Memorie – Volume II, parte seconda

Certo di fare cosa gradita, LoSpeakersCorner.eu pubblica a puntate il secondo volume delle memorie di guerra del preside Sante Grillo, che durante il secondo conflitto mondiale, nel 1943, era in Siclia, Sottotenente del 454° Nucleo Antiparacadutisti.

Dedico questa mia piccola fatica ai miei cari lettori. Pochissimi, per la verità, ma non per questo meno cari e a … coloro che sono oggetto del mio affetto anche se non non tutti, oggi, possono percepirne il calore in questa nostra dimensione terrena.

                                                                         Sante Grillo

Imbarco con destinazione ignota.

Ci imbarcarono a Siracusa su una piccola nave da trasporto truppe abbastanza velocemente e io fui uno dei primi a scendere sottocoperta, per cui non mi fu dato di vedere chi fossero i trasportati e se ci fossero persone di mia conoscenza. Ci divisero in diversi scomparti sorvegliati ciascuno da doppie sentinelle. Insomma furono così istituite delle divisioni che non ci consentirono in maniera più generalizzata di vederci, sentirci e scambiare in maniera più ampia le nostre impressioni.

Fra i miei compagni di scomparto non riconobbi alcun conoscente, cosa che mi fece sentire ancora più isolato, però, come spesso accade in determinate circostanze, non passa molto tempo per iniziare anche ex novo conoscenze che consentano almeno lo scambio di vedute, di considerazioni e presumibilmente di previsioni.

C’era nella molteplicità delle considerazioni una che aveva il crisma dell’inappellabilità e cioè che stavamo allontanandoci dall’Italia. Era una realtà dura e crudele per chi sentiva il dolore del distacco e soprattutto l’assoluta impossibilità di evitarla. Era un fatto da cui in nessun modo potevi allontanarti, dovevi necessariamente subire, si, subire e subire. Era questa una condizione derivante dal tuo nuovo stato di prigioniero di guerra, che non era, intendiamoci una volta per tutte, una condizione fisica , ma eminentemente psicologica alla quale non era possibile, almeno per il momento, aderirvi senza alcuna sofferenza, io penso, come per il nascituro che viene espulso dalla placenta ed è violentato dalla terribile realtà della vita.

Nel mio caso non mi era neppure possibile tradurre il mio profondo dolore in un grido fatto di pianto e di delusione perché non avrei saputo, mai e poi mai, accettare il mio nuovo stato giuridico e morale. Non ho mai saputo se i miei compagni di sventura provassero quello che io provavo in quella precisa, determinata circostanza.

Sentivo che mi assillava una grande sete, sete che non avevo saputo e potuto soddisfare durante la marcia da Priolo a Siracusa e che neppure l’acqua dei marinai greci aveva potuto neutralizzare. L’acqua a disposizione e di cui potevi usufruire quasi senza limiti sgorgava dai rubinetti della nave ed era eccessivamente calda. Ma la temperatura non poté impedirmi di farne uno straordinario rifornimento che mi procurò perfino un rigonfiamento dell’addome come per un tamburo troppo teso. Solo così potei ritenermi soddisfatto, ma da allora non mi poté più abbandonare la paura della mancanza d’acqua. Ancor oggi non c’è cosa che mi preoccupi di più.

Il tremolio della nave sotto i piedi ci informò che stavamo salpando, abbandonando definitivamente la terra italica per un destino impossibile da capire, almeno in quel momento. Guardando gli altri potevo sapere quale fosse l’espressione del mio viso, quello che nessuno diceva non era impenetrabile e ci accomunava un dolore indicibile, che non ci permetteva neppure di parlare.

Soltanto dopo molto tempo – e non sapevamo se ancora fosse giorno o se fosse sopravvenuta la notte – qualcuno di noi si espresse con un quasi lamentoso «Dove andiamo?»

Nessun punto di riferimento, nessuna parola carpita a volo, ci permetteva di trarre un segno che ci consentisse un nome, una meta qualunque. C’era la certezza tratta dalla considerazione che, imbarcati su una piccola nave, il viaggio fosse relativamente breve. Per questo prevalse l’opinione che fossimo destinati in terra d’Africa, ma in quale sua parte: la Libia, l’Egitto, la Tunisia, l’Algeria o il Marocco?

