Il Racconto, Tengo famiglia!

Giochi di potere, equilibri impossibili, buon viso a cattivo gioco: il nostro autore racconta che si fa di tutto per la famiglia

di Giovanni Renella

Fermo, quasi immobile, spostando solo lo sguardo dallo schermo alla tastiera del computer, s’interrogava su come la situazione fosse degenerata sino a tal punto.

Era consapevole di dover raccontare solo una storia e per di più ambientata a Culonia, ma  non smetteva mai di stupirsi di fronte alla nonchalance con cui i politici culonesi oltrepassavano il punto di non ritorno della credibilità.

Prima di conoscere quella realtà, aveva letto e scritto fiumi di parole, vuoi per lavoro, vuoi per diletto, ma per rendere credibile la descrizione di ciò che accadeva a Culonia doveva dar fondo alla sua capacità narrativa, per non correre il rischio di non essere creduto.

Quando aveva cominciato a scrivere dei fatti che accadevano in quel Paese, era convinto che i rutilanti spunti tragicomici, dispensati a piene mani dai politici culonesi, si sarebbero esauriti di lì a poco.

Confidava in una presa di coscienza, seppur tardiva, del ruolo istituzionale cui gran parte di loro era assurta solo in virtù di una lotteria elettorale: una riffa che sembrava aver privilegiato gli incompetenti e gli incapaci.

Baciati dalla fortuna, questi ultimi si erano accomodati alla guida del Paese senza far troppo caso a chi sedesse al loro fianco: l’importante era esserci!

Con chi e per fare che cosa erano dettagli trascurabili.

E mentre con un occhio ricercavano il quadro dei comandi, già strizzavano l’altro all’occasione irripetibile d’intascare ogni mese dieci volte lo stipendio di un docente e assicurarsi una pensione superiore a quella percepita da quello stesso docente dopo quarant’anni di servizio.

Per questo fu chiaro sin da subito che quella legislatura si sarebbe conclusa alla scadenza naturale dei cinque anni.

Una tale certezza, però, aveva finito con l’accentuare la protervia di quei miracolati fra i miracolati, pescati a casaccio nel mazzo dei vincitori della tombola elettorale, che erano addirittura stati elevati al rango di ministri.

Consapevoli della necessità di dover restare tutti insieme appassionatamente per raggiungere l’agognato traguardo del compimento del lustro, e far così maturare il diritto alla pensione, ormai i parlamentari della maggioranza avevano elevato, oltre il limite della decenza, la loro capacità di tollerare le esternazioni di alcuni membri del governo; mentre quelli di minoranza, per non sentirsi da meno, continuavano a sostenere le uscite viscerali dei loro leader che, da tattici ben lontani dall’assurgere al ruolo di strateghi, parlavano alle pance e non alle teste dei culonesi: Culonia aveva la classe politica che meritava!

Fra gli elettori, i primi a recitare il mea culpa furono i tanti docenti che incautamente avevano cercato il cambiamento guardando nella direzione sbagliata, fino a dover poi ammettere che il rimedio si era rivelato peggiore del male.

Per una sorta di contrappasso dantesco, a loro era toccato un ministro dell’istruzione espressione di quella parte politica in cui avevano confidato per un cambio di passo: quando si dice gli scherzi del destino!

Abituato all’interlocuzione con gli esponenti del suo movimento d’appartenenza, il titolare del dicastero della scuola di Culonia era convinto di poter proseguire nella pratica del cazzeggio libero anche per affrontare il suo nuovo impegno.

Sicuro di sé, e con l’unica giustificazione di essere inconsapevole della propria incompetenza, aveva imparato ad agire con l’arroganza di chi sa di far parte di un castello di carte che resta in piedi solo se nessuno si sfila dal mazzo.

Per questo, pur continuando quel ministro a macinare pessime figure a ripetizione, in una sorta di competizione non ufficiale con il collega degli esteri, non si levava alcuna voce di protesta fra i partiti di governo.

L’unico rumore percettibile lo produceva il silenzio dei compagnucci della parrocchietta; ma, tant’è, anche a Culonia vigeva il vecchio adagio: «Sai com’è, tengo famiglia!»

 

Giovanni Renella, nato a Napoli nel ‘63, vive a Portici. Agli inizi degli anni ’90 ha lavorato come giornalista per i servizi radiofonici esteri della RAI. Ha pubblicato una prima raccolta di short stories, intitolata  “Don Terzino e altri racconti” (Graus ed. 2017), con cui ha vinto il premio internazionale di letteratura “Enrico Bonino” (2017), ha ricevuto una menzione speciale al premio “Scriviamo insieme” (2017) ed è stato fra i finalisti del premio “Giovane Holden” (2017). Nel 2017 con il racconto “Bellezza d’antan” ha vinto il premio “A… Bi… Ci… Zeta” e nel 2018 è stato fra i finalisti della prima edizione del Premio Letterario Cavea con il racconto “Sovrapposizioni”. Altri suoi racconti sono stati inseriti nelle antologie “Sette son le note” (Alcheringa ed. 2018) e “Ti racconto una favola” (Kimerik ed. 2018). Nel 2019 ha pubblicato la raccolta di racconti “Punti di vista”, Giovane Holden Edizioni. Il libro ha meritato il Premio Speciale della Giuria al Premio Letterario Internazionale Città di Latina.Nel 2020 il racconto “Vigliacco” è stato inserito nell’antologia “Cento Parole” e il racconto “Tepore” è stato inserito nell’antologia “Ti racconto una favola”, entrambe pubblicate dalla Casa Editrice Kimerik.

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