I centri commerciali alla prova del coronavirus

Di Vincenzo Giaquinto

Caserta.Sul finire degli anni ’70 giungeva in Italia un fenomeno che in America aveva già avuto inizio negli anni ’50: quello dei centri commerciali. Non è un caso che questa nuova strategia commerciale provenissero da un tipo di società dove spazi e struttura del mercato erano differenti dal modo di vivere europeo, ancora molto legato ad esercizi commerciali di medio piccole dimensioni che servivano una clientela spesso fidelizzato. Possiamo, quindi, dire che in Europa ed in Italia l’espansione dei centri commerciali ha preceduto di alcuni anni la globalizzazione.

Sull’onda della globalizzazione, per poter far salire i profitti, era necessario intercettare un numero sempre maggiore di potenziali clienti. Di pari passo i beni di consumo non erano più prodotti da laboratori artigianali o piccole industrie ma da sistemi industriali che avevano introdotto la standardizzazione dei processi produttivi. Ma grandi strutture di produzione detenute da grandi marchi ormai interagiscano sempre più con grandi strutture di vendita posizionate nelle zone di espansione urbanistica delle grandi città. Quello dei centri commerciali è stato un fenomeno commerciale e, per certi aspetti, sociale che ha continuato a svilupparsi in un arco temporale di più di venti anni, conoscendo un rallentamento all’inizio del nuovo secolo; e nella nazione che li ha visti nascere (gli USA) anzi anche una progressiva contrazione.

Ma se è vero, per come è stato, che i centri commerciali hanno rappresentato per molti anni l’opportunità di espansione di grandi catene commerciali anche multinazionali, come si riporteranno queste strutture con l’utenza nel post pandemia? Basandosi, a prima vista, su quanto è avvenuto nelle grandi realtà economiche e commerciali del Paese, possiamo dire che non sarà più sostenibile la concentrazione dell’utenza in luoghi ad alta affluenza? Che dopo un’epoca di grandi concentrazioni e di grandi strutture sia giunto il momento di ripensare il rapporto produzione/consumatori? Se è vero anche che si stava già avviando un fenomeno di ritorno verso piccole città e borghi, perché considerati più a misura d’uomo, anche dal punto di vista dei costi, perché non pensare anche a sagge amministrazioni che sappiano rivitalizzare piccole città e borghi di questa nostra Italia?

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