Le luci, ad un certo momento, diventarono bleu: forse era il segno che bisognava pensare a dormire ed infatti ciascuno di noi vi si adeguò prendendo la posizione più adatta per addormentarsi.

Io non riuscivo ad adattarmi alla nuova esigenza ed il pavimento in ferro, anche se non freddo, mi aiutava pochissimo e smaniavo girandomi ora di qua ora di là. Era il momento dei pensieri, non quelli teleguidati ma quelli che da soli si imponevano, forse perché moltissimi erano i dubbi e le incertezze che sostenevano le mie riflessioni. Ora, certamente non le ricordo tutte, ma qualcuna si affermò sulle altre.

C’erano cose che non ero riuscito a spiegare del tutto e che avevano bisogno di una rettifica alla luce di alcune brevissime notizie che nel frattempo avevo acquisito dalle  parole e dalle discussioni che si facevano fra di noi. Mi tornava a mente e non soltanto in quella occasione la vicenda dei militari inviati allo sbaraglio per liberare il quadrivio di Santa Croce Camerina con la strada di valore strategico di Ragusa-Marina di Ragusa. Il quadrivio era stato occupato da paracadutisti alleati e i militari raccattati dal Distratto militare di Ragusa vi erano stati spediti con il disegno velleitario di liberarlo. Infatti, lo dico con molto dolore, appena giunti sul posto la massima parte di loro fu annientata ed il resto fatto prigioniero, molti furono anche i feriti.

Come mai non vi era stato inviato il mio Nucleo antiparacadutisti? E come mai, attestato sulla strada per Marina di Ragusa non avevo notato alcun passaggio di truppe, né da una direzione né dall’altr? Erano interrogativi che mi assillavano: finalmente dopo varie rigirate sul fianco destro e sul fianco sinistro trovai la soluzione del rebus.

Soluzione che non trovava riscontro ma che sembrava, almeno a me, plausibile e verosimile: pensai che la notizia dell’avvenuta occupazione alleata del quadrivio non fosse giunta al comando se non dopo che il mio Nucleo era stato spedito verso la stazione ferroviaria di Genise e che per questo, non avendo altre truppe da inviare vi furono spediti i poveri distrettuali. Mi pare di aver raccontato che Ragusa era stata completamente evacuata già mesi prima da ogni tipo di militari e che ero rimasto soltanto io con il mio reparto composto da trenta uomini a presidiare un grosso centro di smistamento tanto importante da poter fare affluire sulla spiaggia reparti di qualunque genere in caso di necessità.

Oggi posso assicurare che nessun militare passò per andare a dare man forte ai poveri reparti che erano stati intrappolati dal fortissimo bombardamento navale sul così detto “bagnasciuga” e con alle spalle foltissimi gruppi di paracadutisti lanciati nelle immediate retrovie.

Questi pensieri invece che conciliarmi il sonno accrescevano un nervosismo che mi faceva spalancare gli occhi in quel poco di luce blu che non riusciva neppure a farci distinguere fra di noi. Poi, senza neppure averne la percezione mi addormentai. Credo che accada così tutte le volte che si raggiunga il massimo della stanchezza unita il massimo del nervosismo: non ne conosci i confini ma stai là, vicino alla incapacità di intendere e cadi nell’incoscienza.

Non era stato un sonno riparatore e mi svegliai all’improvviso in pieno stato di confusione perché non capivo neppure dove fossi e perché. Ben presto la stessa realtà mi venne incontro in tutta la sua drammaticità. I miei compagni si erano svegliati prima di me ed avevano già superato lo stato di incoerenza nel quale io ancora mi trovavo. Non ci volle molto però per riprendermi del tutto e così feci quello che molti altri prima di me avevano fatto: si erano dati una pulita, una lavata insomma una buona rinfrescata che tuttavia non li aveva tolti dalla sensazione negativa in cui ci eravamo trovati la sera prima.

Non indossai la giacca perché faceva molto caldo ma nel calzare le scarpe ebbi modo di constatarne la quasi impossibilità di essermi ancora utili. Non c’erano alternative e così con le aperture laterali in buona evidenza le infilai ai piedi ugualmente ma il fatto unì tristezza a tristezza.

