Memorie di guerra del preside Sante Grillo, storico ed ‘eroe’ della seconda guerra mondiale, secondo volume

Certa di fare cosa gradita ai lettori appassionati di storia e cultura, 

la redazione di “LoSpeakersCorner.eu” pubblica a puntate le memorie di guerra del preside Sante Grillo, che, durante il secondo conflitto mondiale, nel 1943, era Sottotenente del 454° Nucleo Antiparacadutisti di stanza a Scicli, in provincia di Ragusa.

Dedico questa mia piccola fatica ai miei cari lettori. Pochissimi, per la verità, ma non per questo meno cari e a … coloro che sono oggetto del mio affetto anche se non non tutti, oggi, possono percepirne il calore in questa nostra dimensione terrena.

                                                                        Sante Grillo

Prologo

È un prologo particolare perché si riferisce ad una seconda parte che non ha soluzione di continuità con la prima, essendone la sincronizzata prosecuzione. Certamente cambia lo spirito, cambia la condizione giuridica del soggetto che è e rimane sempre la mia persona, anche se un poco più intimamente presa e per questo più intensamente provata, perché affonda le sue radici nel più profondo del mio animo.

Non voglio anticipare niente, ma volendo parlare della mia prigionia di guerra prima di iniziare indicherò, per coloro che volessero conoscerne la storia, tutte le tappe che come turista forzato mi hanno fatto percorrere dal momento in cui mi sono trovato nella prefettura di  Ragusa insieme ad alcuni ufficiali del Distretto Militare del posto che subivano la stessa mia sorte.

Non vorrei indicare le tappe come per un giro d’Italia ma non vorrei neppure cominciare con il raccontare i particolari, che invece menzionerei nel prosieguo del racconto.

Dopo Ragusa, feci la prima sosta nei pressi di Ispica, poi una corsa al porto di Siracusa e successivamente allo stesso porto dopo una breve sosta sulle colline della città e dopo un disastroso viaggio Siracusa-Priolo- Siracusa.

Quindi l’imbarco su una piccola nave da trasporto e successivamente ad Enfideville nei pressi di Sfax in Tunisia. Poi, passando per Tunisi, una lunga corsa in treno fino a Costantina, in Algeria, e sosta forzata nei campi di concentramento di Ouled Rahmoun.

Qui ci siamo fermati per molto tempo e, dopo aver mutato le condizioni giuridiche da PW a Cooperators, siamo stati condotti prima sulla costa algerina in località di cui non ho mai saputo il nome e quindi dal porto di Algeri, da cui con la nave Liberty siamo giunti a Marsiglia con stazione al Lac du Berry. E quindi dopo alcuni mesi siamo partiti attraverso la valle del Rodano e con sosta brevissima in quel di Lione fino a Epinal nel dipartimento di Vosges, verso i confini con la Germania, nelle vicinanze di Strasburgo.

Una lunga sosta anche qui, e successivamente la strada del ritorno per Marsiglia su una “ nave-trappola” italiana. Attraversando le Bocche di Bonifacio giungemmo alla vista del Vesuvio alla cui ombra ebbe fine il mio stato di guerra.

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Ispica

Ci immisero in uno spiazzo circondato da filo spinato dove già altri prigionieri erano in sosta. Tutti ufficiali e nessun militare di truppa o sottufficiali. Non mi rendevo conto del fatto, ma qualcuno al quale avevo mostrato la mia perplessità mi spiegò che a mano a mano che gli uomini venivano catturati erano rilasciati quasi automaticamente dopo averne accertata la identità con un lasciapassare che definirei insolito: stampigliavano sul dorso o sul palmo della mano un bollo con inchiostro indelebile e li lasciavano in libertà.

 

Chiesi anche dove ci trovavamo perché non mi ero ancora reso conto del percorso fatto fino a quel momento né avevo visto luoghi che potessero costituire per me punti di riferimento.

