Depatologizzare l’omosessualità per difendere gli adolescenti LGBT

Da oltre vent’anni la comunità scientifica internazionale ha definitivamente cancellato l’omosessualità dalle patologie psichiatriche, dal momento che l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha definito l’omosessualità una variante normale del comportamento umano, risoluzione accolta anche dalla World Psychiatric Association (WPA), il sodalizio mondiale degli psichiatri.

Ciononostante,  in Italia ancora non si è eliminata la diagnosi di “omosessualità egodistonica”, riportata dall’International Classification of Diseases 9 Clinical Modification (ICD 9 CM), ovvero lo strumento internazionale utilizzato per la definizione delle diagnosi e dei traumatismi nei ricoveri, possibile dal 1990, ma cancellata dall’ICD 10: si tratta della condizione secondo cui il soggetto, pur avendo chiaro quale sia il proprio orientamento sessuale, non lo gradisce e accetta, desiderando che fosse diverso, a differenza dell’omosessualità “egosintonica”, in cui il soggetto riconosce e accetta il proprio orientamento e non vive conflitti derivanti dalla sua condizione.

Fino all’edizione 2014 del manuale DSM dell’American Psychiatric Association era ancora ammessa l’omosessualità egodistonica, ma a partire dalla nuova edizione questa diagnosi è scomparsa. Già nel 2012 una nota del Ministero della Sanità aveva garantito la completa cancellazione dell’omosessualità come patologia anche nella sua forma “egodistonica” nella successiva versione del manuale diagnostico italiano, ma alla data attuale questo passaggio non è ancora avvenuto.

Il problema è che la diagnosi di “omosessualità egodistonica” è utilizzata per giustificare l’applicazione delle cosiddette “terapie riparative” o “terapie di conversione”, finalizzate a modificare l’orientamento sessuale da omo ad eterosessuale, definite invece “prive di fondamento scientifico e in alcuni casi delle vere e proprie forme di tortura” dalla WPA, come ha ribadito in modo estensivo nella nota pubblicata a marzo 2016, a conclusione di studi durati trent’anni, dichiarando senza mezzi termini “inappropriato” che gli psicologi avallino l’idea che l’orientamento sessuale si possa cambiare: non esiste alcuna prova scientifica a supporto dell’efficacia di un trattamento mirato a cambiare l’orientamento sessuale.

Purtroppo in Italia non sono state mai vietate le terapie riparative e la nota della WPA non è mai stata accolta, neanche dalla omologa ed affiliata Società Italiana di Psichiatria. Le terapie riparative (o eteronormative) comprendono una serie di interventi atti a “ri-orientare” o “riparare” la persona omosessuale con l’obiettivo di farla diventare eterosessuale o almeno di non farle vivere i comportamenti omo-erotici. Tali tecniche comprendono sia approcci volti a “ri-orientare” la persona attraverso l’utilizzo di stimoli negativi (come elettroshock, suggestione ipnotica, farmaci inducenti nausea o vomito in associazione a stimoli omo-erotici) in modo da creare avversione per quel tipo di comportamento, sia approcci meno invasivi (psicoterapia comportamentale, counseling pastorale, gruppi di preghiera).

Dal momento che l‘omosessualità non è più una patologia, le persone che si occupano di terapie riparative affermano di curare solo le persone che attivamente fanno tale richiesta, ovvero quando una persona sente che il proprio orientamento sessuale compromette la sua vita personale, sociale e lavorativa, creandole difficoltà e disagio. Ma se l’orientamento omosessuale è una variante naturale del comportamento sessuale, il lavoro del terapeuta dovrebbe basarsi sul fine di migliorare il benessere della persona che chiede aiuto, senza porsi nell’ottica giudicante del “riparare”, che rinforzerebbe l’idea nel paziente dell’orientamento omosessuale come “sbagliato” e, pertanto, da “correggere”. Poiché l’orientamento sessuale generalmente si definisce prima della pubertà, il problema della eventuale “riparazione” (che implica una “patologizzazione”) riguarda molto spesso adolescenti che si percepiscono omosessuali e le loro famiglie che vorrebbero “ripararli”.

Secondo l’ampia letteratura scientifica riguardante i tentativi di modificare l’orientamento sessuale esaminata dalla WPA, questi, oltre ad essere inefficaci e inutili, sono anche dannosi perché aumentano i problemi legati al minority stress, mentre è opportuno che il contesto sociale, familiare e sanitario impari a supportare il coming out degli adolescenti Lgbt (lesbiche, gay, bisessuali, transgender). Il coming out e il supporto sociale sono il principale fattore protettivo contro le patologie legate al minority stress.