Cercai una distrazione e potei avvicinarmi ad un gruppo di colleghi che in un corridoio strettissimo intavolavano con i soldati di sorveglianza contrattazioni per lo scambio di oggetti. Non si capivano, nessuno parlava la loro lingua né, per contro, nessuno di loro parlava la nostra, tuttavia qualche contrattazione andò a buon fine.

Io avevo un grandissimo desiderio di trovare una sigaretta, una sigaretta, non di più, per togliermi  quella voglia che mi tormentava. Fu così che sparì dal mio polso l’unica cosa di valore che ancora mi portavo appresso: un “omega” che avevo acquistato durante gli studi universitari quando, avendo venduto gli appunti di letteratura latina ai miei compagni di studi, ero riuscito a mettere da parte un buon gruzzoletto. L’orologio, ricordo ancora, mi costò ben trecento lire, un vero capitale. Ne ebbi in cambio, ed oggi ricordo il fatto con grande disdoro, un pacchetto da dieci sigarette. Più in basso di così non si poteva.

Inaspettatamente ci invitarono a salire in coperta e finalmente potemmo uscire all’aperto e vedere il sole. Vedemmo anche il mare con il suo magnifico colore caratteristico del Mediterraneo. Fu un’ottima occasione per incontrarci tutti ed infatti con grandissimo piacere rividi i due tenenti che avevo conosciuto alla prefettura di Ragusa. Non  incontrai il capitano napoletano, forse era stato ricoverato in infermeria o addirittura lasciato a Siracusa per il suo stato di salute. Neppure i due miei colleghi ne sapevano nulla, avendolo perduto di vista.

Discutemmo molto sulla nostra sorte ma tutte le nostre supposizioni erano destinate a restare tali. Io, per la verità, manifestai il mio timore per il mare, non perché le sue condizioni destassero preoccupazioni, infatti sembrava una tavola, ma perché io non sapevo nuotare ed il pericolo di essere colpiti da un siluro non era del tutto impossibile, anche per il fatto che la piccola nave non aveva scorta e sembrava solcare il mare con la stessa velocità di una lumaca.

Avemmo la possibilità di salire in coperta una seconda volta il giorno successivo, ma all’orizzonte non si profilava alcuna sagoma di costa e perciò doveva essere lontana l’eventualità di uno sbarco per toccare finalmente terra. Quando i motori si fermarono doveva essere notte o almeno lo supponemmo. Voglio dire, supponemmo che fosse notte ma era chiaro che la nave avesse attraccato da qualche parte. Dove? Era quasi ridicolo fantasticarci sopra. Lo avremmo saputo certamente ed a tempo debito e quello che era evidente era che nessuna notizia trapelava dalle bocche cucite dei nostri amabili aguzzini.

Malgrado questo ad un certo momento venne fuori il nome della Tunisia, non so come si fosse concretizzato questo nome ma certamente non per divinazione. Si insisteva su Tunisi anche perché era il punto più vicino alla Sicilia ma non voglio insistere su questa ipotesi che poteva anche essere un errore geografico pacchiano, ma, forse, perché certamente era il più conosciuto.

Comunque l’ipotesi fu del tutto errata ed infatti, la mattina successiva sbarcammo a Sfax e da lì condotti ad Enfideville, cittadina non molto lontana, ma sempre sul mare. E qui nuovo territorio, nuovo paesaggio, nuova situazione fisica: fummo chiusi – o forse è meglio dire rinchiusi – in un campo trincerato, molto ben sorvegliato e altrettanto ben difeso da diverse fughe di filo spinato avvolto in spirali strettissime e disteso per tutto il perimetro del campo.

Fatto certo: eravamo in mano agli Inglesi ed il comandante del campo era un sottufficiale, che sembrava un generale per la mole e per la divisa straordinariamente gallonata e con in pugno un bastone istoriato che teneva con molto sussiego sotto il braccio. Ci fece capire subito che il comandante era lui e che la disciplina era il suo primo impegno, impegno certamente non per sé ma per tutti noi. In effetti non si dimostrò molto severo e quando poteva mostrava un certo sorriso ben “disponente” che però non andava mai al di là della stessa maschera di superficialità. La sua condiscendenza ci consentiva molte domande alle quali rispondeva con altrettante risposte, risultate poi conformate alla bugia più cattiva. Il suo scopo, secondo me,era quello di tenerci buoni e speranzosi.

