Gioacchino Murat, omaggio alla Francia

Un grosso grazie alla Francia, che più volte si è dimostrata amica della Città: il ricordo di Gioacchino Murat, re di Napoli dal 1808 al 1815

Joachim Murat-Jordy nacque a Labastide-Fortunière, il 25 marzo 1767. Fu un generale francese, Maresciallo dell’Impero di Bonaparte, re di Napoli e di Sicilia con il nome di Gioacchino Napoleone.

Gioacchino era ultimo degli undici figli del locandiere Pierre e di Jeanne Loubières. Sebbene i genitori volessero indirizzarlo verso la carriera ecclesiastica, condusse tutt’altra vita, tanto che per sfuggire ai debitori dovette arruolarsi nel Corpo dei Cacciatori. Purroppo, insofferente alla disciplina, si fece espellere.

Dopo aver brevemente lavorato nell’attività familiare, militò nella Guardia Civile dei Borbone di Francia. Infine, alla caduta dell monarchia, passò nell’esercito rivoluzionario.

Agli ordini di Napoleone Bonaparte, ebbe modo di distinguersi, divenendo uno dei suoi più valenti generali. Geniale, impetuoso aveva la capacità di determinare l’esito di una battaglia con le sue mosse ardite e imprevedibili.

Napoleone e Gioacchino formarono una coppia formidabile, uniti da un legame che divenne ancor più profondo quando, nel 1797, incontrò la sorella minore, l’ambiziosa Carolina, e se ne innamorò, divenendo con il matrimonio cognato dell’imperatore.

Cursus honorum esemplare, quello di Gioacchino: da figlio della piccola borghesia arrivò al grado di generale, fino a salire sul trono di una città che lo accolse come un trionfatore.

Diventato sovrano dopo l’altro cognato Giuseppe Bonaparte, conquistò il cuore dei napoletani con il suo carattere valoroso e intelligente: si fece benvolere dal popolo, mirando agli interessi del regno. Tra l’altro, fondò il Banco delle Due Sicilie, introdusse nel 1809 il Codice Napoleonico, un nuovo sistema legislativo civile.

Attraverso l’Illuminismo e la Rivoluzione Francese si passò dalla vecchia alla nuova Europa: è in questo scenario che si affermarono coscienza ed ideali tipici di uomini coraggiosi e d’azione come Murat. Il suo grande merito fu quello di aver intuito che un Paese, non più oggetto, ma soggetto, poteva essere protagonista della grande politica europea.

Stupisce, allora, che una certa storiografia abbia relegato Gioacchino Murat a un ruolo minore: l’ha descritto un po’ guascone, praticamente un bellimbusto, un persona di poca sostanza.                                                                            Invece, nelle vicende  che sovvertirono il continente nella prima metà dell’800, fu una figura centrale dell’epopea napoleonica sia dal punto di vista politico che da quello dell’azione concreta.

Attingendo alla verità storica inconfutabile della sua vicenda, si può certamente affermare che Murat fu grande nella sua lungimiranza: l’acutezza della sua personalità l’avrebbe senza dubbio portato a fare grandi cose per Napoli e il Sud. Se Napoleone non l’avesse abbandonato, se non fosse stato tradito da quel popolo che lui amava tanto, oggi probabilmente leggeremmo una storia diversa.

Durante una spedizione, l’8 ottobre a causa di una tempesta fu costretto a sbarcare al porto di Pizzo Calabro. Lì cadde in un’imboscata: catturato e tradotto al castello della cittadina, dopo un sommario processo venne condannato alla fucilazione. La sentenza venne eseguita il 13 ottobre 1815.

Fedele fino all’ultimo alla sua indole, volle morire da re, dando egli stesso l’ordine di sparare: «Sauvez ma face, visez mon coeur! Feu!»    

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