L’omofobia familiare, sociale e sanitaria sono viceversa tra le principali cause, attraverso il minority stress, di aumento delle patologie ansioso-depressive, disturbi del comportamento alimentare, abuso di sostanze, autolesionismo e suicidio tra gli adolescenti LGBT. Il rischio di patologia mentale, come depressione, disturbi d’ansia o disturbo post traumatico da stress è 3 volte più alto per la popolazione Lgbt, come riporta il National Alliance on Mental Illness. Molti studi hanno anche mostrato che la popolazione Lgbt ha il rischio di 2 volte maggiore di abuso di alcol e droga rispetto ai coetanei eterosessuali. Inoltre, secondo uno studio dell’American Journal of Public Health, ogni abuso, vittimizzazione, aggressione verbale o fisica verso persone Lgbt aumenta di 2,5 volte la loro probabilità di sfociare nell’autolesionismo.

Secondo i dati, pubblicati su JAMA, dell’edizione 2017 del National Youth Risk Behavior Survey, la più grande indagine sulla salute degli adolescenti americani, condotta su 15.624 studenti delle scuole superiori, nell’ultimo anno, tra i giovani omosessuali, il 40% aveva seriamente preso in considerazione il suicidio, il 35% lo aveva pianificato e il 25% lo aveva tentato, rispetto al 15%, 12% e 6%, rispettivamente, tra i giovani etero. Anche dopo l’aggiustamento per fattori confondenti quali le differenze di età, sesso, razza, livello di voti accademici, e conoscenza della lingua inglese, i giovani omosessuali manifestavano una probabilità di 2,45 volte superiore di prendere in considerazione il suicidio, 3,59 volte superiore di pianificarlo e 3,37 volte superiore di tentare il gesto estremo rispetto a giovani con caratteristiche simili non Lgbt.

Questi dati integrano quelli del Trevor Project, secondo cui il suicidio è la seconda causa di morte per i ragazzi tra i 10 e i 24 anni ma è tentato 4 volte più spesso dai giovani omosessuali. Lo stesso anche in Italia, secondo un’indagine realizzata dal team di ricercatori della Sapienza di Roma (Baiocco et al, 2014) su circa duemila giovani adulti: il 30% delle persone gay e lesbiche ha una moderata ideazione suicidaria (contro il 16% degli eterosessuali), ma nel 3% dei casi l’ideazione è severa contro l’1% degli etero.

A incidere sul benessere psichico dei giovani gay in particolar modo sono gli atti di bullismo di cui sono spesso vittime, a scuola, nello sport, nello spazio pubblico, sui social network, e lo stigma sociale interiorizzato (la cosiddetta omofobia interiorizzata), specialmente per i conflitti intra-familiari, quando la famiglia ostacola o non accetta che il figlio sia gay. Ciò è confermato dai dati che emergono da uno studio del Family Acceptance Project nel 2009: le famiglie che rifiutano l’orientamento sessuale degli individui Lgbt aumentano di 8,4 volte il tentativo di suicidio dei propri figli, rispetto a famiglie che lo accettano.

Come ha affermato recentemente l’Unione Europea, i giovani Lgbt devono essere messi in grado di esercitare il loro diritto di partecipare a tutti gli aspetti della vita comunitaria ed essere garantiti di essere protetti da violenza e molestie, per cui è necessario che i Governi adottino misure sistematiche per migliorare la sicurezza di questi minori e garantire loro parità di trattamento.

In conclusione, il “problema” da curare non è l’omosessualità, bensì l’omofobia. Per proteggere gli adolescenti omosessuali occorre contribuire al cambiamento culturale sull’orientamento sessuale, cosa che deve partire innanzitutto dalle Istituzioni scientifiche, che devono guidare l’organizzazione giuridica, sociale, scolastica.

Il medico pediatra e adolescentologo sorrentino Carlo Alfarom classe 1963, è Dirigente Medico di Pediatria presso gli Ospedali Riuniti Stabiesi, Consigliere Nazionale della Società Italiana di Medicina dell’Adolescenza (SIMA) e Responsabile del Settore Medicina e Chirurgia dell’Associazione Scientificò-culturale SLAM Corsi e Formazione.

Per passione Carlo Alfaro è giornalista pubblicista, direttore artistico, organizzatore e presentatore di eventi culturali, attore di teatro e cinema, poeta pubblicato in antologie, autore di testi, animatore culturale di diverse associazioni sul territorio. 

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(di Carlo Alfaro – Tonia Ferraro – http://www.lospeakerscorner.eu – News archiviata in #TeleradioNews ♥ il tuo sito web © Diritti riservati all’autore)

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