E noi, ad ogni buona notizia facevamo castelli in aria che poi risultavano fragilissimi al contatto con la realtà che spesso era completamente opposta a quella che ci era stata propinata. “Ci sarà la probabilità che possiate tornare in Italia”. “C’è in porto una nave ospedale che ha portato in Tunisia molti feriti, e che, tornando in Sicilia, potrà trasportarvi di nuovo in Italia”, “I Siciliani saranno certamente rimpatriati” ed altre notizie dello stesso tipo che fecero al contatto con la verità l’effetto dolorosissimo della più feroce delle docce scozzesi. L’alternarsi delle informazioni continuò fino a quando, invece di condurci al porto, ci portarono ad una piccola stazione ferroviaria dove, alla rinfusa, ci caricarono su carri adatti al trasporto animali.

Il soggiorno in Tunisia mi insegnò molte cose e soprattutto quanto io stesso fossi impreparato allo stato di prigioniero. I colleghi, dopo essere arrivati, si organizzarono in gruppi di sei o sette unità ed insieme provvedevano a tutto quello di cui si aveva bisogno. Io rientrai in un certo gruppo ma dovetti subito riconoscere che sapevo fare ben poco.

Gli Inglesi ci fornirono gasolio in abbondanza, cibo in natura come verdure varie, cipolle, patate, pomodori, fagioli e tante altre cose utili a far massa, in più ci fornirono olio a volontà. Occorreva che noi ci organizzassimo per cucinare il materiale a disposizione ed in questo i miei colleghi furono all’altezza della situazione.

La prima cosa che mi colpi fu la facilità con cui provvidero a mettere insieme i fornelli che rispondevano, almeno secondo me, all’originalità più assoluta. Spero di riuscire a descriverlo: Il tutto si basava sul fatto che il gasolio non si infiamma come la benzina e che per poterlo fare occorre che si riscaldi convenientemente.

Così che il fornello veniva organizzato in questo modo: il gasolio veniva raccolto in un grosso recipiente come una grande latta dotata di un piccolo foro nelle vicinanze della base, mentre l’uscita del gasolio veniva regolata da un piccolo pezzo di legno che paragonerei ad uno stecchino in modo che potesse uscire dal recipiente quasi goccia a goccia. Il gasolio così regolato scendeva in un piccolo canale  inclinato per raggiungere una piccola piattaforma dai bordi molto bassi colma di sabbia piuttosto grossolana. La piattaforma naturalmente distava sufficientemente dal contenitore in modo da non surriscaldarlo. Completato il marchingegno si accendeva uno stoppino fino a riscaldare il gasolio della piattaforma e quindi accenderlo in una bella fiammata alimentata dalle gocce che scendevano dal contenitore per mezzo del canale inclinato.

Dei recipienti di latta abbastanza grandi ci consentirono di sostituire le marmitte ed il giuoco fu fatto. Tutti noi eravamo forniti di gavette con il corredo di qualche posata. A me mancava soltanto la borraccia che potei sostituire con un po’ di fortuna con una bottiglia di tre quarti di litro adatta alla bisogna e poi, poi non mi mancava l’appetito, e che appetito!

Ci fu anche un’altra cosa che mi colpì moltissimo: la sabbia non era friabile e piuttosto vicina al tufo per la sua consistenza per cui era possibile scavare senza che franasse. Infatti potemmo vedere dei fossi quasi quadrati non più grandi di due metri per due metri e profondi appena un metro disposti in perfetto allineamento tanto per la latitudine quanto per la longitudine. Non ci rendevamo conto del perché fossero stati scavati ma lo comprendemmo bene la sera quando cominciammo a sentire sibilare colpi di fucile ad altezza d’uomo.

Coloro che ci avevano preceduto, e dovevano essere stati in molti, avevano pensato bene di evitare di essere colpiti durante la notte riparandosi al di sotto del livello del terreno.

Facemmo altre ipotesi, ma quella ci sembrò la più attendibile. Ci lasciava però perplessi la regolarità geometrica degli scavi, che sicuramente non erano stati fatti in fretta e dovevano avere avuto certamente un’unica guida.

