Un vaccino contro il COVID-19

Il nostro medico Carlo Alfaro con la chiarezza che lo contraddistingue fa il punto sul vaccino, sui tanti vaccini che si stanno sperimentando per bloccare la diffusione della SARS-CoV-2: un processo lungo, complesso e impegnativo

Il dottor Alfaro è Dirigente Medico di Pediatria presso gli Ospedali Riuniti Stabiesi, componente  della Consulta Sanità del Comune di Sorrento, Consigliere Nazionale di SIMA e Responsabile del Settore Medicina e Chirurgia dell’Associazione Scientificò-culturale SLAM

Il dottor Carlo Alfaro

Lo sviluppo di un vaccino contro un agente infettivo è usualmente un processo lungo, complesso e impegnativo che può richiedere anche 10-20 anni e non sempre va a buon fine.

Si parte dalla conoscenza della struttura e dei meccanismi patogenetici del microbo, per cercare di individuare la molecola da inserire nel vaccino capace di stimolare nell’organismo in cui lo si somministra una risposta immunitaria efficace e protettiva e nello stesso tempo di non nuocere.

Prima di essere distribuito su larga scala, il vaccino passa attraverso vari stadi: sperimentazione pre-clinica, con studi in vitro e su modelli animali per definire sicurezza ed efficacia, quindi si passa a provarlo sull’uomo (studi clinici) attraverso un percorso che si svolge in quattro fasi: negli studi di fase 1 ne viene valutata innanzitutto la tollerabilità (effetti tossici).

Negli studi di fase 2 se ne studiano gli effetti collaterali e immunogeni a vari dosaggi e intervalli di somministrazione tra le dosi su un gruppo più ampio di volontari.

Negli studi di fase 3 viene provata l’efficacia e sicurezza su larga scala della dose individuata come più opportuna.

Gli studi di fase 4 consistono nel monitoraggio dopo la commercializzazione del prodotto.

Siccome nel caso dell’attuale pandemia da COVID-19 si ritiene che il ritorno alla piena normalità possa essere garantito solo dalla disponibilità di un vaccino, la sua scoperta risulta attualmente un obiettivo prioritario per la salute mondiale.

L’11 gennaio il virus è stato sequenziato in Cina e il 16 marzo sono già partiti i primi test di laboratorio per il vaccino.

Fortunatamente, dall’analisi dei genomi di ceppi di SARS-CoV-2 isolati in Cina, Europa e USA, è emerso che il virus muta poco e questo rende più facile la collaborazione internazionale per mettere a punto farmaci e vaccini.

Lo sforzo congiunto dei ricercatori di tutto il mondo, che si stanno scambiando informazioni in uno straordinario sprint collettivo della ricerca per salvare l’umanità da questa tremenda emergenza, sta cercando di comprimere al massimo i tempi per la realizzazione del vaccino, anche grazie a raccolte fondi globali come quella lanciata dalla Commissione europea il 4 maggio, che ha mobilitato potenze mondiali e anche privati raccogliendo in poche ore 7,4 miliardi di euro.

L’Oms ha varato anche il programma Solidarity per controllare le fasi di avanzamento delle ricerche in tutto il mondo.

Una delle insidie è che non tutti gli anticorpi che si legano al virus lo neutralizzano, anzi può accadere che “decorato” dagli anticorpi il virus entra ancora più prepotentemente nelle cellule (Antibody-dependent enhancement).

Ad oggi a livello globale si sta lavorando su oltre 100 vaccini, di cui oltre 90 sono in fase preclinica, e 6 sono già in una fase di sperimentazione sull’uomo.

Si punta soprattutto a stimolare anticorpi dell’ospite contro la proteina spike, che serve all’ingresso del Coronavirus nelle cellule e non è soggetta a mutazioni essendogli essenziale per vivere.

Uno dei vaccini anti-COVID più promettenti è quello al quale sta lavorando lo Jenner Institute della Oxford University con la partnership dell’azienda italiana Advent-Irbm di Pomezia, che sarà distribuito dalla multinazionale farmaceutica AstraZeneca. Questo vaccino anglo-italiano è basato su un modello già provato dagli studiosi inglesi contro SARS e MERS.

