Morire in carcere: la lettera di Giuseppina Giuliano

Aversa– Dopo la notizia del 32 rumeno che all’alba di domenica si è impiccato nel carcere di Aversa, abbiamo chiesto  alla professoressa Giuliano Giuseppina, ex docente di filosofia e scienze umane, esperta nel metodo CRIF e impegnata da tempo in progetti volti alla rieducazione dei detenuti dell’ ex OPG, ora Casa di Reclusione di Aversa, una riflessione che contribuisca a sensibilizzare l’opinione pubblica sulla realtà in cui vivono molti detenuti, che sicuramente scontano la pena per delle colpe commesse, ma che il più delle volte sono desiderosi di guide che possano riorientare le proprie esistenze. Chi scrive si è ritrovato con la professoressa Giuliano a tenere una lezione su un testo di Boezio del 523 che mi sembrava particolarmente adatto, La consolazione della filosofia. Boezio è rinchiuso in un carcere e si lamenta con Filosofia, finemente adornata ma al tempo stesso lacerata, delle sue sventure e quest’ultima gli offre dei rimedi per raggiungere la vera beatitudine, una volta tolte le maschere della falsa felicità. Ricordo perfettamente l’immagine di quei ragazzi e di quegli adulti che leggevano i passi del testo di Boezio e li commentavano insieme a me e alla prof. Giuliano, ciascuno adattandoli alla propria esperienza di vita, ai propri tormenti e alle proprie inquietudini. È stato quello il momento in cui ho capito perfettamente quale deve essere il compito di ogni istituzione carceraria: risvegliare in chi ha sbagliato il senso della consapevolezza, l’attitudine a riflettere con se stessi, la capacità di entrare in dialogo con gli altri. Di questa esperienza non sarò mai troppo grato all’amica e collega Giuseppina Giuliano.


La parola alla professoressa Giuliano 

L’emergenza coronavirus che viviamo in questo momento ha messo in risalto la situazione critica e l’insormontabile difficoltà nel nostro sistema penitenziario. Molte le rivolte nelle carceri italiane. Da nord a sud ci sono state evasioni di detenuti, danni ingenti alle strutture e purtroppo dei morti. Questi eventi hanno dato risonanza ad una criticità inopinabile riportando al centro la problematica del sovraffollamento nelle strutture carcerarieLe carceri sono a rischio esplosione, 61 mila detenuti rispetto ad una capienza di 51mila posti. Gli spazi sono al limite dell’immaginazione e dei diritti umani. In una cella angusta dove il sole entra a scacchi, quando vi entra, “l’inferno è l’altro” e “il boia diventa ciascuno per l’altro” direbbe SartreSolitamente la vita nelle carceri viene scandita da attività lavorative, rieducative e culturali, dall’ora d’aria, dal pranzo, e dall’incontro settimanale con la famiglia. La famiglia è il legame più importante con il mondo esterno e non si può spezzare.

Il virus ha improvvisamente e impietosamente spazzato via ogni legame. Niente più attività, niente volontari, né si possono più vedere i familiari. In più i reclusi si sono trovati a vivere lo spettro e il contagio della morte, nudi e inermi faccia a faccia con la paura. Paura della solitudine nella tragedia della privazione. Il carcere purtroppo è un luogo dove rischi di perdere l’anima per l’estraniazione e per la mancanza di contatti con il mondo esterno. È facile in questi contesti essere preda dell’angoscia. L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha lanciato l’allarme per la diffusione del coronavirus nelle carceri, le conseguenze di un possibile pericoloso contagio potrebbero essere molto più difficili da gestire se non letali Per questo sono state prese misure di sicurezza estreme. Forse però si potevano evitare le morti e i danni potevano essere contenuti da interventi rapidi e mirati.Si poteva fare meglio e magari dare ai detenuti la possibilità di comunicare via Skype con le famiglie. O dotare la polizia penitenziaria, gli operatori e i reclusi, di mascherine, guanti e dispositivi sanitari. Ma il coronavirus ha colto tutti di sorpresa e davanti al nemico invisibile l’unica soluzione è stata la fuga.
La fuga per liberarsi dalla trappola nella quale tutti si sono trovati. Perché  il carcere è una trappola. In questo momento lo è anche per la polizia penitenziaria che allo stesso modo si trova ad affrontare una situazione pericolosa, costretta com’è a vivere paure e insicurezze. Il personale penitenziario è sottopagato, e lavora in condizioni di disagio e di pericolosità. Anche per loro viene meno la dignità della persona.

L’emergenza che si sta vivendo è una dura prova per tutto il sistema sociale e il disorientamento è stato causato proprio dal limite che si è dato e il distanziamento sociale è difficile da osservare.