Un’altra sorpresa, questa volta molto gradita fu la concessione di recarci sulla spiaggia, dopo l’apertura di un varco nel filo spinato, per un bagno ristoratore. In verità avemmo la stessa possibilità per diversi giorni e questo ci portò ad una condizione di ripresa non soltanto fisica. Ci servì servì moltissimo per poter sopportare tutto quello che ci venne dopo.

Viaggio verso occidente

Alla grande delusione di una destinazione diversa da quella che ciascuno di noi sognava si aggiunse la disperata constatazione di un trasferimento fatto su mezzi che non avevano niente a che fare con gli uomini. Si sentiva da lontano il puzzo lasciato dalle bestie che vi erano state trasportate, forse pecore, forse cammelli, non sapevamo indovinare, ma di sicuro c’era il fatto che non eravamo trattati come uomini. Si aggiunse poi che in un vagone furono sistemate ben trenta persone che sarebbero state strettissime in un carro normale delle nostre ferrovie e quelli erano carri di gran lunga più piccoli facendo parte di una ferrovia a scartamento ridotto.

 

Comunque, ciascuno di noi fece del suo meglio per adattarsi alla nuova situazione, voglio dire che ciascuno di loro, tranne me, si adattò al meglio. Io come sempre non compresi neppure quella volta ciò che era necessario fare e ciò che invece non si doveva fare. Mi meravigliavo infatti che pur essendo ancora giorno pieno i miei compagni di sventura si sistemassero per la notte come per dormire stendendosi per quanto erano larghi e lunghi. Mi accorsi della mia ingenuità quando sul fare della notte non trovai la possibilità di stendermi in tutta la mia lunghezza: ogni spazio era occupato e quando facevo per allungare le gambe mi sentivo ringhiare da tutte le parti.

Il mio animo non era disposto a litigare con nessuno per cui cercai di adattarmi come meglio potevo e lo feci sedendomi vicino alla sentinella inglese che invece più comodamente se ne stava seduto vicino al portellone su una cassetta da imballo capovolta. Era l’unico posto disponibile e per quanto cercassi non mi riuscì mai di allungare le gambe: mi tenevo strette al petto le ginocchia circondandole con le braccia e cercando di appoggiare appunto sulle ginocchia la testa che ciondolava ora di qua ora di là come il batacchio di una campana stonata.

Fu una notte di tormento, solo verso il mattino per la stanchezza stesi le gambe e non saprei dire su chi e come perché non ne ebbi la percezione ed era tale il sopore nel quale ero caduto che non avvertii proteste e se ce ne furono.

Comunque fino a quando ebbi coscienza del mio esistere non feci altro che accavallare pensieri su pensieri, incertezze su incertezze, considerazioni su considerazioni che, era facile capire, non avevano le caratteristiche dell’ottimismo.

Anzi, accadde un fatto che non è semplice da raccontare e soltanto in questo stesso momento ho deciso di esternarlo. Avevo paura di raccontarlo persino a me stesso ma  oggi non ce la faccio più, occorre che qualcuno sappia, che qualcuno mi giudichi al di là ed al di sopra del mio stesso giudizio: forse le leggi della guerra non sarebbero disposte a comprendermi ed a scusarmi.

Eccomi pronto al giudizio: ero dunque semiaddormentato con la testa appoggiata alle ginocchia quando mi senti colpito da un oggetto molto duro. La mia vicinanza al soldato inglese non mi dava la possibilità di propendere verso pensieri buoni. Fu così che mi trovai in mano il fucile della sentinella che diversamente da me era riuscita a prendere sonno in modo molto pesante tanto da lasciarsi sfuggire dalle mani proprio la sua unica arma di offesa o di difesa, secondo il punto di vista da cui si voglia guardare. Lo guardai, o per meglio dire cercai di guardarlo in quella oscurità in cui solo i gatti avrebbero potuto scorgere le cose e le persone: dormiva profondamente tanto che non avvertì neppure il mio contatto.

E allora? Allora che dovevo fare? Da carcerato ero diventato per un giuoco assurdo del destino carceriere e come tale, quale avrebbe dovuto essere il mio atteggiamento? Non lo seppi allora e non lo so ancora oggi. Mantenni il fucile fino a quando il soldato non si svegliò ed io glielo consegnai. Mi guardò con sorpresa e gioia, forse avrebbe voluto esprimermi la sua gratitudine ma non riuscì a fare altro che offrirmi una sigaretta.