Non cercai in nessun modo di fare conoscenza con qualche collega. Il mio stato d’animo continuava ad intorpidire i miei pensieri ed i miei sentimenti. Così come era accaduto che non avessi avvertito minimamente come e quando ero pervenuto ad Ispica, la mia assenza dalla realtà era quasi totale. Non sentivo neppure alcuna necessità, non cercavo di bere ed ancor meno di mangiare. Non ne sentivo la esigenza, come se quella esigenza non mi appartenesse. Nemmeno mi preoccupavo del corredo delle cose che portavo con me racchiuse nel mio zaino,  di cui non avevo proprio contezza, visto e considerato che non sapevo neanche che cosa vi fosse racchiuso: dello zaino facevo uso solo perchè mi fungeva da sedile. In quelle condizioni di spirito non riuscivo neppure a pensare e quindi a valutare nella piena drammatica realtà la posizione nella quale disgraziatamente ero venuto a trovarmi.

Quando venne il tramonto lo spettacolo che da quella collina si presentò ai miei occhi mi diede una sensazione di struggimento e di dolore intenso che invase il mio essere. Compresi con una tremenda stretta al cuore che ormai per me era finita, che la voglia di andare avanti si allontanava dalla mia anima, che il mio pensiero non guardava più al futuro come un futuro vivibile, almeno per me.

Il grande cerchio del sole si inabissò nel mare sulla linea dell’orizzonte come penso che accada negli orizzonti africani. Quando non potei vedere più lontano dal mio naso cominciai a percepire delle stranissime cose, dei movimenti che non riuscivo a focalizzare ma che comunque avvenivano intorno a me. Piano piano, abituandomi all’oscurità cominciai a concretizzare le mie percezioni. Vedevo, ormai vedevo delle ombre che si muovevano verso un preciso punto del campo improvvisato.

Erano persone che correvano curve verso una determinata direzione e solo dopo qualche momento cominciai finalmente a capire che alcuni dovevano aver scoperto un varco attraverso cui poter scappare eludendo completamente la sorveglianza delle sentinelle, che come finalmente potei capire non erano poi molte.

Quelle immagini che si confondevano quasi del tutto col buio della notte erano prigionieri che fuggivano via e così avendoli osservati e finalmente percepiti mi svegliarono da quel semi-torpore che aveva dominato i miei sensi e la mia capacità di considerare tutto ciò che mi circondava e che mi era accaduto fino a quel momento. Cominciarono in me le considerazioni che la scoperta mi portava a valutare.

Certamente il fuggire dalla prigionia era un atto doveroso anche giuridicamente accettato dalle regole della guerra, ed io perché non fuggivo, perché non seguivo il loro esempio, perché seguendo la loro stessa direzione non mi curvavo su me stesso e via a tutta velocità verso un’avventura di cui non conoscevo la fine?

In effetti il fatto che non si sentissero sparare colpi di fucile faceva pensare che l’avventura che quelle ombre avevano intrapreso era andata a buon fine, almeno nelle immediate vicinanze di tempo oltre che di spazio.

«Ora fuggo anch’io …», cominciai a pensare e «… Dove vado,dove mi rifugio? Chi potrebbe ospitarmi fino a quando non avessi trovato opportunità diverse e plausibili? » E poi «Fuggi, idiota, fai come fanno quelli più coraggiosi di te, lanciati senza stare a tormentarti sul si o sul no!»

Forse era augurabile che quel precedente stato di ipnosi continuasse più a lungo e non mi facesse entrare in un altro stato di intenso malessere che caratterizza il dubbio e l’incertezza. Le ragioni del no alla fine prevalsero, immaginando che coloro che avevano deciso di fuggire  avevano mete da raggiungere molto più vicine di quanto potessi averne io.

Comunque l’alternanza dei sentimenti mi portò alla totale prostrazione ed ebbi appena la percezione che al tutto si aggiungesse una grande percentuale di debolezza fisica dovuta alla mancanza assoluta di cibo. Fu così che perdendo ogni percezione mi allungai sul terreno e con la testa appoggiata allo smagrito zainetto mi addormentai.