Con una sensazionale accelerazione, che ha portato in quattro mesi a risultati che normalmente richiedono cinque anni, grazie al lavoro giorno e notte di tutti i ricercatori del Jenner Institute, si è riusciti a inserire il gene della proteina spike del SARS-CoV-2 all’interno di un adenovirus, modificato per evitare che possa replicarsi, in modo da fungere solo da vettore del gene nelle cellule umane, una sorta di “cavallo di Troia”.

Attualmente il vaccino è in fase di studio 1 su 1000 volontari sani per confermarne la non tossicità. Si passerà alla fase 2, con gruppi di volontari più cospicui, già a settembre-dicembre, mentre per una produzione su larga scala ci vorrà più o meno un anno.

Oltre a questo prodotto anglo-italiano, altre due aziende del nostro Paese, entrambe attive nel Tecnopolo di Castel Romano, stanno sviluppando dei prototipi, attualmente in fase pre-clinica. Uno è il vaccino della Takis di Pomezia, sperimentato finora con successo nei topi, che sarà testato sull’uomo dopo l’estate, anche al Pascale di Napoli.

Il vaccino si avvale della tecnica della “elettro-porazione”, che consiste in un’iniezione nel muscolo seguita un brevissimo impulso elettrico per facilitare l’ingresso del vaccino nelle cellule e attivare così più energicamente il sistema immunitario. L’altro è dell’azienda ReiThera, che ha annunciato i risultati positivi ottenuti dai test del suo vaccino negli animali: la sperimentazione sull’uomo comincerà in estate in collaborazione con l’Istituto Spallanzani di Roma.

Negli Stati Uniti, l’azienda biotech Inovio ha ricevuto il via libera dalla Food and Drug Administration a dare inizio alla fase di sperimentazione del suo vaccino sull’uomo, finanziato da Bill Gates, mentre è a buon punto anche il “vaccino-cerotto” – PittCoVacc – messo a punto dall’Università di Pittsburgh, che già nel 2003 sviluppò il vaccino per la SARS senza poterlo sperimentare a causa della scomparsa improvvisa della malattia.

Si tratta di un vaccino basato su frammenti di proteine Spike del virus coltivato in laboratorio, che tramite 400 micro-aghi di un cerotto vengono iniettati nella pelle, dove stimolano potentemente la reazione immunitaria dell’organismo.

In Australia, potrebbe essere sperimentato sull’uomo a partire da luglio un vaccino messo a punto dai ricercatori dell’University of Queensland che hanno fatto ricorso a un’innovativa tecnologia detta molecular clamp, “morsetto molecolare”: un polipeptide creato in laboratorio blocca la proteina spike in posizione compressa, come una molla, per consentire al sistema immunitario di attaccarla senza che il virus possa entrare nelle cellule umane.

Un altro vaccino molto promettente ora passato in fase di test sull’uomo è quello nato dalla cooperazione Usa-Germania, messo a punto dalla multinazionale Pfizer e dalla tedesca BioNTech, che contano di produrre milioni di dosi già entro finel 2020. Il vaccino a mRna contiene la sequenza genetica del virus che produce la proteina spike, inserita in una nanoparticella lipidica che veicola il gene nelle cellule dell’organismo umano.

Il programma Pfizer-BioNTech prevede di testare simultaneamente 4 opzioni di vaccini a diversa combinazione di formato di mRNA e antigene bersaglio, per identificare il candidato più sicuro ed efficace.

Naturalmente, tra gli studiosi c’è chi avanza riserve su efficacia e sicurezza di eventuali vaccini prodotti e sperimentati in così poco tempo – fatto senza precedenti nella storia – mentre c’è chi sostiene che, come per altri virus a RNA, quali HIV, Epatite C, Virus respiratorio sinciziale o Mononucleosi, non si riuscirà mai a realizzarlo, e chi ha fiducia che non sarà nemmeno necessario, in virtù di un progressivo esaurimento della forza lesiva del virus o della scoperta di cure efficaci per controllarlo.

A questi dubbi sembra rispondere l’Agenzia europea dei medicinali (EMA), che spiega di aver adattato tutte le procedure possibili al fine di abbreviare in modo significativo i tempi per la revisione e l’approvazione dei nuovi medicinali e vaccini contro COVID-19, ma questo mai a discapito dei requisiti di sicurezza ed efficacia.

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