Io, che avevo barattato il mio orologio per un miserabile pacchetto di dieci sigarette, gli feci capire che lo ringraziavo ma che non potevo accettare perché non avevo il vizio del fumo. Glielo feci capire alla meglio con i gesti, e lui comprese, allungò la mano e volle stringere la mia, forse aveva capito anche che non avevo accettato per orgoglio.

Di che cosa avrei dovuto vergognarmi, della restituzione del fucile o dell’orgoglio dimostrato nel rifiuto della sigaretta? Forse è un po’ difficile rispondere. Io però ero a posto con la mia coscienza, avevo restituito ad un soldato, sia pure di nazionalità diversa, quello che avevo ricevuto dal “mio soldato indiano”.

Non vi furono molte novità nei giorni che seguirono ad eccezione del fatto che furono tolte le sentinelle all’interno dei carri che furono bloccati dall’esterno. Inoltre sentimmo durante le soste che gli uomini di sorveglianza erano cambiati: gli inglesi erano spariti ed avevano lasciato il posto agli americani. Ce ne accorgemmo perché abbaiavano in modo del tutto diverso.

Le soste le facemmo preferibilmente di notte e così potevamo scaricare le nostre ultime propaggini dell’intestino giù sulle scarpate della ferrovia sotto i raggi scrutatori delle torce americane. In quelle occasioni venivano svuotati i bidoni già pieni di urina e ci venivano forniti il cibo e l’acqua necessari per le ulteriori ventiquattro ore.

Io mi ero conquistato un poco di spazio per un tacito accordo fra colleghi, accordo che non era stato possibile fare prima perché il problema non si era ancora configurato.

Ci fu un certo affiatamento fra noi compagni di sventura e fu anche possibile uno scambio di notizie che mi permise di conoscere particolari che avevo solo immaginato. Conobbi così le ragioni per cui avevo avuto vere e proprie perplessità in occasione della mia perlustrazione nelle immediate vicinanze della stazione di Genisi nelle vicinanze di Ragusa.

Come ho avuto modo di raccontare in un’altra occasione, il rombo dei cannoni che ora si avvicinava ed ora si allontanava era dovuto al fatto, così come mi fu raccontato da un collega che era stato appunto in quel settore, che l’esito della battaglia nel retroterra di Gela subiva continui mutamenti dovuti al contrasto fortissimo che aveva opposto la divisione Livorno all’avanzata delle truppe americane con il sostegno delle bordate delle batterie navali.

Fino a quando fu valido il sostegno dei cannoni a lunghissima gittata. le truppe americane riuscivano ad avanzare e perciò il fronte della battaglia si spostava verso l’interno. Quando invece gli americani non potevano più usufruire di quel sostegno la divisione Livorno sostenuta da alcuni carri Tigre della divisione corazzata Goering tornava a sospingerli verso la spiaggia. Trovai così le motivazioni reali di una supposizione che mi aveva tenuto per lungo tempo nell’assoluta incertezza.

Seppi anche che la 206° Divisione costiera di cui faceva parte il reggimento a cui ero stato aggregato durante la mia permanenza a Scicli si era battuta con furore per contrastare l’avanzata deli alleati. Era una notizia che mi riempiva di orgoglio perché anche quando ero stato trasferito alle dipendenze della 9° sottozona di Ragusa non mi ero mai staccato né con il cuore né con la mente da un reparto che avevo servito non soltanto con spirito di servizio ma anche con tutta l’anima.

Mi vennero alla mente tutte le località che conoscevo alla perfezione da Pozzallo a Santa Croce Camerina e che purtroppo avevano subito un tremendo trauma che difficilmente avrebbe potuto essere risanato. Ed, io, avrei avuto la possibilità di rivederle ancora ? E gli uomini che vi avevo conosciuto, dove erano andati a finire? Quale era stata la loro sorte, dal comandante all’ultimo dei suoi poveri fantaccini? E il mio caro ufficiale medico, il mio caro amico fraterno artificiere, il capitano , aiutante maggiore del reggimento, il caro tenente cappellano, sempre pronto a correre da per tutto anche quando non ce n’era bisogno pur di essere il primo a consolare e a dare conforto, dove erano andati a finire ? La grande tragedia li aveva tragicamente coinvolti o, meno sfortunatamente , erano ancora in vita ?