L’ordine di adunata ci fu dato di buon mattino con un piglio, direi, bersaglieresco ed in pochi minuti ci fecero salire su un numero di camion che neppure allora riuscii a precisare. Mi ero rifatto un poco dalla stanchezza fisica ma non molto da quella psicologica: ero come in una specie di intontimento che non mi dava la possibilità di vedere bene la situazione e le condizioni in cui, non solo io, ci trovavamo.

Non ci volle molto per iniziare il nostro viaggio di avvicinamento a Siracusa ed in una giornata completamente tersa con un sole splendente, un cielo intensamente azzurro c’era tutta la disponibilità ad essere ottimisti. Per lunghi tratti ci fu dato di vedere il mare, il mare che divide, il mare che unisce. Un mare, purtroppo, che ci aveva portato in casa un nemico, non certo feroce, ma sempre un nemico.

Non c’era tanto da dialogare: le sentinelle dislocate al fondo dei carri non erano certamente tranquille ma, al contrario, molti di noi lo erano perché penso che avessero risolto tutti i loro dubbi e tutte le loro incertezze. Ormai per loro – o Dio, anche per noi – la guerra era finita con tutte le sue frustrazioni, le sue tribolazioni, i suoi terrori, i suoi dolori, le sue ferite anche se non si sarebbero rimarginate in breve tempo.

Ebbi modo, e mi servì anche da distrazione ristoratrice, di ammirare le bellezze delle zone attraversate che conservavano anche dopo il passaggio della guerra la loro infrangibile trasparenza. Ora più che mai apprezzavo la quasi verginità dei luoghi come bellezze incontaminate ed i paesaggi erano straordinariamente pittorici. Soltanto quando attraversavamo i centri abitati potevamo osservare che la guerra era passata da lì con particolare violenza.

Mi fu dato di notare come gli americani avessero trasformato alcuni nostri oliveti in campi di atterraggio per caccia ed aerei più piccoli e come ne partissero e ne arrivassero molti in rapida successione. Provai molta pena per i numerosissimi ulivi che erano stati estirpati senza pietà. Ma queste erano e sono le leggi della guerra.

Comunque, malgrado quelle dolorose constatazioni, il mio animo si era alquanto rinfrancato e cominciai a sentire i morsi della fame.

Eravamo intanto arrivati a Siracusa e precisamente nella zona portuale che secondo il mio parere era anche la meta dei camion che da lì avrebbero dovuto ripartire carichi di materiale utile per rifornire il fronte. Il porto di Siracusa offriva loro tutte le qualità necessarie ad ogni tipo di sbarco e di imbarco essendo anche un punto strategico per i rifornimenti di truppe e di materiale per i fronti aperti di Catania, di Ragusa ed oltre.

 Siracusa e dintorni.

Il nostro soggiorno in quella città prima di essere trasferiti a Priolo era stato alquanto breve: ci eravamo giunti trasportati da camion militari dalla provincia di Ragusa, proprio in quel capoluogo di provincia dove io ero stato dislocato con un nucleo antiparacadutisti con compiti speciali ma con un armamento di cui era meglio non discutere in quel momento.

Avevo conosciuto in quel frangente due tenenti e due capitani che avevano prestato il loro servizio nel distretto militare di Ragusa: erano abbastanza anziani rispetto ai miei ventitré anni ma ricordo la loro simpatia, in nodo particolare di un capitano di origine napoletana che non aveva perso il suo smalto ed il suo ottimismo malgrado tutto ciò che ci circondava. Da loro conobbi un particolare che colmò in parte un vuoto di conoscenza che malgrado ogni sforzo non ero riuscito a riempire fino a quel momento: tutti gli ufficiali, i sottufficiali ed i soldati del Distretto erano stati mobilitati improvvisamente ed avviati su due camion a liberare e successivamente a presidiare il posto di blocco al quadrivio Ragusa-Marina di Ragusa e Scicli-Santa Croce Camerina. Quei signori non avevano mai sparato un colpo di fucile ma furono mandati ugualmente a liberare dai paracadutisti armati fino ai denti l’importante quadrivio. Arrivando sul posto non ebbero il tempo di scendere dai mezzi perché furono immediatamente falcidiati da violentissime raffiche di mitra.

