Di Puorto aveva detto: “Siamo noi che uccidiamo te… prima che tu uccidessi il Di Bello”. Ed estratta la pistola aveva fatto fuoco contro il Sereno colpendolo all’addome.

Ancora una bugia perché la perizia aveva accertato invece che era stato colpito alla testa.

Quasi contemporaneamente anche Diana aveva sparato contro il giovane colpendolo al fianco. I due avevano poi gettato il cadavere nel pozzo andando a riferire al Di Bello che il “mandato” loro affidato era stato portato ad esecuzione. Spiegava inoltre il Diana di essersi prestato ad ubbidire al Di Bello essendo stato promesso a lui e al Di Puorto che in compenso avrebbero ottenuto il posto di guardiani nell’O.N.C. (i poderi assegnati in seguito alla bonifica mussoliniana dell’Opera Nazionale Combattenti).

Questo interrogatorio fu dal Diana confermato anche davanti al Giudice Istruttore in occasione di altre rapine cui aveva partecipato – sempre a suo dire – su istigazione del Di Bello e del Pignata. Mario Di Puorto nel successivo interrogatorio reso al magistrato negava recisamente di aver preso parte all’uccisione di Sereno Aquilino e di aver avuto, comunque, i rapporti con il Di Bello. E di fronte alle affermazioni dei congiunti dell’ucciso, che lui era proprio quella persona che si era recata a casa del Sereno Aquilino ad invitare quest’ultimo di recarsi da Montesano, l’imputato – in un ampio interrogatorio – confermato in ogni sua parte al Giudice Istruttore, ammetteva di essersi recato in casa del Sereno per invitarlo a recarsi da Montesano e di aver parlato con la mamma e la fidanzata della vittima. Spiegava che egli aveva eseguito l’incarico del Montesano presso il quale esplicava le mansioni di guardiano e che era stato accompagnato nella visita da certo “Peppe o bisavolo”, alias identificato poi per Giuseppe Flagranza.

Attraverso l’interrogatorio del Di Puorto è dato altresì apprendere come il Montesano, avendo saputo che la motocicletta l’aveva rubato il Sereno, aveva manifestato personalmente a lui il proposito di ucciderlo. Le espressioni usate dal Montesano in questa occasione erano quanto mai significative e che cioè: “Nessuno era stato mai capace di derubarlo e che al Sereno avrebbe dovuto dare la punizione di attaccarlo ad un albero e schioppettarlo”.

Il magistrato inquirente ebbe alcuni dubbi sui carabinieri di Albanova ed iniziò delle indagini. La questione finale sul loro comportamento portò a risultati opposti alle loro indagini. Vennero passati al setaccio gli elementi sul furto della moto sicuramente perpetrato da Sereno Aquilino, che non era uno stinco di santo, tanto è vero che già nel 1946 l’avvocato Giuseppe Fusco, per conto della moglie Raffaella Iossa, da Marigliano, dovette presentare una denuncia perché non riconosceva gli alimenti alla moglie, viveva con un’altra donna ed andava rubando.

Intanto i carabinieri di Albanova avevano inoltrato un rapporto contro Diana, Di Puorto, Di Bello e Pignata quali esecutori e mandanti del delitto Sereno Aquilino ed il giudice emise ordine di cattura per tutti che furono tratti in arresto. Negli interrogatori successivi il Di Bello negava recisamente ogni e qualsiasi partecipazione al racconto criminoso. Altrettanto faceva il Pignata che chiariva che si trattava di una volgare calunnia. Il Montesano confermava la circostanza della mediazione della biada. Chiariva anche che aveva dato da mangiare e dormire a Diana e Di Puorto perché essendo costoro dei malviventi era costretto a soggiacere alle loro richieste. Negava di aver dato incarico al Di Puorto di chiamare il Sereno.

Il maresciallo comandante la Stazione di Albanova, Giuseppe Velotti, depose sui buoni rapporti tra Montesano e l’ucciso. Salvatore Cavaliere rese una testimonianza secondo la quale lui aveva lavorato presso l’azienda agricola del Montesano in qualità di pecoraio ed aveva notato che dal pozzo – dove fu poi effettivamente trovato il cadavere – emanava un gran fetore e ne aveva richiesto la ragione al Montesano ma questi gli aveva risposto che si trattava di un cane che egli aveva ucciso e gettato in quel posto. Mi raccomandò, inoltre, di non tornare a pascolare nei pressi del pozzo.

Per la prima volta nella storia giudiziaria per acquisire il rapporto dei carabinieri di Albanova il magistrato fu costretto ad ordinarne il sequestro.

Nel confronto con Montesano quest’ultimo, smentendo l’assunto, aggredì davanti al magistrato il testimone ficcandogli un dito nell’occhio. Ad un tal Vincenzo Russo, il Montesano aveva chiesto se per caso dal suo fondo fosse transitato il Sereno con in spalle una moto rubata. Alla risposta negativa aveva gridato: “Debbo scavare il fosso e metterci dentro chi si è preso la motocicletta”. Questo teste che abitava vicino a Montesano riferì di aver sentito anche il tonfo del pozzo.

A quel punto fu operato uno stralcio e fu emesso un mandato di cattura contro Raffaele Montesano per concorso in omicidio. Arrestato negò tutto. Ma emerse e si acuì il dissidio tra i carabinieri di Albanova e quelli di Cancello Arnone. Drammatico fu il confronto innanzi al magistrato tra il maresciallo Giuseppe Velotti e Andrea Sereno fratello della vittima. Il maresciallo riconobbe che il Sereno aveva sempre accusato il Montesano, l’accusa contro i mandanti non era ancora avvenuta in quanto la stessa sorse in relazione alla chiamata di correità e al pentimento del Diana.