Erano questi i pensieri che scorrevano veloci nel mio cervello nei momenti in cui ciascuno di noi, passata la voglia di comunicare, si chiudeva nel suo guscio e rifletteva sulle persone, sulle cose, sugli avvenimenti reali o supposti che mi avevano coinvolto direttamente o indirettamente.

E sì, perché ogni qualvolta un piccolo tassello di realtà si univa alle mie precedenti esperienze anche i miei ricordi subivano delle profonde modifiche. Era come un grandissimo palcoscenico che si apriva davanti a te ma non potevi avere occhi per tutte le cose e quando ne prendevi coscienza tutto ciò che prima era stato in ombra si illuminava. Tuttavia era una luce che non diminuiva per niente la drammaticità dei fatti e lasciava nel tuo animo una traccia indelebile di dolore e di delusione.

Arrivammo a Ouled Rahmoun nel primo pomeriggio e finalmente potemmo scendere dai famigerati e puzzolentissimi carri merci. Fummo subito inquadrati e quando sembrò che fossimo pronti ci fu dato l’ordine di metterci in marcia. Ci fu un piccolo inconveniente dovuto al fatto che il primo della colonna ero proprio io, che non riuscivo nella maniera più assoluta a capire ciò che il “mastino” addetto al nostro trasferimento mi abbaiava addosso. Più lui gridava più io non mi muovevo e capii soltanto che lui cominciò certamente a bestemmiare.

Finalmente, con un tantino di intelligenza in più, mi prese per mano e mi fece gesti più comprensivi per farmi capire che occorreva mettersi in movimento. Per la verità non era che io non avessi del tutto capito quello che bisognava fare ma avevo un alibi perfetto per non eseguire quello che poteva essermi detto con maggiore umanità e rispetto: Non era scritto da nessuna parte che io dovessi capire l’americano e mi feci forte di questo per restare fermo ed impassibile dinanzi al suo furibondo e gesticolato latrare.

Intanto i miei compagni di sventura, quasi spasmodicamente mi facevano segno di muovermi  ed io, per evitare ulteriori danni, finalmente mi mossi e dietro a me tutta la colonna. Sentii il mastino gridare ulteriormente e finalmente si svelò il mistero : «You non essere officiala italiana, you essere pricioniera.»

Per carità! i nostri migliori amici erano proprio gli americani di origine italiana e questo non fu un esempio isolato ma si protrasse , ad eccezione di alcuni casi, per tutto il periodo della prigionia.

Fummo condotti in un recinto molto ampio dove il filo spinato regnava sovrano in ogni angolo ed in tutti lati dello spazio a noi riservato: nessuna tenda, nessun ricovero e quando fu sera e subito dopo notte profonda in pochi attimi sentimmo immediatamente l’umidità gelata caratteristica delle notti africane. Su di noi, raccolti in gruppo e seduti come di consueto sulle nostre gambe ripiegate su se stesse, si riverberavano i raggi indiscreti dei fari accesi dai soldati di sorveglianza.

Era quello il momento tragico che “ai naviganti intenerisce il core “. In quel medesimo momento come per miracolo comparve una fisarmonica e da quella come da un fiume di intensa tristezza le note delle più belle canzoni italiane. Vi prevalevano alcune dolci canzoni napoletane ma tutte, dico tutte, risuonavano di una infinita mestizia che ti riportava alla famiglia, a tutti coloro che ti erano profondamente cari, ed altrettanto dolorosamente ti facevano sentire ancor più grave la pesantezza della situazione reale in cui ci trovavamo tutti, tutti, nessuno escluso.

«È questa di Katin la fossa e noi, qui, lasceremo le ossa

Erano versi improvvisati là per là, ma che rendevano in modo straordinariamente reale e tragico la nostra situazione. Io, con il viso chiuso fra le mani lasciavo scorrere le lacrime come da un ruscello: per la prima volta uscivo dal torpore aggravato dalla incredulità ed avevo finalmente la percezione della tragedia nella quale ero precipitato, non certo per colpa mia. Fu un modo finalmente liberatorio per farmi uscire da quella abulia insensibile e nello stesso tempo incomprensibile in cui ero caduto.

(Fine seconda parte del II volume)

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