Il racconto di cui non ebbi neppure il sospetto che potesse non rispondere a verità mi fece fare automaticamente una considerazione: come mai non ero stato mandato io con il mio reparto invece di essere impegnato soltanto a presidiare la strada che portava da Ragusa a Marina di Ragusa col compito preciso di evitare qualunque tipo di infiltrazione verso il capoluogo di provincia? Forse il diverso impegno mi salvò la vita ma non avrei potuto dire il contrario perché la prova del nove non era assolutamente possibile.

A Siracusa, con mio grande dispiacere, li avevo persi di vista e, limitati nei movimenti come eravamo, non avevo potuto neppure entare di rintracciarli.

La prima notte trascorsa in un improvvisato campo trincerato nel porto di Siracusa e con il riparo di un basso caseggiato che era forse servito agli stessi operai del porto, potrei definirla  come la notte delle streghe. Una notte terribile che non riesco a ricordare nelle sue giuste sequenze, in considerazione del fatto che io stesso vissi – direi disgraziatamente – la  coscienza delle mie sensazioni ed il controllo della mia stessa paura. Un pizzico di incoscienza in quella circostanza mi avrebbe certamente favorito e forse avrei potuto evitare quell’immenso sforzo per non uscire fuori dai binari della ragione.

Mi domando se in quel frangente sia stato un vigliacco o un coraggioso: il fatto di conservare quasi intatte le mie percezioni e vedessi intorno a me – per quello che era possibile vedere – e sentissi – per quello che era possibile sentire – quanto accadeva in quella specie di girone dantesco mi fa pensare che la mia non fosse del tutto vigliaccheria e che lo stesso terrore si avvalesse anche dell’impossibilità di reagire in qualche modo per contribuire al collasso   delle forze non solo fisiche ma principalmente psicologiche.

Fuori c’era l’inferno: il bagliore non aveva alcuna soluzione di continuità, per cui potevo  vedere dal mio punto di osservazione uomini, si fa per dire, e cose. Ero sistemato su una cucinetta in muratura mentre con le braccia mi tenevo strette le ginocchia in un tentativo di difesa come se avessi potuto riprendere la posizione del feto e ritrovarvi la stessa sicurezza del  ventre materno. Intorno era un brulicare di corpi che si contorcevano nei tentativo di trovare al di sotto di altri corpi la salvezza della propria vita.

C’era chi invocava la mamma ed era proprio questo grido che mi tormentava maggiormente,  perché era esattamente quello che avrei voluto urlare io con un grido che mi sarebbe  uscito dalle viscere in un suono certamente inumano.

Fuori, come dicevo, era l’inferno: centinaia di cannoni, di mitragliere, di  mitragliatrici più leggere, gli scoppi vicini, le vampate di luce che annullavano la notte, gli urli, le maledizioni e le preghiere si incrociavamo in un maledetto rincorrersi di boati assordanti al di là e al di sopra di ogni sopportabilità.

L’incursione aerea dei tedeschi aveva provocato una reazione infernale. Poi un immenso boato sconvolse tutto, anche il nostro pur labile pensiero ed io non fui più in grado di sentire e di vedere: era subentrata l’incoscienza e l’incapacità di fare un gesto, di emettere una parola. Penso che fossimo giunti sull’orlo dell’insania proprio nel momento in cui tutte le nostre, tutte le mie forze cercavano di aggregarsi per resistere e per vincere la paura.

Come Dio volle finì la tregenda e passò anche la notte. Fummo trasferiti sulle colline e rivedemmo i tedeschi prigionieri che davano saggio della loro disciplina: continuavano nel loro addestramento agli ordini di alcuni solerti sottufficiali. Noi … pur ufficiali … non riuscivamo  neppure ad organizzarci per la divisione del cibo che intanto era stato distribuito.

