Covid-19 in bambini e adolescenti

Il nostro medico Carlo Alfaro  affronta il tema dell’incidenza da SARS-CoV2 nei bambini e negli adolescenti

Il dottor Alfaro è Dirigente Medico di Pediatria presso gli Ospedali Riuniti Stabiesi, componente  della Consulta Sanità del Comune di Sorrento, Consigliere Nazionale di SIMA e Responsabile del Settore Medicina e Chirurgia dell’Associazione Scientifico-culturale 

Le casistiche mondiali dimostrano inconfutabilmente che bambini e adolescenti (0-19 anni) sono le fasce meno colpite dal Covid-19, sia come incidenza che per gravità clinica.

Secondo un modello matematico della London School of Hygiene and Tropical Medicine, pubblicato dalla rivista Nature Medicine, in base ai dati dei contagi in sei Paesi (Cina, Italia, Giappone, Singapore, Canada e Corea del Sud), i soggetti sotto i 20 anni hanno metà del rischio di contrarre il Covid-19, e una alta probabilità di contrarre una infezione asintomatica (fino a quasi l’80% dei casi).

Nella casistica cinese, meno dell’1% di tutti i casi riguardava bambini di età inferiore ai 10 anni, percentuale che arrivava al 2% includendo i ragazzi fino a 19 anni.

I casi asintomatici sono stati nelle casistiche cinesi dal 4 a oltre il 15%, le forme con sintomi lievi o moderati il 90% in uno degli studi cinesi, che riporta solo nel 5% dei bambini una malattia definita “grave” e nello 0,6% una malattia “critica”, cioè pericolosa per la vita, e questo più nei bambini molto piccoli (meno di 1 anno).

In Europa, uno studio pubblicato su Lancet Child & Adolescent Health che ha incluso 582 bambini e adolescenti colpiti da Covid-19 di età compresa tra 3 giorni e 18 anni provenienti da 25 Paesi europei, ha rilevato un 16% di asintomatici e un 87% di pazienti che non ha richiesto ossigeno o altri supporti respiratori; la mortalità è stata dello 0,69% (i pazienti deceduti avevano più di 10 anni).

In Italia, lo studio dell’Iss | Istituto superiore di sanità  pubblicato su Pediatrics, riporta che i casi in età evolutiva di Covid-19 sono l’1,8% del totale, con al momento circa 5.000 casi, 2.000 da 0 a 9 anni e 3.000 da 9 a 19 anni. L’età media risulta di 11 anni, il sesso maschile lievemente prevalente.

La malattia è stata lieve nel 32,4% dei casi e grave nel 4,3%, in particolare nei bambini di età ≤6 anni (10,8%). La sintomatologia è più frequentemente di tipo simil-influenzale, con sintomi respiratori (febbre, tosse secca, mal di gola, dispnea) o, più spesso che negli adulti, gastrointestinali (diarrea, nausea, vomito, dolore addominale), oltre a quelli generali e aspecifici (astenia, dolori muscolari, cefalea, inappetenza, sonnolenza, rash cutanei) o i disturbi di olfatto e gusto caratteristici del Covid-19.

Il 13,3% dei casi sono stati ricoverati (1 su 3 però nella fascia 0-1 anno), il 3,5% in terapia intensiva e si sono verificati 4 decessi (due <1 anno e due tra 5 e 6 anni), tutti e 4 con condizioni di base già molto compromesse.

Lo studio documenta un rischio maggiore di malattia (più del doppio) in chi ha patologie preesistenti (il 5,4% dei casi). Il rischio di forme gravi diminuisce all’aumentare dell’età (rischio maggiore ≤1 anno), mentre aumenta (più del doppio) in caso di patologie preesistenti (come per gli adulti).

Ciò è confermato da uno studio pubblicato su JAMA Pediatrics e condotto in 16 terapie intensive pediatriche nordamericane: i bambini e ragazzi che presentano comorbilità significative sembrano avere un rischio aumentato di sviluppare malattia da Covid-19 grave. Ma non è così in assoluto. Ad esempio, l’Istituto Gaslini ha dimostrato che bambini immunodepressi per trattamento cronico di malattia renale severa non hanno un rischio aumentato di contrarre l’infezione da SARS-CoV-2 o di sviluppare una malattia più grave.

