Contagi e morti: Venezia 50.000, Bologna 0: felsinei salvi grazie al ‘pugno duro’ del Vescovo di Caiazzo, nel 1575

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Devo ricordare brevemente come la fermezza e la decisione possano decidere tutto nella lotta ai contagi. In questo offre un esempio sfolgorante l’opera di Ottavio Mirto, vescovo di Caiazzo, consanguineo dei Mirto di Eboli, Nunzio apostolico in Germania e poi nelle Fiandre, campione della Controriforma e vindice dei Cattolici vittime della persecuzione protestante.

Di lui ho parlato nel mio libro sulla Famiglia Mirto.

Ma in questo momento è il ricordo del suo operato nel campo civile che deve far pensare ed essere seguito da tutte le comunità responsabili.

Nel 1575 una fierissima e nota epidemia desolò a lungo Venezia, provocando un numero elevato di vittime.

Si trovava in quei mesi a Bologna, il nostro Ottavio, come deputato del legato pontificio Fabio Mirto, suo zio, in quel momento inviato dal Papa quale Nunzio a Parigi.

Lo spaventoso contagio che mieteva vittime nel Veneto avrebbe potuto raggiungere ben presto la Romagna e quindi dilagare in Italia.

In anticipo sui tempi, Ottavio era convinto che solo un totale isolamento avrebbe potuto salvare ampie zone a lui vicine.

Da aprile a luglio i provvedimenti adottati dall’ecclesiastico furono dunque continui e severissimi, senza che si levasse contro di lui alcuna voce critica.

In primo luogo si sapeva che con i Mirto non era possibile scherzare; e poi la stima generale di cui era circondato faceva in modo che non si discutesse sulla bontà dei suoi provvedimenti.

Fin dal 14 marzo, il vescovo ordinava il bando sull’arrivo di persone da Venezia, procedendo con provvedimenti successivi in rapida successione che giunsero al blocco totale di Bologna, al divieto di commercio e lavoro nelle zone limitrofe, alla pulizia della città, alla sorveglianza dei passi di campagna per evitare che qualcuno potesse aggirare i divieti e viaggiare verso la Romagna.

A questa attività egli accompagnava una continua richiesta di preghiere, l’invito alla modestia nella vita personale e sociale, e quindi il divieto di organizzare banchetti e riunioni, per ordine espresso di suo zio costretto allora fuori città.

Il risultato della sua severità sembra incredibile: a Venezia morirono 50.000 persone. A Bologna, a quanto pare, zero. Gli si dovrebbe fare un monumento.

E’ chiaro che il Papa volle subito per lui altri incarichi, avendo visto quanto era riuscito a produrre nei mesi di attività a Bologna.

E per questo lo destinava alla Nunziatura in Germania dove la situazione esigeva la presenza di un uomo forte.

Nonostante egli avrebbe voluto ritirarsi nella sua diocesi, il Papa lo tenne per dieci anni in una zona di guerra a difendere i Cattolici, a diffondere la concordia dei Principi cristiani e a promuovere la pace sociale.

Obiettivi che raggiunse nonostante l’età e le sofferenze fisiche, grazie alla sua straordinaria dottrina, alla meravigliosa magnanimità e alla capacità di attrazione delle anime. 

Il Papa Clemente VIII° lo definì degno non di una ma di cento porpore; ma era costretto a nominarlo cardinale in pectore per l’opposizione della Francia che vedeva in lui un intransigente condottiero del partito cattolico non favorevole a qualsiasi intesa politica con i luterani, e perché fautore dell’ascesa al Trono inglese del Principe Odoardo Farnese, osteggiato da Parigi.

Instancabile fu anche al ritorno in Italia, nel suo nuovo incarico di Arcivescovo di Taranto, dove morì in concetto di santità.

Ricordiamo il salvatore di Bologna, e consideriamo come le stesse misure oggi adottate diedero ottimi risultati in passato

(Carmelo Currò Troiano-Comunicato Stampa – Elaborato – Archiviato in #TeleradioNews © Diritti riservati all’autore)

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