La sera e successivamente la notte ebbi la prova che anche i tedeschi quando non erano osservati avevano paura: durante un ennesimo allarme aereo io mi ero rifugiato sotto il tronco contorto di un ulivo che la natura aveva fatto crescere in posizione obliqua. Non era molto ma mi avrebbe certamente salvato dagli spezzoni dell’antiaerea che si sentivano cadere intorno. Ebbene! Non ebbi l’opportunità di restarvi perché fui letteralmente buttato via da due  militari tedeschi che evidentemente avevano più paura di me.

Da Siracusa a Priolo

Era sera quando arrivammo a Priolo in una radura i cui confini non erano facilmente definibili. Ci eravamo arrivati in una interminabile colonna di prigionieri italiani messi abbastanza male, sbrindellati, in massima parte, anzi tutti, ufficiali dell’esercito in assetto visibilmente malridotto. Non sapevamo perché ci eravamo venuti, i quindici chilometri da Siracusa ci avvicinavano al fronte di combattimento nella piana di Primosole nelle vicinanze di Catania da dove si sentiva rimbombare il cannone con feroce insistenza.

In genere i prigionieri venivano allontanati dal fronte incrociando i mezzi che invece affluivano verso la prima linea. Fummo rinchiusi in un riquadrato circondato da fitto filo spinato e con sentinelle niente affatto ben disposte. L’atmosfera era torbida, direi mefitica, forse perché ci trovavamo in una specie di acquitrino dai depositi in decomposizione e con una umidità, resa nebbiosa da una straordinaria densità che rendeva quasi invisibile il compagno vicino.

Ci avvolgemmo in coperte da campo per tentare di salvarci da quella specie di acqua sospesa nell’aria. Intorno un nugolo di zanzare inferocite in cerca degli angolini di pelle che inevitabilmente lasciavamo scoperti: se stringevi il pugno all’improvviso potevi ucciderne un grandissimo numero, ma non ne valeva la pena. La nostra mente era distratta: non ci rendevamo conto del perché di quel trasferimento dalle adiacenti colline di Siracusa, fra gli ulivi, dove eravamo stati convogliati con i tedeschi.

Un po’ di fatalismo ci aiutava a sopportare, ma quello che non riuscivamo a superare era l’incertezza, il dubbio sulla nostra sorte: perché ci avevano portati fin lì invece di allontanarci dal fronte?

La notte passò lentissima. Al rombo dei cannoni si accompagnavano vividi lampi di luce: direi che era l’unica a consentirci di vedere le nostre sagome accovacciate per terra in considerazione del fatto che non ci era possibile nessuna altra posizione. A volte il boato delle  esplosioni sembrava più vicino e, per assurdo, un briciolo di speranza correva per tutto il nostro essere: non importava che si avvicinasse anche il pericolo. E se i nostri avessero ricacciato indietro i nemici? Tutto era possibile, ma soltanto nella nostra fantasia.

Alle prime luci sapemmo, che dovevamo muoverci ancora: per dove? Non era soltanto un dubbio amletico perché i tempi erano già diversi: non più “essere o non essere” ma “ci saremo o non ci saremo?”, con tutto quello che poteva comportare la diversità di direzione. Logica  avrebbe voluto che, se eravamo appena venuti da lì, non si andasse più a Siracusa, ed invece fu proprio quella la direzione di strada che illogicamente imboccammo.

Lasciammo finalmente quella mefitica piana dove fortunatamente, eravamo rimasti una sola notte.