Questo è il motivo per cui l’OMS ha lanciato l’allarme. Il diritto alla salute è anche per i reclusi “le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato” così come recita la nostra costituzione (art.21). Fa paura anche in Europa la rivolta nelle carceri e il rischio dei contagi. In molti paesi come la Finlandia, la Danimarca e la Norvegia sono state sospese le misure di custodia cautelare. È importante che anche in Italia, in ambito carcerario, si faccia di più.In questo clima esplosivo sarebbe auspicabile un cambiamento, qualcosa si muove ma non è abbastanza. E’ stato varato un provvedimento per 5mila detenuti che dovrebbero scontare una pena da 6 mesi ad 1 anno, questi potrebbero andare ai domiciliari, dotati di braccialetti elettronici. Intanto i contagiati sono già 50, un detenuto è morto di coronavirus, era in attesa di giudizio e a breve avrebbero dovuto fare l’udienza. Si vive uno spaesamento totale nelle carceri e la paura e l’angoscia possono portare al suicidio. È dell’ultima ora la notizia di un suicidio nel carcere di Aversa, un uomo di 35 anni si è tolto la vita impiccandosi alle sbarre della cella con le lenzuola. Questo è il tempo della pietà, ma è anche il tempo del fare e del fare in fretta. Siamo già al culmine della situazione esplosiva che si è creata.

-Come si presenta la situazione nelle carceri femminili?

Vorrei sottolineare la situazione ancora più tragica e straziante che si consuma nelle carceri femminili laddove, ora che le scuole sono chiuse, i bambini dai 3 agli 11 anni sono costretti a stare  nella “gabbia” tutto il giorno con le mamme detenute. La cella è per loro rifugio e tormento.La chiamano “stanza” la cella. Stanza <<in>> carcere. <<In>> il sito chiave dice Hillman, la posizione privilegiata della psicodinamica, dello stare dentro ai valori dell’anima.Quale preposizione <<in>> per questi bambini?
Non trovo risposta.


Attualmente sono 55 i “bambini detenuti”, di questi solo 6 sono stati presi in affidamento.
Tutto ciò non è giusto, non è umano, non è civile.
Questo è un tempo sospeso, drammatico, fragile ma è anche il tempo inutile del carcere.
Come si può pensare di tenere rinchiusi in un carcere dei bambini ai quali viene tolta la possibilità di vivere in uno spazio vitale?  Uno spazio umano e sociale. Uno spazio dove non c’è possibilità di incontrarsi con persone specializzate o con operatori volontari.
“Non c’è senso a tutto questo”, Roman Gary ne “Il senso della mia vita” dice che i “diritti dell’uomo non sono altro che le difese dei diritti delle debolezze”. Nelle carceri tutte le verità scomode sono messe a nudo ed il  bene e il  male ufficiali mostrano la loro ambiguità. Serve un carcere diverso, che dia senso alla pena e senso alla speranza.
In questo tempo tutto ci riporta ad una dimensione etica: i nostri comportamenti, lo stare a casa, la ribellione, la fuga, la rivolta nelle carceri, le morti in solitudine negli ospedali. Tutto ci fa rimettere in fila i valori essenziali e soprattutto il valore della cura
. Prendersi cura l’uno dell’altro, dell’ammalato, dell’amico, del senzatetto, dei carcerati e dei bambini. In questo specchiarsi nella cura dell’altro possiamo amplificarci come persone orientate al futuro e che alimentano la speranza.Ma perché tutto questo avvenga è necessario un cambiamento di pensiero 

-C’è una soluzione?

Non c’è una soluzione perfetta ma un cambio di visione sì. Il carcere deve diventare comunità educante che alimenta speranze di giustizia e di equità sociale, un organismo della società, di cui gli stessi carcerati ne costituiscono una cellula.
Non serve costruire nuove carceri o mutare le pene definitive, la “tolleranza zero” non ha effetti miracolosi.Il carcere deve diventare il luogo dell’ESSERE, dove si incontra lo straniero al confine, al limite.Cominciamo proprio dal limite, da quello “stare in”, dentro i confini della stanza, così familiare anche al nostro noi, chiusi oggi, nelle nostre stanze  

-Resistenza e solidarietà 

Ora intanto i detenuti stanno resistendo alla pressione della paura e stanno restituendo un piccolo contributo di solidarietà alla nazione che soffre.
Saranno 40.000 le mascherine che usciranno dalle carceri di tre grandi città: Milano, Roma e Salerno. Mascherine fabbricate dai detenuti e che saranno distribuite ai sanitari, alla polizia penitenziaria, ai familiari. A questo progetto solidale prenderanno parte anche le donne del carcere di Pozzuoli. Nel penitenziario femminile sono state convertite alcune attività laboratori alla produzione di mascherine. Dal carcere di SantaMaria i detenuti di un padiglione hanno raccolto 2000 euro da destinare all’ospedale Cotugno.Anche questo è un modo di immaginare il futuro.
Papa Francesco dedicherà, durante il rito del venerdì santo, una carezza ai carcerati,agli ammalati e  a gli ultimi della società.“Una carezza per loro –ha detto in una delle sue omelie- persone umane, troppo umane da non trascurare“

La carezza del Papa sarà anche per loro, ora che gli abbracci non ci sono, saranno le parole che accarezzano a scaldarci l’anima.

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