Riguardo ai quadri tipici dell’età evolutiva, sembra non esserci alcuna correlazione tra la comparsa dei geloni nei bambini e adolescenti (“Erythema Pernio Like”) e l’infezione da SARS-CoV-2, come confermato da uno studio del Policlinico di Bari uscito su British Journal of Dermatology.

Rari i casi descritti della grave Sindrome Infiammatoria Multisistemica Covid-correlata (MIS-C), simile per certi versi alla malattia di Kawasaki, che si manifesterebbe in bambini e adolescenti da 2 a 4 settimane dopo l’infezione o l’esposizione a SARS-CoV-2, con coinvolgimento di almeno due sistemi di organi e sintomi quali: febbre elevata persistente da almeno tre giorni, rash cutaneo polimorfo, linfoadenite laterocervicale, congiuntivite eritematosa, cheilite, dolori addominali, diarrea, adenomesenterite, artralgie, meningismo o encefalopatia, miocardite o pericardite, scompenso cardiaco acuto, ipotensione e shock.

Il fatto che bambini e adolescenti siano meno colpiti però non significa automaticamente che non alberghino il virus e non possano veicolarlo. Uno studio su Jama Pediatrics a cura del Children’s Hospital di Chicago che ha confrontato i tamponi positivi per Covid-19 di tre fasce di età, sotto i 5 anni, tra 5 e 17 anni e tra 18 e 65, ha trovato una carica virale simile tra i bambini più grandi e gli adulti, mentre nei bambini più piccoli è risultata più alta, in alcuni casi da 10 a 100 volte.

Tuttavia, lo studio ha documentato la presenza di RNA virale, non la sua vitalità e dunque capacità di replicazione e contagio. Un lavoro pubblicato su JAMA ipotizza una minore suscettibilità dei bambini all’infezione e anche un minor ruolo come diffusori del contagio perché a livello della mucosa nasale c’è una minore concentrazione dell’enzima di conversione dell’angiotensina di tipo 2 (ACE2), che consente il passaggio del virus nella cellula.

In un altro studio pubblicato su Pediatrics, gli autori dichiarano che i bambini non sembrano essere il vettore più importante della trasmissione di SARS-CoV-2 e concludono che i bambini più spesso contraggono il Covid-19 dagli adulti in famiglia anziché trasmetterlo.

Anche nella casistica italiana, l’80% dei bambini ha una documentata infezione contratta in ambito familiare. Uno studio condotto dal National Institute for Health olandese sulla trasmissione del virus all’interno delle famiglie, ha confermato che i bambini al di sotto dei 12 anni sono contagiati quasi sempre da adulti della famiglia, difficilmente dai loro coetanei.

I bambini, ma non gli adolescenti: infatti, un ampio studio coreano pubblicato dai Centers for Disease Control and Prevention (CDC) americani ha documentato che l’infezione viene contratta più frequentemente in ambito familiare (1 persona su 10 contrae il virus all’interno della cerchia familiare, mentre solo 2 persone su 100 si infettano attraverso contatti esterni), ma il tasso di infezione all’interno della famiglia risulta più elevato quando a trasmettere l’infezione è un adolescente o un adulto di 60/70 anni, mentre i bambini fino a 9 hanno il minimo delle probabilità di essere i “pazienti zero” nella famiglia.

Dunque gli adolescenti, più dei bambini, possono fare da riserva virale e trasmettere l’infezione ai loro familiari. Nel quadro epidemico italiano attuale, secondo quanto riportato dal monitoraggio costante di Istituto superiore di Sanità e Ministero della Salute, si osserva complessivamente una tendenza all’aumento nel numero di nuovi casi diagnosticati e notificati, soprattutto in persone asintomatiche, con età mediana intorno ai 40 anni, poiché i focolai vedono un sempre minor coinvolgimento di persone anziane, e una prevalenza di adolescenti e giovani adulti che sono quelli dediti a una vita sociale più intensa e con minori precauzioni. Portati per natura ad essere spavaldi, sfidare le regole, minimizzare il rischio, nella situazione attuale fluida dell’epidemia italiana gli adolescenti possono rappresentare un pericolo.

L’articolo Covid-19 in bambini e adolescenti proviene da Lo Speakers Corner.


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