Ci mettemmo in movimento con i nostri fardelli quando ancora la luce del giorno non era piena, e cominciai a vedere quelli che forse erano stati vicini a me durante la memorabile notte. Ancora mi rimbombava nelle orecchie il tuono dei cannoni in continua ed interminabile sequenza, e sfavillavano ai miei occhi le luci vivide delle esplosioni che sagomavano la linea irregolare delle colline circostanti. Si può dire che io in quei momenti non avessi pensieri: erano talmente tanti che non riuscivo a fissarne uno soltanto. Si susseguivano con straordinaria velocità le immagini di mio padre, di mia madre, di mio fratello che vivevano in  quella stessa mia terra: che cosa sarebbe accaduto di loro in quella bolgia infernale che si spostava di metro in metro e che inesorabilmente passava su tutto e su tutti come un rullo compressore! I miei amici dove erano?

Non avevo più nessuno vicino a me, vedevo solo visi sconosciuti e soprattutto stravolti dal dolore, dalla delusione, dalla sofferenza fisica e mentale. Non bevevo dal giorno precedente e non avevo borraccia: qualcuno ne aveva due a tracolla e qualche altro addirittura tre. Li invidiavo un poco e mi domandavo come mai fossero stati così previdenti: sicuramente non erano stati colti alla sprovvista come me che vivevo al momento senza prevedere quello che  potesse succedere subito dopo.

Peraltro, confesso, non mi sarei mai sognato quella mia condizione di prigioniero. Se lo avessi fatto non mi sarei certamente fatto trovare con i calzettoni sfondati, con gli scarponi aperti lateralmente e che si erano spaccati del tutto in quei pochissimi giorni di trambusto e di  marce forzate.  Ad un certo momento, quando avevo creduto di averne la possibilità, mi ero tolto gli scarponi ed avevo immerso i piedi in una vicina pozzanghera. Là per là avevo trovato refrigerio ma successivamente le bolle mi si erano spaccate e non riuscivo a poggiare i piedi per terra. Non so più se sia stata la volontà o la sopravvenuta insensibilità a non farmi più sentire il dolore e perciò ripresi il cammino, anche se avvertivo una certa dolenzia alle gambe: il giorno prima avevamo fatto, come Dio aveva voluto, quindici chilometri ed ora ci  accingevamo a farne altrettanti, sempre che la meta fosse Siracusa.

Ritorno a Siracusa.

Uscimmo sulla strada con direzione Siracusa, venendo fuori da quella pozzanghera mefitica  che potrei definire esattamente come una bolgia dantesca. Certamente non sapevamo che cosa ci avrebbe serbato il futuro, però il venir fuori ci sembrò un buon segno e sicuramente non immaginavamo quello che sarebbe avvenuto da lì a qualche momento. La colonna fu subito presa in consegna da militari indiani che senza perdere molto tempo cominciarono ad infastidire la retroguardia della colonna.

 Io, intanto avevo avuto l’opportunità di rivedere il capitano discretamente anziano del Distretto militare di Ragusa e fui felice di incontrarlo, ma un po’ meno nel constatarne le condizioni fisiche. Era molto abbattuto forse più nello spirito che nel fisico, comunque non era più disponibile alla battuta ed alla barzelletta dei primissimi momenti in cui ci eravamo conosciuti. Probabilmente era finito l’effetto che lo teneva elettrizzato per essere uscito indenne dal fatto d’arme di Marina di Ragusa. Lo lasciai in compagnia di un collega che mostrava di essere solidale con le sue condizioni e cominciai a guardarmi intorno con lo spirito critico di sempre.

Notai più cose che mi dettero un certo fastidio. Un ufficiale della sussistenza che portava con sé due sacchi di materiale e cercava implorando che qualcuno lo aiutasse a portare almeno uno dei due suoi sacchi promettendo un compenso in sigarette che certamente arricchivano il corredo del suo carico. Lo guardai con una certa commiserazione così come gli altri facevano guardandolo quasi con sdegno e rifiutando la sua offerta con sorrisi di scherno.