Il Brigadiere Sergio Tufariello, comandante la Stazione di Cancello Arnone, aveva sempre accreditato la versione dei familiari della vittima e fece capire al magistrato che da parte del maresciallo Velotti si era mostrata una certa rilassatezza nei confronti del Montesano.

“Deve infine – scrisse il Giudice della Sezione Istruttoria della Corte di Appello di Napoli – rivelarsi inoltre un altro dato obiettivo di natura processuale e che cioè il rapporto del 30 luglio 1946 a firma del Brig. Tufarielo che conteneva le ferme circostanze della denuncia di Andrea Sereno contro Montesano e notevoli apprezzamenti del compilatore del verbale sulla necessità di approfondire le indagini contro il Montesano venne acquisito agli atti solo il 27 luglio del 1947 – dopo circa un anno dal delitto – quando il Giudice Istruttore del Tribunale di Santa Maria Capua Vetere rimasta inevasa la richiesta di ottenere i documenti dell’Arma dei carabinieri dovette – su richiesta dello stesso difensore di parte civile – procedere al sequestro del predetto rapporto. Bisogna inquadrare il fatto nello speciale ambiente in cui si verificò, rapportato alla mentalità di un contadino benestante che si ritiene di essere l’incontrastato dominatore del posto, considerare la gravità dell’affronto ricevuto ad opera del Sereno e soprattutto occorre tenere presente come questi delitti siano sostenuti da uno spirito costante di implacabile vendetta che è poi affermazione stessa di prestigio e di prepotenza da parte di chi l’esercita”.

La Sezione Istruttoria della Corte di Appello di Napoli, in data 22 maggio 1950, emise la sentenza del procedimento penale per omicidio contro Giuseppe Diana, di anni 25; Vincenzo Di Bello, di anni 45; Ruggiero Pignata, di anni 40; Mario Di Puorto, di anni 23,tutti da Albanova; Raffaele Montesano, di anni 38 da Grazzanise e Gaetano Topa, di anni 28, da Marcianise. Diana, Di Bello, Pignata e Di Puorto accusati di concorso nel delitto per avere “con premeditazione dato mandato di uccidere Aquilino Sereno”, nel marzo del 1946 in agro di Cancello Arnone.

 

Per avere, inoltre, al fine di occultare il delitto nascosto il cadavere di Aquilino Sereno in un pozzo in tenimento di Castelvolturno. E ancora Raffaele Montesano di omicidio volontario con premeditazione e occultamento di cadavere. Il Montesano e il Topa, anche di ricettazione di una motocicletta alleata (militare).

La sentenza fece giustizia delle infamanti accuse del pentito pilotato dai carabinieri per ritorsione (si seppe anche il perché) e rinviò a giudizio Montesano, Diana e Di Puorto per omicidio. Non doversi procedere contro Di Bello e Pignata “per non aver commesso il fatto” con la revoca dei mandati di cattura. Risultò falsa la chiamata di correità del Diana. Sbagliò sui colpi: colpito in zona diversa quindi non era stato lui ad uccidere. Disse che la vittima aveva la fidanzata invece era sposato ed aveva una bambina. Il Di Bello non conosceva neppure il Diana. Infine fu sbugiardato anche sul bottino dei furti alla Ferrovia. Di Bello, Pignata, Diana, Di Puorto e Sereno Aquilino, non avevano avuto nessuna partecipazione ai furti.

Il comportamento processuale del Diana – scrive il Giudice Istruttore – è fortemente sospetto perché la sua versione produce un po’ troppo da vicino quelle che erano state le espressioni originarie del maresciallo dei carabinieri che nessun elemento fu in grado di raccogliere per corroborare quelle originarie imprecisioni e che attese l’arresto del Diana per poter ottenere la ricostruzione del fatto secondo una versione che è resistita dalla logica più elementare. Ed esso è aggravato proprio dal fatto che fino all’arresto del Diana non vennero espletate quelle indagini su cui era stata invece richiamata l’attenzione dell’Arma dei Carabinieri dai familiari dell’ucciso dandosi dimostrazione di voler deliberatamente scartare una versione che in ogni modo andava esaminata con tutta l’attenzione che il caso richiedeva.

Al contrario veniva trascurata la segnalazione del Brigadiere Tufariello che diligentemente aveva segnalato diversi elementi notevoli per le indagini, tanto che si dovette ricorrere ad una forma veramente insolita per acquisirli agli atti e cioè sequestrare quest’atto presso la stessa caserma dei carabinieri.

Né va trascurato il rilievo – che emerge dal processo – erano stati proprio Di Bello ed il Pignata quali esponenti del Gruppo di opposizione al Consiglio Comunale a procurare delle noie al maresciallo Velotti attraverso una inchiesta disposta dai superiore dell’Arma.

Dopo una complessa istruttoria formale i 4 vennero rinviati al giudizio della Corte di Assise di Santa Maria Capua Vetere (Presidente Pietro Giordana; giudice a latere, Victor Ugo De Donato; pubblico ministero, Domenico Allegretto).

La sentenza decretò per Raffaele Montesano l’assoluzione “per non aver commesso il fatto” dall’omicidio e dalla soppressione del cadavere; per Diana e Di Puorto l’insufficienza di prove per l’omicidio e l’occultamento di cadavere.

Nel complesso processo furono impegnati gli avvocati: Enrico Villani, Giovanni Leone, Vittorio Verzillo, Vincenzo Fusco, Giuseppe Garofalo, Cesare Di Benedetto, Ettore Pianese, Michele Crispo, Amerigo Crispo e Alberto Martucci.

(Fonte: Cronache Agenzia Giornalistica – News archiviata in #TeleradioNews ♥ il tuo sito web © Diritti riservati all’autore)