Intanto dal centro della colonna cominciai a vedere la coda della stessa e, poiché non mi rendevo conto del come e del perché ciò fosse accaduto, osservai meglio e mi accorsi che le sentinelle che ci accompagnavano usavano il calcio del fucile per spingere i ritardatari a muoversi con maggiore sollecitudine. Accadeva così come per un gregge il cui pastore  volesse spingere più velocemente le sue pecore lanciando contro le ultime il cane pastore  che ringhiando ed abbaiando faceva correre a posizionarsi davanti a quelle che poco prima erano state in coda. Mi sentii profondamente umiliato e mortificato osservando lo stesso movimento delle pecore dei miei colleghi che per timore di essere colpiti dal calcio dei fucili se ne sottraevano correndo in avanti.

Fu così che rimasi ultimo. Che cosa avrei dovuto fare, come avrei potuto comportarmi per non subire la stessa umiliazione per me terrificante. C’era un rimedio ? E se c’era, qual era? In nessun caso avrei subito la mortificazione di essere spinto in avanti con il calcio del fucile. Tutti i miei nervi erano tesi fino allo spasimo, pensai alla morte che in quel momento aveva perso persino di significato, ebbi la percezione di essere arrivato al capolinea. E così, senza pensare a niente ed a nessuno, sentendo arrivare un soldato indiano arrivare da presso, lo guardai negli occhi. Anche lui mi guardò, a lungo, forse interrogandosi su ciò che sarebbe stato necessario fare in quella contingenza. Non mi toccò e non mi dette il tanto temuto colpo, passò oltre a sollecitare quelli che stavano davanti a me. Non nascondo di aver tratto un grosso sospiro di sollievo. Se fossi riuscito a mantenerlo lontano da me avrei vinto.

Fu quello il momento in cui mi accorsi che il capitano di mia conoscenza camminava a stento  sostenuto da un collega che non conoscevo. Mi avvicinai per saperne qualcosa di più ed ebbi il tragico invito del mio collega di sostituirlo nell’aiuto al capitano perché egli stesso non ce la faceva più. Non ci pensai due volte, porsi al collega il mio zainetto e mi sostituii a lui nel sorreggere il capitano, che mi riconobbe e mi rivolse uno sguardo di ringraziamento. Mi disposi nel miglior modo possibile sostenendolo con il braccio destro alla vita e portando il suo braccio sinistro sulla mia spalla sinistra ripresi a camminare in avanti con qualche disagio perché non era facile tenere dritta una persona ed indurla a camminare quando la stessa si rifiutava di farlo, non certo per negligenza ma perché non aveva più forza nelle gambe. In ogni modo con un grande sforzo di volontà riuscì a fare dei passi chinando un po’ il busto in avanti e tirando oltre il necessario le ginocchia in alto alternativamente.

Compresi da questo ultimo movimento quasi innaturale che ce la stava mettendo tutta in fatto di volontà ma fisicamente era ormai allo stremo. La cosa non mi rassicurò anche perché nel frangente avevo perso il contatto con la colonna e non mi riusciva più di raggiungerla.

All’improvviso mi ritrovai il mio indiano vicino a me che cercava di mantenere il mio passo e la mia velocità. Dopo una cinquantina di metri cominciai a capire che il peso del capitano cominciava ad essere insostenibile e che le mie forze non erano più integre. Cominciai a disperarmi e non sapevo più a quale santo rivolgermi per chiedergli aiuto. Non vedevo più perché il sudore che scendeva dalla fronte non veniva più diviso verso le gote dalle sopracciglia e mi entrava a rivoli negli occhi. Con un sforzo indicibile ed evitando che il capitano mi scivolasse per terra arrivai e prender il mio fazzoletto e con la mano sinistra cercavo di detergere la fronte. Qualche volta ci riuscivo, qualche volta no. Era quello i momento della mia maggiore sofferenza, temendo che se avessi ceduto e lo avessi lasciato per terra avrebbe potuto essere ucciso.

E intanto la distanza fra me e gli ultimi della colonna si era allungata e sarebbe stato impossibile coprirla. Tra l’altro, allungandosi sempre di più, mi rendeva assolutamente impossibile chiedere a qualcuno dei colleghi di sostituirmi. Mi sentii perso pur continuando nei miei tentativi di asciugarmi gli occhi e vidi il mio indiano più segaligno che mai avvicinarsi ancora. Che cosa poteva volere da me? Non avevo neppure la forza di alzare lo sguardo e fissare il suo viso come avevo fatto precedentemente.

Credo che qui si sia compiuto il miracolo: afferrò il mio fazzoletto e cominciò a detergere la mia fronte liberandomi dalla mia quasi completa cecità. Mi aiutò ad afferrare meglio il capitano che ormai riusciva solo a trascinare i piedi abbandonandosi interamente sul mio corpo. Tentai un’ultima carta facendo capire al “mio indiano” che avevo bisogno di acqua da bere. La sua risposta non si fece attendere molto, corse avanti prese a volo la borraccia di un prigioniero e cercò di versarmene il contenuto fra le labbra ormai screpolate.

Non fui molto fortunato perché soltanto poche gocce caddero fra le mie labbra, ma lo guardai ugualmente con riconoscenza, sperando che capisse che lo stavo ringraziando. Buttò via la borraccia ma non si arrese, corse, questa volta verso il ciglio della strada, ed afferrò un grappolo d’uva che un contadino stava offrendo ai prigionieri. Mi offrì, acino per acino tutto il grappolo di uva e non si allontanò più da me. Mi seguì per tutto il mio percorso anche quando la colonna di prigionieri tedeschi che ci seguiva ci fagocitò intruppandoci fra le sue fila. Avevano una marcia ben diversa dalla nostra, intendo dire da quella di noi tre, io il capitano e il mio indiano.

Forse i tedeschi non sapevano che io potessi comprenderli perfettamente e perciò si divertivano ad insultare gli Italiani con gli epiteti più strani e più infamanti. Io pur avendone il desiderio non pensai proprio di rispondere. Avevo ben altra gatta da pelare e non era certo il caso di iniziare una polemica che poteva finire in modo ben diverso da quello che in quel momento poteva essere desiderabile.

Come Dio volle, arrivammo sulla banchina del porto di Siracusa che si apriva alla mia vista. Il porto implicava diverse riflessioni e nessuna a nostro vantaggio. Comunque rividi i miei compagni affollati nei pressi di una piccola nave che poi mi risultò essere greca. Gli stessi marinai si adoperavano ad offrire ai nostri dell’acqua che sgorgava da un grosso tubo di gomma. Finalmente qualcuno di loro mi scorse mentre stavo per arrivare e mi venne incontro per prendere in consegna il capitano completamente stremato. Era il collega a cui avevo dato il cambio che mi restituì lo zaino che gli avevo dato in consegna. Avvertii un senso di ristoro e persino la mia grande stanchezza sembrò diminuire, mi restava soltanto una grande sete che cercai di soddisfare avvicinandomi alla imbarcazione greca.

Non dimenticai il mio indiano, che si era fermato quando erano venuti ad aiutarmi ed a prendere in consegna il capitano, mi voltai e lo vidi fermo a gambe larghe come se aspettasse per vedermi giungere a buon fine e non volli deluderlo perché dopo qualche attimo di esitazione alzai il braccio e lo mossi in segno di saluto e di ringraziamento. Mi rispose con uguale gesto poi si volse e sparì allontanandosi lentamente. Era stato straordinario e mi sembrò ingeneroso l’averlo giudicato un po’ ridicolo in quel suo incedere dinoccolato in quella sua statura sproporzionata resa ancor più evidente dalla lunghissima baionetta che sbucava da un fucile troppo lungo ed infine da un elmetto che sembrava un piatto rovesciato sul capo  risultando troppo piccolo in proporzione a tutta la sua conformazione fisica. Forse se fosse stato più vicino e mi avessero liberato prima del mio gravoso fardello lo avrei abbracciato. Si, era un nemico, ma io lo avrei abbracciato lo stesso. Maledetta guerra!

(Fine prima parte del II volume)

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